Progetto editoriale: Il grande racconto di Renoir

Antologia curata da Monia Rota ed edita nel 2019 da Edizioni della seraincui è presente un mio racconto: Fotografie ingiallite.
Di seguito un piccolo estratto:

La foto di sua moglie era ancora sulla libreria, accanto all’attestato professionale di docente, anche se il professor Pietro Tondelli non insegnava più da dodici anni e da altrettanto tempo sua moglie, Clara, era andata via.

In un cassetto della libreria conservava le foto dei suoi alunni, centinaia di volti che si erano susseguiti in vent’anni di carriera. Di ognuno ricordava il nome, il volto, la voce.

Mise via la foto di Giuseppe Chiarolanza, conosciuto come Peppe ‘O cavallo. Era un alunno della quarta C, proprio come Carmelo ‘O puorc. Lo mettevano sempre a fare il palo prima che iniziasse la lezione: “Facit ambress, sta vennen ‘o prufessor’…”

Le labbra ringrinzite si arcuarono in un impercettibile sorriso. Sistemò gli occhiali, acuì lo sguardo e passò in rassegna i numerosi tomi che affollavano la sua libreria.

Dietro la foto di Clara c’era la vecchia edizione di Madame Bovary che lui le aveva regalato. Le diceva sempre che la donna sulla copertina, la signora Daudet dipinta da Renoir, le somigliava.

Clara neppure si era accorta di averlo lasciato nella vecchia casa, e Pietro l’aveva portato con sé.

Afferrò una copia de Il Barone rampante, sulla prima di copertina l’autografo sbiadito di Italo Calvino. Accarezzò con le dita la dedica, come potesse sentire la consistenza dell’inchiostro sulla pelle, i caratteri nella carne. Quasi trascinandosi attraversò il soggiorno. Sulle pareti il segno ingiallito dei mobili ormai svaniti e dei quadri di famiglia ereditati da suo padre, un macellaio che a sua volta li aveva avuti da suo padre, un piccolo professore di paese. “Tienatil tu sti schifezze! Tanto tieni a stessa capa ‘e cazz ‘e nonnt!” Magari se suo padre fosse stato ancora vivo sarebbe stato contento di sapere che li aveva venduti.

“Semp’ ca capa n’copp a ‘sti sfaccimm e libri! Bravo! Poi te magn’ e libri!”

Suo padre la macelleria l’aveva lasciata a Ciro, il minore dei figli. Pietro non lo vedeva da dodici anni, come ogni altro parente.

Si mise a sedere su una vecchia sedia di vimini e rilesse per l’ennesima volta quel libro. Avrebbe voluto lasciare tutto come Cosimo Piovasco di Rondò, ma non aveva alcun albero su cui rifugiarsi, solo centinaia libri che leggeva e rileggeva ogni giorno: il fruscio delle pagine era l’orologio che scandiva il tempo delle sue giornate, e della sua vita.

Leggeva al lume di candela. Evitava di consumare l’elettricità, le finestre non le apriva mai, per paura di vedere fastidiosi bambini spiarlo.

Finito il libro andò in camera. Sul letto matrimoniale c’erano due cuscini. Sui comodini altri libri, e così sulla scrivania piena di scartoffie e quaderni.

Infilò la sua unica giacca e indossò il capello. Poi, lento come seguisse un corteo funebre, uscì di casa.

Sul pianerottolo, come ogni giorno, incontrò Livia, la figlia di sei anni dei suoi vicini, di cui conosceva solo i nomi e le urla che udiva da due anni.

Seduta sulle scale, mangiucchiava una merendina e fissava con occhietti vispi il professore. Sorrideva, sorrideva sempre, come se non comprendesse quel suo “difetto”, come lo chiamava sua madre, che la limitava nella mente e nel corpo.

Il professore la superò con noncuranza, lei lo seguì con lo sguardo.

«Popessore, i bibri pozzo eggherli?»

Lui neppure si voltò, uscì dal palazzo e avanzò in strada.

I vicoli che accerchiavano la Stazione Centrale di Napoli erano un via vai di mercanti italiani, africani e cinesi: una frenesia di corpi affaccendati a scaricare furgoncini.

Il professore, a testa bassa, compì il suo rituale quotidiano. Comprò il giornale all’edicola all’angolo, un pacco di pasta e una passata di pomodoro in una salumeria, poi raggiunse la chiesa per la messa di mezzogiorno.

Appena entrato, gli occhi delle solite vecchie sedute ai primi banchi furono su di lui, ma il professore avanzò senza alzare il capo e si mise a sedere in fondo, come sempre.

Durante la funzione non guardò nessuno, neppure il prete, don Ivo. Non prese neppure la Comunione. L’ultima volta che l’aveva fatto, due anni prima, appena tornato in città, una vecchia lo aveva fulminato con lo sguardo. Un attimo dopo don Ivo l’aveva chiamato in disparte.

“Pietro, se non confessi a Dio quello che hai fatto non puoi ricevere Gesù, lo capisci?”Anche stavolta andò via da solo, senza neppure un Dio a tenergli compagnia.

Per tutto il tragitto ancora sguardi, ancora voci, qualche insulto. «Fai schifo!»

«Nui ca’ nun te vulimm, ‘e capit?»

Tornato a casa, Livia era ancora sul pianerottolo, fissava un mazzo di chiavi che faceva ciondolare fra le dita e rideva. Appena il professore le passò accanto, lei gli afferrò la gamba.

«Bibri dode sono?»

Il professore si scostò ferino e corse verso casa, gli tremava la mano, non riusciva a infilare la chiave nella serratura, mentre Livia rideva e batteva le mani.

«Bai dai bibri! Bai dai bibri!»

Aperta la porta, Tondelli la barricò e precipitò su di essa, ansante, il sudore che gli colava sulla fronte rugosa.

Si guardò la gamba, quasi temesse di trovare qualcosa di diverso: un marchio, un’impronta che testimoniasse il passaggio di quella bambina sul proprio corpo.

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