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Ho scritto un romanzo, e adesso?

Ho scritto un romanzo, e adesso? Adesso come prima cosa assicurati che sia veramente finito. Troppe volte si crede ultimato un lavoro che in verità è solo una prima stesura. Sarebbe consigliabile farsi leggere da qualcuno che ne capisce, un lettore forte e analitico, capace di essere il più oggettivo possibile. Fatto questo, bisogna capire cosa si desidera fare del proprio lavoro, e per farlo è necessario compiere la cosa più difficile non solo per uno scrittore, ma per tutti: essere onesti con se stessi.

Quale valore il mio testo?

Per rispondere a questa domanda dovrete ovviamente non cantarvela da soli né essere troppo insicuri, ma obbiettivi, e per farlo bisogna aver letto tanto e bene, così che possiate paragonarvi ai grandi scrittori. Ultima cosa, dovrete essere consapevoli delle vostre attuali capacità: ho scritto qualcosa di migliore?

In base alle risposte potrete capire a chi puntare, perché in base a questo capirete come muovervi.

Ho scritto un lavoro per la piccola editoria, per la media editoria, per la grande editoria oppure voglio puntare a un concorso? O magari voglio pubblicare in Self publishing?

Ogni scelta prevede un percorso diverso, ovviamente salvo la casualità, che c’è sempre.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

XXIII

Oggi 

La prima volta che accompagnai mio padre a fare la chemioterapia non ci rivolgemmo la parola. Quella situazione, quell’intimità forzata, imbarazzava entrambi. Noi che non c’eravamo mai chiamati per nome adesso eravamo lì, in un ospedale dove la gente moriva, e forse anche Onofrio stava morendo.

Rideva. Spinto in carrozzella da una giovane infermiera cercava di convincersi di essere ancora l’uomo forte di un tempo.

«Signuri’, ma dite che quando saranno finite ‘ste flebo potrò tornare ad andare a femmine?»

L’infermiera si limitò a sorridere e con lei mia madre, al mio fianco, il volto rassegnato a una vedovanza che forse aveva accettato dal giorno in cui era andata all’altare, adesso giunta al proprio apice grazie alla consapevolezza della fine di mio padre.

Appena gli infermieri sdraiarono Onofrio sul lettino la sua espressione mutò di colpo.

Con occhi enormi, di un azzurro lucido, osservava il soffitto contrarsi su di lui, mentre gli infermieri trafficavano col suo corpo.

Quando l’ago penetrò il braccio di mio padre, lo vidi serrare gli occhi dalla dolore. Lui, l’uomo forte, quello a cui nisciun ‘o putev’ fa ‘nu cazz’, adesso era solo un bambino spaventato.

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Progetto editoriale: In cerca della Morte

Giunto sul mio pianerottolo vidi la piccola Tiziana guizzare subito nel mio appartamento. Prima di svanire mi fissò di sottecchi, mi parve di vederla sorridere con aria di sfida.

Mi voltai e osservai le piante della signora Torelli: erano intatte, fortunatamente. Avevo temuto che quelle bestie le avessero distrutte, che i nazisti di Josy le avessero incendiate, privandomi della mia vendetta. Invece erano lì, sane e salve. Ma un istante dopo notai con mio sommo stupore che erano fradice.

Dannata, me l’aveva fatta! Ma stavolta me l’avrebbe pagata. Oh sì! L’avrei rispedita a casa sua a calci.

Entrai furioso in casa, pronto a mettere in atto il mio piano, seguito da Bambi e Akim che trascinavano il corpo stecchito di Madame Bovary, ma appena messo piede in cucina Vera mi si fiondò addosso come una furia.

Dio, preoccupato com’ero per le piante della signora Torelli l’avevo completamente dimenticata. Come al minimo nel vedermi pesto e stracciato, seguito da Bambi e Akim nudi che tenevano il corpo svestito di Madame, avrebbe pensato che fossimo andati a far baldoria fino a uccidere a colpi di pene una mignotta.

Mi spinse al muro e mi colpì al viso con una sberla.

«Si può sapere chi cazzo è la troia che ti chiama qui a casa?».

La guardai confuso, perplesso, non sapevo che dirle, quella situazione mi giungeva del tutto nuova.

Cercai una via di fuga. Dalla finestra penetravano i bagliori delle fiamme, ogni tanto un grido proveniva dalla strada, ma Vera sembrava non curarsene.

«Allora, ti decidi a rispondere?».

Osservai Madame ai piedi di Bambi e Akim, frastornati quanto me.

