Il linguaggio editoriale che un autore deve assolutamente conoscere

In onestà credevo non fosse necessario trattare temi così elementari, cose che dovrebbero essere conosciute benissimo da chi cerca di pubblicare un libro. Purtroppo spesso le nozioni recuperate sul web confondono, basti pensare che Amazon chiama sinossi quella che, a tutti gli effetti, è la quarta di copertina.

Il linguaggio editoriale è importante. Non mi riferisco al linguaggio utilizzato esclusivamente dagli addetti ai lavori. Non è detto che un autore debba conoscere cosa si intenda in una redazione quando si parla di una vedova e di un’orfana, ovvio, ma ci si aspetta che un autore conosca almeno i rudimenti del mestiere che sta cercando di intraprendere.

Immaginate di andare a fare un colloquio come magazziniere, okay? Vi saranno chieste cose inerenti al lavoro a cui aspirate, giusto? Si useranno termini relativi alle mansioni che dovrete svolgere, vi parleranno di stoccaggio, di picking & packing, di transpallet e altri termini chiarissimi per chi ha dimestichezza in tale ambito, o comunque conosciuti da chi si è informato prima di sostenere un colloquio.

Dunque, perché un autore non dovrebbe conoscere i termini editoriali, o almeno quelli che gli saranno chiesti prima che lui invii la propria candidatura fra migliaia di candidature? E secondo voi, perché mai un editore che riceve migliaia di candidature in un anno dovrebbe rispettare chi non ha neppure la cura di seguire le sue istruzioni?

Ma io sono un creativo! La mia opera parla da sola!

Bene, sappi che milioni di persone credono la stessa cosa, non sei il solo. E perché io dovrei crederti sulla parola? Perché dovrei aprire proprio il tuo file, leggere il tuo dattiloscritto, anziché quello di un altro autore che attesta di essere degno della mia attenzione? Dammi una buona ragione che non sia soggettiva o dettata da un tuo pensiero personale.

Pitch, sinossi e biografia servono a questo. E anche la cartella editoriale. Essa serve a capire se tu, carpentiere, sia almeno a conoscenza di uno strumento chiamato martello. Sono regole che vanno conosciute e rispettate, perché non ci si sta interfacciando con l’amico del bar, ma con un redattore, un agente letterario o il responsabile di un concorso letterario che tramite quanto da lui chiesto valuterà il futuro del vostro testo.

Partiamo dal pitch.

Mi torna in mente la scena di Fantozzi contro tutti quando il capitano di un’imbarcazione chiede a Fantozzi: «Cazzi quella gomena!». Spesso la reazione di un autore al cospetto della richiesta di un pitch è la stessa di Fantozzi nel suddetto film.

Il pitch è la presentazione di una idea, di un progetto. Una presentazione breve, di una durata che va da un minuto a tre minuti: tempo in cui dovrete ottenere l’attenzione di che sta davanti a voi e convincerlo a puntare sul vostro progetto.

Per fare un buon pitch bisogna conoscere a fondo la propria storia, perché in quel tempo ridotto non potrete perdervi in inutili dettagli, dovrete andare al sodo!

Anzitutto vi serve un ottimo gancio, ossia un’idea esposta in modo chiaro, senza aggettivi di autoerotismo, che subito interessi chi sta lì per giudicarvi.

Esempio? E.T. L’extraterrestre:

Un alieno bambino cade sulla terra e viene aiutati da alcuni bambini a non essere catturato dagli adulti.

Fa pressappoco così.

Qual è il gancio?

Un alieno bambino! Non un alieno, ma un alieno bambino. Questa cosa subito incuriosisce.

Ma non basta il gancio. Dovrete esporre in maniera chirurgica i conflitti che muovono la storia, qual è la direzione della storia (nel caso di E.T. è la salvezza dell’extraterrestre), qual è il nucleo della storia.

La dinamica deve essere limpida e i conflitti visibili. Se dovete presentare la vostra trama, dovrete dire tutto: quindi il vostro compito è creare attesa ma sciogliere i dubbi nella chiusa.

