Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Viviamo in un tempo in cui la lotta per la parità di sesso sfocia spesso in uno scontro Uomo – Donna. È un attimo passare dal femminismo a un’altra forma di sessismo, non dissimile dal becero maschilismo. Si grida al femminicidio per qualsiasi evento che coinvolge una donna. Basta un niente a cadere nell’equivoco, al punto che, inconsciamente, io stesso per mostrare il mio modo di pensare ho dovuto qui sottolineare che reputo becero il maschilismo: cosa che dovrebbe essere data per scontato, anche se purtroppo non è così.

La normalità dell’uguaglianza fra uomo e donna che, a mio dire, dovrebbe essere una cosa ordinaria, sembra oggi qualcosa di talmente precario da suscitare timore nel parlarne; aspetto che si riversa anche sulla narrativa, purtroppo, da una parte incutendo preoccupazione quando si dipinge un personaggio femminile in modo negativo, e dall’altra aumentando in maniera esponenziale cliché di donne vittime o in rinascita.

Manca la capacità di raccontare con trasparenza, limitandosi ai fatti e al tempo stesso facendo introspezione nel mondo del personaggio, e questo perché spesso manca la trasparenza con se stessi, e la voglia di apparire soverchia il bisogno di raccontare.

Se ci pensate, due icone della letteratura, Emma Bovary e Anna Karenina, non sono in verità personaggi buoni: entrambe tradiscono un uomo, feriscono qualcuno, e se la seconda quasi la si giustifica, visto il carattere del marito, la prima appare del tutto ingiustificabile.

Eppure adoriamo Emma e Anna, non ci viene da giudicarle, siamo con loro senza canonizzarle come figure di emancipazione femminile o condannarle come adultere.

Questo accade perché Flaubert e Tolstoj sono stati capaci di entrare nei tormenti delle due donne, partendo da se stessi.

Belgian writer Georges Simenon typewriting. Milan, 1957 (Photo by Mario Carrieri\Mondadori Portfolio via Getty Images)

Maestro nel creare figure femminili a cui ci si affeziona è senza dubbio Georges Simenon. Per chi poco conosce quello che è stato forse l’autore più produttivo del 900, il dichiarare Simenon uno scrittore bravissimo nel tratteggiare personaggi femminili meravigliosi non sembrerà poi così strano, diversamente da chi conosce bene non solo il Simenon scrittore, ma il Simenon uomo.

Le donne ufficiali di Simenon non hanno avuto certo vita facile. Simenon, ossessionato dal sesso al punto da sentirlo non tanto come bisogno fisico, ma come pulsione emotiva, si vantava di aver avuto circa diecimila donne, il più prostitute o giovani ragazzi di basso ceto sociale: cameriere, spogliarelliste o ballerine. Incancellabile l’immagine di Simenon in Memorie intime in cui racconta il suo aver posseduto una cameriera mentre lei rassettava, senza darle modo alcuno di acconsentire al rapporto.

Ci si chiede come possa un uomo simile raccontare di donne?

Semplice, perché nei romanzi di Simenon (non intendo i Maigret) lui affronta i propri demoni, li mette su carta e li fissa.

I personaggi maschili di Simenon, infatti, sono quasi tutti uomini cattivi; a volte cattivi insospettabili, altre volte cattivi dichiarati, spesso uomini ossessionati da qualcosa, inconsapevoli di dove i loro traumi possano condurli.

Questo gli ha permesso di mostrare in modo diretto figure femminili annientate dalla brutalità maschile e, al contempo, donne capaci di diventare crudeli perché segnate dagli eventi: in ogni caso mai giudica, mai condanna, li fa agire e basta.

Ecco perché un uomo discutibile come Simenon è riuscito a tracciare profili femminili meravigliosi, complessi.

Preferisco però che siano i suoi libri a mostrarvi cosa intendo.

Voglio partire da uno dei miei libri preferiti di Simenon: La verità su Bébé Donge.

Bébé, giovane donna sposata con il facoltoso François Donge, in un tranquillo pranzo di famiglia, senza alcun apparente motivo avvelena il marito

François si salva, e Bébé viene arrestata.

Tutti quanti, il marito per primo, ignorano le motivazioni che hanno condotto Bébé, giovane sposa all’apparenza realizzata e madre di un bambino, a tentare di ammazzare suo marito.

È Bébé la cattiva, giusto?

Non è proprio così.

Lei la vediamo ben poco fisicamente nel romanzo, eppure è sempre presente nei ricordi di François che cerca con ogni forza, senza risparmiarsi, di capire il gesto di sua moglie, e lo fa scavando nel proprio passato.

