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Le inquietanti figure femminili di simenon

Abbiamo già detto in un precedente articolo quanto Georges Simenon sia stato un autore bravissimo a creare personaggi femminili che restano impressi: donne ai margini, vittime di uomini mostruosi e di se stesse, accartocciate in dolori da cui non riescono a fuggire.

Simenon nei suoi romanzi ha sempre messo al centro la figura della donna: ora una moglie, ora un’amante, ora una madre, ora una vecchia megera; le donne di Simenon, qualunque sia il loro ruolo, rimangono impresse come cicatrici nella memoria del lettore, e fra queste Betty.

Romanzo pubblicato nel 1961, narra la storia di un bella ragazza che approda improvvisamente in un quartiere parigino.

La quarta di copertina ce la descrive così: Una bella donna dalla condotta scandalosa approda sullo sgabello di un bar degli Champs-Élysées, con la testa confusa dall’alcool.

Da subito Betty incuriosisce. Un’affascinante donna sola in un bar, ubriaca e pensierosa e che non disdegna le avance degli uomini, persino dei più squallidi o ubriachi.

La domanda che subito ci si pone è: Perché sta male? Continua a leggere Le inquietanti figure femminili di simenon

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Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Una delle grandi difficoltà del nostro tempo è narrare l’Italia meridionale senza cadere nei cliché.

Da napoletano ne ho viste di tutti i colori: la pizza, il sole, il mandolino; il napoletano sempre spensierato e gioviale; il napoletano sfaticato ma simpatico; il boss, il ladruncolo, il parcheggiatore abusivo e le bigotte pettegole.

Certo, anche queste cose fanno parte di Napoli, ma una città, un popolo, è ricco di sfumature: ci vuole ben altro che un cliché per identificare una voce, un luogo.

Oggi questa piaga non è solo presente, ma sembra voluta, ricercata, una moda. Autori affermatissimi che scrivono luoghi comuni sulla cordialità napoletana, altri che usano frasi fatte per descrivere la bellezza del popolo napoletano (a mio dire una forma orrenda di razzismo), altri ancora scrivono di commissari che divorano sfogliatelle e pizze come non ci fosse un domani; e questo per non parlare dei camorristi dalla barba lunga e con un frasario fra volgare e film di Spike Lee.

Tutto ciò a me non sembra letteratura, ma qualunquismo. E se l’appartenenza a una determinata regione si può narrare solo con questi luoghi comuni, allora ben vengano i palazzoni di Milano, immagine molto più diretta pur essendo a sua volta un cliché.

Si sente la mancanza di autori come Starnone, Rea, Franchini o Montesano (e molti altri), capaci di narrare l’appartenenza a una terra senza cadere nel banale, nel ridicolo.

Lo stesso problema, ahimè, è vissuto da scrittori originari di regioni al di sotto della capitale campana, o che scrivono di esse. Continua a leggere Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Viviamo in un tempo in cui la lotta per la parità di sesso sfocia spesso in uno scontro Uomo – Donna. È un attimo passare dal femminismo a un’altra forma di sessismo, non dissimile dal becero maschilismo. Si grida al femminicidio per qualsiasi evento che coinvolge una donna. Basta un niente a cadere nell’equivoco, al punto che, inconsciamente, io stesso per mostrare il mio modo di pensare ho dovuto qui sottolineare che reputo becero il maschilismo: cosa che dovrebbe essere data per scontato, anche se purtroppo non è così.

La normalità dell’uguaglianza fra uomo e donna che, a mio dire, dovrebbe essere una cosa ordinaria, sembra oggi qualcosa di talmente precario da suscitare timore nel parlarne; aspetto che si riversa anche sulla narrativa, purtroppo, da una parte incutendo preoccupazione quando si dipinge un personaggio femminile in modo negativo, e dall’altra aumentando in maniera esponenziale cliché di donne vittime o in rinascita.

Manca la capacità di raccontare con trasparenza, limitandosi ai fatti e al tempo stesso facendo introspezione nel mondo del personaggio, e questo perché spesso manca la trasparenza con se stessi, e la voglia di apparire soverchia il bisogno di raccontare.

Se ci pensate, due icone della letteratura, Emma Bovary e Anna Karenina, non sono in verità personaggi buoni: entrambe tradiscono un uomo, feriscono qualcuno, e se la seconda quasi la si giustifica, visto il carattere del marito, la prima appare del tutto ingiustificabile.

Eppure adoriamo Emma e Anna, non ci viene da giudicarle, siamo con loro senza canonizzarle come figure di emancipazione femminile o condannarle come adultere.

Questo accade perché Flaubert e Tolstoj sono stati capaci di entrare nei tormenti delle due donne, partendo da se stessi. Continua a leggere Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Bibliografia storia dell’editoria italiana

Non è un caso che sia successo. Storia editoriali di best seller, Milano, EDUCatt, 2010.

Quo vadis libro? Interviste sull’editoria italiana in tempo di crisi, Milano, EDUCatt, 2009.

Una collana tira l’altra. Dodici esperienze editoriali, Pavia, Edizioni Santa Caterina, 2009.

Ferretti Gian Carlo, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004.

Ferretti Gian Carlo – Guerriero Stefano, Storia dell’informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a Internet. 1925-2009, Milano, Feltrinelli, 2010.

Ferroni Giulio, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Roma-Bari, Laterza, 2010.

Galfré Monica, Il regime degli editori, Roma-Bari, Laterza, 2005.

Ragone Giovanni, L’editoria in Italia. Storia e scenari per il XXI secolo, Napoli, Liguori, 2005.

Sabbieti Mario, Mestieri di carta. Per una storia dell’editoria italiana, Firenze, La Casa Usher, 2010.

Santoro Marco, Storia del libro italiano. Libro e società in Italia dal Quattrocento al Novecento, Milano, Editrice Bibliografica, 2008.

Tranfaglia Nicola – Vittoria Albertina, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Roma-Bari, Laterza, 2007.

Passare attraverso i processi editoriali come una salamandra

di Gian Carlo Ferretti

Dal numero de L’Indice di febbraio 2018

Ha ancora un ruolo la letteratura nella nostra nuova condizione esistenziale? Non c’è dubbio che nel passato il suo ruolo si poteva vedere o percepire in modo esplicito: non tanto o non solo per lo spazio che la letteratura occupava (per esempio in libreria, sulle pagine dei giornali, nelle recensioni settimanalmente pubblicate), o per il tempo che alla letteratura veniva da molti dedicato con la lettura quotidiana, quanto soprattutto per ciò che la letteratura significava nell’immaginario collettivo.

Con la diffusione sempre più ampia e sempre più invadente degli strumenti di comunicazione digitale, che cambiano il modo di gestire il proprio tempo, e di vivere il tempo libero (si pensi alle e-mail o alle letture in internet, e in generale agli smartphone), e con la diffusione quasi incontrollabile dei social network, l’immagine della letteratura conosciuta nel passato sembra essersi molto modificata, se non venuta meno. Questo non significa necessariamente che non si leggano più testi letterari, ma che la letteratura non ha più il ruolo sociale di formazione o di conoscenza che aveva in passato. O almeno la letteratura come la conoscevamo. A questo si aggiunge il discorso sulle diverse forme che la letteratura può presentare nei blog o in altri luoghi della rete. Venendo meno il ruolo che le era riconosciuto, sono venute meno altre cose: per esempio una precisa distinzione della qualità della letteratura, per cui tutto ciò che viene pubblicato sembra avere lo stesso valore. E questo è un problema di informazione, di trasmissione di valori, che investe comunque l’editoria. Continua a leggere Passare attraverso i processi editoriali come una salamandra