Raccontare l’oggi: da Tolstoj, a Bulgakov, a Kafka fino ai call center.

Ci si chiede spesso come si possa narrare un tempo come il nostro: un tempo fatto di social, lavori meccanici, in cui i contatti umani sembrano sostituiti da uno smartphone. Potremmo dire che nella nostra epoca non ci sia nulla da raccontare, o almeno niente di emozionante come le vicende narrate nei classici.

Oggigiorno non abbiamo, almeno qui in Italia e forse in moltissime parti del mondo, grandi rivoluzioni sociali a far vibrare il cuore dei protagonisti di una storia, e viviamo in una società che, almeno apparentemente, non opprime la libertà di pensiero.

Per metterci in contatto con una persona non dobbiamo necessariamente scrivere una lettera, come facevano Varvara e Makar, né siamo costretti a percorrere immense distanze in carrozza o in treno come Anna Karenina.

L’evoluzione delle tecnologie, sempre più veloce e aggressiva, ha fatto sì che l’uomo possa essere ovunque e con chiunque senza muovere un passo, e questo ovviamente sembra stonare con i grandi classici pieni di lunghi viaggi, relazioni mese a dura prova da eventi e distanze, o l’incomunicabilità che può nascere persino fra persone della stessa famiglia: gente che vive nella stessa casa senza nemmeno capirsi, come nel capolavoro di Kafka “La metamorfosi”, in cui il protagonista, Gregor Samsa, svegliatosi tramutato in un enorme insetto, non riesce più a farsi riconoscere né a comunicare con la propria famiglia.

Persino l’incomunicabilità fra le persone, forse uno dei temi più trattati nei romanzi e nei racconti del novecento, sembra oggi (appunto, sembra) qualcosa che non ci riguardi da vicino, in un mondo dove tutti sono connessi fra loro ventiquattrore su ventiquattro.

Insomma, oggi più che mai l’uomo è un’immensa solitudine nel mezzo di una folla costantemente presente.

Se i classici greci ci mostravano il costante bisogno da parte dei protagonisti di tornare a casa, come nell’Enea o nell’Odissea, nel tempo questo senso di appartenenza a un gruppo è svanito sempre di più, portando i protagonisti delle storie verso una ricerca del , più che del noi.

Però quando sia il che il noi sono racchiusi in un mondo sociale dove le persone sono intrappolate nel proprio egocentrismo, senza muoversi di un passo, diversamente dal doloroso e vivido cammino interiore di Zeno Cosini, cosa ci resta di affascinante da raccontare?

Il conflitto interiore che muove l’uomo moderno, e dunque i protagonisti delle storie, sembra davvero piatto se paragonato a quello dei capolavori dell’ottocento e del novecento.

Ma è davvero così?

I drammi interiori dell’uomo, purtroppo, sono sempre gli stessi: dunque attuali in ogni tempo. Ecco perché ancora oggi ci emozioniamo leggendo libri scritti duecento anni fa.

Pensando a questo argomento, non posso che ricordare il capolavoro di Michail Afanas’evič Bulgakov: “Cuore di cane”. Storia che descrive, e accusa e deride, il nuovo regime sovietico al sorgere del Novaja Ekonomičeskaja Politika: un sistema di riforme economiche durato dal 1921 al 1929 e che, per farla molto breve e non entrare in un terreno difficile, concesse al popolo sovietico una maggiore libertà di iniziativa.

Questo preambolo fa capire da subito il contesto sociale e politico in cui si ambienta la storia: una nuova Russia in cui al popolo viene concessa maggiore libertà, più diritti, e dunque iniziano a sorgere i primi comitati civili in cui spesso si ha l’impressione di vedere vere e proprie lotte di classe da parte dei comuni cittadini nei confronti dei più ricchi.

Tutto ciò è necessario per far comprendere meglio il discorso che stiamo trattando, partendo appunto da Bulgakov che, con un inciso potentissimo, ci mostra da subito il cuore della sua immensa storia: la fame!

Il romanzo inizia appunto mostrandoci il vero protagonista della storia: un cane. Si tratta di un cane randagio, cui in seguito sarà chiamato Pallino (Šarikov), ed essendo Bulgakov un maestro, pone da subito innanzi al lettore il punto di vista di un cane randagio: ciò che muove le sue azioni e come vede il mondo e le persone.

Pallino è un cane che vaga da solo in cerca di cibo, scacciato continuamente da tutti.

Entra in scena gemendo: «Uuuuhhh! Guardatemi sto morendo. La bufera nel portone mi urla il de profundis e io ululo con lei. Sono finito, finito. Un delinquente col berretto sporco, il cuoco della mensa degli impiegati del Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale, mi ha rovesciato addosso dell’acqua bollente, e mi ha bruciato il fianco sinistro. Che bestia! E sì che è un proletario!»

In queste poche righe, pur non essendo noi vissuti nella Russia del 1925, abbiamo un sacco d’informazioni utilissime per capire chi è il protagonista, cosa prova e in quale contesto vive.

Pallino è stato ferito da un cuoco, dunque è ovvio che cercava del cibo: suo obiettivo primario che rincorre anche a costo della vita.

Il cuoco è un servo del potere: lavora per il Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale, e Pallino dice di lui: “E sì che è un proletario!”, come se lo accusasse di essere un povero che tratta male gli stessi poveri: cani che si sbranano fra loro.

Quindi capiamo che Pallino è guidato dal bisogno di cibo, che si lamenta di tutto e si trova in un tempo dove non soltanto i ricchi sono arroganti, ma anche i poveri.

Seguiamo poi Pallino nella sua “giornata tipo” in cui elemento primario è sempre e soltanto il cibo. E starei ore qui a descrivere la maestria utilizzata da Bulgakov nel narrare il crudele e ridondante urlo della fame, ma andiamo avanti.

Pallino, nel suo vagare in cerca di cibo, lamentandosi e ricordando rabbiosamente chiunque l’ha trattato male (lamenti in cui Bulgakov inserisce un numero di sorprendenti accuse verso lo stato sociale di allora), incappa in Filipovič Preobraženskij: grandissimo medico di fama mondiale.

Pallino riconosce subito un padrone in Preobraženskij, nel vederlo dice infatti: «Beh, sì: si tratta proprio di un cittadino, non certo di un compagno; anzi, questo qui è addirittura un signore.»

Ovviamente fa la sola cosa di cui è capace al cospetto dei potenti: implora e si umilia, e lo fa per del cibo.

Preobraženskij lo porta a casa sua. Lo medica, lo ripulisce e gli dà da mangiare.

Per Pallino inizia una nuova vita in un ricchissimo appartamento dove ha ogni confort, cibo in abbondanza, e in cui nessuno gli dà fastidio, anzi, persino la gente che prima lo trattava male inizia a rispettarlo.

Che importa se Preobraženskij è ricco e potente al punto da poter vivere in una casa enorme, mentre altri cittadini vivono i dei buchi. Al medico è concesso tutto, sì, in quanto i suoi studi permettono di mantenere giovani le ricche e potenti persone che si recano da lui.

Bellissimo notare come Pallino, prima di essere accolto in casa Preobraženskij, si lamentava di come a lui non fosse concesso niente, mentre ormai non gli importa di certo della gente che se la passa peggio di lui.

Scoprirà presto che Preobraženskij non l’ha certo salvato per misericordia, ma soltanto per un esperimento: specchio dell’esperimento sociale vissuto nella Russia di quel tempo.

A Pallino vengono impiantati i testicoli e l’ipofisi di un essere umano, e il risultato è sconvolgente.

Pallino si tramuta in un goffo, rozzo e volgare ominide, ma lentamente prende le fattezze di un essere umano. Inizia persino a parlare come un essere umano, a desiderare le cose che desidera un essere umano.

Più scorrono le pagine, più il rapporto fra Pallino e il professor Preobraženskij diventa difficile, a volte persino violento.

Pallino inizia a far di testa sua. Indossa ciò che gli pare, molesta le serve, risponde male al dottore e al suo assistente.

Pretende dei documenti e decide di chiamarsi Poligraf Poligrafovič Pallinov.

Per Pallinov esiste solo Pallinov, il cane che chiedeva l’elemosina è sparito. Finché, stufo della sua arroganza, il professor Preobraženskij lo caccia di casa.

Ed è proprio durante questo avvenimento che vediamo il cuore del conflitto di Pallinov: lui è ancora Pallino.

Quasi in lacrime, debole come un bastardino affamato, quando il dottore lo mette alla porta esclama: «Io non posso rimanere senza cibo. Dove andrò a mangiare?»

Il cuore di cane non è morto. Pur avendo ora in tutto l’aspetto di un essere umano, pur agendo come un essere umano, Pallinov è ancora un cane, ed è pronto a perdere la propria dignità per del cibo.

