Ma tu hai letto I miserabili?

A mio dire non si può parlare di libri senza menzionare obbligatoriamente I miserabili, capolavoro di Victor Hugo che ha visto la sua prima pubblicazione nel 1862: un romanzo che ha vissuto ben quindici anni di gestazione.

Spesso quando incappo in qualche scrittore che, seppur emergente o addirittura esordiente, mostra una grande presunzione, amo (appunto) chiedergli: «Ma tu hai letto I miserabili?»

Una battuta, certo, ma che fa emergere una triste e assurda realtà: molti novelli scrittori non leggono, o non hanno letto i classici della letteratura.

Ma non voglio soffermarmi su questo aspetto, non ora, almeno; questa parentesi era necessaria per dire quanto sia fondamentale la lettura de I miserabili, non solo perché è uno dei più grandi capolavori della letteratura, ma perché è una vera Bibbia da cui attingere per la gestione dei personaggi e l’intreccio della trama; o meglio, nel caso del suddetto libro, le trame.

La storia, ambientata dal 1815 al 1832, ha come protagonista Jean Valjean, un ex forzato che ritorna in libertà dopo essere stato condannato a vent’anni di lavori forzati solo per aver rubato del cibo. Eppure alle vicende di Jean Valjean si intrecciano le esistenze di numerosi personaggi, al punto da creare diverse trame nella trama principale: la redenzione di Jean Valjean.

All’inizio del romanzo, infatti, non è Jean Valjean che vediamo, bensì Monseigneur Myriel, vescovo di Digne.

Ora, non è tanto la lunga descrizione del vescovo, della sua vita e delle sue abitudini a farci credere inizialmente che sia lui il protagonista, quanto la capacità di Hugo di rendere vivo Monseigneur Myriel, caratterizzato, al punto che noi lettori ce ne affezioniamo.

Invece il vescovo è soltanto il mentore che porterà Jean Valjean nel suo viaggio; una raffinatezza tipica di Hugo che vedremo anche nel capolavoro L’Uomo che ride, di cui parleremo.

È appunto la carità del vescovo a condurre Jean Valjean a una vita di redenzione. Giunto a Montreuil-sur-Mer, non con poche fatiche, grazie alla propria intelligenza, forza fisica e determinazione, da ex forzato diventerà uno stimato e generoso proprietario di fabbrica, benvoluto da tutti e conosciuto con il nome di Monsieur Madeleine.

Alle vicende di Jean Valjean si intrecciano subito le sorti di Fantine, un giovane dama parigina abbandonata dal suo amante e che, incinta, scappa a Montreuil-sur-Mer dopo aver affidato la sua bambina, Cosette, ai Thénardier, una subdola coppia di locandieri da lei incontrati a Montfermeil.

Fantine, vittima della gelosia di una vecchia, viene cacciata dalla fabbrica di Madeleine, convinta che la colpa sia appunto del padrone.

Scivola sempre più in basso, ignorando che in realtà i Thénardier, a cui continua a mandare dei soldi per Cosette, sfruttano la bambina come loro serva.

Deturpata nell’aspetto, costretta alla prostituzione e ammalata, Fatine viene salvata dalla galera proprio da Madeline che sfida il temibile e zelante ispettore Javert, irreprensibile tutore della legge che già tempo addietro sospettava dell’identità di Madeleine.

La morte di Fantine porta Jean Valjean a ricercare la piccola Cosette, sentendosi in obbligo nei confronti della madre. Strappatala via ai Thénardier, grazie a una somma di denaro, cresce la bambina coma sua figlia, e al tempo stesso fugge da Javert, ora a conoscenza della sua vera identità.

Ovviamente sto riassumendo molto, ma davvero molto, per non togliere il gusto della lettura a chi ancora non ha letto questo capolavoro, limitandomi a narrare alcuni punti salienti al fine di farvi capire quante svolte e intrecci sono presenti ne I miserabili.

Ma non è niente ancora.

Abbiamo detto che la storia si svolge dal 1815 al 1832, ossia dal periodo della Francia della Restaurazione post-napoleonica alla rivolta antimonarchica. Qui infatti si svolgono le vicende di un gruppo di giovani studenti rivoluzionari parigini, fra cui Marius Pontmercy, giovane di buona famiglia che, dopo mla morte di suo padre, un colonello, viene cresciuto dal nonno materno, ma adulto scappa via a Parigi proprio a causa delle idee monarchiche del vecchio.

Nella stessa città Jean Valjean vive con Cosette, ora chiamato Ultime Fauchelevent, cognome di un cittadino di Montreuil-sur-Mer da lui in passato aiutato e che, a sua volta ha aiutato Jean Valjean e Cosette a nascondersi per anni in un convento.

