Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

A dire il vero, vista l’attuale situazione che coinvolge tutti, l’intero mondo, volevo evitare di scrivere un articolo su questo romanzo letto anni fa, uno dei pochi che mi ha davvero angosciato, ma infine ho sentito di doverlo fare.

Il compito di un narratore – si spera – è quello di trasfigurare una parte di sé e donarla a una storia. Non deve mai apparire, eppure il proprio vissuto deve essere carne e sangue sulle pagine. Non deve mai giudicare il proprio tempo, eppure tramite il vissuto dei propri personaggi deve mostrarlo crudamente, lasciando che ogni critica sociale venga dal loro vissuto, non dalle proprie ideologie.

Oggi, invece, il realismo è talmente abusato da non essere più realismo, non certo quello de Gli indifferenti di Moravia. Oggi il realismo è costruito a tavolino da chi regge il mercato editoriale, dalle lobby delle classifiche, dal gruppo di amici sempre pronto a mostrarsi a ogni festival e vincere premi.

Ma ora di festival non ce ne sono, e forse non ce ne saranno per mesi. Ed è probabilmente per questo che oggi, in questo preciso momento storico in cui l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia a livello globale, fa così paura parlare di realismo?

Un virus quando si scatena non lo manipoli, per quanto lo si cerchi di fare a livello mediatico o politico. Un virus si è moltiplicato prima che lo si riesca ad afferrare. Quando ne si capisce la struttura genetica ha già infettato decine di migliaia di persone.

Un virus non è l’argomento del giorno su cui scrivere un romanzo con tanto di morale, come piace al popolino, né ha quel pizzico agrodolce che va tanto bene per una futura Fiction televisiva. Quando si parla di un’epidemia, a meno che non si voglia cadere nel ritrito distopico e nella storia con l’eroe di turno che salva tutti rischiando la vita, non c’è molto da manipolare. Non si può sfruttare la corrente di una moda, perché nessuno lo vuole un virus. Non si può descrivere una realtà dura e al contempo piena di fascino, perché in una malattia non c’è attrattiva. Non si può descriverne la malvagità e restare fedeli, perché la bestialità di una pandemia risveglia un male più grande di quello di un virus: la crudeltà dell’uomo!

Credo che dopo l’opera del Maestro José Saramago, Cecità, uscita dapprima in Italia nel 1996 con Einaudi, successivamente con Feltrinelli nel 2010, non c’è molto altro da dire su cosa potrebbe causare una pandemia globale sul genere umano, di quelle più dirette e meno subdole del COV- 19. Saramago credo sia riuscito a mettere un punto definitivo a questo argomento. Non che non ci sia altro da scrivere, non che non si possa scrivere altro, ma lui, almeno a mio dire, con Cecità ha condotto l’uomo al punto massimo di non ritorno: quello della bestia! E della bestia che non conserva neppure un aspetto selvaggiamente regale, ma una bestia putrida, sporca, violenta, aggressiva, dominatrice, pronta a divorare tutto.

Perché in Cecità la pandemia è solo il modo per mostrare un virus più grande, un virus che oggi, probabilmente, ha già infettato tanti di noi prima ancora del COV-19 e senza che ce ne rendessimo conto, anzi, quasi inconsciamente accogliendolo.

Saramago, nato nel 1922 ad Azinhaga da umile famiglia di Lisbona, e morto nel 2010 a Tìas, riconobbe il riconoscimento internazionale come scrittore solo negli anni novanta, ma non dopo una vita travagliata passata fra il mondo editoriale, il regime portoghese, gli anni del comunismo e poi quelli dell’anarchia, fino a giungere nel 1998 al Premio Nobel per la Letteratura dove, durante la premiazione, asserì: «L’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto non era in grado né di leggere né di scrivere».

È infanti c’entrata sull’uomo l’intera opera di Saramago, e forse più di tutti i suoi capolavori a racchiudere la natura umana sono Il vangelo secondo Gesù Cristo, portato qui in Italia da Einaudi nel 1998, e poi appunto Cecità.

La natura umana dipinta nella propria miseria, nella propria cattiveria, ma anche nella propria bontà. Sfumature, tratteggi così difficili da scorgere nel nostro tempo in cui tutto è bianco o è nero, o soltanto indefinito.

Lui ci riesce, e come lo fa? Ci distoglie con una veloce ma sapiente manata dalla verità. Usa un diversivo, un camuffamento, come appunto fa un virus. Penetra in noi silente, portando la nostra attenzione su una cosa, ma intanto fa altro: infetta il sangue, entra in ogni nostro più singolo capillare, e noi avvertiamo che c’è, ma non lo comprendiamo, però lo sentiamo e abbiamo paura perché la sua presenza ci genera malessere, la consapevolezza di una malattia che non vogliamo vedere, ciechi come siamo.

È giusto dire, come mai ho fatto in altri articoli, alcune cose che sto vivendo in questo particolare momento, e farlo solo per rendere giustizia al Maestro Saramago, visto che non potrò riportare molte bellissime parti del suo libro, o vi rovinerei la lettura.

Come sto passando la mia quarantena? A casa, come faccio quasi sempre, fra libri da leggere, appunti, romanzi e racconti da scrivere, cose già scritte da rivedere e la mia carriera (iellata) editoriale da seguire, per quel che questo virus resta a noi scrittori non parte della famosa lobby. Eppure anche per me tutto è cambiato, e non parlo solo per le volgarità che sento dalle persone restate a casa, né dall’inciviltà che ancora pervade in strada, né tanto meno dai bimbi minkia che scrivono di tutto su Facebook, come se quest’epidemia fosse un gioco, o loro fossero i virologhi di turno.

No, lo avverto da qualcosa che respiro nell’aria: questo virus ci ha mostrato quanto siamo deboli.

Attenzione, non parlo di GomBlotti o roba del genere, e lungi da me mostrare l’umanità piegata dinnanzi a un virus.

Quello che però ha mostrato il COV-19, senza ombra di dubbio, è quanto noi esseri umani siamo ormai una società di piccole isole.

Ognuno pensa a se stesso. Nessuno si fa problemi ad affollare le strade, come altri non si preoccupano di complicare le cose con il proprio eccessivo panico.

Tutti nell’epidemia pensano a una cosa: a se stessi.

Si razziano supermercati, si resta in strada incuranti di chi si potrebbe contagiare, si va nel pallone anche a costo di creare una vera situazione di pericolo.

Questo virus ci ha mostrato una grande verità, ossia che siamo egoisti, fissi su noi stessi, come un ragazzino che guarda quanti Like gli mettono su un post su Facebook.

E se in questo delirio il solo modo per sopravvivere fosse stare insieme?

È proprio questa la provocazione di Saramago, perché in Cecità non ci sono eroi, ma gente spaventata che si tiene per mano perché sa di non poter fare altrimenti. Persone che devono affrontare prima i propri demoni, poi quelli degli altri. E se qualcuno lascia la mano dell’altro è perduto, va nel panico, si smarrisce nelle proprie brame, spaventato farebbe di tutto per restare vivo, come un animale.

Ma siamo animali? Viviamo solo di istinti, oppure abbiamo una ragione e dei sentimenti?

Il modo in cui Saramago ci conduce in questo tema è non solo magistrale, ma eccelso, e a oggi non credo di aver trovato una tecnica migliore per suscitare angoscia e curiosità.

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale perdonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero asfalto, non c’è niente che somiglia meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustrata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima fila di mezzo è ferma, deve esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria all’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro al parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso loro, da un lato, da un altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, apre uno sportello, Sono cieco.

Perché tante descrizioni precise della strada? L’avete capito?

Dove siamo? Siamo in una strada solitamente trafficata, come quelle in cui ci siamo trovati tante volte.

Attendiamo nervosi che scatti il semaforo, facciamo persino ridicole riflessioni, digressioni delle mente, e intanto osserviamo distanti i particolari.

Poi succede qualcosa, improvvisamente, senza preavviso, e tutto si blocca: la circolazione si arresta.

