Giuseppe montesano: una voce autoriale inimitabile

Si dice che saper far ridere e al tempo stesso riflettere sia la cosa più difficile nella narrativa, e io credo sia vero. Non basta essere comici, bisogna essere intelligenti, acuti, colti e audaci.

Una voce grottesca e irriverente, perché di questo stiamo parlando, sa rompere ogni schema perché li conosce pienamente. Sa creare la follia rendendola lucida, il demenziale diventa reale, persino edificante. È un vortice caotico ma consapevole, come le opere di Escher in cui tutto appare disordinato, ma, invece, sono di una precisione tale da non solo affascinare chi le osserva, ma da interrogarlo.

È questo il caso di Giuseppe Montesano, gradissimo scrittore napoletano classe 59.

Professore di filosofia, scrittore, critico letterario e traduttore, Montesano è stato finalista al Premio Strega, ha vinto il Premio Napoli con Nel corpo di Napoli, ha meritato il Premio Viareggio per la narrativa con Di questa vita menzognera, nonché il Premio Selezione Campiello. Il suo saggio, Lettori selvaggi, ha vinto il Premio Viareggio per la saggistica. Ha inoltre curato con Giovanni Raboni l’edizione delle Opere di Charles Baudelaire per I Meridiani: poeta a cui ha dedicato anche un romanzo intitolato Il ribelle dai guanti rosa.

Giornalista per Il Messaggero, Il Mattino, Diario e Lo straniero, nonché collaboratore presso la scuola di scrittura Lalineascritta, della scrittrice Antonella Cilento, Montesano è un uomo che ha dato e dà tutto se stesso per la letteratura, e il libro Lettori selvaggi ne è la prova. Ma in questo articolo voglio parlarvi del suo libro d’esordio: A capofitto, edito dapprima, nel 1996, da Edizioni Sottotraccia, poi nel 2001 da Mondadori.

Un libro che a un lettore svogliato potrebbe sembrare semplice, leggero, ma invece di una tale complessità da ricordare Gadda, Bulgakov e una versione ironica e cinica di Kafka.

È la storia di Gombro, poeta inetto, ambizioso quanto stupido, furbo ma incapace di prendere nelle mani le redini della propria vita.

Gombro, in cerca della verità, di una posizione, di un’identità, finirà per scivolare a capofitto in situazioni assurde in cui Montesano mostra l’ipocrisia e la stupidità della società, ma senza mai cadere nel monologo, senza mai giudicare né moralizzare, anzi, dissacrando tutto e tutti, per prima l’inetto e fragile protagonista.

Non risparmia nessuno: da artisti, poeti, preti, rivoluzionari, hippie e ogni persona che, illudendosi di essere libera, si rinchiude in una vita di cliché, agendo per imitazione, comportandosi con una tale ipocrisia da risultare invisibile a loro stessi.

Le prime pagine del romanzo innescano subito la storia, con Gombro che si reca da un rinomato poeta, da lui chiamato Maestro, per realizzare l’idea di un sommo poema.

Ma come sempre, lasciamo che sia l’autore a parlare.

Quando bussai alla porta era tardi per fuggire. Guardai di nuovo la targhetta col nome. La porta si aprì.

«Ss – salve, lei è?»

«Buonasera, entro subito in argomento! Dopo mi può anche cacciare a calci e rifiutarsi di vedermi per sempre, ma dopo!»

«Ma perché dice così? Non capisco! Io, nel mio fascio di nervi, nella ss – sottile macchina che ss- sono… avvengono processi delicati… io, mi ss – sento quasi male, la mia ss- sensibilità mi…»

«Perdoni, maestro… posso dire così? Lo so che non si usa più, ma io, capirà, il rispetto… Maestro, sono emozionato! Vederla qui, davanti a me, in carne e ossa!»

«Ma non…»

«Maestro, non dica di no! Parlare con lei, non più per telefono ma dal vero! E come è somigliante! Uguale! Anzi di più, più interiore!»

«Ma no, no… però, forse io…»

«Maestro, mi ascolti… ho un’idea!»

Uno choc! Un’idea vera? Ci rimaneva.

«Un’idea? I – de – a? Mhhh… trisillabo ss – strano».

«È un’idea! L’ispirazione!»

«Sì? Dica, allora. Anzi, di’ pure… Diamoci del tu, sei tanto giovane».

«Eh, non tanto!»

«Ma sì, ma sì».