Fra i giovani nasce l’amore, ma Javert è ancora sulle tracce di Jean Valjean; come se non bastasse i Thénardier, caduti in miseria, si sono trasferiti a Parigi dove vivono grazie a piccoli furti, truffe e l’elemosina chiesta dai loro numerosi figli.

In un loro raggiro cede proprio Jean Valjean e, riconosciuto dal vecchio Thénardier, rischia prima la vita, poi la cattura da parte di Javert.

Persino due dei figli dei Thénardier avranno un ruolo fondamentale nella tessitura della trama: la diciottenne Éponine, innamorata segretamente di Marius, e il piccolo Gavroche, che diventerà uno dei “monelli” che aiutano gli studenti rivoluzionari, e in questo caso appunto Marius.

Fa male la testa, eh?

Mi fermo qui, ma la trama è ben più complessa e articolata di quanto sembri.

Hugo con I miserabili ha creato un vero mondo, un universo di personaggi tutti uniti fra loro e al servizio di un unico disegno.

L’intreccio è una delle cose più difficili in narrativa, infatti oggi sono pochissimi i romanzi con un vero intreccio; non potremmo che imparare da un autore di duecento anni fa.

Altra cosa che Hugo può insegnarci è il ritmo della narrazione, infatti, benché il narratore de I miserabili sia un narratore onnisciente, il ritmo è così calzante da essere in alcuni casi addirittura visivo.  

Altro che Show, don’t tell!

Scrivo di seguito un estratto del libro per farvi capire meglio:

«Giù le armi!»

«Fuoco!» ordinò Enjolras.

Le due detonazioni partirono contemporaneamente e tutto scomparve tra il fumo, fumo acre e soffocante, entro cui si trascinavano con gemiti fiochi e sordi feriti e moribondi. Quando si dissipò, si videro dalle due parti i combattenti, diradati, ma sempre agli stessi posti che ricaricavano le armi in silenzio.

A un tratto si udì una voce tonante, gridare:

«Andatevene o faccio saltare in aria la barricata!»

Tutti si volsero là donde veniva la voce.

Marius entrato nella sala terrena e presovi il barile di polvere, aveva approfittato del fumo e di quella scura caligine che riempiva il recinto trincerato per sgusciare lungo la barricata fino alla chiusura di sassi dov’era fissata la torcia: strapparla, collocarvi il barile di polvere, spingere sotto il mucchio di sassi il barile che si era subito sfondato con una specie di obbedienza terribile, tutto ciò era costato a Marius il tempo di chinarsi e di rialzarsi; e adesso, tutti, guardie nazionali e municipali, ufficiali, soldati, rannicchiati all’altra estremità della barricata, lo guardavano attoniti con il piede sui sassi, la torcia in mano, il volto fiero illuminato da una risolutezza fatale, curvare la fiamma della torcia verso quel mucchio pauroso dove si distingueva il barile sfasciato, mentre lanciava il grido terrificante:

«Andatevene, o faccio saltare la barricata!»

Sulla barricata, dopo l’ottuagenario, Marius era la visione della giovane rivoluzione dopo l’apparizione dell’antica.

«Saltare la barricata!» disse un sergente. «E tu con lei.»

«E io con lei.»

E accostò la torcia al barile di polvere.

Ma sul bastione non c’era ormai più nessuno: gli assalitori lasciando i morti e i feriti, rifluivano alla rinfusa e in disordine verso l’estremità della via e di nuovo vi si perdevano nella notte. Fu un si salvi chi può.

La barricata era sgombra.

Tutto questo è stato scritto circa duecento anni fa, eppure c’è più ritmo di tanti scritti attuali.

Vediamo chiaramente la scena, no?

Ci tengo inoltre a mostrarvi un’altra parte del libro in cui veramente vediamo un dipinto:

Fece così una dozzina di passi, ma la secchia era piena, pesante, ed essa fu costretta a deporla di nuovo per terra: prese fiato un momento, poi sollevò ancora il manico e ricominciò a camminare, questa volta un po’ più a lungo; ma dovette fermarsi ancora. Dopo alcuni secondi di riposo, riprese la via: camminava curva in avanti, a testa bassa, come una vecchia; il peso della secchia tendeva e irrigidiva le sue braccia magre e il manico di ferro finiva per intormentire e di intirizzire le sue manine fradice: di tanto in tanto era costretta a fermarsi e a ogni sosta l’acqua fredda che traboccava dalla secchia le cadeva sulle gambe nude. Tutto ciò avveniva in fondo a un bosco, di notte, in inverno, lontano da ogni occhio umano: era una bimba di otto anni.

Soltanto Dio in quel momento vedeva quella cosa triste.

Che altro dire? Da sola questa piccola scena spiega perché I miserabili è un capolavoro della letteratura e lo sarà in eterno.

Ora non vi resta che leggerlo.

 

 

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