Gente accorre in fretta, è pronta persino a dare una mano, purché la marcia si riprenda. Ma non possono niente, non adesso.

Loro ti vedono, ma non ti sentono urlare; tu li senti urlare, ma non li vedi.

Poi la tremenda verità: sono cieco!

In uno spaccato di vita ordinaria, nel più noioso che si potesse scegliere, Saramago ti piazza un dramma insormontabile.

Sono cieco!

Dapprima si pensava a un guasto meccanico, qualcosa di controllabile, ma la vita non lo è mai. Ed è proprio la vita dell’essere umano che Saramago ci riporta in questa pagina: la sua indifferenza a tutto e a tutti, la logica che ogni uomo persegue, il bisogno di inseguire a ogni costo la propria rotta, e infine l’imprevisto che spazza via tutto: sono cieco!

Nessuno se lo aspettava, ma è successo. Non era previsto, ma è successo. E adesso tutti vanno nel panico. C’è chi dice di chiamare la polizia. Qualcuno aiuta l’uomo, ma in fondo tutti vogliono soltanto ripartire. E anche quando l’uomo, ormai cieco, lascia la strada, ci troviamo immediatamente faccia a faccia con una scioccante, devastante verità che la vicenda di questo individuo ci ha sputato in faccia: potremmo diventare tutti ciechi da un momento a un altro?

Dopo che il cieco è stato condotto a casa, da sua moglie, e poi portato dal medico, ritroviamo l’uomo che lo ha aiutato: un ladro! Uno che ha colto l’accaduto per rubare la macchina al malcapitato.

Ritrovatolo dopo appena due pagine, veniamo colti da una soffocante agitazione.

Succederà?

Il ladro si concentrò sul traffico per impedire che pensieri tanto spaventosi s’impossessassero totalmente del suo anima, sapeva bene di non potersi permettere il minimo errore, la minima distrazione. C’era in giro la polizia, bastava che uno di loro lo fermasse. Prego, patente e libretto, di nuovo la galera, la vita dura. Ce la metteva tutta per rispettare i semafori, in nessun caso passare con il rosso, rispettare il giallo, attendere pazientemente il verde. A un certo punto si accorse di aver cominciato a guardare le luci in un modo che stava diventando ossessivo. Regolò allora la velocità della macchina in maniera da aver sempre davanti un semaforo verde, anche se per riuscirci dovette aumentare velocità o, al contrario, ridurla al punto da irritare i conducenti che procedevano dietro. Infine, disorientato, teso più che poteva, finì per infilare la macchina in una traversa secondaria dove sapeva che semafori non ce n’erano, e la posteggiò quasi senza guardare, in questo ci sapeva proprio fare. Si sentiva sull’orlo di una crisi di nervi, lo aveva pensato con queste precise parole, Mi sa che mi sta venendo una crisi di nervi. Dentro l’automobile gli mancava il respiro. Abbassò i vetri dai due lati, ma l’aria esterna, se si muoveva, non rinfrescava l’atmosfera interna. Cosa faccio, domandò. Il capannone dove avrebbe dovuto portare la macchina era lontano, in una località fuori città, nello stato d’animo in cui si ritrovava non sarebbe mai riuscito ad arrivarci, Mi becca un poliziotto, o mi procuro un incidente, ed è ancora peggio, mormorò. Pensò allora che sarebbe stato meglio uscire per un po’ dall’automobile, rinfrescarsi le idee, Forse mi toglierò la ragnatela dalla testa, via, se quel tizio è diventato cieco non vuol dire che a me succeda lo stesso, non è mica un’influenza che si attacca, ora faccio un giro di palazzo e mi passa. Uscì, non valeva neanche la pena di chiuderla la macchina, in un attimo sarebbe stato di ritorno, e si allontanò.

Ancora non aveva fatto trenta passi e si ritrovò cieco.

Qui siamo a pagina venti dell’edizione Einaudi. Fino a questo evento siamo rimasti concentrati sul primo cieco, però, appena siamo tornati al suo soccorritore abbiamo avvertito subito qualcosa di strano, e quel qualcosa è aumentato parola dopo parola, rigo dopo rigo, paragrafo dopo paragrafo.