Va bene, come voleva. L’idea innanzi tutto! Giovane? Vecchio? A piacere.

«Grazie, grazie! Ecco, l’idea è semplice: Un grande poema collettivo… Tutti, tutti i poeti viventi chiamati a collaborare! Un’enciclopedia! Tutto lo scibile! Le metriche! Le tecniche più agguerrite! Solleveremo la divina poesia dall’oblio in cui giace…»

«Ss – sì, ma…»

«Il tema sarà quello archetipo, l’origine, il grund ur – grund che più non si può! La madre, l’abisso, l’inizio degli inizi! L’orfismo pre – pre – orfico! La scaturigine! Il sacro!»

«Ma, ma…»

«La poesia e la fogna! due problemi mai disgiunti! Ricorda?»

«Sì, io ritengo che…»

«È il tema! Come Jahvé, è ciò che è… La grande, l’immensa, l’ineliminabile, l’insondabile… Merda!»

«La, la, la?… L – l – la…!»

«Sì! È lei l’acme della società. Più che un simbolo! Che abbiamo a vedere coi simboli? Basta pene d’amore! Basta rifriggersi il cuore! Solo sterco! A noi!»

«È vero, è vero! A noi la cacca! Aspetta, telefono, chiamo i miei amici.»

 «Dopo! Non ho finito! Maestro!»

«Ma… entusiasmerà Denario, e Limparo».

«Aspetta, il tema è questo, ma come svilupparlo?»

«È vero, come… come si fa? La ss – sensibilità… io… »

«Una enciclopedia? Un riassunto? Una summa? Una divina scala? O un vasto e infinito poema oltrereale?»

«Oltrereale?»

«Sì! Si tira a sorte fra i… che ne so? Duecento? Trecento? Quattromila? Quanti saranno? Quarantamila? I poeti che devono collaborare… Il primo comincerà ad esempio con dieci versi… rimati? liberi? terzine? sciolti? ottave? sonetti? Non so! Che ne so! Comincia, e quando è esaurito si passa a un altro che continua da dove l’altro ha finito! E così via! Secondo la più totale libertà! Non più scritti a quattro mani, ma a quattromila».

«È un’idea pa – pa – pa… paradossale, però, però… »

«È buona! Stammi a sentire, Mae’… scusi, scusami. Si può fare a puntate, su un grande settimanale alla moda, o meglio, un quotidiano. Abbinarlo a una lotteria, milioni, miliardi, triliardi!»

«Ss – sì… ci sarà da guadagnare, forse».

«Forse? Forse? Ma qui c’è pane e cacca per anni! Per secoli! Lo lasceremo in eredità ai figli, ai nipoti, ai pronipoti per saecula saeculorum! E chi sa, forse oso troppo? Ma no! Bisogna osare! Forse durerà per millenni!»

Quest’ultima battuta spiega pienamente la tragicità di questo divertente estratto.

Nessun spiegone, niente morali, solo due allucinati che parlano credendo in ciò che dicono, come succede oggi, a circa vent’anni dalla prima pubblicazione di questo romanzo.

La padronanza di una voce grottesca si vede quando si riesce a mescolare parole alte e concetti importanti in una dinamica ordinaria, persino grottesca, squallida; cosa che abbiamo appena visto pienamente nella scrittura di Montesano.

Inoltre, quando si accusa l’ipocrisia bisogna stare attenti a non diventare a propria volta ipocriti, come spesso capita nella narrativa, in cui gli autori si ergono a giudici assoluti.

Qui vediamo semplicemente Gombro, un ambizioso, incapace poeta che non vende solo fumo, ma crede in ciò che vende, perché lui per primo lo crede vero.

È la società di oggi, i cui tutti mischiando termini altisonanti a concetti scombinati credono di essere giunti a una qualche verità. Persone che si credono capaci di tutto, innalzandosi a qualsiasi ruolo, persino a quello di poeta.

Insomma, Montesano in questo libro non risparmia nessuno. Nel prossimo estratto mi sembra persino di rivedere i finti artisti che bazzicano il centro storico di Napoli: uomini che si proclamano artisti per affascinare una donna, e donne pronte a sentirsi l’oggetto delle attenzioni dell’artista di turno.

La bella, l’imponente Catarina… E io perso davanti a tutta quella carne non la finivo più. Quanti altri litri di latte e miele avrei dovuto pomparle dentro per ficcare un po’ in quella carne, un poco del mio cazzino? Da due ore giravo intorno ai grandi temi. L’amore! Ah! E lei appassionata, insaziabile, uno sahel.