Ragionate sulla peculiarità della vostra opera, sull’atmosfera, sul messaggio, e cercate di restituirlo a parole, ma non spiegoni, attenzione, né un vostro parere soggettivo. La storia dovrà essere visibile al vostro datore di lavoro nella sua totalità e in ciò che davvero la rende degna di essere scelta.

È consigliabile scriverla a mano più e più volte, non di istinto, ma in modo geometrico. Fate schemi, riflettete, registratevi e riascoltatevi. Ovviamente recitatelo allo specchio, fatevi ascoltare. Fatto questo, nel caso il pitch fosse richiesto scritto, anziché verbalmente, potrete trascrivere il risultato di tanta fatica e inviarlo.

Solitamente un pitch fatto bene è di circa mille battute.

Ma a che mi serve inviare un pitch se poi mando la sinossi?

Se te lo chiedono, a loro serve. Diversamente scegli un’altra casa editrice, no? Magari hanno tante di quelle proposte che, prima ancora della sinossi, si basano sul pitch. Oppure vogliono vedere fino a che punto l’autore conosce la propria opera. Potrebbero voler cogliere da subito il gancio della storia.

A te non deve interessare. Il tuo datore di lavoro te lo chiede, tu devi darglielo. Altrimenti evita di candidarti.

Veniamo alla sinossi. Tantissimi, troppi autori la scambiano ancora per la quarta di copertina.

Ma sapete quanti sono stati scartati per questo motivo? E non solo scartati, ma si sono messi in cattiva luce. Sì, perché se un autore manda a un editore o a un agente letterario una quarta di copertina, quando questi gli chiedono una sinossi, ci si mostra o come un pivellino, o come un pigro, o come un individuo privo di rispetto o comunque come un autore che non si degna neanche di informarsi cosa gli stanno chiedendo.

Scartati subito. Alcune volte bollati, se si diventa recidivi. Perché, lo ripeto, gli addetti ai lavori chiacchierano fra loro.

Arriviamo dunque alla sinossi. A chi serve, al lettore? Assolutamente! Mai dare la sinossi a qualcuno che non sia un addetto ai lavori, perché lì c’è tutta la vostra storia.

Ma perché, nella sinossi va anche il finale?

Sì, fratello caro, va anche il finale.

Una sinossi è un riassunto che permette di mettere in luce gli elementi più significativi della trama del libro, la struttura centrale e le articolazioni fondamentali, nonché personaggi e conflitti.

La sinossi è rivolta ai professionisti dell’editoria e serve loro per avere una visione d’insieme dell’opera. In parole povere è ciò che dirà al lettore di casa editrice, al redattore o all’agente letterario se leggere o meno la tua storia.

Tra le righe deve emergere chi è il tuo pubblico di riferimento, il tuo lettore ideale, se appartiene a un genere letterario preciso. Ma attenzione, non devi dirlo, deve emergere dalla storia. L’autore nella sinossi non deve entrarci minimamente. Nessun giudizio personale. Nessuno spiegone. Non cercate di essere affascinanti, siate invece chiari e decisi, anche perché avrete un massimo di due cartelle editoriali (nella migliore delle ipotesi) per farlo.

Ma cosa va nella sinossi? Tutti i personaggi principali e le svolte progressive, riportate dalla A alla Z in ordine cronologico; sia la trama A che la trama B.

Preambolo, incidente narrativo e obiettivo devono essere cristallini.

Devo sapere subito dove siamo e chi è il protagonista. Devo conoscere la sua normalità, il conflitto che la rompe, i suoi desideri. Devo vedere i suoi alleati, l’oggetto della sua ricerca, l’antagonista. Insomma, la storia in tre atti riportata in un massimo di due cartelle editoriali.

La sinossi è un riassunto della vostra opera, un po’ come quelli che si facevano a scuola, né più né meno, e che oggi si svolgono sempre di meno.

