Archivi tag: La finestra chiusa

Tratto dal romanzo: La finestra chiusa

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione.

Era socchiusa. Da bambino non la lasciavo mai aperta, perché Rino mi aveva detto che li c’erano i fantasmi.

Quando l’aprii pensai che forse mio fratello aveva ragione: fra scaffalature di ferro piene di carabattole vidi i vecchi attrezzi da lavoro di mio padre, in un angolo erano ammassate alcune cornici, fra cui una che aveva contenuto una tela di Arturo Grassi, venduta da mio padre dopo il fallimento della fabbrica, ormai ridotta a un buco dove c’erano solo lui e mia madre.

Le sfiorai lentamente. Mi parve di sentire ancora il rumore della sega circolare, il tonfo della pistola ad aria compressa che sparava chiodi nelle cornici, le urla di mio padre, e di respirare la puzza di segatura fradicia, di vernice e di sudore. Continua a leggere Tratto dal romanzo: La finestra chiusa

Tratto dal romanzo La finestra chiusa

VIII  

Dopo quel giorno, Lia era stata accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci convinse che al cimitero del Pianto avremmo fatto un affare. Stavolta statue e tutto il resto non le avremmo date a Banana, ma a Vincenzo ‘A Zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e in cambio non ci avrebbe dato sigarette o erba, ma coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle.

Lia non aveva aperto bocca, sorprendendo Checco. Arrivati sul posto era stata proprio lei a farci entrare.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro. Continua a leggere Tratto dal romanzo La finestra chiusa

Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella farsa. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio pianerottolo trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso.

Mi sedetti accanto a lei.

«Ehi, auguri…»

Neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale» aggiunse.

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra, e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

VI

Giugno 1996

La prima volta che vidi Lia stavamo impiccando Ugo, e subito la trovai bellissima. Eravamo davanti alla pizzeria di Gigino ‘o suldat in Via Torino, uno dei tanti vicoli di Piazza Garibaldi in cui io, Checco e Ugo spadroneggiavamo, almeno a detta nostra.

Gigino inveiva contro di noi. Alcune persone ci prendevano in giro vedendoci a fatica issare Ugo su di un palo mentre lui rideva, al collo un cappio ricavato da un cavo elettrico.

Era la terza volta in due mesi che provavamo a impiccarlo, e solo perché ci annoiavamo, ma puntualmente non riuscivamo a tirarlo su più di qualche decina di centimetri.

Quando Ugo cadde culo a terra, sotto le risate dei presenti e le grida di Gigino che ci intimava di andare via perché gli rovinavamo la reputazione del locale, già poco solida a causa dei panzarotti e delle zeppole fetenti che friggeva in un olio rancido, davanti a noi passò un furgoncino carico di bagagli.

Lì dentro c’era Lia. Continua a leggere romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

romanzo la finestra chiusa: capitoli due e tre

II

Giugno 1996: Ieri.

Checco aveva sentenziato che se io non avessi fatto tutta la discesa della Doganella in bicicletta, senza pedalare né frenare, mia madre sarebbe stata per sempre, irrimediabilmente, additata come una bucchina.

Fra me, Checco e Ugo c’era una sorta di patto sancito senza proferire giuramento alcuno, mai pianificato né spiegato, una regola nata da sé con il fortificarsi della nostra amicizia e da noi riassunta in una sola frase: ‘E mamm’ nun se toccano!; veto indissolubile che preservava le nostre madri da essere troie, fesse rotte o appunto bucchine; termini che, invece, usavamo spesso e volentieri per identificare le madri degli altri ragazzi del quartiere. Eppure questa regola ferrea, talmente calcificata in noi da non doverla neanche proclamare, poteva essere infranta in un attimo, quasi non fosse mai esistita, se uno di noi si fosse rifiutato di accettare una sfida che ne attestasse coraggio e virilità: in tal caso sua madre sarebbe stata una bucchina a tempo indeterminato.
Non avevo scelta, decisi di accettare la sfida.

Checco, a bordo del suo Benelli, comprato da suo padre che aveva una negozio di detersivi e dove lui lavorava alla cassa, non mi toglieva gli occhi di dosso. Il suo volto ossuto, il capo rasato, il corpo tutto nervi e i suoi occhietti a spillo su di me davano alla nostra sfida un tono adulto, sacrale. Continua a leggere romanzo la finestra chiusa: capitoli due e tre

ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi.

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure a malapena avevo salutato mia madre, come sempre ferma ai fornelli, e mio padre ridotto ormai a un debole vecchio, così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie ero corso a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Continuavo a fissarmi allo specchio. Avevo trentacinque anni e mi mancavano già tre molari, i denti erano anneriti dal fumo.

Probabilmente presto anche i miei capelli sarebbero diventati bianchi, come quelli di mio padre. Come lui avrei messo su pancia e perso i denti.

Mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane. Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre era sempre stato un vecchio, ed era vero. Di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un alone di mio padre che non riuscivo a raschiare via. Continua a leggere ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO