Archivi tag: romanzo napoletano

Progetto editoriale: La finestra chiusa

IV

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva, e temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Nel tempo mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta, poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta socchiusa dello sgabuzzino attirò la mia attenzione, al di là di essa udivo il buio sussurrare il mio nome.

Da bambino non la lasciavo mai aperta, perché Rino mi aveva detto che li c’erano i fantasmi, e quando l’aprii pensai che forse mio fratello aveva ragione. Fra scaffalature di ferro piene di carabattole vidi i vecchi attrezzi da lavoro di mio padre, in un angolo erano ammassate alcune cornici scrostate, fra cui una che aveva contenuto una tela di Arturo Grassi, venduta da mio padre dopo il fallimento della fabbrica, ridotta a un buco dove c’erano solo lui e mia madre.

Continua a leggere Progetto editoriale: La finestra chiusa

Progetto editoriale: Piciul

XII

Blanca dormiva nel letto di Piciul, come quando era bambina. Lui sedeva accanto a lei, non osava neppure guardarla, quasi avesse paura di violare l’intimità di quella figura esile, pallida, delicata: un simulacro di verginità.

Ne spiò appena le forme da sotto le coperte, la curva dei fianchi, un piede nudo che penzolava nel vuoto.

Distolse subito lo sguardo. Il cuore gli batteva forte, non sapeva nemmeno dare un nome a ciò che provava, avvertiva la pelle bruciare, sotto di essa si muovevano milioni di invisibili insetti.

Dalla cucina proveniva il profumo della camomilla preparata da sua madre. Di tanto in tanto si udivano colpi di tosse, quasi grattassero contro la porta della stanza.

Mosse appena la mano verso Blanca per accarezzarla, ma si fermò, non ci riusciva.

Da piccoli dormivano sempre abbracciati, in quello stesso letto, ma adesso stare lì con lei, in quell’intimità assoluta, travolto dal suo profumo, così vicino alla sua pelle, gli faceva paura, tutto era così diverso da quando erano bambini.

«Horia, io e te staremo sempre insieme, vero?»

«Ma certo che sì! Che lo chiedi a fare?»

«Così…»

I passi e i colpi di tosse di sua madre lo fecero sobbalzare, quasi denti affilati gli avessero sfiorato il collo.

La vide entrare a passo lento, in mano un vassoio e su di esso una camomilla.

«Dorme ancora?»

«Sì…»

Ada lasciò la camomilla sul comodino, accarezzò Blanca e sorrise, poi si rivolse a Piciul.

«Andiamo di là» gli disse a bassa voce. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Progetto editoriale: La finestra chiusa

VII

Dopo quel giorno Lia fu accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo, visto che oltre a noi non aveva nessuno.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci illustrò il suo piano: stavolta il bottino fregato nel cimitero del Pianto l’avremmo dato a Vincenzo ‘a zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e ci avrebbe pagato in coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle. Dunque non avevamo scelta.

Lia, invece, non aveva aperto bocca, lasciando di stucco Checco. Anzi, fu proprio lei a farci entrare nel cimitero.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro.

Fra lapidi, cappelle di marmo, statue di santi e di angeli, avanzavamo lenti in un silenzio rotto soltanto dal verso degli uccelli, mentre piccole fiammelle danzavano davanti a foto di uomini, di donne e di bambini che ci guardavano e sorridevano.

Continua a leggere Progetto editoriale: La finestra chiusa

Progetto editoriale: Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Progetto editoriale: La finestra chiusa

XVIII

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella recita. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio piano trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso in un triste sipario.

«Ehi, auguri…» le dissi, sedendomi al suo fianco. Ma lei neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale…»

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, una misera parvenza di vita, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me.

«Non lo festeggiate il Natale a casa tua?»

Lia sbuffò nuovamente e voltò ferina una pagina.

«Se essere costretti a stare a tavola fino a mezzanotte, muti, significa festeggiare, allora lo festeggiamo. Contento?»

«Hai ragione, anche a me non piace…» dissi alzandomi e colpendo col piede la ringhiera in modo goffo e a sguardo basso. «Quest’anno ho anche fatto cadere mia sorella nel presepio.»

Continua a leggere Progetto editoriale: La finestra chiusa

Progetto editoriale: Piciul

VIII  

Damin correva di vicolo in vicolo, attorno a lui palazzi scrostati, minuscoli negozi cinesi e alimentari pakistani.

Non vedeva altro che suo fratello Floris, era scolpito nelle sue pupille, pulsava come un ascesso.

Avanzò veloce, calpestò rifiuti, vetri rotti, immondizia lasciata a marcire ai piedi di cassonetti straboccanti.