Avevo esaurito secoli di stilnovismo, mille di madonne, di amorini, di baci, di passeri. Avevo polverizzato gli atri, le lune, i rubini, i coralli… Ancora avida! Ancora insaziata! La lingua mi si stava facendo scagliosa, gonfia. Avevo le labbra violacee, nere, la memoria si svuotava. Ma perché non ficcare una mano lì, in mezzo alle cosce? Risolvevo! No… Tutto a suo tempo! Prima la sbobba, la crème – caramel della dolcezza angelica. Vacca! Era sul punto di cedere, lì in mezzo alle piante, nel boschetto romantico chiazzato di preservativi rotti, di fazzolettini impiastricciati, di sputi. E io a invocare Salomone, la regina di Saba… E che altro? Che ancora? Mi restavano forse le canzonette, la lirica, Puccini, Verdi. A mali estremi… Lei mi muoveva gli occhi a faro, flabellando le ciglia, incollata, sì! Ma guai a non vomitare ancora qualche ettolitro di saliva gonfia di Giulietti e Romee, di Lesbiette ad uso domestico, di Beatrici da tinello in finto mogano.

Questo pezzo è un capolavoro di lingua. Cosa lo rende divertente? Proprio l’usare un linguaggio alto in una situazione squallida e ordinaria. Ed proprio l’aspetto vincente di questo piccolo gioiello in cui Gombro scivola di pagina in pagina nelle bassezze del mondo, nelle sue ipocrisie, cadendo fra le tante cose in un gruppo multietnico dove giovani di ogni tipo, con la scusa della ricerca della libertà e dell’amore, si ubriacano e se la spassano.

Questo estratto è a dir poco esilarante.

E rideva! Giù se ne fregavano, ormai, con quel portiere vivo solo per riscuote l’affitto. Purché pagassero, i negroni! Tanto chi andava a guardare, lì? Pulizie neanche a parlarne, o era qualche negra, complice, erano tutti complici. Amelek mi guidava, assolveva al compito di anfitrione. Oh, era squisito! Abdul… Malamek… Egira… Shira… Me li presentò tutti, un’infinità, un popolo, di tutte le tinte! Certe sfumature di negro zigrinato, e lucido, e opaco. Si trincava senza sosta, mi riempirono un bicchierone, dovevo bere. Bevvi, ma mi strozzavo, cominciai a lacrimare. Quelli si sganassavano, ridevano, mi battevano sulle spalle.

«Amigo, amigo…»

«Bravo, du bravo bevidore».

«Do you like? Ti piage?»

E giù a sganassarsi! Me ne offrirono un altro, cortesi ma insistenti. Guai a rifiutare! E buttai giù anche il secondo, almeno mezzo litro di alcool tra i due beveroni.

Ma cos’era? Né whisky né cognac. Alcool puro? Con pepe? O un miscuglio di tutto? Una mazzata!

Ora cominciavo a vederci meglio, la bevanda mi aveva rinvigorito, mi misi a cercare il mio amico Amelek, in fondo era lui che mi aveva invitato. Una creola o una mulatta, non distinguevo bene, mi fece un cenno, si passò la lingua attorno alle labbra, una, due, tre volte! Mi stavo avvicinando…

«Vieni, vieni a brindare gon noi».

Era Amelek che mi aveva ripreso, lo seguii, mi sentivo in forma!

«Zi, Ameleg, vengo, du amigo mio… Eh?»

Amelek rideva sguaiato, si strabuzzava:

«Du simbadigo, ah, du… ah, brendere in giro? Ah!»

«Do, Ameleg… io? Io zolo sgherzare, ber giogo».

«Ghhh! Du gomigo, ah! Bevi, bevi gon Amelek».

Sembravamo Via col Vento, bevvi il terzo bicchiere, mi stavo abituando, era l’aria, l’atmosfera di festa. Senza vergogna! Una negra mi frusciò vicino, con un incredibile abito di tulle rosso fuoco, con la carne sotto che si vedeva, e lei soda, elastica, camminava come se fosse di gomma, ma splendida, sì! Mi sentii chiamare:

«Ciaooo… caroooo… Gombrino… ehii, ȏ – ȏ… »

Era la sua voce, la voce mielata di Minetta. La vidi su un materasso steso a terra, mi salutò con la mano, era occupata a baciare un etiope, se lo beveva, si distraeva, era salvo! Non mi voleva più. Mi rivenne vicino la creola, mi frusciò col dito dietro l’orecchio, io mi inchinai, sono compito, quando voglio.