Perché mai nel sentire questo individuo, persino poco simpatico, abbiamo temuto sin da subito che anche lui diventasse cieco?

Perché rappresenta la madre di ogni paura: l’incontrollabilità.

Con ciò che accade a quest’uomo il nostro peggior timore prende vita e forma: può succedere a chiunque, senza motivo né preavviso. Un’angoscia che rende sospettosi, paranoici, nel tempo può anche incattivire. Una paura che innesca in ognuno l’istinto della sopravvivenza: una sopravvivenza a ogni costo.

La cecità è per Saramago scusa – e metafora – per dire altro, per mostrare l’uomo in preda alla propria impotenza, spogliato di tutto, ritrovatosi in un mondo in cui non è più padrone.

Avrete di certo notato la stranezza dei dialoghi. Per molti Saramago, nel farlo, ha voluto rendere corale ogni voce, come quelle udite dai ciechi; io credo che ci sia più dell’assenza delle immagini in questa abile mossa dello scrittore, ma l’assenza di un’identità ben precisa. Infatti, se dall’inizio abbiamo pensato che il protagonista fosse il cieco al volante, poi, più avanti, immaginiamo sia il dottore da cui si reca, poi ancora la moglie del medico.

In Cecità un vero protagonista non esiste, ma c’è una comunità, una specie, quella umana. Un unico enorme protagonista che lotta per non tramutarsi in una bestia.

Con la chiarissima consapevolezza di ritrovarsi in un vicolo apparentemente privo di uscita, il medico scosse il capo avvilito e si guardò intorno. La moglie si era già coricata, lui ricordava vagamente che gli si era avvicinata un momento e gli aveva dato un bacio sui capelli, Me ne vado a dormire, doveva aver detto, adesso la casa era silenziosa, sul tavolo i libri sparpagliati, Che cosa sarà, pensò, e all’improvviso ebbe paura, come se anche lui fosse sul punto di diventare cieco un attimo dopo e già lo sapesse. Trattenne il respiro e aspettò. Non successe niente. Successe un minuto dopo, mentre radunava i libri per riporli nella scaffalatura. Prima capì di non vedere più le mani, poi seppe di essere cieco.

Ecco, se prima era solamente velato, qui è dichiarato il vero cardine di questo meraviglioso romanzo: la paura! La paura umana e ciò che essa può scatenare.

Il medico, il dottore, figura reputata forte nella nostra società, è a sua volta malato; e non è un medico qualunque, ma un medico oculista: un medico oculista che diventa cieco.

Se lui che cura gli occhi non sa cosa sta succedendo, se lui che cura gli occhi diventa a sua volta cieco, cosa potremmo mai fare noi?

In una pandemia la paura più grande è appunto l’impotenza. Un virus letale non ha pietà, non ha altra ragione che contagiare esseri umani e, nel farlo, non guarda in faccia a nessuno. È un nemico invisibile che non vedi arrivare. Magari ti ha già colpito, e non lo sai, così come spesso non capisci da dove sia venuto, sai solo che ti ha colpito.

Ma abbiamo detto che questa storia abbraccia l’umanità, non solo pochi sventurati individui. Dunque, immaginiamo il mondo in preda al terrore, anzi, a qualcosa di più spaventoso, all’impotenza dinnanzi al terrore.

D’accordo, il contagio non è dimostrato, ma qui non è che è diventato cieco lui e sono diventato cieco io, ciascuno a casa propria, senza esserci visti, l’uomo mi si è presentato cieco per una visita e io sono diventato cieco poche ore dopo, Come faremo a ritrovarlo, Ho il nome e l’indirizzo all’ambulatorio, Manderò qualcuno immediatamente, Un medico, Sì, un collega, chiaro, Non le sembra che dovremmo comunicare al ministero cosa sta capitando, Per il momento lo trovo prematuro, pensi all’allarme che causerebbe una notizia del genere, per Dio, la cecità mica si attacca, Neanche la morte si attacca, e ciò nonostante moriamo tutti, Beh, se ne stia a casa mentre mi occupo della faccenda, poi la manderò a prendere, voglio vederla, Si ricordi che se sono cieco è per aver visitato un cieco, La certezza non c’è, Ma c’è, quanto meno, una buona supposizione di causa ed effetto, Senza dubbio, tuttavia è ancora troppo presto per trarre conclusioni, due casi isolati non hanno alcun significato statistico, A meno che a questo punto non siamo già a più di due, Capisco il suo stato d’animo, ma dobbiamo pur difenderci da pessimismi che possono rivelarsi infondati.

