quando scrivere è davvero una vocazione all’infelicità

Abbiamo già parlato in precedenti articoli di come Georges Simenon sia stato un vero maestro nel tracciare il profilo psicologico dei suoi personaggi, persino di quelli apparentemente meno rilevanti in una storia. È nota a molti la sua minuziosità nel raccogliere informazioni simultaneamente per più progetti, per anni accumulava note, dettagli, intere biografie sui suoi personaggi in delle cartelline e poi, una volta pronto, si metteva all’opera e finiva in due settimane un romanzo, forte di una conoscenza totale delle sue creature.

Un bello scacco per tutti i presuntuosi che si vantano di terminare in un mese un romanzo, e non perché Simenon ci mettesse la metà del tempo, affatto, ma perché per riuscirci aveva alle spalle uno studio scrupoloso durato anni.

Tralasciando questo aspetto e tornando al punto cardine della questione, Simenon è sempre stato un uomo e uno scrittore molto introspettivo, e chi ha letto tanto di lui lo sa di certo.

Ricordo una scena agghiacciante nel bellissimo Betty, romanzo edito prima da Mondadori nel 1978, successivamente da Adelphi nel 1991; una scena in cui in cinquantenne zio della protagonista possiede una cameriera appena adolescente sbattendola contro la parete di uno sgabuzzino e alzandole con forza la gonna, mentre lei, inerme, lo lascia fare.

Un simile episodio è raccontato da Simenon nella sua biografia Mémoires intimes (Memorie intime), edita da Adelphi nel 2003; vicenda in cui Simenon, che mai ha nascosto la sua ossessione per il sesso, prendeva di sorpresa una cameriera intenta a pulire.

Perché racconto questo aneddoto? Perché, come già scritto in altri articoli e come dirò fino allo sfinimento, si scrive sempre a partire da se stessi, scavando nella propria intimità.

Anche se volessimo tralasciare Mémoires intimes, apertamente dichiarata come autobiografia, basterebbe leggere dello stesso Simenon il romanzo Pedigree (Adelphi 1997), inizialmente scritto come autobiografia, in quanto l’autore a causa di un’errata valutazione medica credeva di aver poco da vivere, poi adattato come vera e propria storia di fantasia in cui mai appare il nome di Simenon pur essendo lui, e la sua storia, presente in ogni pagina.

Solo in seguito è stato dichiarato autobiografico.

È questa la magia che rende materia viva la narrativa, la capacità dell’autore di donare parte di sé ai propri personaggi ma senza invaderli, senza cadere nell’ostentazione e nella disgustosa autocelebrazione di sé che oggi, purtroppo, va tanto di moda nella narrativa italiana.

Personalmente nei quarantaquattro romanzi di Simenon che ho letto, tralasciando i gialli, potrei indicarvi in ognuno di essi dove ho intravisto la vita reale di Simenon. Eppure riguardo un solo romanzo Simenon ha dovuto dichiarare pubblicamente che esso non aveva natura autobiografica di alcun genere: Il fondo della bottiglia, edito prima da Mondadori nel 1958, poi da Adelphi nel 2018.

Per comprenderne le cause vi riporto il Risvolto presente nell’edizione Adelphi:

Accade molto di rado che Simenon segnali che i personaggi e gli eventi da lui narrati sono «puramente immaginari e privi di qualsiasi riferimento a persone viventi o defunte». Per capire come mai in questo caso ne abbia sentito il bisogno occorre tornare al 1945, quando al fratello Christian, condannato a morte in contumacia per aver coadiuvato le SS in una spedizione punitiva che aveva fatto ventisette vittime, Georges aveva consigliato di arruolarsi nella Legione straniera: un modo per scomparire, certo, e per riscattarsi – ma anche, cambiando cognome, per non compromettere lo scrittore ormai celebre con una parentela imbarazzante. «È colpa tua! Lo hai ucciso tu!» si sentì rinfacciare dalla madre allorché, ai primi di gennaio del 1948, lo stesso Georges le comunicò la morte, nel Tonchino, del figlio preferito. Nei mesi immediatamente successivi, quasi volesse espellere i propri fantasmi, Simenon scrisse due dei suoi romanzi più neri e potenti: La neve era sporca e Il fondo della bottiglia. In quest’ultimo, uno stimabile avvocato, che è riuscito, partendo dal basso, a conquistarsi un posto nella ristretta comunità dei notabili di Nogales, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, vede vacillare tutte le sue certezze quando gli compare davanti, evaso dal carcere in cui scontava una condanna per il tentato omicidio di un poliziotto, il fratello minore – quello debole, irresponsabile, sfortunato, eppure dotato di un inquietante potere di seduzione –, che gli chiede di aiutarlo a passare la frontiera. Nel piccolo mondo costituito dai ricchi proprietari dei ranch l’arrivo dell’estraneo scatena una sorta di psicodramma, che culminerà in una vera e propria caccia all’uomo, mentre, fra odio e amore, rancori e sensi di colpa, sbronze e scazzottate, si consuma la resa dei conti tra i due fratelli.