«Permette?»

Le porsi la mano, non sapevo neanche per che cosa. Lei me la prende e se la mette su una tetta, un palloncino gonfio, sodo.

«Io… mi chiamo… mi chiamo Gom…»

Non mi fa finire, mi prende la bocca, si attacca. Mi succhia dentro, ci fruga, ha mica una lingua! È un serpente, una corda, non finisce più, non mi molla, è una ventosa. Mi volto un momento per respirare, e scorgo Minetta coll’etiope, no… È un altro, tracagnotto, lei sta sopra, si inarca, si dondola, va su e giù. C’è fumo fitto, una nebbia da tagliare. Ho fame, ficco una mano dentro certa polenta su un tavolo, butto giù la polenta, con certi strani pezzetti tritati. Pane? Carne? Io ingollo, la creola mi tiene per la vita, non si stacca. Appena mi distraggo mi slingua sulle labbra, io penso a buttare giù il cibo, lei mi lecca il collo, le mani, ma io non cedo. Altra polentina, e forse carne, e spezie! Ma mi ustiona, ora me ne sto accorgendo, questo non è più piccante, sono raspe che scheggiano la lingua, il palato. La creola mi imbocca e ride, mi ficca la mano fino a dentro, mi dà pizzicotti! baci a morsetti! Anch’io rido, tra un morso e l’altro, rido, è una bella festa, sono simpatici. Minetta non la vedo più, no, eccola! Ora ci sono due negri attorno, uno sembra indio, si agitano, si aggrovigliano, io ho sete, ho sete! Acqua! Non ce n’è, lo dico alla mia creola, non capisce! Sarà sorda? o muta, non ha ancora detto una parola, ride, mi baciucchia, mi mordicchia, ma neanche una parola! Si struscia, vedo di nuovo quella col tulle, cioè senza, se l’è quasi levato, con tutto quel nero sotto il rosso, ma che fa? Si accovaccia sul tappeto, sotto c’è un mulatto, la tira giù, cominciano a sobbalzare! La mia creola ha visto, mi fa col dito: vedi? È lo spirito di imitazione, che la spinge! È conformista, altro che! Fare come tutti! Uguale! Mi tira, mi porta con lei, ma ci fermano di nuovo, un nano mi strizza l’occhio, vuole la mia attenzione, mi abbasso.

«Siamo intesi! Hai capito? Anche qui… Anche questo… È il Regno!»

Cosa? Non capisco, glielo dico. Lui riprende a strizzarmi l’occhio:

«Siamo d’accordo… Sì?»

A un tratto mi viene un lampo! È la luce, il risveglio. Glielo spiego:

«Zi, Zignore, gabido… Io gabire duddo!»

«Ah! Wonderful! Wonderful! Bravo!»

«Gondinuare? Angora?»

«Tutto questo, vedi? È organizzato, ed è solo l’inizio!»

«Zi! Zi! Io gabire».

Niente! Non capivo un’acca!

«Secondo te perché è arrivata Minetta? Eh? E ne arriveranno ancora!»

Ancora? chi? Ma allora era vero, era un complotto! Una congiura!

Ma il nano era sparito, mentre la creola mi palpava sopra i pantaloni. Ma ero distratto, ingurgitai un altro beverone, c’era poco da scherzare, io qui ero l’unico, a scherzare. Si faceva sul serio, altro che! Meglio prepararsi, premunirsi. La creola mi palpava, aveva il suo daffare, anch’io, non sapevo dove ficcare le mani. Sopra, sotto, un’abbondanza cremosa, calda! Si sprofondava…

Ma non c’era un angolo dove mettersi, c’era gente dappertutto, qualche bianco pure, ora lo notavo, biondo, solitario. Gli spazi erano occupati da intrecci in tutte le posizioni, alcuni avevano l’angolo a terra, ma c’era da stare attenti, ti schiacciavano, ti calpestavano. Si sussultava, si soffiava, nel ritmo concorde! Quasi…

Ci si perdeva, si mollava un’apertura per l’altra, una bianca slavata che non avevo visto scivolò di sotto a una specie di arabo per aggrapparsi a un negro, lo sfilò da un’altra, li scollò letteralmente, se lo prese lei, l’egoista, l’ingorda! Minetta la scorgevo a stento, erano due, tre, quattro? Si agitava, passava ora qui ora lì, era realizzata! Ora sì! La festa! La pacchia gigante! Disinibita al massimo, mi mollava, filava a gonfie vele, libera, insaziabile!