No, non poteva essere Lei! No.

Tiziana, seduta sul divano, gli occhi enormi e sadici su di me sorrideva mentre accarezzava il gatto.

Che si trattasse di una sua mossa per avere tutte per sé le piante della signora Torelli? Magari era stata lei a chiamare la Morte e dirle di telefonarmi.

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Scrittori e menestrelli

Ogni giorno, appena sveglio, mi chiedo quale sia il motivo che porti una persona a scrivere. È la prima domanda che mi pongo quando apro gli occhi, l’ultima che accompagna il mio sonno dopo ore notturne perse fra parole, caratteri, verbi, aggettivi e frasi; ingerendo e vomitando vocaboli e immagini fino all’alba, senza riuscire mai ad afferrarli pienamente e, infine, schiacciato, arrendendomi a morire mentre il mondo si risveglia, desiderando solo un altro giorno per provarci ancora.

Cosa porta mai a sopportare questa follia? E la si vive per davvero? L’audace lotta per congiungere l’invisibile al visibile. Strappare qualcosa dal cuore, dalla mente, dalle vene e da ciò che chiamiamo anima e trasfigurare quel qualcosa, appena una bozza di consapevolezza, in immagini, in volti, chiazze di ricordi e di voci.

È follia pura voler incarnare la memoria, renderla ancora viva quando è invece materia morta, sepolta, vivida solo in flebili respiri che avvertiamo appena un attimo nel silenzio dei nostri sguardi: i momenti in cui ci perdiamo a fissare la sagoma del riflesso di noi stessi, sbiadita e consumata nella frenesia della vita.

Ogni giorno mi chiedo se io sia capace di scrivere, se ne abbia la forza, la costanza, la vocazione, la pazzia. Ogni giorno mi interrogo su cosa sia uno scrittore: termine oggi – più di ieri – usurpato, denigrato, violentato. E mi chiedo se io lo voglia davvero fare: e cosa fare? Che tipo di scrittore essere, e che tipo di uomo? Qual è il senso di questa lotta per raggiungere quell’immagine che ti picchia nel torace di continuo, ossessivamente: l’urlo di una bestia che non ti fa dormire, se non stordito dall’alcool?

La memoria, il ricordo, l’ossessione di una vita che sai mortale: la tua esistenza fatta di attimi che vuoi inchiodare sulla pagina, come le farfalle di Nabokov.

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L’omologazione della narrativa italiana nei sontuosi salotti letterari

Alle porte di questa strana primavera del 2020, in una nazione bloccata da una pandemia, ci si chiede spesso come le imprese affronteranno la crisi economica che ha investito, in un modo o in un altro, ogni settore. Ovviamente l’editoria non è immune da questa crisi, basti pensare alla chiusura di ogni tipo di evento culturale, fra cui i più famosi Saloni del Libro; l’impossibilità di svolgere fisicamente presentazioni dei libri e dunque di vendere delle copie; la chiusura prima delle librerie, poi degli Store online, non essendo i libri reputati bene di prima necessità. Un simile colpo, inferto a una realtà perennemente in crisi e in continuo mutamento, di certo richiederà una risposta immediata e forte da parte degli editori, e la parola d’ordine sarà solo una: fare soldi. Dunque, almeno confrontandomi con molti scrittori, si dà quasi per scontato che già dal prossimo inverno, salvo contratti già firmati, le grandi case editrici tenderanno a puntare sui cosiddetti cavalli vincenti: scrittori molto affermati, persone famose nell’ambito dello spettacolo o dello sport, o ancora Influencer e chi come loro dispone di un numeroso seguito di persone. Una prospettiva tragica, seppur economicamente comprensibile, in un panorama dove la qualità letteraria è sempre più bassa.

Come appena scritto, in una situazione del genere una tale scelta, ossia puntare solo al guadagno, sarebbe più che comprensibile, visto che le case editrici non sono delle ONLUS; il problema di base è un altro: tralasciando i soliti libri dei VIP o dei calciatori, o l’attuale fenomeno di meteore quali Influencer e Youtuber, viene da chiedersi come sia possibile che a vendere di più siano libri di fragile valore letterario, o almeno così sarebbero stati reputati fino a venti o trent’anni fa. Non stiamo infatti parlando di letteratura d’intrattenimento, come potremmo definire quella di Volo o di Moccia, anzi, ben vengano scrittori come Volo e come Moccia, perché con l’incasso dei loro libri gli editori potrebbero investire in opere d’alto valore letterario; il punto è che parliamo di opere di livello mediocre, talvolta appena passabili o nella migliore delle ipotesi buone, spacciate come perle della letteratura contemporanea, tanto da aggiudicarsi importanti premi letterari. Sono proprio queste le opere d’alto valore su cui investono gli editori: i cavalli da battaglia. Continua a leggere L’omologazione della narrativa italiana nei sontuosi salotti letterari

comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria

Negli ultimi anni qui in Italia in ambito editoriale, se così si può definire, ha preso piede in modo esponenziale la figura chiamata editor: ossia il curatore editoriale, una professione da sempre esistita ma oggi, forse grazie al termine figo d’oltreoceano, pari a qualcosa di mistico.

