Una storia è fatta di svolte: I quindici beat sheet di Blake Snyder

Quello che noto spesso quando leggo un aspirante scrittore, o un autore che ha esordito con una piccola casa editrice, è l’assenza di svolte nella storia, e per svolte non intendo azioni eclatanti, ma eventi che, nati da una causa, producano un effetto nella vita dei personaggi dinnanzi cui questi non possono restare passivi.

La vita umana è sempre basata sul principio Causa/Effetto, da questo non si sfugge. La Causa e ciò che crea l’Effetto, ed esso ci porta inevitabilmente a dover compiere una scelta, dunque un’azione.

Prendiamo per esempio un capolavoro della letteratura italiana che di sicuro conoscete, Il barone rampante, di Italo Calvino, un romanzo in cui l’innesco della storia è immediato.

Cosimo Piovasco di Rondò, durante uno dei soliti e noiosi pranzi in famiglia, disobbedisce a suo padre che vuole costringerlo a mangiare le disgustose lumache cucinate da sua sorella Battista e, risoluto, sale su un albero, deciso a non scendere più.

Ora, se il rifiuto di Cosimo si fosse ridotto a un blando tira e molla con suo padre, non sarebbe accaduto nulla, invece Cosimo, a seguito di un conflitto nato dalla richiesta paterna, risponde decidendo di salire su un albero e di restarci per sempre; non resta passivo, agisce, e lo fa mosso da un conflitto interiore che, nell’evolversi della storia, risulterà avere radici ben più profonde di una semplice lite dovuta a un piatto di lumache.

Ecco, le svolte portano i nostri personaggi a prendere decisioni e ad agire, e a farlo in modo concreto e coerente con il loro mondo interiore, che sia conscio o inconscio.

Sembra una cosa scontata, eppure, come detto inizialmente, spesso leggo pagine e pagine in cui non succede nulla, in cui i personaggi spiegano i propri sentimenti, si parlano addosso, girano e rigirano sempre attorno alla stessa questione senza che accada mai niente: la storia non va avanti.

Ovviamente non tutte le svolte devono essere nette e drastiche come quella nell’attacco del romanzo di Calvino, lo stesso libro in questione ha un progredire consapevole e preciso delle svolte narrative che portano Cosimo, e con lui ogni altro personaggio, a una vera e propria evoluzione: evoluzione causata appunto da scelte, azioni e dunque svolte. Eppure anche in una svolta così diretta c’è un progredire: Cosimo, a seguito della lite con suo padre, non si alza di colpo e se ne va sull’albero, c’è comunque un tenzone fra i due.

Cosimo non volle toccare neanche un guscio. – Mangiate o subito vi rinchiudiamo nello stanzino! – Io cedetti, e cominciai a trangugiare quei molluschi. (Fu un po’ una viltà, da parte mia, e fece sì che mio fratello si sentisse più solo, cosicché nel suo lasciarci c’era anche una protesta contro di me, che l’avevo deluso; ma avevo solo otto anni, e poi a che vale paragonare la mia forza di volontà, anzi, quella che potevo avere da bambino, con l’ostinazione sovrumana che contrassegnò la vita di mio fratello?).

– E allora? – disse nostro padre a Cosimo.

– No, e poi no! – fece Cosimo, e respinse il piatto.

– Via da questa tavola!

Ma già Cosimo aveva voltato le spalle a tutti noi e stava uscendo dalla sala.

– Dove vai?

Lo vedevamo dalla porta a vetri mentre nel vestibolo prendeva il suo tricorno e il suo spadino.

– Lo so io! – Corse in giardino.

Di lì a poco, dalle finestre, lo vedemmo che s’arrampicava su per l’elce.

Il brano poi continua. Suo padre lo raggiunge e i due si sfidano ancora verbalmente, finché Cosimo dichiara ferma la sua scelta: E io non scenderò mai più!

Come avete letto c’è un vero e proprio scontro in atto, una battaglia che si evolve di secondo in secondo.

Il padre ordina a Cosimo e a suo fratello di mangiare le lumache, ma lui disobbedisce, mentre suo fratello lo tradisce e accondiscende alle richieste di suo padre, accrescendo di certo la rabbia di Cosimo. Il padre incalza, Cosimo rifiuta; il padre lo caccia via da tavola, ma Cosimo è già bello che lontano e si dirige verso casa sotto lo sguardo stupito di suo padre che, persa l’autorità dinnanzi l’inefficacia dell’ordine impartito, si contraddice richiamando brutalmente Cosimo; ma Cosimo ha deciso. Compie un’azione che ha un qualcosa di rituale e poi subito, senza altre spiegazioni, sale sull’albero.

