Progetto editoriale: La finestra chiusa

IV

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva, e temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Nel tempo mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta, poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta socchiusa dello sgabuzzino attirò la mia attenzione, al di là di essa udivo il buio sussurrare il mio nome.

Da bambino non la lasciavo mai aperta, perché Rino mi aveva detto che li c’erano i fantasmi, e quando l’aprii pensai che forse mio fratello aveva ragione. Fra scaffalature di ferro piene di carabattole vidi i vecchi attrezzi da lavoro di mio padre, in un angolo erano ammassate alcune cornici scrostate, fra cui una che aveva contenuto una tela di Arturo Grassi, venduta da mio padre dopo il fallimento della fabbrica, ridotta a un buco dove c’erano solo lui e mia madre.

Le sfiorai lentamente. Mi parve di sentire ancora il rumore della sega circolare, il tonfo della pistola ad aria compressa che sparava chiodi nelle cornici, le urla di mio padre, e di respirare la puzza di segatura fradicia, di vernice e di sudore, un tanfo così diverso dal profumo di Arianna: quell’olezzo in cui, adolescente, mi ero perso, senza rendermi conto che con ogni bacio dato a lei contribuiva alla morte di mio padre.

Quando ero bambino, Onofrio mi portava ogni sabato in fabbrica a bordo della sua Fiat Uno, allora rossa. Io mi sentivo un re. Gli operai acclamavano: «È arrivato ‘o masto!»

Ce ne stava uno in particolare, Sciabolone, chiamato così perché era lungo e secco, come diceva Lucia. Aveva le mani enormi, se gli toglievi gli occhiali non vedeva niente, ma a me sembrava forte come Hulk. Mi faceva sempre le spade con le bacchette e lo scudo con i fogli di compensato. A volte le faceva anche a Rino e noi due lottavamo, ma lui mi batteva sempre.

Mio padre diceva che Sciabolone era scemo.

«Chill è nu’ strunz’, tutti lo fanno fesso.»

Ma io gli volevo bene a Sciabolone. Forse anche Onofrio gliene voleva, perché a fine giornata in fabbrica restavano sempre loro due e parlavano di calcio e di femmine.  

Anche il carrozziere, Don Vincenzo Tammaro, uno che aveva fatto i soldi grazie alla Volskwagen, ci teneva a me. Mi faceva entrare nella sua officina: sembrava una grande astronave.

«Miche’, non lo dare retta a tuo padre, con le cornici non si fanno i soldi. I motori ti devi imparare.»

Mio padre di Don Vincenzo ne parlava spesso a tavola: «Chill è nu’ strunz’! Quattro pidocchi che c’ha e si crede il Padreterno. Ma chi sfaccimma è? Che cazzo sa fare?»

Allora non capivo chi fosse più stronzo, se Don Vincenzo, Sciabolone, mio padre o io.

Lentamente la mia mano lambì gli attrezzi di mio padre, in trent’anni non li aveva mai cambiati, così come i vestiti che indossava a lavoro, ormai ridotti a stracci consunti gettati in quello sgabuzzino, brandelli di mio padre che un tempo mi sembrava invincibile, forse più forte persino di Sciabolone. A lavoro passava la carta vetrata sulle bacchette, incurante della polvere di stucco che gli volava sul volto. Neanche si metteva la mascherina quando andava a spruzzare di pittura le cornici nella camera della vernice, quella in cui mio nonno mi impediva di entrare dicendo che lì, in una vasca d’acqua incrostata da chiazze verdognoli, c’era un coccodrillo chiamato Coccofuffo.

Onofrio se ne fotteva del Coccofuffo e della puzza di vernice. A Onofrio nisciun’ ‘o putev’ fa nu’ cazz!

Ora non c’era più il rumore convulso della carta vetrata sfregata contro il legno, di mio padre restavano solo i colpi di tosse provenienti dalla cucina.

In un angolo, fra buste piene di vestiti, vidi una macchia nera, la sua superfice di pelle unta.

Era la borsa di mio padre, abbandonata come la viscida carcassa di un insetto.

Ci frugai dentro, ora non di nascosto come facevo di notte. C’erano ancora alcuni quaderni ingialliti su cui mio padre un tempo faceva i conti: i soldi del legname, i soldi delle vernici, i soldi dell’affitto: sempre gli sfaccimma di soldi!

Tirai fuori qualcosa di duro, la riconobbi al tatto.

La copertina era stata rimossa. Guardai attentamente quella custodia, come se non ne avessi mai vista una.

Era vuota.

Forse ora che mio padre era malato mia madre aveva trovato il coraggio di buttare tutte quelle videocassette che da piccolo cercavo ovunque. Spesso ero riuscito anche a sottrarle per un giorno intero, così da portarle ai miei amici. Persino Tonino rideva quando vedeva una di quelle cassette, non litigava più con Checco, eravamo tutti accomunati dal profondo bisogno di farci una sega, cosa che compivamo a casa di Mimmo o di Salvatore.

Una volta Ugo, da Mimmo, era venuto sulla foto di sua sorella Flora; e un’altra volta, da Salvatore, la foto di Mariangela in mano, era venuto sulla testa di lui, sotto le risate di noi tutti.

Ma adesso non ridevo. Mi vedevo avanzare a passo felpato nel corridoio buio mentre tutti dormivano, poi frugare nella borsa di Onofrio, cercare il suo tesoro e, silenzioso, accendere il televisore per poi abbassarne subito il volume.

Il cazzo, la fessa, la sfaccimma: la voce di mio padre!

Onofrio per tutta una vita mi aveva insegnato una cosa: che l’importante era chiavare. ‘E femmen’, come le chiamava lui, erano tutte puttane. ‘E femmen’, un termine che mi ricordava le bestie che da bambino guardavo nei documentari. Una parola che mi faceva schifo, parte del lessico di mio padre diramatosi in me: teratoma dalle fattezze di Onofrio.

L’avevo rifiutata con ogni mia forza, eppure pulsava nella mia testa, nella mia bocca e nel mio petto come un ascesso inguaribile.

Quella parola, quel suo modo di scandirla, il modo in cui mi guardava quando la diceva, ogni cosa di mio padre mi faceva schifo. Avrei voluto essere ricchione solo per non essere come lui, ma al tempo stesso avevo il terrore di essere diverso da mio padre, perché in casa, nell’aria che respiravo, nel mio organismo tutto era straboccante della presenza violenta di Onofrio.

‘E femmen’, come quelle nella videocassetta che rubavo. E vedevo ancora la mia mano agitarsi sul mio membro, nelle mie pupille corpi che si aggrovigliavano, spinte, violenza, e la voce di Onofrio: la pucchiacca, il cazzo, chiavare, la sfaccimma.

Poi uno schizzo di sperma su di un viso, sul viso di mia madre: un rivolo che le colava sulla spalla, sui seni, poi sul cuore.

Ogni volta avrei voluto piangere, ma non ci riuscivo.

Mia madre era anche lei ‘na femmina?

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