Alla luce dei giorni nostri, nel leggere questa parte mi chiedo se l’uomo, ossia il collega del medico cieco, stia cercando di proteggere il popolo oppure lo stile di vita a cui lui e tutti sono abituati? La comune tranquillità intesa come rispetto della comune condizione di vita.

Quando qui in Italia, solo ventitré giorni fa, abbiamo avuto il primo caso di COV-19 le autorità hanno preso alla leggera la cosa, e così come loro, con loro, la popolazione. Eppure avevamo l’esempio di Wuhan. Sapevamo di cosa fosse capace il virus, della sua rapidità di contagio, ma nonostante ciò abbiamo continuato a nasconderci dietro a dei dubbi, abbiamo continuato a non credere che stesse davvero accadendo, a difendere con ogni stupida supposizione non la vita umana, ma le nostre abitudini: le nostre certezze! Quello stile di vita che non è la vita stessa, ma cui senza ci sentiamo sprofondare nel buio, nell’impotenza.

A oggi, dopo oltre ventimila casi e più di mille morti, c’è ancora chi ragiona così, e lo fa perché non vuole rinunciare alla propria quotidianità. Ma quando in un giorno gli infetti aumentano di tremila persone, c’è ancora da dubitare?

Ovviamente non sto usando questo capolavoro per spiegare la nostra attuale situazione, ci mancherebbe, e spero voi l’abbiate capito; sto usando la nostra attuale situazione per rendere reale e concreta la vicenda narrata da Saramago. Perché c’è una cosa che accomuna ogni pandemia: la paura, e ciò che essa scatena fra gli uomini.

L’idea era uscita dalla testa del ministro in persona. Era, da qualsiasi lato la si esaminasse, un’idea felice, se non perfetta, sia per quanto riguardava gli aspetti meramente sanitari del caso sia per le implicazioni sociali e le conseguenze politiche. Finché non si fossero appurate le cause o, per usare un linguaggio adeguato, l’eziologia del mal bianco, come, grazie all’ispirazione di un assessore fantasioso, l’indecorosa cecità aveva cominciato a essere designata, finché non si fossero trovate la terapia e la cura e chissà, magari un vaccino per prevenire l’insorgenza di casi futuri, tutte le persone che erano diventate cieche, nonché quelle che vi fossero state in contatto fisico o in vicinanza diretta, sarebbero state radunate e isolate, in modo da evitare ulteriori contagi, i quali, nel verificarsi, si sarebbero moltiplicati più o meno secondo ciò che matematicamente si suole denominare come progressione geometrica. Quod erat demonstrandum, concluse il ministro. In parole alla portata di tutti, si trattava in sostanza di mettere in quarantena tutta quella gente, secondo l’antica prassi ereditata dai tempi del colera e della febbre gialla, quando le imbarcazioni contaminate o solo sospette di infezione dovevano rimanere al largo per quaranta giorni, vediamo come va. Queste medesime parole, Vediamo come va, intenzionali dal tono, ma sibilline in mancanza di altre, furono pronunciate dal ministro, che in seguito precisò il proprio pensiero, Volevo dire che potrebbero essere quaranta giorni, ma anche quaranta settimane, o quaranta mesi, o quarant’anni, bisogna però che non escano.

Infine opteranno per rinchiudere i ciechi in un ex manicomio.

La paura, come un virus, è qualcosa di democratico, attacca tutti, e tutti reagiscono in base al proprio bagaglio emotivo, culturale, intellettuale, ma anche economico.

Qual è la scelta di base? Preservare noi stessi, senza badare agli altri.