A memoria credo che da circa sette anni questo termine sia sulla bocca di tutti, sciupato, abusato, deformato, proprio come succede a ogni cosa diffusa in modo approssimativo nel grande calderone del web, dove tutti possono attingere prendendo solo il necessario senza scavare mai all’origine di ogni nozione.

Sembrerà strano ma la figura del curatore editoriale è sempre esistita qui in Italia, dai tempi della fondazione di case editrici storiche quali Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e molte altre: il tempo in cui editoria e letteratura ancora camminavano a braccetto.

Nel tempo questa figura, inizialmente inquadrabile come il redattore, si è sviluppata e definita, ha acquisito ruoli sempre più specifici, così da aiutare a velocizzare, senza ledere in qualità, la produzione di un libro. Ma parliamo di un tempo in cui fondatori, soci e collaboratori delle varie realtà editoriali erano quasi tutti intellettuali: termine oggi appioppato a chiunque spari luoghi comuni in televisione. In particolare gli anni successivi alla seconda guerra mondiale sono stati floridi di cambiamenti, per quanto difficili, per il panorama editoriale italiano: gli anni di GianGiacomo Feltrinelli, vero pioniere dell’editoria, uomo coraggioso che ha osato portare a noi capolavori quali Il dottor Zivago e Il Gattopardo, opere in cui nessuno credeva.

Tutto questo solo per definire il valore che allora veniva dato ai libri, all’editoria e dunque al lavoro svolto dal curatore editoriale, figura spesso ricoperta da celebri scrittori, critici raffinati e zelanti studiosi. Continua a leggere comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria

il punto di vista è un patto con il lettore

Oggi voglio parlarvi di un aspetto fondamentale quando si scrive narrativa, e voglio farlo a partire da un film, diversamente dal solito. Non credo sia così strano parlare di tecniche di narrazione portando come esempio un film, in quanto dietro a ogni lavoro cinematografico c’è un lavoro di scrittura, e se un film è buono lo si deve fondamentalmente a un soggetto vincente e a una sceneggiatura ben scritta.

Il film in questione è Rashomon, capolavoro del maestro Akira Kurosawa, tratto dal racconto Nel bosco di Ryūnosuke Akutagawa; un film uscito in Giappone nell’agosto 1950 e mal visto dalla critica locale, ma fortunatamente portato in Italia da Giuliana Stramigioli, docente di italiano presso l’Università degli Studi Stranieri di Tokyo e fondatrice della Italifim, permettendogli di vincere Il Leone d’oro al miglior film e poi, a distanza di pochi mesi, il Premio Oscar come miglior film straniero. Continua a leggere il punto di vista è un patto con il lettore

La grandezza della lingua italiana

Sembra che nella narrativa contemporanea stia sparendo sempre di più la bellezza della lingua italiana, la sua complessità fatta di architetture verbali, meravigliosi aggettivi e avverbi.

Per un po’, soprattutto grazie a pessime traduzioni di autori statunitensi, gli autori italiani sono stati lapidati per un eccessivo utilizzo di aggettivi e avverbi, quasi essi fossero da debellare dalla lingua italiana.

È vero, verissimo, che spesso scrittori inesperti utilizzano molti aggettivi per affascinare e compensare una carenza di azione narrativa, ma è da condannare un simile utilizzo, non certo il corretto uso di componenti indispensabili della nostra lingua.

Fortunatamente questo fenomeno sta sfumando, anche se negli ultimi anni si parla tanto di un termine anglosassone: Show, don’t tell: “Mostra, non raccontare”, preso alla lettera da scrittori inesperti, così come il fatto che sia sbagliato utilizzare aggettivi e avverbi: tutto ciò a discapito della poetica narrativa, particolarmente ricca nella letteratura italiana.

