Lisario, una donna antica, una donna dei nostri tempi.

Oggi più che mai, soprattutto in ambito letterario, parlare di donne è pericoloso, si rischia di cadere nel più sterile populismo, o peggio ancora nella tentazione di dipingere la donna soltanto come vittima, alimentando un sessismo spacciato per femminismo in cui la donna resta comunque una razza, una specie, un oggetto: non un essere umano.

Quanto può essere complesso scrivere di una donna? Cosa dimora nel cuore di una persona che per millenni ha conosciuto ogni tipo di sottomissione e, ancora oggi, nell’era della grande libertà di pensiero, è associata soltanto a un’icona di bellezza fisica o a una fragile creatura da proteggere?

Un’icona, ecco cosa: un oggetto privo di identità, di pensieri, di desideri, contro cui vomitare il proprio credo.

Lisario Morales, protagonista del capolavoro nato dalla raffinata penna di Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne, racchiude in sé il grande mistero di una donna: lei pensa, sogna, ha desideri. Lisario è! Lisario esiste. Lisario è Lisario, e non altri: non carne fra altra carne.

In lei rivediamo la curiosità di Emma Bovary e l’ardore di Anna Karenina. In Lisario vediamo un mondo di pensieri e desideri celati in un silenzio profondo, mondo che, anche se fosse udibile, forse non sarebbe accolto da nessuno: così nella Napoli del 1600 in cui è ambientata la sua storia, e così al giorno d’oggi.

Lisario è figlia di una ricca famiglia ben voluta dal Viceré, e come tale vive similmente a una bellissima bambola che deve star zitta e immobile su di una mensola, mentre lei vorrebbe urlare e cantare ogni giorno.

Proprio a causa della sua passione per il canto le viene strappata via la voce, lasciata in un perenne silenzio in cui, di nascosto, può parlare soltanto scrivendo lettere alla Vergine Maria, a cui confida i suoi segreti.

Quando la famiglia decide di farla maritare, Lisario sprofonda in un sonno senza risveglio. Così i genitori chiamano il giovane medico catalano Avicente Inguelmano che, ironicamente, seppur uomo, proprio come Lisario non è stato padrone di scegliere come vivere la propria esistenza, ereditando quasi meccanicamente l’odiata professione di suo padre.

Sembrerebbe una favola, come La bella addormentata nel bosco, ma se alla principessa della suddetta storia fu necessario l’amore di un uomo per destarsi, Lisario invece ha bisogno soltanto di se stessa.

Infatti, non sono le cure del medico a sottrarla al sonno, né le attenzioni che le dedica continuamente, fissandola come fosse una bellissima e immutabile bambola. No, è la rabbia innanzi la propria impotenza che porta Inguelmano al gesto folle capace di smuovere quel corpo rigido.

Un abuso, forse curiosità, la mano del dottore sul sesso di Lisario scuote la fanciulla: non i rimedi medici, non le preghiere, ma una mano su quella parte di donna che per tutti ha la sola funzione di procreare e dare piacere, scuote Lisario dal sonno.

Lisario si muove. Lisario prova piacere. Lisario è un essere umano, e non soltanto una donna cui scopo è dare piacere: Lisario ne vuole di piacere! E quel gesto fa comprendere al medico una realtà che lo terrorizza: la donna può provare piacere anche senza l’uomo. La donna è!

Una volta desta, la gratitudine dei suoi genitori verso il catalano prima odiato, ma ora venerato da tutti in città, è grande al punto che gli concedono Lisario.
Nessuno sa la verità che custodiscono soltanto Avicente, Lisario e le lettere da lei consegnate alla vergine Maria, di cui persino il marito ignora l’esistenza.

Com’è scritto: “Avicente Inguelmano si rassegnò a vivere di bugie”.
Ma Lisario si rivela presto ben diversa dalla bambina addormentata conosciuta dal medico. Anche se muta, ogni suo sguardo e ogni suo gesto sembra urlare una passionalità che divampa come un fiammata su un mucchio di paglia.

È bellissima la scena della prima notte di nozze in cui Avicente vede Lisario saltare come una bambina sul letto, sorridendo e facendo volare tutto in aria.

Lisario non conosce confini. Lisario vuole vivere, vuole urlare pur non avendo voce.

Lisario è donna!

Lei desidera scoprire il piacere e gioire libera, mentre suo marito vorrebbe domarla, sottometterla, mutilarla nel creare la Lisario moglie e la Lisario amante.

Non succede anche oggi in molte coppie?

Il pensiero di molti uomini del nostro tempo rivive perfettamente nei ragionamenti di un Avicente vissuto nel 1600: “Mogli e puttane non appartenevano alla stessa specie, non più di linci e cardellini, e dunque Lisario non poteva che essere un prodigio di femminilità, una stranezza della creazione. O c’era da sospettare qualcuno delle truppe di stanza al castello?”; o ancora: “Sua moglie di notte era una Circe e di giorno rincorreva i galli, tirava le code ai gatti, si imbrattava di ogni pece e faceva gestacci”.

Lisario non può agli occhi del marito provare piacere e dimostrare una passione eccessiva, concessa soltanto alle puttane. Lisario è moglie, e come tale deve comportarsi con contegno sia a letto che fuori da esso, altrimenti sarebbe una puttana.

Ma come scrive Antonella: “Ma poteva in verità Avicente giurare di conoscere ogni desiderio di sua moglie?”.

Questa breve frase svela in un lampo il conflitto interiore che divampa in Inguelmano, e allo stesso tempo la natura profonda di Lisario. Avicente si accorge di non poter domare sua moglie, mentre Lisario è sempre più un fiume in piena che rompe gli argini e ogni schema. Arriva persino a negarsi al marito quando non ha voglia, perché lei non è soltanto un pezzo di carne, ma una donna: quella donna che Inguelmano inizia a temere, fissandola come se fosse un alieno da vivisezionare.

Ma una storia non è fatta soltanto di due solitudini. Per citare le parole di Antonella Cilento, mia maestra: “Un romanzo è un intreccio di relazioni galattiche”.

Sono infiniti i personaggi presenti in Lisario, e non mi basterebbero cento pagine per parlare di ognuno di loro. In particolare, alle vicende di Lisario e Avicente si intrecciano le esistenze di Michael de Sweerts, pittore olandese omosessuale, e quella del pittore francese Jacques Israel Colmar, di cui Michael è innamorato senza essere corrisposto.

Il modo in cui Antonella ci narra di queste due figure così diverse fra loro è a dir poco magistrale. Ogni personaggio in Lisario ha una propria voce, un proprio carattere, un modo unico e inimitabile di vedere il mondo.

È straziante il modo in cui ci presenta sin da subito Michael de Sweerts, una mano che ti strappa il cuore dal petto nel mezzo della più insospettabile quiete, al punto da avermi fatto ripensare al premio Nobel Alice Munro.

“Michael de Sweerts era stato un bambino ansioso.

E con la crescita l’ansia si era trasformata in ansia da perfezione.

Essere perfetti significava creare oggetti perfetti e creare oggetti perfetti significava essere prossimi a Dio. E niente era più importanti dell’essere prossimo a Dio, autentico compimento del suo essere uomo e aspirante pittore. Perché Michael aveva saputo sin dai primissimi anni di vita che avrebbe speso la sua esistenza nella pittura, ma il corpo l’aveva tradito presto e spesso.

Aveva scelto la sua strada il 6 gennaio del 1623. Aveva otto anni. Quella mattina la casa di Michael era in festa, suo padre, David de Sweerts, ubriaco sin dal primo mattino, e sua madre che lo fissava con odio voltando lo sguardo quando il vecchio inseguiva le serve”.

Il dramma di Michael ci viene sputato in faccia senza pieta. Suo padre fa schifo! Sua madre è una donna infelice che dietro una rassegnata tristezza cova odio. E nel mezzo ci sta lui, piccolo, fragile in un mondo talmente imperfetto che lo spinge a voler a ogni costo essere perfetto.