«Bello, vero? Diverdiamogi! Amigo mio! Amigo!»

Era Amelek, ci abbracciammo! Era la fraternità che irrompeva. La creola provò a separarci, mi requisiva, Amelek le mollò uno sganassone, un manrovescio che la mandò distesa.

Non si rialzò! Mi dispiaceva, un po’.

E la scena continua ancora, in un crescente sempre più esilarante.

Ho preferito condividerlo nella sua lunghezza, come lungo è questo articolo, perché per capire la genialità di Montesano bisogna perdersi nelle sue spire.

Tralasciando l’altezza della lingua, di cui abbiamo già parlato, e l’evidente fantasia di Giuseppe, vorrei soffermarmi sul ritmo di queste pagine. Notate la musicalità di ogni parola, di ogni frase, di ogni paragrafo. Sembra di udire la voce dell’autore. Ci si ritrova fisicamente in questo groviglio di corpi, in un delirio soffocante.

Nulla ha più senso, persino la punteggiatura può essere usato al servizio del ritmo del testo.

Questo succede, appunto, quando si ha la totale padronanza della propria voce autoriale.

Montesano può fare quello che vuole, perché il risultato è bellezza che trascina, una scrittura visiva, sensoriale, viva; come succede con Saramago.

Questa consapevolezza della propria voce, del proprio registro, fa sì che Montesano possa rendere visibile l’assurdo, fluido, esilarante ma al tempo stesso drammatico nel suo mostrare con spietato cinismo una realtà dove nulla, al di fuori di se stessi, ha valore.

Questi due divertentissimi estratti ne sono l’esempio lampante.

Arrivarono due amici a trovarci, con la scusa del lavoro, si installarono anche loro nella stanzetta.

In quattro si cercava di fare conversazione, lì era l’unica parte delle casa dove faceva un poco caldo. Il bagno era impraticabile, la cucina buia, intanfita di scatole di sardine, di tonno soffritto, di pentole lavate male, una volta alla settimana, al mese.

Le conversazioni erano monotone, non molto varie… La ventosa delle donne… Perché Dio ci aveva creati… Si discuteva fino all’alba sui pezzetti di spazio di Cartesio… Il linguaggio parla… Ma le donne: sono indispensabili? Cetero si disinteressava, suonava la tromba. Cominciavamo ad abituarci. A tutte le ore! Interveniva nella discussione solo per chiamarci materialisti! Porci! Io sono puro spirito, diceva.

Cominciò a finire la pasta, e le scatolette. Si tirava avanti, Cetero si afflosciava, sussurrava: sono puro spirito! Suonava la tromba con meno energia, cercava di precederci, di notte si apriva le scatolette, con i biscotti faceva intrugli immangiabili, li divorava. Uscivamo ogni tanto per comprare qualcosa, a piedi, a due chilometri dal centro. Zazzo imprecava ma ci veniva, anche Lamiento ci veniva. Era l’alternativa: o uscire o morire di fame, non c’era molta scelta. Aspettavamo la primavera.

L’idea venne a Zazzo, forse. Cominciammo a comprare delle pillole dimagranti: costano poco, diceva.

«Ti danno un senso di pienezza, di sazietà. Una al giorno e non hai bisogno di mangiare! Alterniamo, un giorno si mangia e due si va con le pillole».

«Sì… possiamo farcela, così… si risparmia».

Lamiento si interessava, eravamo tutti un po’ affascinati.

Ne venivano di idee a Zazzo! Cetero si ostinava a stare zitto, non sopportava che l’idea fosse venuta a Zazzo. Era sdegnoso, superbo. Un puro spirito non scende a queste ridicolaggini, diceva. Si rimetteva alla tromba. Cominciammo a farci la nostra colazione di Monderal, una pilloletta minuscola. Era vero! Ti sentivi sazio, quasi gonfio. Il mangiare ti faceva schifo, addirittura. Una mattina Cetero uscì dal silenzio, fece un discorso, se ne mangiò una. Aveva ceduto, non c’erano più biscotti…

Ma le Monderal davano anche una svegliezza, una lucidità acuta. Le discussioni diventarono generali, ad libitum, si ricominciava ogni volta da capo, dall’origine. Insoddisfatti, causidici, argomentativi: Cos’è la materia? Che cosa è il nulla? Cos’è il cos’è? E cosa, cos’è? E l’è? Il supremo è, è?