Dapprima, quando magari il problema non ci toccava, almeno non da vicino, era importante che esso non portasse altri, sempre per paura, a ledere le nostre certezza; ma quando il problema comincia a fiatarci sul collo, allora siamo disposti a tutto, e non tanto per fermalo nel nome del comune bene, quanto perché esso non arrivi a distruggere noi.

Diversamente avremmo agito prima, così come non abbiamo fatti ai giorni nostri, così com’è successo nel libro di Saramago.

Il ritardo di una presa di coscienza, o meglio, di una voluta presa di coscienza, ha peggiorato la situazione: una situazione che, lo si capisce, non potrà che precipitare ulteriormente.

In quel momento si udì una voce forte e secca, voce di qualcuno che, dal tono, sembrava abituato a dare ordini. Veniva da un altoparlante fissato sopra la porta da cui erano entrati. Fu pronunciata tre volte la parola Attenzione, poi la voce attaccò, Al Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare energicamente quello che considera suo diritto e suo dovere, proteggere con tutti i mezzi la popolazione nella crisi che stiamo attraversando, quando sembra si verifichi qualcosa di simile a una violenta epidemia di cecità, provvisoriamente designata come mal bianco, e desidererebbe poter contare sul senso civico e la collaborazione di tutti i cittadini per bloccare il propagarsi del contagio, nell’ipotesi che di contagio si tratti, nell’ipotesi che non ci si trovi unicamente davanti a una serie di coincidenze ora inspiegabili. La decisione di riunire in uno stesso luogo tutte le persone colpite e, in un luogo prossimo, ma separato, quelle che con esse abbiano avuto qualche tipo di contatto, non è stata presa senza seria ponderazione. Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che assumano anch’essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro responsabilità, pensando anche che l’isolamento in cui ora si trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto di solidarietà verso il resto della comunità nazionale.

E subito dopo seguono regole dure e severe.

Incredibile quanto questo discorso sia attuale, vero? Sembra di udire uno dei nostri ministri, magari qualcuno ascoltato qualche giorno fa in diretta Facebook.

Di certo è ben evidente il palese rancore di Saramago verso il regime del proprio tempo, ma la cosa affascinante, seppur terrificante, è appunto che le parole da lui utilizzate potrebbero benissimo essere state dette da un politico dei giorni nostri.

Un assassino non si dichiara mai colpevole. Un carnefice spesso non crede neppure di esserlo. Il Governo agisce nel bene del cittadino. Che importa se ha sbagliato, che importa se non è intervenuto prima, lo sta facendo adesso, e coloro che ne fanno le spese devono capire che si tratta di una misura a favore dell’intera nazione, qualcosa che il Governo non può evitare di fare.

Ecco la paura a cosa spinge.

Chiaro che, come precedentemente detto, se il fine fosse stato preservare la nazione, e non se stessi e la propria quiete, l’azione sarebbe stata immediata; il punto qui è come il Governo tenda a deresponsabilizzare se stesso responsabilizzando il cittadino, in questo caso il malato.

Certo, nel caso nostro, e nel libro di Saramago, di sicuro una tale azione, seppur tardiva, risulta necessaria, ma perché queste chiacchiere? Per lavarsi la coscienza? Per fingere che tutto stia andando bene?

Io credo che quando l’essere umano ha paura può diventare come una bestia, e quando ha del potere fra le mani questa bestialità è pericolosa. Infatti l’isolamento, man mano che la situazione degenererà, diventerà prigionia, poi martirio, infine lotta in cui il Governo si vedrà bene di entrare.

I soldati, pressati da ciò che succede all’esterno, si tramuteranno in carnefici. I ciechi, a centinaia, ridotti come animali, si faranno guerra fra loro. La paura condurrà tutti a un solo atavico desiderio: sopravvivere! E nel farlo schiacciare tutto.

Vi riporto un ultimo estratto, giusto per mostrarvi con le parole di Saramago a cosa la paura può condurre.

