Progetto editoriale: La finestra chiusa

Ormai mio padre non ci riconosceva quasi più, nemmeno si alzava dal letto. I medici ci avevano consigliato di continuare a dargli la morfina: non c’era altro da fare, solo attendere.

Mia madre, mutata in una vecchia consunta, vegliava su di lui notte e giorno. China sul letto, a volte gli carezzava il viso come fosse un bambino: quel volto ridotto a ossa che sembravano stracciargli la pelle ingiallita, gli occhi affossati in due grotte buie, la mano ossuta che fendeva l’aria in cerca di qualcosa che solo lui vedeva.

«Ono’, che c’è, sto qua?»

Non avevo mai udito mia madre chiamarlo per nome, non l’avevo mai vista accarezzarlo, ma forse quel mucchio di ossa, di pelle macera che puzzava di sudore dolciastro e di decomposizione, quel cumulo di carne arenata in un letto, quegli occhi spalancati e gonfi di terrore, non erano mio padre: mio padre era già morto, di lui restava solo l’essere umano che non era mai riuscito a essere: un bambino che chiedeva affetto, piangeva, e ora non più da ubriaco.

Più volte io e Anna provammo a portare via mia madre da quel letto a cui sembrava essersi aggrappata, come Onofrio continuava ad avvinghiarsi ostinatamente agli ultimi barlumi di una vita mai vissuta, ma lei non si convinse mai, restava lì ferma al capezzale di quel marito che forse un tempo aveva davvero amato, senza che io ne capissi il motivo.

Si poteva amare Onofrio? Quel composto di urla, brutalità e parolacce; quelle carni sporche, quei denti marci, potevano meritare amore?

A volte sgranava gli occhi verso il soffitto, tendeva la mano in alto come se stesse finalmente toccando qualcosa sospeso in aria, sul suo viso imperlato di sudore appariva appena un sorriso.

«Mamma…»

Poi il suo braccio crollava nel vuoto, reciso.

Mia madre lo stringeva, ma lui sembrava non avvertisse nulla, neppure più il dolore che di giorno lo faceva urlare.

Una notte fui svegliato da un greve tonfo. Il corridoio era buio, in esso giungeva solo un rantolo dolente, mentre una sagoma avanzava lenta nell’oscurità, appena una macchia di mio padre.

Accesa la luce lo vidi trascinarsi lungo la parete, il suo volto era esangue, gli occhi vitrei nel nulla, le mani scheletriche che tastavano il muro, calzoni e mutande calati sui piedi.

«Dove, dove siamo?»

Feci appena in tempo ad afferrarlo prima che cadesse a terra. Lui si aggrappò a me come un cucciolo di gatto impaurito, i suoi occhi ormai grigi mi fissavano tremuli.

«Chi sei? Rino…»

Annuii soltanto, lo tirai su e lo condussi in camera, il suo capo oscillava nel vuoto mentre i suoi occhi roteavano nel buio, senza fissare niente.

«La fabbrica! Le cornici per il Maestro sono pronte?» ansò.

A fatica trattenni le lacrime.

«Sì…»

Lo stesi a letto. Mia madre dormiva su di una brandina, rannicchiata come una bimba.

Coprii prima lei, poi mio padre.

Feci per andare via, ma lui di colpo mi afferrò il polso.

«Miche’, Michele… sei tu, vero?»

Quello scheletro, quel residuo di mio padre, mi stringeva così forte da sentire le sue falangi nella carne, le parole appena udite si erano conficcate nel cuore: quel nome che appariva irreale uscito dalla sua bocca.

«Sono io, dimmi…»

Ma lui neppure mi vedeva.

«La fabbrica, Miche’. La fabbrica! Ci sono le bollette da pagare. ‘E pensa’ a mammet, a tua sorella e a fratet’. La bollette, Miche’. La fabbrica! Ci pensi tu, eh?»

Una lacrima colò sul mio volto e scivolò sulla mano di mio padre, stretta alla mia.

«Sì…»

Mi parve quasi di vederlo sorridere.

Lasciò la mia mano e tese il braccio nel vuoto, le dita rivolte alla morfina sul comodino, senza che neppure la vedesse.

«Passame, passame chella schifezza…»

Quando gliela iniettai lo vidi digrignare i denti, un attimo dopo si accasciò sul letto, gli occhi chiusi come fosse morto.

In cuor mio lo sperai davvero.

Non aveva più bisogno di lottare: io avevo perso, e anche lui.

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