Tratto dal romanzo: In cerca della morte

XVI  

Camminavamo su petali di rosa, attorno a noi arcate dorate da cui ondeggiavano nell’aria profumata di gelsomino drappi di velluto. I Righeira, imbalsamati, suonavano e cantavano sorridenti in una teca di cristallo. Ovunque decine di Akim, completamente nudi, si lavavano la schiena a vicenda.

«Si plepalano pel glande lito…» sussurrò il temerario Akim, facendoci strada fra pile di suoi cloni, mentre su di noi piovevano petali profumati.

Io e l’ingenuo Bambi, sbigottiti, ci fermammo sull’uscio di un’altra sala, mentre Jesus sembrava trattenere solo una scorreggia.

Carne! Ovunque carne. Una matassa di carne palpitante, ansante, ululante. Non si vedevano che gambe, braccia e teste intrecciarsi in un groviglio carnoso, molliccio, sudaticcio, fremente. Il pavimento colmo di cuscini ne era invaso: impossibile camminare senza sprofondarci, senza essere risucchiato da quei corpicini nudi che si avvinghiavano fra loro, afferrandosi, scavalcandosi, penetrandosi, leccandosi: un gomitolo di carne e di secrezioni che non avremmo mai potuto sciogliere.

Mi vennero le vertigini, mi sentivo male. Temevo di perdere l’equilibrio e cadere in quel turbinio ansante, di venirne ingerito.

Bambi invece adesso sembrava più tranquillo, addirittura empatico con lo scenario che gli si parava davanti. Mi parve anche di vederlo tastarsi il pistolino.

«Lolo stale plegando. Voi fale piano…» sussurrò l’audace Akim, facendoci ancora cenno di seguirlo.

Fu un’impresa ardua, temeraria. Poggiavamo i piedi su schiene, gambe, teste, toraci, natiche, falli turgidi. Il pavimento polposo si agitava sotto di noi. Ogni tanto da esso guizzava una mano, sembrava volesse afferrarci, ma prontamente precipitava su di una schiena, su di un gluteo: stringeva il malcapitato e lo portava a fondo in quel vortice umano.

Lasciammo quella sala per addentrarci in un’altra. Anche lì si pregava, ma c’era meno confusione, maggior ordine, un’aria più sacrale. Erano divisi in gruppetti di cinque, di sette: tutti devoti! Si avvinghiavano, si palpavano, si mordicchiavano, si conoscevano.

Ne vidi uno agitarsi sotto ad altri due, mentre un altro gli teneva ferma la testa e si muoveva ritmico davanti la sua faccia.

Compresi che doveva trattarsi di un sant’uomo, un veterano della fede. Dunque tacqui. Non volli indagare altro su tanta trascendenza. Accettai che certe cose non si possono comprendere e seguii ancora Akim, mentre Bambi camminava lento dietro di noi, ammaliato, affascinato.

Capii che voleva restare.

Complice, fissai Akim. Lui annuì soltanto e io feci lo stesso con il giovane Bambi, sorridente.

Mi si scaldò il cuore nel vedere il suo volto illuminato dalla gioia. Subito si spogliò e corse a pregare fra i devoti: ci si fiondò in mezzo, fu afferrato, travolto, ingurgitato.

Ogni tanto si vedeva emergere il suo volto felice, per poi sparire subito in ondate di carne.

«Te l’avevo detto che è frocio…» sussurrò Jesus, mentre ancora seguivamo il caro Akim. Ma io non replicai. Non comprendeva che l’innocente Bambi, dopo la dipartita di Madame Bovary, aveva solo bisogno di aggrapparsi a qualcosa di solido, di farsi penetrare dalla fede.

Mi parve proprio che venisse penetrato pienamente, ripetutamente, mentre svanivo con Akim e Jesus dietro a un drappo dorato.

Al centro di una sala ovale dalle pareti maiolicate, il pavimento fatto di cuscini simili a enormi testicoli, se ne stava un altro Akim, solo leggermente più alto e molto meno pasciuto, le gambe incrociate e le mani che si agitavano freneticamente fra le cosce.

Pregava anche lui, ma da solo: era un asceta, lo si capiva.