A François tornò in mente l’aggettivo «romanzesco», sentito poco prima. Per lui la vita era tutt’altro che romanzesca! Non era fatta di fantasticherie da ragazzina, ma di dure realtà. Bébé avrebbe dovuto abituarcisi, come chiunque altro; e così avrebbe smesso di guardare il mondo con quei grandi occhi da gazzella impaurita.

François era al colmo delle sue capacità, in piena ascesa. Come poteva star dietro alle malinconie di una ragazzina? E se lei non sapeva fare l’amore perché era totalmente priva di sensualità, doveva forse rinunciare anche lui all’amore per tutta la vita?

Tanto meglio se Bébé finalmente l’aveva capito! Dopotutto, non era poi così libresca come sembrava. Aveva sempre dato a sua moglie quanto desiderava. Non le piaceva la camera da letto dei vecchi, in quai des Tanneurs? Cambiala pure, tesoro! Basta che non tocchi l’ufficio…

La infastidivano i ritratti di mamma e papà Donge, ai lati del letto? Dopotutto, non li aveva mai conosciuti. D’accordo! Li avrebbe presi lui, per appenderli giù, nel suo angolo.

Purché lei non gli complicasse la vita… Come con la signora Flament!… Che gliene importava, a Bébé, visto che non aveva la minima nozione del piacere fisico?

Via, doveva abituarsi! Sarebbe diventata come tutte le altre! Le avrebbe fatto solo bene…

Quanto a occuparsi degli affari… Neanche per idea! Lei, che ogni mattina impiegava due o tre ore a prepararsi, che si spalmava tuorli d’uovo sulle guance per mantenere un bel colorito, che cincischiava con le creme di bellezza e si avvolgeva le mani in salviette umide per conservarle bianche come l’avorio…

«Tutto bene, cara?».

«Tutto bene…».

«Hai trascorso una bella giornata?».

«Non troppo brutta…».

Perché non dire «bella», come gli sarebbe piaciuto sentire? E poi, tutte quelle complicazioni:

«Ti dispiacerebbe se aspettassimo due o tre anni prima di avere un bambino?».

«Sei arrabbiato per quello che ti ho detto l’altro giorno?»

Per poi, un bel mattino, dichiarare con lo stesso tono con cui si parla d’affari:

«Vorrei subito un figlio…».

Per Jeanne avere figli era stato semplice come sgranocchiare biscotti. E Félix non aveva mai dovuto sopportare da parte di sua moglie quegli sguardi ambigui che invece Bébé lanciava a lui ogni volta che rientrava a casa.

Capitava anche che lo trattasse come un nemico, o comunque un importuno. Se Bébé scriveva qualcosa, faceva in modo che lui non potesse leggere.

«Cosa stavi facendo?».

«Niente…».

«Ti annoi?».

«No… E tu?… Hai lavorato molto?».

«Già…».

«Hai incontrato parecchie persone?».

«Tutte quelle che dovevo vedere per affari…».

Di Bébé non abbiamo che poche parole, eppure dal pensiero di François e dal modo in cui lei risponde a lui capiamo subito questa giovane sposa è per lui soltanto un oggetto, una cosa.

Una realtà che ci fa entrare subito in empatia con Bébé, anche se nel romanzo la cattiva è lei: i ruoli si ribaltano. Di chi è la colpa?

I Donneville… Anzi, per carità: i d’Onneville… E dall’altra parte i Donge, i fratelli Donge, figli di Donge il conciatore, attivi e caparbi, due che a forza di volontà e ostinazione…

E quel nomignolo, Bébé!… Quel caffè turco, preparato con tutto un armamentario di paccottiglia in rame, tanto per respirare ancora l’aria di Costantinopoli…

Bazar, lustrini, incensi…

Loro invece, i fratelli Donge, conciavano le pelli, lavoravano la caseina, producevano formaggi, e da un anno allevavano pure maiali, ingrassandoli con gli scarti di lavorazione.

E qual era il risultato di tutti questi sforzi? La Chataingneraie, le calze di seta da ottanta franchi il paio, gli abiti ordinati a Parigi e quella lussuosa biancheria intima…

E l’ingombrante signora d’Onneville, con il suo orgoglio beato e imbecille, i suoi veli e i suoi capelli tinti con dio solo sa quale prodotto che li faceva diventar color malva…

Una donna incapace di fare l’amore!… Sì, Bébé era incapace di fare l’amore. Lo subiva, punto e basta. Tanto che, dopo, veniva quasi voglia di chiederle scusa.

«Qualcosa non va?».

«Ma no!».

E con aria rassegnata, sospirando sulla sua triste sorte, si chiudeva in bagno per cancellare ogni traccia del rapporto.