Ci si ingegnava in questioni ardue, teologiche: Adamo aveva i denti guasti? La mela, di che razza era? E la fisica, l’universo, la donna! Quali sono le posizioni migliori? Qui le divergenze diventavano irreparabili! Ognuno cercava di difendere la sua teoria, mostrava le posizioni. Ci contorcevamo, figure mostruose, nella stanzetta, in quattro. Nessuno era d’accordo! Su niente… Ma sulle posizioni era guerra! Il Kamasutra era una bambocciata… il Tao dell’amore uno scherzo! De Sade uno rimasto alla preistoria…

Si ragionava con coerenza, metodici. Se le mosche pensano… Se c’è un linguaggio delle cose… Se il culo sia più afrodisiaco della vagina… La funzione del pene, la più adatta, la forma perfetta!… Il movimento, il Tempo, i Buchi Neri… Il clitoride, la lingua originaria… Se l’ideogramma è meglio dell’alfabeto, se le negre hanno più resistenza delle bianche, le brune delle bionde… Chi ha inventato il preservativo… Perché c’è l’essere e non, invece, il niente… Cosa significa pensare… La Civilità, l’industrializzazione, la Religione… Se la Storia è ciclica, l’eterno ritorno, il sonetto… La granulosità dei capezzoli, la vulva depilata, colorata… La donna calva… I collant, Kant, il reggicalze, mutande nere o rosa?… L’immane forza del negativo, il tode ti… La briscola, lo scopone, le scopate… La morte, la fine, la famiglia, la cucina, Platone!

E ancora…

L’uomo si rimise a parlare:

«Sono frastornato, scusatemi! Non vi annoierò con altri particolari, ma a diciotto anni sono stato… sì, sono stato violentato da sei negre, per una giornata intera, fino al tramonto… A diciassette anni fu mia madre che mi stuprò, poi si servì mia sorella, anche la nonna non disdegnò di approfittare! A quindici avevo conosciuto il mio simile. Andavo in palestra, per fare i muscoli. Ventiquattro culturisti mi sequestrarono, mi costrinsero a atti innominabili… Perché continuare? Perché rinnovare questo dolore inconsolabile?»

Era epico! La gente ora pendeva dalla sua bocca, lo guardavano ipnotizzati…

«È un lungo calvario! Mio nonno e mio padre buonanima avevano già usato la mia persona, non mi ricordo che età avessi… Anche il salumiere dove andavo a fare la spesa mi sequestrava per un quarto d’ora nel suo bagno. E il tabaccaio? E sua moglie? Facevano a turno. Io non mi ci raccapezzavo! Loro avevano un’agendina su cui c’era segnato il turno, la moglie però lo ingannava, mi preferiva. A casa mia ero il trastullo dei miei fratelli, mia sorella cominciò a chiamare le sue amiche… avevo le dita estenuate, la lingua tumefatta a furia di leccare… il mio… il mio… sì… l’organo…»

Si indicava col dito, era pudico, per niente esibizionista. Un cenno, appena.

«In quanti modi è stato macerato, inzuppato, tenuto a mollo, strizzato! Cominciai a soffrire di disturbi della personalità. Chi ero? Io era lui? E lui? Nei momenti di riposo mi domandavo queste cose. A scuola me la cavavo, miracolosamente. Mi aiutarono le maestre, fin dall’asilo. Mi portavano a casa, a letto con loro, ero piccolo… Mi insegnavano tutto! L’alfabeto, a contare, a non fare il timido, dicevano… Fai così… ecco… ecco, ah, bravo! Mi davano le caramelle… A tredici anni fui violentato da un’intera classe, una classe mista. Chiusero la porta, non mi lasciavano più, avevano complici i bidelli, e anche loro, nei ritagli di tempo… Mi sono chiesto tante volte perché. Nessuna risposta! Il mio psicanalista fa risalire ogni cosa all’infanzia, mi dice che avevo una balia che era uomo, e mi allattava a modo suo. Io non ricordo, ma lui è sicuro, mi evoca l’infanzia, mi spiega come faceva la balia-balio, e minuzioso, realistico! Non tralascia nessun particolare! Mi fa capire, fa la balia, io l’infante, devo poppare… Negli ultimi mesi ha aumentato il prezzo delle sedute, forse lo cambierò, ho già cambiato uno psicoanalista donna, entrava in trance, ci dondolavamo nudi, aveva sessant’anni, mi dominava…

Si fece silenzio. Si vedeva che evocare quella vita gli faceva male, la ferita era aperta, sanguinava. Ero commosso, schiacciato! La vita, ah! Eccola! Mi sommergeva, rompeva i ritegni, sì! Quella era la vita! Realtà! Verità! Esperienza vissuta!