Quando sento dibattere sull’utilizzo dello Show, don’t tell, mi sembra di assistere a persone che si stupiscono nel vedere una pentola d’acqua calda: primitivi che si sbalordiscono nel vedere il fuoco.

Il concetto di mostrare anziché dire esiste da sempre, dai tempi del narratore onnisciente. Le azioni di Don Chisciotte noi le vediamo in atto, le viviamo con lui; così come la decaduta di Fantine nel capolavoro di Hugo, I Miserabili, o la meravigliosa entrata in scena della piccola Cosette che va a prendere l’acqua al fiume, di notte e in pieno inverno.

Da sempre gli scrittori di narrativa sanno che raccontare una storia significa mostrare, ma questo non preclude il narrare: ci sono cose da mostrare e cose da narrare, e spesso nella narrazione si eleva la voce poetica di un autore, mentre nel mostrare una scena si esalta l’azione drammaturgica.

Un romanzo, o anche un racconto, è composto in prevalenza da sommari e scene, è ridicolo pensare un testo fatto di sola azione scenica, sarebbe una sceneggiatura, non un testo di narrativa. Infatti, il termine Show, don’t tell è una vera bibbia per gli sceneggiatori, ed è giusto che sia così, perché il linguaggio cinematografico è tutto composto da immagini; mentre il linguaggio narrativo ha come compito l’usare pienamente le parole scritte, la lingua del narratore, il suo complesso mondo interiore.

In Italia, autori come Calvino o Pontiggia sono stati dei veri cultori della lingua italiana. I loro scritti sono pieni di azioni vissute, ciononostante la loro narrativa trova compimento nell’utilizzo magistrale della lingua italiana: utilizzo impossibile senza giocare con verbi, avverbi e aggettivi, o mostrando solamente le azioni, come impone lo Show, don’t tell. Continua a leggere La grandezza della lingua italiana

Narratologia e scuole di scrittura

Fino a cinque anni fa trovare aspiranti scrittori che parlassero di cose come editing era davvero raro, oggi, invece, sembra che tutti siano editor, correttori di bozze o esperti di scrittura. Si usano termini quali show don’t tell, cliffhanger, storytelling o storyline senza averne studiato il significato, spesso ignorando le regoli basilari della scrittura narrativa quali la struttura in tre atti aristotelica.

Come in ogni campo, anche nel mondo della scrittura la crescita esponenziale del web, e soprattutto dei social, ha sdoganato un esercito di persone che attingono piccole nozioni qui e là e credono queste bastino a formali: è il popolo italiano in questo preciso momento storico, tutti credono di sapere tutto e di poter fare tutto.

Questo aumento vertiginoso di provetti scrittori ha dapprima attirato l’interesse di colossi imprenditoriali quali Amazon, portale che ha subito capito di poter lucrare sulle ambizioni (o illusioni) di molti, creando così il Self Publishing. Come Amazon, in molti hanno trovato in questi novelli autori una miniera d’oro: case editrici a pagamento o a doppio binario, minuscole realtà editoriali fondate da persone del tutto ignoranti in ambito letterario, editor improvvisati, blogger e agenzie letterarie nate dal nulla.

Fra queste figure, ovviamente, non mancano i docenti di scrittura creativa e i corsi di scrittura, ed è proprio su questo che voglio concentrarmi. Continua a leggere Narratologia e scuole di scrittura

Bibliografia storia dell’editoria italiana

Non è un caso che sia successo. Storia editoriali di best seller, Milano, EDUCatt, 2010.

Quo vadis libro? Interviste sull’editoria italiana in tempo di crisi, Milano, EDUCatt, 2009.

Una collana tira l’altra. Dodici esperienze editoriali, Pavia, Edizioni Santa Caterina, 2009.

Ferretti Gian Carlo, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004.

Ferretti Gian Carlo – Guerriero Stefano, Storia dell’informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a Internet. 1925-2009, Milano, Feltrinelli, 2010.

Ferroni Giulio, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Roma-Bari, Laterza, 2010.

Galfré Monica, Il regime degli editori, Roma-Bari, Laterza, 2005.

Ragone Giovanni, L’editoria in Italia. Storia e scenari per il XXI secolo, Napoli, Liguori, 2005.

Sabbieti Mario, Mestieri di carta. Per una storia dell’editoria italiana, Firenze, La Casa Usher, 2010.

Santoro Marco, Storia del libro italiano. Libro e società in Italia dal Quattrocento al Novecento, Milano, Editrice Bibliografica, 2008.

Tranfaglia Nicola – Vittoria Albertina, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Roma-Bari, Laterza, 2007.