Infine, dopo altre vicissitudini, il dottor Preobraženskij si vede costretto a trasformarlo nuovamente in un cane.

Pallino non ricorda niente della sua vita da uomo, è solo contento della propria condizione di cane domestico; sta persino meglio di quando era un essere umano dal cuore di cane.

Tanto, ormai di cibo ne ha.

Beh, direi che questa storia è tremendamente attuale e dolorosa, e il conflitto interiore vissuto da Pallino è quello che appartiene a tantissimi, forse troppi di noi; così come attuale è il contesto sociale in cui si muove il protagonista.

Quando lessi la parte in cui Pallino mostra la sua condizione di cane, sospirando: «Io non posso rimanere senza cibo. Dove andrò a mangiare?», mi trovavo nel call center dove lavoravo.

Mi guardai attorno: decine, centinaia di lecchini che sorridevano per un pezzo di pane, e poi subito dopo pronti a fingersi grandi persone su dei social.

Non è quello che ha fatto Pallino?

Che sia un cibo reale o del denaro, anche oggi, come sempre, l’essere umano è pronto a umiliarsi per appagare un proprio bisogno: magari facendo 40 ore di straordinario in un call center soltanto per andare a puttane in Venezuela o a Cuba, oppure indebitandosi per una macchina al di sopra del proprio tenore di vita, o un cellulare da mille euro.

Passiamo la vita a mostrarci come Dio su di un social, ma poi come Pallino ci inchiniamo per un po’ di cibo.

Ecco, Cuore di cane vide la sua prima pubblicazione nel 1925, e a distanza di un secolo è ancora tremendamente attuale.

È passato un secolo, ma la frustrazione e il dolore che ci portiamo dentro non è cambiato, come non è cambiato un mondo dove gli ultimi sono sempre sottomessi ai ricchi e si fanno guerra fra loro per emergere.

Ironico vedere come nello stesso anno nacque dal tedesco Kafka un altro capolavoro in cui c’era una società non dissimile dalla nostra: “Il processo”. Opera di cui parleremo però un’altra volta.

Inoltre, anche se volessimo andare indietro nell’ottocento, nella Russia di Anna Karenina, vedremmo una donna mossa da conflitti atrocemente attuali.

Raramente è il solo bisogno di sesso a portare al tradimento. Spesso il tradimento è il riflesso di una mancanza più profonda: forse la vita stessa.

Anna, giovane, bella, passionale e intelligente è sposata con Aleksei Aleksandrovič Karenin: un uomo più grande di lei, sempre preso dal lavoro, insensibile, viscido e orrendo.

Dunque il tradimento di Anna con Vronskij (non entro troppo nei dettagli) pare da subito non una frivola brama di sesso, quanto il bisogno di avere quella vita a lei negata.

Qualcuno sente suonare un campanellino?

Ma guardiamo anche suo marito, l’odioso Aleksei, un uomo che ci fa ancora più schifo quando, saputo del tradimento di Anna, anziché cacciarla via la costringe a restare con lui, arrivando persino a minacciarla di non fargli vedere più suo figlio, e tutto questo pur di salvare le apparenze di cui vive.

Quante persone abbiamo umiliato pur di mantenere salda la nostra immagine?

Fa quasi tenerezza quest’uomo nel vederlo man mano ridursi a una larva umana, pur di inseguire il suo bisogno di non essere oggetto di uno scandalo.

Ecco, l’essere umano nei suoi conflitti, sogni, dolori, non passerà mai di moda: e così il narrare la vita umana.

Il punto non è il luogo, gli oggetti, le abitudini quotidiane, quanto far sì che il conflitto dei nostri personaggi sia capace di donare qualcosa al lettore.

Persino in Cuore di cane tutto è tremendamente ordinario, e forse allora anche squallido, come per noi leggere una storia di una donna che si connette a Facebook o usa WhatsApp.

Leggiamo di galosce, scarpe, catini, abitudini casalinghe quali indossare le pantofole e altre cose che potrebbero sembrarci banali, ma che invece rispecchiano il vissuto di allora, senza però ledere il fascino della vicenda, né tantomeno il dramma interiore del protagonista.

Beh, siete ancora sicuri che il tempo nostro non abbia niente da dire?

Io non vedo che uomini immersi nello stesso contraddittorio dramma di Pallino, e la stessa società in cui lui viveva.

Le cose cambiano, le città mutano, le abitudini si trasformano, ma l’essere umano resta sempre lo stesso, e così il suo cuore.

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