Come spesso accade anche ai giorni nostri, al cospetto di una figura maschile così animalesca, e a una figura femminile del tutto sottomessa, un bambino si trova smarrito in tutto, persino nella propria identità sessuale. E come succedeva allora, e purtroppo persino oggi nel 2019, essere omosessuali significa essere sbagliati: e Michael vuole essere perfetto! Non accetta i propri sentimenti, le proprie emozioni.

Lisario non è soltanto una denuncia contro la società che riduce la donna a una cosa, quanto un viaggio nella natura umana che sa essere fragile, sofferente, ma anche cattiva.

Michael Sweerts si macchia infatti di azioni ignobili, eppure, alla luce di quanto appena letto, potremmo mai odiarlo ?

E come non provare tenerezza per lui leggendo: “La sua vita era un’enorme, gigantesca menzogna, un magnifico dipinto, bello a vedersi ma falso. Non sentirsi accettato, amato, elogiato era un’ulcera purulenta, un’immensa dolente ferita”.

Persino per Inguelmano la Cilento riesce a strapparci un lampo di tenerezza, quando sul pontile di una nave lo si vede discutere con un marinaio che gli chiede: «E voi, dottore, siete padrone della vostra vita?»

Inguelmano, imbarazzato, riesce appena a dirgli: «Anche mio padre era medico», mostrando così la sua umanità, il suo dolore, il suo essere nelle mani di altri, proprio come vorrebbe vedere Lisario nelle proprie mani.

La penna della Cilento è tanto raffinata quanto umana. Nelle sua scrittura è proprio l’umanità che si muove: imperfetta, incoerente, cattiva e buona, ma sempre fragile e colma di desideri, come quelli di Lisario.

Un altro aspetto di cui tener conto è quanto questo romanzo sia un vero e proprio pozzo di conoscenza storica e culturale.

Come abbiamo precedentemente scritto, Lisario è un romanzo storico ambientato nella Napoli del 1600, precisamente nel tempo della rivoluzione di Masaniello.

Oggi il termine “romanzo storico” risulta talmente abusato da aver perso il proprio valore. Si fa una ricerca veloce, alcune volte degna appena di Wikipedia, ed ecco che l’arrogante di turno sforna l’ennesima sciocchezza in cui di storico non c’è nulla, se non qualche nome spulciato dal web.

Non è questo il caso di Lisario, in cui Antonella Cilento ci mostra tutta la sua immensa cultura, nonché l’amore per la storia della propria città.

Dimenticatevi dunque di scempiaggini viste in TV o romanzi in cui i protagonisti appaiono talmente acuti, e soprattutto puliti, da sembrare appartenere ai tempi nostri.

In Lisario vediamo una Napoli così com’era: un insieme di strade talmente sporche e puzzolenti in cui si muove la povera gente. Una realtà dove la prostituzione è all’ordine del giorno, anche in famiglia, e a volte consumata solamente per un pezzo di formaggio. Un tempo dove l’età media di vita è intorno ai 50 anni, e alcune volte si muore anche per un’infezione ai denti.

Antonella Cilento ci fa viaggiare indietro nel tempo utilizzando ogni senso nella propria scrittura, come il suo amato Flaubert. Nelle sue pagine sentiamo puzza di piscio e odori di fiori, assaporiamo gusti appetitosi oppure nauseanti, udiamo il fragore delle onde e le urla in piazza, tocchiamo carne calda e corpi macellati su di un tavolo dell’ospedale degli Incurabili, vediamo una Napoli fatta di colori, e al tempo stesso una Napoli notturna scura come la pece e pericolosa quanto un tumore. Vediamo la Napoli di allora, in tutte le sue contraddizioni: una città amata dai pittori che andavano lì in cerca di gloria, disposti persino a fare la fame o a perdersi in bettole, fra ubriaconi e prostitute. Vediamo una Napoli fatta di malattie, di superstizioni. Una Napoli dove i ricchi ingrassavano e i poveri morivano di fame, mentre altri poveri erano pronti a uccidere persino i propri simili pur di avere una briciola di potere.