«Guardami, un relitto, ero un relitto… Cercavo fine ai miei mali presso il Signore, in Chiesa ero assiduo, un chierichetto accanito. Quando mi confessavo, don Tazza mi faceva entrare nel confessionale, si approfittava di me, cadevano tutti gli ideali… Alla Cresima fui mandato dal Vescovo, ormai me l’aspettavo, era la routine. Il Vescovo fu esigente! Mi considerò inesperto, quasi mi picchiava! Era deluso. Più tardi al partito fu lo stesso, e al lavoro, alla catena di montaggio… Organizzavano i turni, i giorni per il reparto femminile e per quello maschile…»

Fece un’altra pausa, stringeva i pugni:

«Solo lei! Lei sola mia ha salvato! Dove sarei finito? Ormai mendicavo. Ero ridotto all’elemosina. Quelli che passavano a volte, di sera… Camionisti, poliziotti, nottambuli, si servivano su di me, mi rubavano le elemosine… Venivano anche le prostitute, mi picchiavano, loro almeno si limitavano a picchiarmi. Ma è arrivata lei, lei! Ora sono contento. Lei non mi fa mancare niente, mi organizza le sere, non un ritmo insostenibile, no, con misura, con equità. Ci amiamo, questo è molto bello! E ci sposeremo. Risparmiamo per la casa, i mobili. Ho uno scopo, lavoro con piacere, ogni sera, finalmente ho un posto nella società anch’io».

Il successo fu strepitoso! Cominciò un arrembaggio al palco, si vedevano bigliettini, matite, penne, numeri di telefono. Si sentiva gridare… Quanto? A che ora?… Va bene… Telefonerò… Sì! Certo…

Senza più soffermarsi sulla grandezza della voce autoriale, l’intensità del ritmo e la lingua dotta ma perfettamente amalgamata in un contesto basso, notate come quest’ultimo estratto fa il verso a una società dove persino la sofferenza è diventata mercificazione, oggetto di spettacolo, addirittura usata per apparire fra la massa.

Poeti, artisti, comunità, filosofi: non è risparmiato niente e nessuno. Montesano dissacra ogni ipocrisia senza fare morali, senza porsi sul palco, ma ridicolizzando un teatrino sociale in cui tutti si credono grandi, profondi, dei geni, come fa anche in quest’ultimo breve estratto.

Tu devi apprendere, Gombro, sei un ingenuo! Depersonalizzarsi, questa è la via! Abbandona le spoglie secche del tuo Io, non lasciarti divorare da lui… Ricordati che il corpo non è tuo, niente è tuo! E così tutto ti apparterrà…»

Citava Maestro Eckhart:

«Beati i poveri di spirito, quelli che rinunciano a volere, che sono assetati del vuoto…»

Mi portava ad esempio la Beata Angela da Foligno, Maria Maddalena de’ Pazzi, il grande Joshua. Istituiva collegamenti davvero stordenti! Mi trascinava nei segreti della possessione, del dominio, mi schiudeva le letture esoteriche dei vangeli, Porfirio, le rivelazioni di Santa Teresa D’Avila:

«Devi piegarti Gombro! Devi capire che la virtù è il contrario di quello che hai sempre pensato! Sei troppo intellettuale, non riuscirai mai ad elevarti».

Io mi sentivo afferrato, strascinato, sbriciolato. Mi citava passi dalle Upanisad vediche, per sostenere le sue tesi. Poi a volte si fermava, mi guardava come si guarda un’idiota, diceva sospirando:

«Toglimi il nero da sotto le unghie, ma piano».

Credo non ci sia altro da aggiungere se non: cercate questo meraviglioso libro, riderete da morire, gusterete la grandezza letteraria di Montesano e rifletterete sull’ipocrisia della nostra era.

Ci siamo dilungati, ma ne valeva la pena.

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