Ogni azione nella vita umana accade con un progredire, salvo l’imprevisto. Anche se mi becco uno schiaffo e subito salto addosso all’aggressore, quello schiaffo è stato frutto di una lite verbale, magari pregressa e poi esplosa in un secondo momento; persino un’aggressione da parte di un criminale è frutto di un pensiero, di una pianificazione interiore che poi sfocia in azione: azione che porta a una reazione.

Questi sono i beat, ossia scatti sensati e motivati che conducono la scena a una svolta, che sia essa piccola o fondamentale. Prima di spiegare cos’è un beat credo sia il caso di spiegare cos’è una scena, anche se uno scrittore dovrebbe sapere benissimo questa cosa. Per spiegarlo usiamo l’indispensabile manuale di Robert McKee, Story.

Una scena è un’azione che avviene attraverso il conflitto in una condizione spazio-temporale più o meno invariata e che modifica, a livello di valori, la condizione esistenziale di un personaggio per quanto riguarda almeno uno di questi valori e con un grado di significato percepibile. Idealmente ogni scena è un evento della storia.

Per quanto concerne i valori di cui parla McKee, nella pagina precedente del libro li descrive in questo modo: Sono le qualità universali dell’esperienza umana che, da un momento a un altro, possono passare dal positivo al negativo, oppure dal negativo al positivo.

Subito dopo li identifica con esempi pratici: vivo/morto, amore/odio, libertà/schiavitù, verità/bugia, coraggio/viltà, lealtà/tradimento, saggezza/stupidità, forza/debolezza, eccitazione/noia, e così via.

Dunque una scena, diversamente da un sommario che si muove in uno spazio e in un tempo dilatato, è concentrata in (più o meno) un unico luogo e di certo in un unico tempo: un tempo in cui accade un’azione significativa per chi la vive, al punto da smuovere il suo conflitto interiore e innescare un’azione di risposta che in qualche modo muta la sua ordinaria condizione esistenziale.

Se in una scena non accade nulla, è inutile inserirla.

Come scritto, non deve per forza portare a una svolta decisiva, dunque a un evento della storia, ma deve comunque portare a un’azione che muti il personaggio e lo metta in cammino verso qualcosa.

Tutto questo avviene con il progredire dei beat.

Sempre in Story di McKee i beat vengono definiti nel seguente modo:

All’interno della scena è contenuto l’elemento più piccolo della struttura, il beat. (Da non confondersi con [beat], un’indicazione posta all’interno della colonna del dialogo e che significa “breve pausa”).

Un beat è una modifica di comportamento a livello azione/reazione. Beat dopo beat queste modifiche di comportamento plasmano la svolta di una scena.

È appunto quello che abbiamo visto nel romanzo di Calvino: un’azione/reazione che ha visto partecipi Cosimo, suo padre e il fratellino, fino a portare la scena a una svolta, in questo caso decisiva.

Senza una svolta, la scena non ha senso di esistere; senza una curata progressione di beat, la svolta, se mai dovesse avvenire, sarebbe improvvisa o artificiosa.

Per tornare al discorso iniziale, sono proprio queste svolte che spesso mancano nei romanzi di scrittori inesperti, o meglio, sono talmente poche da non giustificare la quantità di pagine utilizzate in cui, a conti fatti, accade poco o nulla. Questo succede quando non si ha chiaro o non si ha acquisito la padronanza di quella che da sempre è la struttura portante di ogni storia, che si tratti di un trama classica, di un’anti-trama o di una trama sperimentale, ossia La storia in tre atti.

Ne abbiamo già parlato in un altro articolo, ma credo sia giusto ritornarci. Story è un manuale creato per i principi della sceneggiatura cinematografica o seriale, infatti McKee è stato l’insegnante ed è l’insegnante dei più grandi sceneggiatori di Hollywood; ma i principi del suo manuale sono validi anche per la scrittura narrativa, perché si rifanno proprio a essa. Non per niente Story è utilizzato anche nelle principali scuole di scrittura creativa o di tecniche di narrazione italiane.

A cosa è dovuta tale analogia? Al fatto che sin dall’antichità esistono dei principi basilari, fondamentali per creare una storia.

Alcuni di voi forse ricordano ciò che ci dicevano alle scuole elementari quando bisognava fare un tema: Inizio, svolgimento e fine. È la struttura portante di ogni storia che trova origini nella Poetica di Aristotele, in cui la struttura di una storia è associata a quella dell’esperienza umana: nascita, vita, morte.

Che si tratti di narrativa, di cinema o di teatro, ogni storia contiene questo principio fondamentale.

