romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

VI

Giugno 1996

La prima volta che vidi Lia stavamo impiccando Ugo, e subito la trovai bellissima. Eravamo davanti alla pizzeria di Gigino ‘o suldat in Via Torino, uno dei tanti vicoli di Piazza Garibaldi in cui io, Checco e Ugo spadroneggiavamo, almeno a detta nostra.

Gigino inveiva contro di noi. Alcune persone ci prendevano in giro vedendoci a fatica issare Ugo su di un palo mentre lui rideva, al collo un cappio ricavato da un cavo elettrico.

Era la terza volta in due mesi che provavamo a impiccarlo, e solo perché ci annoiavamo, ma puntualmente non riuscivamo a tirarlo su più di qualche decina di centimetri.

Quando Ugo cadde culo a terra, sotto le risate dei presenti e le grida di Gigino che ci intimava di andare via perché gli rovinavamo la reputazione del locale, già poco solida a causa dei panzarotti e delle zeppole fetenti che friggeva in un olio rancido, davanti a noi passò un furgoncino carico di bagagli.

Lì dentro c’era Lia.

Incrociò i miei occhi, come se mi avesse fiutato fra la folla. Le sue iridi, illuminate dal sole, erano di un verde talmente vivido che sembravano liquide: ondate nelle mie pupille. I suoi capelli, mossi dal vento, erano folate di grano. Ne sentivo il profumo, aveva avvolto tutto. Ma in un attimo posò lo sguardo sui miei amici: li osservò disgustata, con aria superba. Poi tornò a guardare in avanti, quasi in segno di disprezzo, e svanì insieme al furgoncino.

Checco mi tirò per un braccio, avevo ancora gli occhi fissi sul furgone, sempre più lontano.

«Ma che cazzo ti piglia mo’?»

Lo vidi svoltare nel mio vicolo. Poi lo sentii frenare.

«Io vado a casa…»

Checco mi guardò stranito, dietro di lui Ugo, il cappio ancora al collo.

Mi osservarono allontanarmi e, in un attimo, senza capirci niente, mi seguirono.

Non ci capivo niente neanche io. Arrivato giù al palazzo il furgone era nel cortile. L’uomo che avevo visto alla guida, alto, vestito in modo dozzinale e dal volto truce, scaricava il veicolo, aiutato dalla ragazzina che, seppur esile come un giunco, si prodigava a raccogliere borsoni senza il minimo sforzo.

Prima che svanisse nel palazzo i nostri occhi si incontrarono ancora, poi andò via, mentre suo padre saliva nel furgone.

«E quella chi cazzo è?» borbottò Ugo.

Checco scosse le spalle e lo tirò per un braccio.

«Bah! Se tiene dodici anni è pure assai.»

Si avviarono verso i garage, ma io restai lì, immobile.

«Oh, che fai?» strepitò Checco. «Non vieni?»

«Devo andare al cesso. Torno subito.»

Corsi nel palazzo, seguito dagli sguardi incuriositi dei miei amici. Entrato, la trovai nell’androne, caricava l’ascensore.

Poi a un tratto si fermò a guardarmi.

«Beh, che guardi? Hai qualche problema o cosa?»

«Scu, scusa…» farfugliai imbarazzato.

Lei sospirò e riprese a sistemare mobili e valigie nell’ascensore.

«Almeno dammi una mano, visto che stai lì come un fesso.»

Goffo, intimidito dalla presenza di quella ragazzina, l’aiutai a caricare i bagagli. Quando l’ascensore fu pieno lei mi lasciò lì dentro, schiacciato da valigie e scatoloni, e corse sulle scale.

«Premi il terzo. Ci vediamo su.»

Mentre le porte si chiudevano, la vidi salire a due a due i gradini, e quando arrivai al terzo piano la trovai a trafficare davanti a una porta, accanto a quella di Mimmo Aruta.

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