Insomma, una Napoli forse non molto diversa da quella attuale, almeno agli occhi di chi avrà l’onesta morale di distogliere per un attimo lo sguardo dal Vesuvio, da Mergellina o dal Vomero, per portarlo nelle notti vissute fra i vicoli di Piazza Garibaldi.

Ma la realtà non va mai mostrata, giusto? Bisogna sempre immaginare qualcosa di affascinante, vero? Forse facendo come Michael de Sweerts, tramutandosi in bellissimo dipinto ma falso.

Non va certo bene scrivere: “Al medico, rimasto solo, sembrò di sentire ancora il profumo di gelsomino di Bella ‘Mbriana ma le strade dell’Anticaglia olezzavano, in verità, solo di feci umane e animali”.

Parole simili sono costate a un’autrice così raffinata e sensibile non solo critiche infondate da parte di stupidi, ma persino minacce da napoletani che di Napoli non sanno niente, e a conti fatti nemmeno hanno a cuore la propria città, o ne avrebbero imparato la storia.

Sì, perché la storia di Lisario è ambientata in un periodo storico, e tale periodo va rispettato come fosse qualcosa di sacro.

Se la fabula prevede l’invenzione di esistenze e trame, essa non può e non deve in alcun modo deformare la realtà storica, culturale e sociologica del luogo e del tempo in cui è narrata.

Cosa pensereste di me se ora scrivessi un romanzo ambientato nei vicoli della Duchesca di Napoli, descrivendoli al pari delle strade di San Pasquale piene di baretti per VIP?

Inutile rispondere, no?

La Cilento ha mostrato una professionalità che pochi autori contemporanei hanno: narrare una storia, ma senza violentare luoghi, costumi e modo di pensare del tempo, donando così al lettore non soltanto una bellissima storia commuovente, quanto anche un occhio attento e imparziale su una Napoli di cui molti, purtroppo, conoscono poco o niente.

Cilento Antonella, scrittrice, occhiali, mano, orecchini © 2011 Giliola CHISTE

La Cilento non teme nemmeno di mostrarci gli eventi della breve rivoluzione di Tommaso Aniello d’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello.

Mentre Lisario vive il proprio dramma, e così Jaques, Michael e Avicente, in città ci sono tumulti a causa delle rivoluzione contro i potenti, causata da Masaniello.

Bellissimo vedere come in verità la rivoluzione di Masaniello non nacque per far cessare le gabelle sugli alimenti, quanto per vendicarsi dell’arresto di sua moglie Berardina, come tutte le donne del popolo una prostituta del posto, che aveva occultato del cibo per non pagarne la tassazione.

È a dir poco magnifico come la Cilento resta talmente fedele ai fatti, pur parlando di un eroe cittadino, scrivendo, riferendosi ai rivoluzionari: «E gli svuotavano le cantine e le dispense, dov’era cibo per un esercito, fottendogli a gratis le prostitute, che mai ne basta di stupro durante una rivoluzione.»

Sì, perché questo accadeva durante le guerre o le rivoluzioni: sia da parte dei “buoni” che da parte dei “cattivi”.

Violenza! Non altro che violenza. Sempre e soltanto violenza come se piovesse dal cielo. Come se fosse qualcosa di necessario. Quella violenza a cui miracolosamente Lisario sfugge, correndo da sola nei vicoli di una Napoli messa a ferro e fuoco, perché non vuole rassegnarsi a essere una cosa, ma vuole vivere una vita da essere umano: una vita da donna!

Insomma, se cercate favolette banali, storie stucchevoli dove soltanto l’affabulazione regna, allora andate altrove. In Lisario troverete una storia vera e delle persone vere: così vere che vi entreranno dentro e non ne potrete più fare a meno, sentendo la voce di Lisario muta pur senza mai averla udita.

Ancora complimenti, Antonella, il nostro tempo ha bisogno di autrici audaci, sensibili e vere come te.

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