Ovviamente, come sempre, gli statunitensi hanno saputo far loro e utilizzare alla perfezione dei principi ereditati dalla cultura classica di cui dovremmo essere i custodi, mentre qui a malapena nelle scuole elementari si insegna ancora la suddetta regola di inizio, svolgimento e fine di una storia. Ecco perché oggi nel parlare di storia in tre atti si pensa più a McKee che ad Aristotele.

Una vita inizia, è vissuta e poi termina; così per i personaggi da noi inventati c’è una storia che inizia, un percorso da fare e una conclusione a cui giungere: inizio, svolgimento e fine.

Il nostro personaggio passa da una situazione ordinaria a una situazione straordinaria grazie a una prima svolta decisiva: la rottura della norma; ossia un evento che sconvolge la sua quotidianità dal punto di vista personale, affettivo e sociale e lo mette in cammino verso un oggetto del desiderio, facendogli percorrere quello che Vogler chiama Il viaggio dell’eroe.

Qui comincia le storia vera e propria. Il protagonista entra nel secondo atto in cerca di un obiettivo che, all’apice della storia sembra persino raggiungere dando vita a quello che viene chiamato Climax o Midpoint, ossia il punto di massima tensione in cui la missione sembra quasi essere compiuta; subito però, come spesso accade nella vita, arriva un contraccolpo che ribalta la situazione e il nostro eroe si trova nuovamente a lottare, fino ad arrivare a un punto decisivo, chiamato Punto di non ritorno, in cui dovrà compiere una scelta decisiva, incancellabile, che lo condurrà nel Terzo atto e dunque al grande finale.

Ma per completare questo arco narrativo devono succedere cose, tante cose quando si tratta di un romanzo, o nel caso di McKee di un lungometraggio. Potremmo sì scrivere: Marco esce di casa per andare a lavoro come ogni giorno, ma in strada resta folgorato da una bellissima ragazza e fa per seguirla. Proprio mentre sta per raggiungerla, euforico, attraversa la strada senza accorgersi che il semaforo è rosso e viene investito. Nel morire, incrocia per la prima e ultima volta gli occhi della ragazza, ora accanto al proprio fidanzato.

Questa è una storia, certo, ma di poche righe. C’è un inizio nato da un evento scatenante, un viaggio verso l’oggetto del desiderio, la tensione che nasce nel raggiungerlo e poi il contraccolpo che porta al finale.

È una storia che genera un solo evento. Una storia chiusa in un unico spazio e in un unico tempo, dunque appena una scena.

Ecco, un romanzo contiene decine e decine di scene, a centinaia, dunque decine di svolte, possibilmente tutte significative, e alcune di esse fondamentali perché una storia riesca pienamente.

Blake Snyder, sceneggiatore, consulente e docente statunitense, ha racchiuso queste svolte, da lui identificati come beat sheet, in quindici, e ne parla nel suo utilissimo manuale Save the cat, edito in Italia dalla Omero, proprio come Story di Robert McKee.

Per Blake Snyder i beat fondamentali che compongono una storia sono i seguenti:

  1. Scena d’apertura
  2. Esposizione del tema
  3. Il set-up
  4. Il catalizzatore
  5. La disputa
  6. Il passaggio al secondo atto
  7. La linea B
  8. Giochi e divertimento
  9. Midpoint
  10. Arrivano i cattivi
  11. Tutto è perduto
  12. Notte oscura dell’anima
  13. Passaggio al terzo atto
  14. Finale
  15. Scena finale

Ora, come per i principi esposti da McKee anche quelli di Snyder nascono al fine di creare sceneggiature, ma come detto essi traggono spunto da radici antiche da cui hanno attinto sempre gli scrittori di narrativa.

Leggendo questi quindici punti, molti di sicuro si sono posti una domanda: Ma devo farli proprio tutti?

Beh, bisogna fare sempre e solo ciò che la storia richiede, ecco la mia risposta, e nel farlo, sempre che la storia sia buona, come per la struttura in tre atti di Aristotele si troveranno di certo questi quindici punti; il problema nasce quando si vuole scrivere seguendo alla lettera questi quindici punti, creando così storie meccaniche e artificiose.

Tecnica e creatività camminano a braccetto, Aristotele lo sapeva bene, se manca una delle due componenti qualcosa va storto. Ecco perché nelle migliori scuole di scrittura insegnano prima a scrivere senza preoccuparsi della tecnica, poi insegnano le tecniche, e infine aiutano a dimenticarle facendo sì che quanto assimilato dallo studente si unisca alla sua creatività.