Ma adesso, con le brande tutte occupate, e sono duecentoquaranta, senza contare i ciechi che dormono a terra, non c’è immaginazione, per quanto fertile e creativa in paragoni, immagini e metafore, che possa descrivere con proprietà la distesa di schifezza che c’è qua dentro. Non è solo lo stato in cui si sono rapidamente ridotti i cessi, antri fetidi, come probabilmente saranno all’inferno le fogne delle anima dannate, ma è anche la mancanza di rispetto di alcuni e l’improvvisa urgenza di altri che, in pochissimo tempo, ha trasformato i corridoi e gli altri posti di passaggio in gabinetti che inizialmente erano occasionali e ormai sono diventati abituali. I negligenti o i pressati pensavano, Non ha importanza, nessuno mi vede, e non andavano oltre. Quando divenne impossibile, in ogni senso, arrivare fino ai cessi, i ciechi presero a usare il recinto come posto per tutti gli sfoghi e le decomposizioni corporali. Quelli che, per natura o per educazione, erano delicati, si trattenevano tutto il santissimo giorno, resistevano come potevano in attesa della notte, si presumeva che lo fosse quando nelle camerate c’era più gente a dormire, e allora, tenendosi la pancia o stringendo le gambe, andavano in cerca di tre palmi di pavimento pulito, ammesso che ci fossero in quella sorta di moquette fatta di escrementi mille volte calpestati, e col pericolo, per giunta, di perdersi nello spazio infinito del recinto, dove non esistevano altri segnali di orientamento se non quei pochi alberi i cui tronchi erano riusciti a sopravvivere alla mania di sopralluogo dei pazzi di un tempo, e poi quei monticelli, ormai quasi spianati, che a stento coprivano i morti. Una volta al giorno, sempre nel tardo pomeriggio, come una sveglia regolata sullo stesso orario, la voce dell’altoparlante ripeteva le note istruzioni e proibizioni, insisteva sui vantaggi di un uso regolare dei prodotti di pulizia, rammentava l’esistenza di un telefono in ogni camerata per richiedere rifornimenti necessari, quando mancavano, ma quello di cui lì ci sarebbe stato veramente bisogno era un potente getto d’idrante che mandasse via tutta la merda, seguito da uno squadrone di idraulici che venissero a riparare gli sciacquoni, che li facessero funzionare, e poi acqua, tanta acqua, per mandare nelle fognature quello che ci sarebbe dovuto andare, e poi, per favore, un paio di occhi, dei semplici occhi, una mano capace di condurci e guidarci, una voce che mi dica, Per di qua.

Se a questi ciechi non gli diamo una mano, non tarderanno a trasformarsi in animali, o peggio, in animali ciechi.

Ecco, questa scena, vi assicuro, non è che la punta dell’iceberg, perché il peggio deve ancora arrivare.

La paura porta ad autodifendersi, è ovvio, ma giustifica condannare altri? Magari tante persone. E questa paura può dimorare nell’animo di chi ci governa? Non una paura giusta, quella che ci tiene in guardia dal pericolo, ma la paura egoistica di chi vuole il proprio bene anche a discapito della vita altrui.

I ciechi aumenteranno, e andrà sempre peggio: le cose peggioreranno dentro e fuori dalla quarantena, perché quando è la paura a regnare, tutti si tramutano in animali, fanno scelte sbagliate, diventano cattivi, agguantano ciò che possono e usano tutto ciò che gli capita a tiro.

Questo succede all’apice di una pandemia. Ma non è di una pandemia che Saramago ci parla, né di una malattia, lui ci mostra quanto possa diventare spietata e cadere in basso la natura umana se la lasciamo fare.

Eppure, in tanto orrore, ci fa seguire un minuscolo gruppo di persone che ancora si tiene per mano e va avanti verso la speranza di vivere, non soltanto di sopravvivere.

Questo libro, in questo nostro preciso periodo storico, è stato definito da alcuni profetico. Beh, io credo che non lo sia affatto, perché, come detto, Saramago non ci parla semplicemente di un’epidemia, come nel più banale testo distopico, ma del cuore dell’essere umano, e quello non cambia, è lo stesse da sempre, dal suo primo battito.

Dobbiamo ancora imparare a usarlo bene.

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