Akim si inginocchiò e insistette perché noi lo imitassimo, ma Jesus apparve titubante. Akim dovette guardarlo a lungo in cagnesco per convincerlo.

L’asceta intanto continuava a pregare, sempre più animato dalla fede, frenetico. Di colpo un fiotto bianco gli colò fra le dita e lui ansò, le lebbra tremule e gli occhi chiusi rivolti a una verità che solo lui vedeva.

Era arrivato, giunto al Nirvana.

Akim congiunse le mani e affondò il volto sul pavimento.

«Maestlo, lolo essele qui pel la chiave. Lolo stale celcando la nela signola…».

Gli occhi del Maestro si spalcarono su di noi, due torce ardenti colme di vita, di sapienza.

Si nettò la mano appiccicaticcia sulla coscia.

«E chi cazz’ so?» sbottò.

Chinai il capo, non avevo più dubbi: ero davanti a un sant’uomo.

Akim, sommesso, devoto, sussurrò: «Essele Galgiulo, l’unto del Signole, e Jesus il plofeta e figlio di Dio».

Guardai di sottecchi Jesus, mi sembrava strano sentirgli appioppare il nome di profeta, ma visto che l’aveva detto Akim mi stava bene; e poi non volevo fargli fare brutta figura dinnanzi al Maestro che, ancora seduto, ci fissava mentre si rigirava il mignolo nel naso.

Poi di colpo si alzò e si grattò le chiappe, rivolto al mio coraggioso amico Akim.

«Sient’, Yan Chong Pong Kung o comm cazz te chiamm, va a fa cumpagnia ‘o strunzill nella altra stanza, che ca’ mo veco io».

Akim si genuflesse rispettoso, poi si alzò e a testa china uscì dalla stanza, lasciando me e Jesus da soli col Maestro.

Lui continuò a guardarci scaccolandosi, poi si tolse il dito dal naso e se lo infilò in bocca.

Ci fecce cenno di seguirlo.

«V’aggio sentito arrivare, a vuje e a chillu ricchion che steve cu’ vuje.

Jamme bell, can un ce sta tanto tempo».

Camminammo dietro di lui su testicoli soffici e giungemmo a un imponente altare a forma di vagina. Su di esso, fra candele profumate e incensiere, centinaia di perizomi e di reggiseni.

«Avete visto comm pregano ‘e guagliun?» chiese il Maestro, le spalle rivolte a noi.

Io annuii deciso, estasiato da tanta spiritualità.

«Sono davvero devoti, Maestro…».

«Sì, devoti ‘a ‘stu cazz’! Chill’ vonn sul chiava’!».

Si voltò deciso, la sua grazia su di noi parve travolgerci, anche se Jesus, a dirla tutta, non se ne curava, non sembrava convinto: miscredente e geloso, ecco!

«Venen ca’ tutti quanti per chiavare! Pure io venett ca’ per chiavare! All’epoca ci stavano pure le femmine, poi chelli la’ se ne so’ andate a chiavare cu’ figli ‘e papà e ricchiun senza ‘o pesc’, chilli strunzill’ ca se sparen’ ‘e pose e fanno gli artisti ‘e ‘stu cazz’! ».

Mi sembrò di comprendere, quell’uomo era un vero oracolo. Rivedevo davanti a me la casa di Francesco, dell’amorevole Francescuccio, del poetico Franceschino: parlava di quel posto, di posti come quelli, simulacri mal riusciti dell’eremo di santità in cui mi trovavo. Forse ne esistevano a centinaia, a migliaia, ne eravamo invasi.

«Io volevo andarmene pe’ cazz’ mije, ma ‘sta banda ‘e sciem mi ha detto che sono santo. Poi ce sta’ ‘o chiatton’, chill m’ha dato ‘nu burdell ‘e soldi pe sta’ ca’ al posto suo».

Chinai il capo, ero rammaricato. Non riuscivo a trovare le parole giuste.

«Ehm, Maestro… credo che il suo signore, Buddha, sia morto».

Il Maestro mi guardò perplesso, poi si infilò un altro dito nel naso.

«E mo’ a me chi sfaccimm’ me paga?».

Sbuffò, risentito. La notizia della morte di Buddha l’aveva a dir poco sconvolto.

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