Ma torniamo ai beat sheet di Blake Snyder, cerchiamo di capire anzitutto di cosa stiamo parlando, e per farlo prenderemo a modello uno dei romanzi più belli e famosi nella storia della letteratura: Madame Bovary, di Gustave Flaubert.

Allora, cerchiamo di sintetizzare la situazione e al contempo renderla chiara, sempre sperando che tutti abbiate letto Madame Bovary. Comunque sia, andiamo al punto uno, ovvero la Scena di apertura. Essa abbraccia tutta la presentazione della vita di Charles Bovary, l’incontro con Rouault Bovary e la figlia Emma; qui entriamo nell’Esposizione del tema, cioè la voglia della vera protagonista, Emma, di una vita diversa da quella che vive nella fattoria paterna. Tutto il corteggiamento fra Charles ed Emma è invece il Set-up della storia, perché conosciamo entrambi, i rispettivi ambienti, i loro desideri consci e inconsci. Il Catalizzatore avviene grazie alla morte della moglie di Charles, dunque con il matrimonio di Emma che la conduce verso il primo dei suoi desideri: lasciare l’ambiente paterno; ma la Disputa ha inizio quando lei e Charles sono invitati dal Marchese di Andervilliers al ballo al castello La Vaubyessard, dove Emma, provata dalla noia della vita matrimoniale con Charles, semplice e per nulla ambizioso medico, trova nella sfarzosa vita delle dame del castello l’icona dei propri sogni.

Il Passaggio al secondo atto avviene qui: Emma comincia a seguire la moda, non nasconde più la propria noia a Charles che preoccupa per lei quando, incapace di seguire i propri sogni, casca in una sorta di depressione. I due decidono di trasferirsi a Yonville-l’Abbaye, ma proprio in quel momento Emma scopre di essere incinta.

Fermiamoci un attimo, perché ora entra in gioco la La Linea B.

Cos’è la Linea B? Potrebbe essere definita una sotto trama, ma non è proprio così, perché, almeno si spera, un romanzo è normalmente ricco di sotto trame: la stessa vita di Charles Bovary, la sua carriera come medico di paese e la sua amicizia con il pittoresco farmacista Homais tesse un’appassionante sotto trama; la Linea B, invece, è una seconda trama percorsa dal protagonista e che cammina parallela alla trama principale: nel caso di Madame Bovary è la storia d’amore con lo studente Léon Dupuis, conosciuto al suo arrivo a Yonville-l’Abbaye.

Si potrebbe pensare che sia quello l’evento scatenante che porta dal primo al secondo atto, ma non è così, perché Emma non è una donna sposata e annoiata che cerca di farsi l’amante, non la vediamo così inizialmente; Emma, da subito, è una ragazza annoiata e al tempo stesso passionale, che sogna la vita dei romanzi con cui è cresciuta e crede di trovarla nel matrimonio con Charles, scoprendo presto di essersi illusa. La svolta che dà vita alla Disputa, come abbiamo detto, è quando lei vede al ballo la vita da sempre anelata e la insegue a ogni costo. La storia d’amore (fin qui platonica) con Léon fa parte appunto dei desideri di Emma, è quella componente romantica e poetica che manca nel suo disegno di vita passionale, da romanzo, ma essendo un elemento fondamentale diventa appunto la Linea B del romanzo.

Da qui iniziano i Giochi e divertimento, da non prendere ovviamente alla lettera, come la denominazione degli altri punti. Giochi e divertimento è quella parte della storia in cui il protagonista fa di tutto per perseguire il proprio obiettivo, avendo spesso come risposta dei contraccolpi, ma a cui riesce ancora a reagire. In Madame Bovary, Giochi e divertimento consiste in tutto ciò che avviene prima che Emma intrecci la relazione con Rodolphe; ossia il crescere dell’amicizia fra lei e Léon, la nascita di sua figlia Berthe, l’entrata in scena dell’avido e perfido Lheureux, la piccola Berthe che si fa male e l’astio della madre di Charles verso Emma, la partenza di Léon per Parigi e la situazione drammatica presso i terreni di Rodolphe che porta Emma a conoscerlo.

Rodolphe corteggia assiduamente Emma e questo porta al punto di massima tensione, il Midpoint, ovvero quando Emma intreccia con lui una vera e propria storia d’amore. Ma il contraccolpo è immediato e, appunto, qui Arrivano i cattivi, ovvero la fase in cui dopo l’illusione del protagonista di aver raggiunto il proprio scopo, tutto va a rotoli e i problemi da affrontare diventano sempre più grandi, più difficili da superare.