Quando scrivete una sinossi vi consiglio di tenere ben chiari questi punti:

Chi è il protagonista e chi sono i personaggi principali e dove e quando si svolge la storia.

Cosa accade al protagonista e, di conseguenza, ai personaggi principali.

Rottura della prima norma, climax e punto di non ritorno.

Quali sono gli eventi narrati e le svolte.

L’intreccio e, di conseguenza, la trama A e la trama B.

Il messaggio della storia.

Tutto questo non va detto, ma va mostrato riassumendo il proprio testo.

Se trovate problemi a farlo, non sempre è per una scarsa capacità di sintesi, ma perché magari non avete chiara la vostra storia o in essa c’è qualche problema.

Da qui arriviamo alla famosa quarta di copertina.

Se la sinossi serve agli addetti ai lavori, la quarta di copertina serve al lettore. Posta sul retro di un libro, proprio come la copertina è un biglietto da visita per il lettore: da essa il lettore potrebbe scegliere di leggervi o non farlo. Dunque è uno strumento di marketing? Sì, lo è. Se non vi piace questa idea, allora meglio scrivere per se stessi.

Di norma non è l’autore a scriverla, ma talvolta gli viene chiesto di farlo, per lo più nella micro o piccola editoria. Quando ci si autopubblica, invece, a meno che non si paghi un professionista, tocca all’autore scriverla.

Ma cosa deve esserci in questa quarta di copertina? Iniziamo da cosa non dovrebbe esserci: le sviolinate! La masturbazione.

Nessuno ama i palloni gonfiati. Se in una quarta di copertina troviamo aggettivi o avverbi che decantano la grandezza del libro in questione, capiamo subito che si tratta del pensiero dell’autore o di chi per lui vuol far vendere il libro. In tal caso pensiamo subito che si tratti di un bidone e passiamo avanti. Diverso è quando si tratta di trafiletti provenienti da rinomati giornali (non quello della parrocchia) o riviste letterarie (non il blog improvvisato), quelli sì, vanno inseriti, così come i premi (se molto prestigiosi si crea l’odiosa fascetta), ma non certo all’inizio.

Se all’inizio del testo nella quarta di copertina non devono apparire cose che facciano apparire il tutto come mera prostituzione letteraria o autocelebrazione, cosa deve mostrare al lettore? Qualcosa che lo acchiappi da subito, appunto il gancio. E in lettore vuole vedere da sé che quella storia vale la pena di leggerla, vuole essere affascinato dallo stile e dalla lingua, incuriosito da qualcosa di speciale, colpito da qualcosa che lo faccia entrare in empatia con quanto appena letto.

Ci va l’incipit, o una frase che contenga il nucleo della storia.

Dopo, solo dopo, catturata l’attenzione del potenziale lettore, si mostra ciò che andrà a leggere, sempre senza cantarsela: limitiamoci ai fatti. Mettiamo in luce quello che accade o sta per accadere e lasciamo in sospeso lo svolgimento. Infine, magari chiudiamo con una domanda, che possibilmente non sia il solito “Riuscirà a?”, ed evitiamo promesse del tipo “Questa storia vi cambierà la vita”. Una domanda coerente con quanto esposto all’inizio e nel mezzo, una chiusa che convinca l’autore a scoprire come andrà a finire la vostra storia.

Ma nella quarta ci cono molte cose oltre al testo: spesso il marchio e il nome della collana, il prezzo, il codice ISBN, talvolta una biografia dell’autore.

Analizziamo proprio questo aspetto.

La biografia, qualora non fosse presente in eventuali bandelle, ha senso solo nel caso serva a qualcosa che porti il lettore ad acquistare il libro, come tutto nella quarta di copertina. Ovviamente nel caso di un autore affermato c’è poco da dire: chi è, anno e luogo di nascita, che fa per campare (qualora il lavoro sia inerente al mondo creativo o didattico), le pubblicazioni. In ogni caso deve essere breve, poche righe; può essere inserita nel testo o separata. Lo stesso vale per autori emergenti ma famosi in ambito accademico: titolo di studio, onorificenze, premi.

