Archivi tag: narrativa italiana

Tratto dal romanzo: La finestra chiusa

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione.

Era socchiusa. Da bambino non la lasciavo mai aperta, perché Rino mi aveva detto che li c’erano i fantasmi.

Quando l’aprii pensai che forse mio fratello aveva ragione: fra scaffalature di ferro piene di carabattole vidi i vecchi attrezzi da lavoro di mio padre, in un angolo erano ammassate alcune cornici, fra cui una che aveva contenuto una tela di Arturo Grassi, venduta da mio padre dopo il fallimento della fabbrica, ormai ridotta a un buco dove c’erano solo lui e mia madre.

Le sfiorai lentamente. Mi parve di sentire ancora il rumore della sega circolare, il tonfo della pistola ad aria compressa che sparava chiodi nelle cornici, le urla di mio padre, e di respirare la puzza di segatura fradicia, di vernice e di sudore. Continua a leggere Tratto dal romanzo: La finestra chiusa

Tratto dal romanzo: Piciul

XII

Blanca dormiva nel letto di Piciul, come quando era bambina. Lui sedeva accanto a lei, non osava neppure guardarla, quasi avesse paura di violare l’intimità di quella figura esile, pallida, delicata: un simulacro di verginità.

Ne spiò appena le forme da sotto le coperte, la curva dei fianchi, un piede nudo che penzolava nel vuoto.

Distolse subito lo sguardo. Il cuore gli batteva forte, non sapeva nemmeno dare un nome a ciò che provava, avvertiva la pelle bruciare, sotto di essa si muovevano milioni di invisibili insetti.

Dalla cucina proveniva il profumo della camomilla preparata da sua madre. Di tanto in tanto si udivano colpi di tosse, quasi grattassero contro la porta della stanza.

Mosse appena la mano verso Blanca per accarezzarla, ma si fermò, non ci riusciva.

Da piccoli dormivano sempre abbracciati, in quello stesso letto, ma adesso stare lì con lei, in quell’intimità assoluta, travolto dal suo profumo, così vicino alla sua pelle, gli faceva paura, tutto era così diverso da quando erano bambini.

«Horia, io e te staremo sempre insieme, vero?»

«Ma certo che sì! Che lo chiedi a fare?»

«Così…»

I passi e i colpi di tosse di sua madre lo fecero sobbalzare, quasi denti affilati gli avessero sfiorato il collo.

La vide entrare a passo lento, in mano un vassoio e su di esso una camomilla.

«Dorme ancora?»

«Sì…»

Ada lasciò la camomilla sul comodino, accarezzò Blanca e sorrise, poi si rivolse a Piciul.

«Andiamo di là» gli disse a bassa voce. Continua a leggere Tratto dal romanzo: Piciul

Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella farsa. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio pianerottolo trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso.

Mi sedetti accanto a lei.

«Ehi, auguri…»

Neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale» aggiunse.

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra, e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

In un precedente articolo ho già parlato di Antonio Franchini e del suo meraviglioso libro Quando scriviamo da giovani. Redattore storico della narrativa italiana Mondadori, dal 1991 al 2015 ha portato la casa editrice milanese a innumerevoli successi, fra cui la scoperta di casi letterari quali Giordano e Saviano. Lasciata Mondadori ora si occupa della narrativa italiana e della saggista per Giunti.

Oltre che il più grande redattore italiano contemporaneo, Franchini, come già scritto nel precedente articolo a lui dedicato, è uno scrittore eccelso, a mio dire paragonabile a quei rari casi di scrittori al di fuori dell’ordinario come Giuseppe Montesano o Arnaldo Colasanti: prodigi unici in ambito letterario, almeno qui in Italia.

Un vero peccato che Franchini, come i due illustri nomi a lui accostati, a causa dei suoi numerosi impegni editoriali possa scrivere poca narrativa.

Vincitore del Premio Bergamo nel 1997, del Premio Fiesole Narrativa Under 40 e del Premio Mondello Autore italiano nel 2003, la sua scrittura risulta precisa, alta e raffinata seppur concreta ed evocativa, al punto da rendere appassionante quanto un Classico della letteratura anche un testo che potrebbe essere definito un reportage narrativo come I gladiatori, bellissimo libro pubblicato nel 2005 da Mondadori nella collana P.B.O. Continua a leggere antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

romanzo la finestra chiusa: capitoli due e tre

II

Giugno 1996: Ieri.

Checco aveva sentenziato che se io non avessi fatto tutta la discesa della Doganella in bicicletta, senza pedalare né frenare, mia madre sarebbe stata per sempre, irrimediabilmente, additata come una bucchina.

Fra me, Checco e Ugo c’era una sorta di patto sancito senza proferire giuramento alcuno, mai pianificato né spiegato, una regola nata da sé con il fortificarsi della nostra amicizia e da noi riassunta in una sola frase: ‘E mamm’ nun se toccano!; veto indissolubile che preservava le nostre madri da essere troie, fesse rotte o appunto bucchine; termini che, invece, usavamo spesso e volentieri per identificare le madri degli altri ragazzi del quartiere. Eppure questa regola ferrea, talmente calcificata in noi da non doverla neanche proclamare, poteva essere infranta in un attimo, quasi non fosse mai esistita, se uno di noi si fosse rifiutato di accettare una sfida che ne attestasse coraggio e virilità: in tal caso sua madre sarebbe stata una bucchina a tempo indeterminato.
Non avevo scelta, decisi di accettare la sfida.

Checco, a bordo del suo Benelli, comprato da suo padre che aveva una negozio di detersivi e dove lui lavorava alla cassa, non mi toglieva gli occhi di dosso. Il suo volto ossuto, il capo rasato, il corpo tutto nervi e i suoi occhietti a spillo su di me davano alla nostra sfida un tono adulto, sacrale. Continua a leggere romanzo la finestra chiusa: capitoli due e tre

ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi.

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure a malapena avevo salutato mia madre, come sempre ferma ai fornelli, e mio padre ridotto ormai a un debole vecchio, così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie ero corso a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Continuavo a fissarmi allo specchio. Avevo trentacinque anni e mi mancavano già tre molari, i denti erano anneriti dal fumo.

Probabilmente presto anche i miei capelli sarebbero diventati bianchi, come quelli di mio padre. Come lui avrei messo su pancia e perso i denti.

Mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane. Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre era sempre stato un vecchio, ed era vero. Di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un alone di mio padre che non riuscivo a raschiare via. Continua a leggere ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria

Negli ultimi anni qui in Italia in ambito editoriale, se così si può definire, ha preso piede in modo esponenziale la figura chiamata editor: ossia il curatore editoriale, una professione da sempre esistita ma oggi, forse grazie al termine figo d’oltreoceano, pari a qualcosa di mistico.

A memoria credo che da circa sette anni questo termine sia sulla bocca di tutti, sciupato, abusato, deformato, proprio come succede a ogni cosa diffusa in modo approssimativo nel grande calderone del web, dove tutti possono attingere prendendo solo il necessario senza scavare mai all’origine di ogni nozione.

Sembrerà strano ma la figura del curatore editoriale è sempre esistita qui in Italia, dai tempi della fondazione di case editrici storiche quali Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e molte altre: il tempo in cui editoria e letteratura ancora camminavano a braccetto.

Nel tempo questa figura, inizialmente inquadrabile come il redattore, si è sviluppata e definita, ha acquisito ruoli sempre più specifici, così da aiutare a velocizzare, senza ledere in qualità, la produzione di un libro. Ma parliamo di un tempo in cui fondatori, soci e collaboratori delle varie realtà editoriali erano quasi tutti intellettuali: termine oggi appioppato a chiunque spari luoghi comuni in televisione. In particolare gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono floridi di cambiamenti, per quanto difficili, per il panorama editoriale italiano: gli anni di GianGiacomo Feltrinelli, vero pioniere dell’editoria, uomo coraggioso che ha osato portare a noi capolavori quali Il dottor Zivago e Il Gattopardo, opere in cui nessuno credeva.

Tutto questo solo per definire il valore che allora veniva dato ai libri, all’editoria e dunque al lavoro svolto dal curatore editoriale, figura spesso ricoperta da celebri scrittori, critici raffinati e zelanti studiosi. Continua a leggere comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria