Progetto editoriale: Bambini in pausa

L’antologia Bambini in pausa, edita da Meligrana Edizioni, nasce da un’idea mia e di Carmela Manco, presidente della O.N.L.U.S. Figli in Famiglia. Scopo del progetto è dar voce ai bambini di San Giovanni a Teduccio (Napoli) e lasciare che ci raccontino come hanno vissuto uno dei periodi più strani del nostro tempo: la quarantena dovuta all’emergenza sanitaria.

Diciassette autori hanno cercato di elaborare disegni e temi creati dai bambini durante il lockdown, al fine di tramutare paure, gioie e speranza di ognuno di loro in diciotto racconti.

Hanno partecipato al progetto: Giuseppe Meligrana, Carmela Manco, Francesco Costa, Gennaro Varriale Gonzalez, Monia Rota, Maria Masella, Laura Scaramozzino, Serena Pisaneschi, Mara Fortuna, Claudio Santoro, Elisabetta Carraro, Paola Giannò, Claudia Moschetti, Monica Gentile, Erna Corsi, Giovanna Esposito, Floriana Naso, Maria Concetta Distefano, Andrea Cinalli e Mario Emanuele Fevola.

Di seguito due miei racconti presenti nell’antologia: “Loro sono ancora fuori” e “Pelle”.

Loro sono ancora fuori

Di Marco Peluso

Mattia sa che non può uscire, se esce muore, glielo ha detto la mamma. E Mattia non vuole morire, deve prendersi cura della mamma che sta sempre a casa davanti ai fornelli, e pure di papà che ora passa tutto il giorno sul divano a guardare il telegiornale dove si sentono sempre stridere le sirene delle autoambulanze, come in strada, e c’è la gente che urla, i poliziotti che girano con la mascherina sulla faccia e un uomo in giacca e cravatta che dice che tutto andrà bene e che bisogna stare a casa e che occorre lottare per il bene dei propri cari. Ma papà dice che quello è un chiavico di sfaccimma. Dice che è un marivuolo di merda come tutti gli altri.

Mattia, nascosto dietro l’uscio della cucina, fissa quell’uomo alla tv. È attento, non si fa vedere, è invisibile perché si è cosparso con la crema magica, quella che profuma di eucalipto e che la mamma si spalma sul viso. Sono settimane che la mamma non la usa, da quando non si esce più o si esce solo con la maschera perché la maschera non fa morire, anche se Mattia sa che la maschera è velenosa, perché è aliena. Ha paura per la mamma che adesso sta ferma davanti ai fornelli e indossa un grembiule a fiori al posto del suo vestito da principessa, ma lui lo sa che è solo una maledizione: la mamma in verità è bella, è un fiore profumato, è tutta fiori la mamma! E vola via da quel corpo gracile che gira e rigira il mestolo nel pentolino, per poi librarsi sulle pareti e volteggiare fin sul soffitto. E profuma come l’odore del sugo al pomodoro che si addensa nel tinello e svetta su papà che, ossuto e tutto nervi, affondato nel divano beve una birra e urla contro l’uomo elegante: «Ma chi sfaccimma t’ha mis lì? ‘St’omm ‘e merda!»

Mattia guizza via. Sente ancora papà inveire contro la tv e la mamma che gli urla di stare calmo, di non dire le maleparole, mentre l’odore del pomodoro lo segue nel corridoio in un manto appiccicoso e appetitoso. Ma lui sa che adesso non può mangiare, deve pensare a salvare la mamma e anche il papà, sì, perché quello non è il suo papà, è anche lui preda di un maleficio, e lui li salverà, glielo ha detto la Volpe Coniglio.

Il suo corpo minuto sguscia in una cameretta colorata. Un ciuffo di capelli neri gli copre la fronte olivastra, ma lui subito lo scosta e corre fra vecchi giocattoli, pupazzi rotti e tappeti di disegni.

Si guarda attorno furtivo, i bambolotti lasciati a dormire negli angoli della stanza lo spiano, e così i soldatini sulle mensole che gli puntano contro i fucili.

«Non ci hanno seguiti…» sussurra e lesto sposta la tenda della finestra per poi affacciarsi e spiare chiazze opache che si muovono nell’oscurità, sagome dai volti coperti da mascherine verdi, bianche, nere: un corteo che appare e svanisce nei vicoli ramificati attorno al suo palazzo. E subito un ringhio gli soffia sul collo. Unghie acuminate gli sfiorano delicate la spalla.

«Loro sono ancora fuori, non dobbiamo farci vedere» latra ancora la Volpe Coniglio. «Dobbiamo solo aspettare…»

Un sorriso di luce brilla sul volto di Mattia. Lascia stare la tenda e, nel girarsi, si perde nelle pupille gialle che lo fissano. Ma di colpo esplodono in gocce d’ambra, lasciando davanti a lui solo il gelo di un muro e la mamma che urla da dietro la porta: «Ue, te buo’ mover a venire a tavola o no?»

Mattia si allontana lesto dalla finestra, seguito dalla Volpe Coniglio. Muto, a testa bassa, apre la porta e la mamma lo accoglie con uno schiaffo sulla nuca.

«E muovete! Ca già aggia pensa’ a patet!»

Mattia non dice nulla. In silenzio cammina dietro la mamma. Sa che lei è dentro quel corpo debole fatto di stracci e urla. Deve solo aspettare, la Volpe Coniglio glielo ha detto.

A tavola nessuno parla, adesso vorrei invece udire qualcosa, una voce che sia diversa da quella della presentatrice televisiva che continua a ghignare, le risate e gli applausi della platea, le posate che graffiano stridule la ceramica dei piatti, il cibo masticato da papà, i minuscoli pezzi di carne risucchiati dalla mamma e la piccola Clara che affonda di continuo la forchetta nello spezzatino, senza decidersi a portarla alla bocca, mentre Valeria mangia a rilento, divisa fra la cena e il cellulare.

«Lisa, ti sei imbambolata…»

Un rigurgito mi sale dallo stomaco fino alla gola, la sento bruciare, sto per vomitare tutto nel piatto e mi trattengo: non oso guardare nessuno, se lo facessi so che rigetterei il cibo, lo stomaco, il cuore, i polmoni, il cervello e questa carne trasparente che vedo poggiata sul tavolo, questo braccio che non riesco a muovere mentre Valeria mi fissa come se volesse dirmi: «Sei solo una cretina, guardati!», ma non dice nulla. In realtà neanche mi guarda davvero, come la piccola Clara che mangia a testa per paura di essere sgridata da mamma. Non capisco perché da quando è iniziata questa nebbia è sempre triste, non mi parla più, non mi cerca, è come se io fossi svanita anche per lei.

«Lisa, ti decidi o no a mangiare?»

Porto la forchetta alla bocca. Lentamente, la vedo avvicinarsi sempre di più, i sui denti aguzzi pronti a trapassarmi le labbra, la lingua, la gola.

Viscido! È tutto viscoso nella bocca. Ho voglia di sputare. Sto masticando la mia carne, il mio sangue e mi sento in colpa. Ho vergogna.

Sotto lo sguardo soddisfatto della mamma, mando giù un altro minuscolo boccone. Le gambe tremano, cerco di fermarle prima che Valeria le veda, ma credo sia tardi, perché sorride compiaciuta.

Papà non dice nulla. Guarda la televisione e continua a ruminare. Io vorrei scappare, ma la porta di casa è sbarrata da giorni con delle assi di legno, dietro ai vetri della finestra si scorgono soltanto nubi grigie, la città è sparita nella nebbia.

Spero solo che Clara non si volti verso di me, ma pare che lei neppure esista. Inizio a chiedermi se lei sia reale. La sua pelle pare fatta d’aria quasi quanto la mia, i suoi movimenti sono rigidi, come mossi da invisibili fili. È una bambola, una di quelle di porcellana nella camera che divido con lei, riposte sulle mensole perché sono preziose e lei non ci può giocare, come non potevo fare io alla sua età o la mamma si arrabbiava.

Mentre la guardo di sottecchi, noto che mi assomiglia ogni giorno di più e ho paura; è una cosa che mi fa male, vorrei saltarle addosso e strapparle dalle ossa il mio viso per salvarla, per lasciarla per sempre bella, in eterno una bambola. Ma resto ferma. Con movenze lente avvicino ancora la forchetta alla bocca, il metallo sfrega contro i denti, il cibo molle mi cade nel palato.

Chiudo gli occhi e prego che tutti siano diventati invisibili. Odo solo qualcuno applaudire dal televisore.

*

Vorrei dire a mamma che amo lavare i piatti. È così bello vedere l’acqua che spazza via il sudiciume lasciato dal cibo, la schiuma che scrosta pezzi di carne morta appiccicati alla ceramica, nuvole di schiuma che brillano lì dove poco prima avevo immaginato il mio vomito. Ma resto zitta, come lei in piedi accanto a me ad asciugare le stoviglie.

Clara è già in camera a fare i compiti. Non ricordo se in seconda elementare pure io avessi i compiti da fare, però ricordo che la sera anche io ero in camera, ma Valeria non aiutava la mamma. Come adesso restava a tavola a guardare la TV assieme a papà. Alcune volte la sento sorridere, poi parlare al cellulare. Papà non esiste. Non si muove. Non respira. I suoi occhi sono immobili. Il vino nel suo bicchiere sembra non consumarsi mai. Non beveva così tanto, prima; a dire il vero non so neppure bene come fosse prima, né se sia mai esisto un prima. Ho solo paura che ritorni quel periodo, che si torni a uscire, ad andare a scuola, a vedere le persone, e che i loro occhi si posino sulla mia pelle, che le loro labbra sussurrino il mio nome. Alcune volte mi sembrava di morire.

Un brivido mi percorre la schiena. Continuo a sgrassare i piatti con maggiore forza, vorrei che tornassero nuovi, immacolati, mai toccati. Ma, per quanto io li lavi, resta sempre un alone di sudiciume, una consapevolezza di morte che non va via e mi rimane conficcata nelle pupille.

Finito, mentre mamma siede a tavola con papà, e Valeria è in camera sua, vado in bagno senza correre. So che non devo correre. Cammino piano e a testa bassa. Entrata, chiudo la porta. Giro bene la chiave, sulla maniglia ci poggio un asciugamano, poi subito vado al lavello e apro il rubinetto.

L’acqua scorre violenta, rumorosa. Spero non si senta altro rumore e che fuori nessuno mi ascolti, mi veda, si accorga del mio corpo che inizia a tremare, a ruggire, a lacerarsi in mille pezzi.

Impaurita, ma senza osare ribellarmi a una malsana voglia di martirio che mi pulsa nelle vene, alzo lo sguardo verso lo specchio: la pelle è malta spaccata dal sole. Passo le dita nei solchi, le intingo al loro interno, ma tutto è freddo, duro: non c’è acqua, sono prosciugata.

Mi sciacquo la faccia: una volta, due volte, tre volte. Spero di non vedere più alcun riflesso, nessuna immagine, ma ci sono ancora: sono trasparente, un sospiro, ma ci sono, e tremo. So che ora devo farlo. So che devo vedere ancora, toccare ancora, ma quando sfilo la maglietta serro i pugni dal terrore.

Vorrei urlare, ma non ci riesco. Vorrei piangere, ma sono terra arida. Sotto la pelle consunta che mi copre le ossa si muovono minuscole mani, prendono forma dei volti, piccole dita cercano di aprirmi le carni e fra esse, nel mezzo del mio ventre, dallo stomaco si apre una crepa che sale fino al cuore.

Corro subito al water e mi ci inginocchio davanti. Non ho il tempo di pensare, non ho più niente dentro di me se non la voragine scura che fisso. Non sento nulla, né i capelli che mi cascano sul viso né il freddo della ceramica sotto le mani. Neppure avverto più le dita rapide che mi accoltellano la bocca, la gola. Solo qualche lacrima, ma gli occhi subito si chiudono, mentre il corpo si squarcia da dentro e lo stomaco, il cuore, il polmoni e le ossa si mescolano in un gorgo melmoso che batte nella pancia, nel petto, sale e furioso mi spazza via le dita dalla bocca per precipitare in un urlo via da me, davanti a me.

Sento che mi scruta, che mi fissa, seppur ho le palpebre serrate. La sua presenza l’avverto ancora sul palato, vivida sulla lingua, pulsante all’interno del naso. Ma non la guardo, no. Tirò sul col naso, gli occhi bruciano, le labbra sono aride. Porto di nuovo le dita alla bocca, con lentezza, quasi non ce la faccio a reggere il mio stesso peso. Mi trafiggono ma stavolta non avverto dolore alcuno, più niente: esse affondano nel vuoto, dentro di me non è rimasto nulla.

*

La luce nella cucina è ancora accesa. Ultimamente mamma e papà vanno a dormire sempre tardi. Parlano a lungo, loro che non hanno mai parlato di niente, ma come sempre non mi importa cosa si dicono. Di certo discutono del lavoro che non c’è più, di quanto tempo dovremmo ancora stare chiusi qui dentro, di quando il cielo tornerà azzurro. Qualche volta mi è sembrato persino di udire la mamma piangere, ma non mi interessa. Vorrei solo non vederli tutto il giorno. Vorrei solo non vederli. Vorrei solo non vedermi.

Per fortuna fuori dal bagno non ho incrociato Valeria. Mi sembra sempre più bella e alta, gigantesca. Ieri, quando ci siamo urtate nel corridoio, ho sentito la spalla come spaccarsi. Persino la sua voce è diversa, fortissima: «E stai sempre fra le palle, mongoloide! Perché non muori?»

Invece Clara è giorno dopo giorno più piccola. Alcune volte, quando le stringo la manina, ho paura di spezzargliela. Anche ora mi sembra minuscola. Rannicchiata a letto, mentre finge di dormire per paura che venga la mamma e la sgridi, è del tutto avvolta dalle lenzuola, sta sparendo in esse, lo avverto, e io vorrei afferrarla, tenerla forte e scomparire assieme a lei. Andare via, noi due soltanto.

A un tratto sento i passi di papà nel corridoio, la sua tosse.

Veloce mi infilo a letto, accanto a Clara. Mi nascondo sotto le coperte e svelta mi tasto il corpo.

La pelle è liscia, non ci sono crepe, sono svanite. Ma ho paura che compaiano all’improvviso. Che lui entri, mi tiri via dal letto e veda il mio corpo che sta cadendo a pezzi. Orrenda. Deforme. Mutilata. Ma papà anche stanotte va via.

Ora è tutto buio. Mi piace il buio. Al buio non esisto, sono fatta solo di respiro.

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