Progetto editoriale: La finestra chiusa

XXIII

Oggi 

La prima volta che accompagnai mio padre a fare la chemioterapia non ci rivolgemmo la parola. Quella situazione, quell’intimità forzata, imbarazzava entrambi. Noi che non c’eravamo mai chiamati per nome adesso eravamo lì, in un ospedale dove la gente moriva, e forse anche Onofrio stava morendo.

Rideva. Spinto in carrozzella da una giovane infermiera cercava di convincersi di essere ancora l’uomo forte di un tempo.

«Signuri’, ma dite che quando saranno finite ‘ste flebo potrò tornare ad andare a femmine?»

L’infermiera si limitò a sorridere e con lei mia madre, al mio fianco, il volto rassegnato a una vedovanza che forse aveva accettato dal giorno in cui era andata all’altare, adesso giunta al proprio apice grazie alla consapevolezza della fine di mio padre.

Appena gli infermieri sdraiarono Onofrio sul lettino la sua espressione mutò di colpo.

Con occhi enormi, di un azzurro lucido, osservava il soffitto contrarsi su di lui, mentre gli infermieri trafficavano col suo corpo.

Quando l’ago penetrò il braccio di mio padre, lo vidi serrare gli occhi dalla dolore. Lui, l’uomo forte, quello a cui nisciun ‘o putev’ fa ‘nu cazz’, adesso era solo un bambino spaventato.

Corsi via dalla stanza, lasciando lì mia madre, da sola con la sofferenza di mio padre. Non sopportavo quell’atroce, ridicolo spettacolo: quello non era mio padre, no, non poteva esserlo. Mio padre all’infermiere avrebbe urlato: «E che sfaccimma, manco ‘na siringa sai fare? Che cazz’ te tenen’ a fa ca’? Solo a t’arrubba’ ‘o stipendio si’ buon’?»

Onofrio, l’uomo che ricordavo, l’uomo che avevo sempre temuto, gli avrebbe strappato di mano la flebo e da solo si sarebbe infilato l’ago nel braccio: «Tie’, strunz! Guarda comm se fa. E mo’ lievet’ annanz’ ‘o cazz’ e va ‘a fa n’mocc a chi te’ muort!»

Di mio padre lì dentro non c’era nulla.

Mi allontanai e vagai nel corridoio. Attorno a me scorrevano mura scrostate davanti cui, come cadaveri impolverati, giacevano abbandonate vecchie barelle e sedie a rotelle. Ogni tanto da una porta proveniva un urlo, un lamento, un pianto. Per un attimo mi parve persino di udire il gemito di mio padre.

Mi fermai a un finestrone, accanto a me la statua della Vergine Maria mi fissava con occhi pregni di pietà, ma ebbi solo voglia di fracassarla a terra.

Che avesse davvero ascoltato le mie preghiere da bambino, quando la imploravo di uccidere mio padre?

Tante volte gliel’avevo chiesto, come le avevo pregato di far morire mio fratello. Invece lui era a casa, mantenuto dalla misera pensione di mio padre e dal mio stipendio.

Era tornato per Onofrio, come no: era tornato solo per rompere ‘o cazz a me, chillu ricuttar ‘e sfaccimma!

Mi voltai di scatto verso la stanza dove stava mio padre. Mi era sembrato di udire la sua voce, sì, ma non era la sua di voce, era la mia: il lessico di mio padre, il suo pensiero e il suo essere che si muovevano in me come un nuovo sangue.

Adesso sarebbe stata mia sorella a chiedere alla Vergine Maria di far morire me?

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