Schiacciò la carcassa di un gatto: gli tornò in mente la volta in cui Floris l’aveva portato in un cimitero a dissotterrare un morto per fregargli l’oro. Allora avrebbe voluto gettare suo fratello in quella fossa, invece ci era caduto lui, sotto le risate di Floris.

Continuò a correre, respirava puzza di muffa, palazzi cadenti si susseguivano irregolari, di tanto in tanto da una cappella nel muro il volto triste della vergine Maria sembrava compatirlo.

Sfrecciò davanti un edificio distrutto, gli parve di vedere il presepio che aveva costruito a otto anni. Era stata sua madre, quando era ancora in casa, a insegnargli a farlo. Una volta finito, Floris gliel’aveva distrutto, poi ci aveva pisciato sopra e aveva steso lui con un pugno.

«Frocio! Tu giochi cu ‘e bamboline?»

Suo padre rideva, mentre Damin, in lacrime, rimpiangeva il fratello che un tempo lo aiutava a costruire quello stesso presepio, insieme alla loro mamma. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Progetto editoriale: Piciul

II

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio Floris a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato soltanto per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi a Nisida per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Progetto editoriale: La finestra chiusa

II

Maggio 1996: Ieri

Checco aveva sentenziato che se io non avessi fatto tutta la discesa della Doganella in bicicletta, senza pedalare né frenare, mia madre sarebbe stata per sempre, irrimediabilmente, additata come una bucchina.

Fra me, Checco e Ugo c’era una sorta di patto sancito senza proferire giuramento alcuno, mai pianificato né spiegato, una regola nata da sé con il fortificarsi della nostra amicizia e da noi riassunta in una sola frase: ‘E mamm’ nun se toccano!; veto indissolubile che preservava le nostre madri da essere troie, fesse rotte o appunto bucchine; termini che, invece, usavamo spesso e volentieri per identificare le madri degli altri ragazzi del quartiere. Eppure questa regola ferrea, talmente calcificata in noi da non doverla neanche proclamare, poteva essere infranta in un attimo, quasi non fosse mai esistita, se uno di noi si fosse rifiutato di accettare una sfida che ne attestasse coraggio e virilità: in tal caso sua madre sarebbe stata una bucchina a tempo indeterminato.
Non avevo scelta, decisi di accettare la sfida.

Continua a leggere Progetto editoriale: La finestra chiusa

Progetto editoriale: Piciul

Da sei ore Horia aveva lo sguardo chino su una piallatrice a nastro. Non si era seduto un attimo, ma le gambe non gli facevano male: nemmeno le sentiva più. Persino la puzza di vernice, di colla, di segatura e di sudore attorno a lui gli era ormai indifferente. Spingeva una trave di legno dopo l’altra, come ogni giorno. I trucioli gli volavano sul viso, li avrebbe ingoiati se non fosse stato per la mascherina che indossava.

Trave dopo trave pensava solo ai soldi che avrebbe portato a casa da sua madre.

Alle sue spalle cataste di pannelli di legno formavano un labirinto alto fino al soffitto. Il sibilo delle seghe a nastro, il tonfo delle pialle a filo e il frastuono di un’arrugginita radiale trifase detta ‘A Zoccola formavano un unico, pesante e denso suono.

‘A Zoccola aveva tagliato tre dita a un operaio, due anni prima. Horia, all’epoca, aveva quattordici anni, e ancora non lavorava lì.

Quella era solo una delle tante storie che in fabbrica si raccontavano, una ripetizione infinita, senza sosta. Ogni giorno parole e gesti uguali, come le persone attorno a lui, tutti con addosso la stessa tuta blu.

La folla di corpi, l’uniformità delle facce, le parole degli operai sovrastate dal trambusto dei macchinari, il frastuono così ripetitivo da somigliare al silenzio. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Lisario, una donna antica, una donna dei nostri tempi.

Oggi più che mai, soprattutto in ambito letterario, parlare di donne è pericoloso, si rischia di cadere nel più sterile populismo, o peggio ancora nella tentazione di dipingere la donna soltanto come vittima, alimentando un sessismo spacciato per femminismo in cui la donna resta comunque una razza, una specie, un oggetto: non un essere umano.

Quanto può essere complesso scrivere di una donna? Cosa dimora nel cuore di una persona che per millenni ha conosciuto ogni tipo di sottomissione e, ancora oggi, nell’era della grande libertà di pensiero, è associata soltanto a un’icona di bellezza fisica o a una fragile creatura da proteggere?

Un’icona, ecco cosa: un oggetto privo di identità, di pensieri, di desideri, contro cui vomitare il proprio credo. Continua a leggere Lisario, una donna antica, una donna dei nostri tempi.