Una storia talmente tragica che già di suo appare un romanzo, sicuramente una vicenda che ha segnato la vita di Simenon.

Quanto ci sia di vero nella dichiarazione dello scrittore belga, non ci è dato saperlo; di sicuro, però, nel leggere questo romanzo il dubbio che esso sia ispirato se non a fatti, ma a sentimenti reali, ci viene eccome.

Credo sia questa la vera forza della narrazione, non riportare minuziosamente eventi reali o narrare la propria storia di vita, ma trasfigurare sentimenti e ricordi nei personaggi, donare loro i nostri conflitti, i nostri demoni, e talvolta disseminare qui e là frammenti indissolubili della nostra esistenza, quelle piccole situazioni rimaste intrappolate non solo nella memoria, ma visive e incancellabili nelle retine.

Il conflitto fra i due fratelli protagonisti del romanzo Il fondo della bottiglia, così diversi fra loro, proprio come Simenon è suo fratello, è reale oppure frutto di fantasia?

Non potremmo mai saperlo ed è giusto che sia così, ciò che importa è che ci sembri reale, che i personaggi ci appaiano reali, di carne e sangue.

Il primo incontro fra i due fratelli, a pagina diciassette della versione Adelphi, annuncia già un tenzone.

La porta del garage è aperta. La lasciano sempre aperta. Parcheggia l’auto, ma torna su suoi passi perché si è dimenticato di spegnere le luci di posizione. Per entrare in casa accende la torcia elettrica e, nel preciso istante in cui punta il fascio luminoso davanti a sé, sente una voce:

«Pat!».

Nessuno lì lo chiama Pat, neppure Nora. Saranno dieci o vent’anni che nessuno lo chiama così. E già da ragazzo detestava quel diminutivo.

La cosa curiosa è che ha riconosciuto quella voce senza riconoscerla. Per essere più precisi, ha sentito una stretta al cuore come per un forte spavento ma, al tempo stesso, non ha capito il perché.

C’è qualcuno lì, un’ombra che non cerca di ripararsi dal diluvio. Non tenta di assalirlo. Se ne sta immobile, con le braccia lungo i fianchi. E in quell’atteggiamento P.M. percepisce un che di umile e minaccioso a un tempo, o di così indifferente da non sembrare neanche umano. Persino i mendicanti di Nogales, nella parte messicana, si prendevano la briga, poco prima, di cercare rifugio nei portoni.

Ha già capito. È impossibile, eppure sa che è vero.

Anche lui vorrebbe pronunciare un nome, o meglio, un soprannome; ma non osa, si guarda attorno terrorizzato, aspettandosi di veder spuntare da un momento all’altro i fari della macchina di Nora.

Il conflitto di P.M. emerge al suono di una semplice parola: Pat. Un nome che lo riporta a un passato che ha voluto cancellare, un passato che detestava come quel nomignolo. Un passato che da circa vent’anni ha tenuto lontano, nascondendolo persino alla propria compagna, Nora, come intuiamo dal timore che prova al pensiero che lei torni da un momento all’altro.