Ma se François si fosse ingannato fin dall’inizio, cioè fin da Royan? Se Bébé non avesse deciso a sangue freddo di sposarlo? Se…

In questo caso, avrebbe dovuto rivedere tutto, ripensare ogni cosa. Lei non avrebbe detto niente, ma forse non per orgoglio… Piuttosto…

Qui entriamo più a fondo nella vita di Bébé, capiamo che per François non è solo una cosa, Bébé per François è una donna debole, in un certo senso incapace, imbecille come tutti i d’Onneville. Due persone diverse appartenenti a due mondi diversi, consapevoli di non amarsi, ma che restano comunque insieme, François per non distruggere le proprio sicurezze, Bébé perché…

Lo capiamo dalle parole della sorella di Bébé, moglie del fratello di François:

«Devi sapere che mamma era gelosa, istericamente gelosa…

«Da principio toccava a me, ma poi, quando mi mandarono in collegio, il ruolo di accompagnatrice passo a Bébé…

… «Dal momento che non poteva farne a meno papà ci portava fuori, l’una o l’altra, talvolta tutt’e due… Ma si vedeva subito che era imbarazzato…

«“Devo sbrigare una piccola commissione, bambine… Vi lascio un momento in pasticceria… Però mi raccomando, non dite niente alla mamma…”.

«In fondo lei ha vissuto il periodo più brutto, quando le scenate fra mamma e papà erano diventate continue e ossessionanti… Motivo per cui la lasciavano sempre con le domestiche…».

E ancora…

«Non so cosa avrei fatto al posto suo, ma non credo che mi sarei ammazzata… È vero che aveva appena dodici anni… L’avevano lasciata per l’ennesima volta sola in casa con una delle domestiche, la greca appunto… Per gioco, o per una ragione qualunque, Bébé si era nascosta nella lavanderia… Poco dopo, nella stanza sono entrati la greca e il suo amante, da quel che ho capito un poliziotto… Immagino l’impressione che può averle fatto… Bébé non osava fiatare, né muoversi…».

Da queste parole capiamo molto della verità di Bébé, del suo non riuscire a fare l’amore, del suo non riuscire a lasciare François, quasi abbia un bisogno fisico di una casa, una famiglia, anche se sa di non amare François e di non essere amata da lui.

Una mattina, molto presto, mentre un gallo cantava nel cortile vicino, François si era svegliato con una strana sensazione. Era rimasto immobile per un bel pezzo, come paralizzato dall’inquietudine, poi, quando si era deciso ad aprire gli occhi aveva visto Bébé seduta nel letto accanto a lui, intenta a contemplarlo.

«Che stai facendo?»

«Niente… Ascoltavo il tuo respiro… Quando sei girato sul fianco sinistro è più affannoso di quando sei sul fianco destro…».

Non era proprio il modo migliore per cominciare la giornata.

«Ho sempre dormito male sul fianco sinistro…».

«Sai a cosa stavo pensando, François?… Che ormai noi due vivremo sempre insieme, invecchieremo e moriremo insieme…».

Aveva un tono serio, e sembrava più che mai esile nell’ampia camicia da notte, ma erano appena le cinque del mattino, e lui aveva sonno.

«Pensavo anche che è un peccato che io non abbia potuto conoscere tuo padre…».

Ma quale peccato! Molto meglio così, invece. Il vecchio Dounge, rude com’era, non avrebbe certo accolto bene una nuora come lei… Non lo capiva da sola? L’aveva pure visto in fotografia, quel conciatore baffuto, con le braccia conserte e l’aria truce…

«Dormi?».

«No…».

«Ti secca se parlo?».

«No…».

«Vorrei chiederti di farmi una promessa… Ma solo se credi di poterla mantenere… Promettimi che, qualunque cosa accada, sarai sempre sincero con me… Promettimi di dirmi sempre la verità, anche se dovesse farmi male… Capisci, François?… Sarebbe troppo doloroso vivere per tutta la vita l’uno accanto all’altro nella menzogna… Se qualcosa ti delude, me lo devi dire… Se un giorno ti accorgerai che non mi ami più, devi dirmi anche questo, e ce ne andremo ognuno per la sua strada… Se un giorno mi tradirai, non ne farò un dramma, ma preferisco saperlo… Me lo prometti?»

François non può capire Bébé, perché non la conosce, pur avendola sposata. Non si è mai posto il problema di conoscere il passato di Bébé, ha iniziato a interrogarsi su di lei solo dopo la tragedia: Perché l’ha fatto?

E perché l’ha fatto? In parte l’abbiamo già capito, no?

«Hai lavorato molto, ieri?».

«Molto…».

Lei non gli credeva. Era convinta che avesse una nuova avventura. E adesso François era certo che Bébé lo annusava, gli annusava i vestiti, l’alito, alla ricerca di un odore estraneo.

Lui veniva da fuori, portava con sé l’aria, la vitalità del mondo esterno, e la portava in quella casa sonnolenta e serena come un convento, in cui Bébé viveva prodigandosi dietro a un bambino gracile.