Ma per un emergente o un esordiente?

Diciamo anzitutto che la biografia di un autore emergente o esordiente potrebbe essere non solo inutile, quanto controproducente.

Ovviamente valgono le regole già esposte: tutto in poche righe.

Anno e luogo di nascita sono obbligatori, che cavolo! I problemi nascono dopo. Se non siete laureati o se il vostro lavoro è un umile (a mio dire dignitosissimo) impiego, a meno che il vostro non sia un esordio con una grande e importantissima media casa editrice, o non siate un autore Mondadori che ha deciso di restare in campagna a fare l’agricoltore, fossi in voi eviterei: risultereste uno dei tanti che ha pubblicato con la piccola o con la micro editoria ma, a conti fatti, fa altro per campare, il che non è un male (almeno secondo me), ma la biografia serve a fidelizzare e a colpire il lettore. Dunque che inserire? Pubblicazioni e premi, a patto che non siano pubblicazioni a pagamento o premi irrilevanti, o magari ricevuti in un contesto non famoso (fiere dell’editoria, grandi eventi, manifestazioni importanti); per le pubblicazioni in self, non vendetevele come capolavori, non millantate millemila copie, fosse anche vero, rischiereste solo di fare la figura dei palloni gonfiati. Bene le collaborazione con riviste letterarie o testate giornalistiche, purché si tratti di vere riviste letterarie e vere testate giornalistiche.

E se non ho nulla di questo?

Si potrebbe pensare all’aspetto umano, certo, su alcuni fa colpo. Mostrare la parte umana di voi, i vostri interessi, i vostri sogni, ma tutto deve avere un aspetto sociale e soprattutto deve mostrare la vostra passione per la letteratura.

Se non avete una vera passione per la letteratura, beh, più di evitare di scrivere una biografia, evitate proprio di pubblicare, per favore.

Grosso modo questi sono i criteri per una biografia, gli stessi che valgono nella biografia richiesta dall’editore, solo che da questa non si scappa. Talvolta viene posto un limite, ma di vostro dovete già sapere che una biografia da inviare a un editore non deve mai e poi mai superare le due cartelle: una cartella è già abbastanza. E non cantatevela, non inventate cose. Vi sgamano e fate una figuraccia. Siate sinceri e usate bene le armi in vostro possesso.

Lo so, sembra in contrasto con il precedente cinismo, ma la presunzione è mal vista ovunque.

Ah, in alcuni casi l’editore potrebbe chiedervi il curriculum, inteso come quello che mandereste a una qualsiasi azienda.

Ma perché, a che serve?

Non sono problemi vostri, vale la legge del pitch: non vi sta bene? Ci sono altri editori.

Ultima cosa, cos’è questa cartella editoriale?

Una pagina. Una pagina formata da 1.800 caratteri; dunque non una pagina A4 di Word, né una pagina A5, anche se è quella che più si avvicina all’ipotetica pagina di un libro. Ogni cartella editoriale contiene 1.800 caratteri. Certo, talvolta viene indicato anche rientro e spaziatura, ma limitiamoci all’aspetto basilare. Dunque, che l’editore vi chieda le prime trenta cartelle del dattiloscritto, o che le chiami pagine, sappiate che si aspetta trenta cartelle da 1.800 caratteri cadauna, e per caratteri si intende qualsiasi cosa: lettere, numeri, punteggiatura, spazi.

Come fare a calcolarli? Semplice, su ogni programma di scrittura esiste il conteggio delle parole, lì troverete anche i caratteri, spazi inclusi.

Bene, ora sapete cosa potrebbe chiedervi un editore e cosa dargli. Da queste cose non si scappa, sono regole, non potete fare di testa vostra, quello che vi viene chiesto quello dovete inviare, e farlo nella modalità richiesta dall’editore, dall’agente o da qualsiasi addetto ai lavori.

L’alternativa è semplice: non inviate a editori, agenti o addetti ai lavori.

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