Nell’attacco del romanzo P.M. ci viene descritto come un uomo dal pugno fermo, così autocontrollato da contare i bicchieri di whisky anche quando si ferma a bere in un bar. È un uomo che si è fatto da solo, un gran lavoratore, così diverso dall’ombra che, peggio di un mendicante, neppure si ripara dalla pioggia. Quella figura che incarna il passato da lui estirpato con ogni forza, come un cancro riformatosi senza preavviso, proprio lì, a casa sua, nella vita che faticosamente si è costruito.

La cosa più sconcertante era che Donald ascoltava tutti quei discorsi come se non lo riguardassero minimamente. Lil lo trovava triste? No, non era affatto triste: era indifferente, e lo era in modo odioso. Se ne stava lì, con aria imperturbabile, a mangiare le sue uova al bacon come se niente fosse, tranquillo come se si trovasse a casa sua, con Mildren e i bambini.

Guardava nel vuoto – guardava, oltre la finestra, la pioggia che ricominciava a cadere.

Chi dei due, in fin dei conti, stava rischiando di più? Era questo che mandava in bestia P.M. Sì, certo, c’era la possibilità che Donald venisse arrestato. E allora? Era evaso dal carcere, no? Dove, a rigor di logica, sarebbe dovuto rimanere ancora per parecchi anni. E del resto era lui che se l’era meritata, la galera, non P.M.

Qui vediamo il punto di vista di P.M. e le radici del suo conflitto.

Quel fratello apatico, indifferente, evaso di galera e che va a casa sua come se nulla fosse. Quel fratello che merita la galera, diversamente da lui.

Magistralmente, l’uomo buono, giusto e ligio ci appare ora il vero cattivo, e come tutti quelli che incappano in Donald proviamo tenerezza per lui: il povero Donald! Donald così triste. Quelle definizioni che per anni hanno tormentato P.M., il continuo giustificare quel suo fratello ozioso, come se a Donald tutto fosse dovuto mentre lui, il maggiore dei fratelli, doveva guadagnarsi ogni cosa, essere forte.

P.M. aveva voglia di pronunciare quella frase con voce stridula, imitandole, imitando Mildred e tutte quelle oche:

«Ha l’aria triste, vero?».

Era solo un fallito, sì! Un debole! Uno che non aveva saputo affrontare la vita di petto e assumersi onestamente, da uomo, le proprie responsabilità.

P.M., invece, se le era assunte.

Avevano avuto la stessa madre, ed è vero che si ubriacava, che a volte il vecchio Ashbridge doveva chiuderla in una stanza per diversi giorni, onde evitare che si scolasse le sue damigiane di whisky.

Insomma, avevano lo stesso sangue. E lo stesso handicap, in partenza.

Emily non si era mica messa a bere, altrimenti non sarebbe arrivata dove era arrivata.

E lui, P.M., in quella valle che aveva fama di essere il posto più allegro e movimentato di tutta l’Arizona, si prendeva la briga di scendere dallo sgabello del bar, dopo il terzo bicchiere, per andare a guardarsi allo specchio e decidere se poteva permettersi o no un ultimo doppio bourbon.

E ancora, venti pagine più avanti:

La solita scusa! Un debole! Se sei un debole, puoi permetterti qualsiasi cosa. Puoi sottrarti a ogni responsabilità.

«Non sono in grado di mantenere la mia famiglia? Scusatemi, ma sono un debole.

«Nell’Iowa c’è almeno un milione di persone che si guadagna da vivere coltivando mais o patate. Io invece no, io sono costretto a rivendere la fattoria perché ho avuto due brutte annate.

«Lo vedete, no, che sono un debole, che non me ne va bene una?».

E dalle lettere di Emily, da ogni singola riga, trapelava un caloroso affetto e un’accorata compassione.

Di sicuro gli aveva spedito dei soldi. Lei, che pure era una donna e che faceva affidamento sulle sue sole forze, era riuscita a trovare il modo di spedire dei soldi a Donald.

Anche suo padre, laggiù in Florida, probabilmente gliene spediva sempre un po’.

Perché era un debole!

Beve? Ma certo, poverino! È un debole!

Ammazza la gente, va in prigione, rischia di disonorare tutta la famiglia e di mandarla in rovina?

È un debole!

E questo debole, una bella notte, o meglio una notte di tempesta, ti piomba addosso, a sorpresa. È bagnato fradicio. Non ha neppure dei vestiti di ricambio.