«Lei odia la mia vitalità» aveva pensato lui a più riprese. «Essere costretta a restare in campagna per lo stato di salute del piccolo la rende furiosa… Ma non è questo il destino di tante altre donne?… Mia madre, per esempio… E invece lei, perché è una d’Onneville…».

Mai un rimprovero. Era troppo orgogliosa per farne! Anzi, più lo odiava, più nutriva sospetti e motivo di risentimento nei suoi confronti, e più cercava di essere inappuntabile, fin nei minimi dettagli.

Senza dubbio voleva che la città dicesse:

«Bébé Donge è proprio la moglie e la madre ideale…»

Quando François rientrava a casa in macchina, lei gli veniva incontro fino al garage, tenendo Jacques per mano…

«Saluta papà…».

«Buongiorno, papà…»

E sorrideva, ma era un sorriso senza gioia.

«Hai lavorato molto?»

«Molto…».

François era arrivato a cercare il significato recondito di ogni frase. «Hai lavorato molto?» probabilmente voleva dire:

«Te la sei spassata, vero?… E invece io, qui…»

Direi che il senso del problema sta principalmente nella frase: Ma non è questo il destino di tante altre donne?… Mia madre, per esempio… E invece lei, perché è una d’Onneville,

Già, perché François non ha mai capito chi sia Bébé, per lui Bébé neppure è.

Non era a Bébé che stava pensando. Non era più Bébé, il problema, ma lui stesso.
Perché, per quale aberrazione, aveva vissuto così a lungo accanto a lei senza capirla? Come aveva potuto ingannarsi sul suo conto al punto da odiarla?

«Mi sarebbe piaciuto conoscere tuo padre…»

Quella frase non rivelava forse uno sforzo da parte di lei? Adesso gli si rivelavano mille segni che sul momento non aveva colto.

Per esempio, quella mattina che, svegliandosi di colpo, se l’era ritrovata accanto, seduta sul letto e intenta ad ascoltare il suo respiro pesante…

Lui era l’uomo. Era il compagno, ormai. Ma di quest’uomo lei ignorava tutto, o quasi. François le dormiva accanto, fianco a fianco, pelle contro pelle, e respirava. Aveva gli occhi chiusi, forse stava sognando, e lei non sapeva nulla dei suoi sogni. E anche quando era sveglio, che ne sapeva di cosa gli passava per la mente?

«Penso che staremo insieme per tutta la vita…»

Bébé aveva visto altre due persone, suo padre e sua madre, vivere insieme. Di quei due lei era stata testimone, addirittura complice.

«Promettimi che, qualunque cosa accada, mi dirai sempre la verità…».

E ancora…

Ma no, non era quello il punto! Non aveva ragione lui! Poteva trovare tutte le scuse del mondo, ma non aveva ragione. Nessuno poteva arrogarsi il diritto di prendere una persona, una ragazza spensierata conosciuta sulla spiaggia di Royan, portarsela a casa e poi, improvvisamente, abbandonarla alla sua solitudine.

E neanche alla sua solitudine, ma a quella di un luogo estraneo e dall’apparenza ostile!

Come era riuscito a convincersi che a Bébé potesse bastare il fatto di essere sua moglie?

Ancora un ricordo. Ancora un indizio che gli era sfuggito, e che non riguardava la mentalità di Bébé, ma la sua. Lei era ricoverata in clinica. Doveva partorire da un momento all’altro. François si era imposto di essere presente, almeno quando fossero cominciate le doglie. Le teneva la mano, ma non era a suo agio, non riusciva a estraniarsi completamente dal mondo esterno. Fra una contrazione e l’altra Bébé gli aveva chiesto, quasi supplichevole:

«Mi ami almeno un po’?».

E lui aveva risposto senza esitazioni, convinto di essere nel giusto:

«Se non ti amassi affatto, non ti avrei sposata…».

Bébé aveva voltato la testa, e un istante dopo il viso le si era di nuovo contratto in una smorfia di dolore.

Direi che qui tutto è chiaro, no?
Chi è il carnefice e chi è la vittima?

Una coppia che sta insieme senza amarsi, senza conoscersi: lei che supplica amore; lui che neppure la vede.

Bébé è uno dei personaggi femminili più belli creati da Simenon, un personaggio che vediamo lentamente, a tratti, nel processo mentale che si fa suo marito, arrivando a scagionarla per ciò che gli ha fatto, e non solo, ma addirittura a condannare se stesso.

Un processo che di certo Simenon ha fatto prima su di sé, o non avrebbe scritto un capolavoro simile che vi consiglio assolutamente di leggere.

Ci sono tantissime altre figure femminili meravigliose scritte da Simenon, ma per ora ci limitiamo a Bébé; magari la prossima volta parleremo di Betty, altro capolavoro di Simenon.

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