Charles ha dei problemi economici, la relazione di Emma e Rodolphe non è tutta rose e fiori, il papà di Emma sta poco bene e una sua lettera fa pentire lei della propria condotta. Come se non bastasse, Charles viene screditato come medico a seguito di un’operazione andata male, mentre Emma sperpera ingente denaro per continuare la relazione con Rodolphe finché, esausta dell’apatia e della mancanza di Ambizioni di Charles, decide di fuggire con Rodolphe, ma lui se la dà a gambe levate, non intenzionato a rinunciare alla propria vita da scapolo per quella che è, a conti fatti, per lui solo una delle tante.

E qui entriamo appunto nella Notte oscura dell’anima.

Emma cade in depressione, si ammala gravemente, mentre Charles è sempre più oberato di debiti. Emma comincia persino a chiudersi nella religione per trovare conforto, senza però riuscirci.

Il Passaggio al Terzo Atto avviene con una sapiente e sublime messa in gioco della Linea B: Emma ritrova Léon.

Facciamo un passo indietro perché si possa capire meglio questo passaggio. Allora, abbiamo detto che la storia in Tre Atti ha tre eventi fondamentali: la rottura della norma, il climax e il punto di non ritorno.

Il punto di non ritorno è, come già detto, una situazione cruciale in cui il protagonista è chiamato a fare una scelta che condurrà a un’azione irreversibile, ma fondamentale per il raggiungimento del suo obiettivo.

Adesso, immaginiamo la tipica storia dell’eroe guerriero, okay? Il suo punto di non ritorno potrebbe essere gettarsi contro un’orda di nemici pur di salvare il proprio villaggio: un gesto eroico, cruciale e irreversibile atto a compiere la propria missione da eroe e, dunque, ristabilire la norma iniziale.

Ma Emma Bovary non è un’eroina, anche se molti l’hanno intesa come tale. Emma Bovary è in tutto e per tutto quello che si chiama antieroe.

Emma è capricciosa, si sposa solo per interesse, non tarda a trattare male il marito, flirta con altri, lo tradisce, trascura la casa e sperpera i soldi del marito senza badare a lui. Insomma, credo si possa affermare in tutta tranquillità che Emma non è proprio una bella personcina, né una persona da cui ci si possa aspettare scelte sensate e altruiste.

Ora, dopo tutto il suo peregrinare, Emma si trova a non aver concluso nulla, anzi, è stata usata e abbandonata, è caduta in depressione, ha quasi gettato sul lastrico un povero fesso che continua ad amarla, e adesso che ritrova Léon che fa? Ci ricasca!

Come possiamo non amare un personaggio così bello come Emma Bovary? Così reale e vivo.

Emma si trova dinnanzi a una scelta cruciale. Dopo tutto il suo viaggio ha la possibilità di tornare da Charles oppure continuare la via che l’ha portata alla depressione. E che fa? Intreccia una relazione con Léon incurante delle trasferte settimanali fatte per incontrarlo, delle menzogne propinate a Charles e dei debiti che contrae per vedere l’amante.

Emma ha scelto, e abbiamo capito che questa scelta le costerà cara. È un punto di non ritorno.

Infatti, quando Léon la molla, lei si trova da sole e indebitata: di conseguenza Charles è indebitato, senza neppure sapere la vera entità dei problemi economici in cui l’ha gettato Emma.

Entriamo così nel Finale.

Emma, finalmente accortasi della situazione in cui si è ficcata, cerca di trovare i soldi per risolvere la questione, ma non trova nessuno, incappa persino nell’esattore che cerca di approfittare di lei.

Disperata, si rivolge al ricco amante di un tempo, Rodolphe, ma non trova in lui aiuto alcuno.

Dunque, del tutto rovinata, in preda alla disperazione più totale, Emma si avvelena.

Il suo viaggio l’ha portata alla morte, ma anche alla consapevolezza dei propri errori.

La Scena finale è appunto la sua morte che lascia da solo Charles, ora consapevole della verità su sua moglie, e da solo a dover badare a Berthe.

Ecco, come avete visto in Madame Bovary sono presenti i quindici beat sheet di Blake Snyder. Questo perché dietro al pensiero di Snyder c’è uno studio: lo studio di tante, tantissime storie che hanno in esse questa struttura, e non perché imposta, ma perché necessaria.

È bellissimo riflettere sul fatto che il romanzo usato come esempio è stato scritto duecento anni fa. Questo fa comprendere che nella letteratura esistono delle regole tramandate di secolo in secolo, da Aristotele ai giorni nostri.

Non sviliamole, ma facciamo tesoro degli insegnamenti perdurati nel tempo.

 

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