«Sono un debole».

E invece no! Non lo dice e neanche lo pensa. Anzi, fa l’arrogante. Si mette comodo e in un batter d’occhio comincia a chiamare per nome la moglie di suo fratello, si alza quando gli pare e piace, si prepara la colazione. E ti si presenta davanti nudo come un verme.

Ecco che sorge il problema di fondo, il vero e unico conflitto che smuove P.M., ossia l’invidia.

Caino uccise Abele perché si credeva dalla parte della ragione. Lui che aveva tanto lavorato, lui che passava le giornate nei campi, lui così diverso da quel fratello pigro e che prendeva tutto alla leggera, eppure messo in secondo piano agli occhi di Dio nonostante i propri meriti.

Non era forse una vera, imperdonabile ingiustizia che Dio preferisse l’offerta di Abele alla sua? Non aveva forse lui ragione a detestare con tutto se stesso quel fratello lavativo, impunito, che aveva l’arroganza di non ammettere le proprie colpe, di giustificarsi dietro la sua povera debolezza e che, nonostante ciò, veniva amato da Dio?

Nella storia di P.M. e di Donald si cela la più antica delle contese, quella fra il giusto e il cattivo.

Ma chi è qui il vero giusto? Era Caino il giusto? Era Abele il giusto?

Esistono solo esseri umani, e Simenon lo sa bene. Coraggiosa da parte sua la scelta di creare un protagonista che non sia cattivo, ma invidioso, un male che attanaglia in parte chiunque ma che nessuno ammetterebbe mai.

Forse Simenon, nello scrivere questo romanzo, ha dovuto riconoscersi invidioso di suo fratello?

Dagli elementi presenti nel Risvolto dell’edizione Adelphi sembra impossibile non notare delle analogie fra la storia dello scrittore e questo romanzo.

Nora era sovreccitata, ed era difficile capire se tanta euforia fosse dovuta al fiume o a Donald. Erano seduti tutti e tre sui sedili anteriori dell’auto. P.M. guidava, scuro in volto. Pensava:

«Se dai Noland si mette a bere, si daranno una bella calmata, queste due!».

Cominciava quasi ad augurarselo. A sperare che lo vedessero per quello che era, e che se ne andasse.

Un attimo dopo provava pietà per lui.

Gli tornava in mente l’immagine del fratello nudo e di colpo gli era chiaro che cosa lo aveva tanto commosso nel vederlo in quello stato. Era per via di un vecchio ricordo. Quando erano piccoli, una o due volte a settimana, la madre li metteva in una grande tinozza piena d’acqua calda e li insaponava, prima l’uno poi l’altro.

Era suo fratello. Avevano dormito nello stesso letto, perché ad Appleton c’era un solo letto per tutti e due, e nella stessa stanza, dietro una tenda, un secondo letto per Emily. All’inizio per Emily c’era una culla.

Donald occupava il posto contro il muro.

«Quando sarò grande, non dormirò più contro il muro» diceva.

Aveva davvero avuto intenzione di uccidere? In ogni caso, aveva sparato al poliziotto, che l’aveva scampata per miracolo.

E adesso era lì, fra lui e Nora. P.M. sentiva il calore del suo corpo, e di sicuro lo sentiva anche Nora.

Credo che il vero dramma di questa storia emerga proprio in questa rapida ma profonda consapevolezza maturata nel protagonista: lui è Donald non sono solo fratelli perché hanno lo stesso sangue, ma sono cresciuti insieme, sono stati insieme bambini.

Quanto ci sia di autobiografico in questo romanzo, come già scritto, non ci è dato saperlo; ma di sicuro c’è tanta intimità in queste pagine scritte poco dopo la morte del fratello dell’autore, in esse s’incarna alla perfezione una celebre frase di Simenon: “Scrivere non è una professione, ma una vocazione all’infelicità”.

Se oggi i narratori riuscissero a scavare nelle proprie ferite e fissare i propri demoni come faceva Simenon, avremmo di certo meno egocentrismo editoriale e più capolavori della letteratura. Ma guardarsi dentro fa male, richiede una spietata onestà, come quella di Georges Simenon.

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