Un dramma sempre attuale

Purtroppo non tutti conoscono L’uomo che ride, capolavoro di Victor Hugo, in origine intitolato Per ordine del re; libro pubblicato nel 1869 e con un’insolita gestazione per Hugo: solamente sedici mesi. Eppure a mio dire è un capolavoro di tutto rispetto, al pari di I miserabili.

Ironico pensare che in molti, purtroppo, neppure sanno che devono a Hugo l’esistenza di Joker, il ben più noto personaggio dei fumetti della DC Comics, ideato da Bob Kane e Bill Finger dopo aver visto l’interpretazione di Conrad Veid nel film del 1928 ispirato al romanzo di Hugo.

Personalmente, per gusti personali, posso definire L’Uomo che ride il mio romanzo preferito: un romanzo di accusa sociale tremendamente contemporaneo, pur essendo stato scritto nella seconda metà del 1800.

È impressa nel mio cuore la frase del protagonista del romanzo, Gwynplaine:

Già, – mormorò Gwynplaine pensoso, – L’inferno dei poveri è fatto col paradiso dei ricchi.

Quanto è attuale questa sola frase? Ed è proprio questo che rende L’uomo che ride un capolavoro, il suo essere attuale a distanza di circa duecento anni.

Ma andiamo per gradi.

L’uomo che ride è la storia di Gwynplaine, ragazzino abbandonato, venduto ai comprachicos che, al fine di rivenderlo a qualche circo, gli hanno sfigurato il viso deformandogli le labbra, così da renderle contratte in un perenne riso, nonché gli zigomi del viso: una maschera di ilarità.

Scampato a un naufragio, Gwymplaine, durante una tormenta, si imbatte nel cadavere di una giovane donna che stringe una neonata ancora viva. Raccolta la bambina, cerca riparo in un paese, senza trovare nessuno, se non un filosofo e saltimbanco, Ursus, che condivide una dozzinale carrozza insieme al suo lupo, Homo, compagno di spettacoli e venture.

L’uomo, dapprima burbero, accoglie il bambino (battezzandolo appunto con il nome di Gwynplaine) e la neonata, che chiama Dea, intenerito dalla deformità di Gwynplaine e dalla cecità di Dea.

Gwynplaine e Dea crescono insieme, accuditi da Ursus e Homo, e ben presto Gwynplaine diventa l’attrazione favorita negli spettacoli di Ursus, al punto che la fama dell’uomo che ride, così nominato dal popolo, arriva persino ai nobili, rompendo l’idillio che unisce Gwynplaine e Dea, platonicamente innamorati.

Il resto lo lascio scoprire a voi, perché non potete assolutamente evitare di leggere questo capolavoro.

Al di là dell’originalità della storia, anche qui Hugo intreccia in modo superbo i personaggi, e lo fa in particolar modo seminando il passato e le origini di Gwynplaine e di Dea, proprio come ne I Miserabili; e come ne I Miserabili, anche qui il protagonista arriva tardi, anticipato dall’immediata entrata in scena di Ursus e Homo, tanto che inizialmente ci sembra Ursus il protagonista.

Con un attacco come se ne vedono raramente, Hugo ci fa subito innamorare di Ursus e Homo:

Ursus e Homo erano legati da una stretta amicizia.

Ursus era un uomo; Homo era un lupo. I loro caratteri s’erano incontrati. Era stato l’uomo a battezzare il lupo. Probabilmente s’era scelto egli stesso il proprio nome; avendo trovato quello di Ursus adatto a sé, aveva trovato quello di Homo adatto alla bestia.

La società formatasi tra quest’uomo e questo lupo traeva guadagno nelle fiere, nelle feste parrocchiali, negli angoli delle strade ove i passanti si assembravano, e nel bisogno che prova ovunque il popolo di ascoltar frottole e acquistar l’elettuario. Il lupo, docile e amabilmente sottomesso, riusciva simpatico alla folla.

Da subito amiamo sia Ursus che Homo, siamo con loro, li abbiamo visti, identificati, ci siamo persi nella loro caratterizzazione.

Sono loro che ci fanno addentrare nella storia, al punto che ci dispiace perderli quando ci troviamo trasportati su una nave prossima al naufragio, in cui l’equipaggio sembra celare un atroce segreto che donano solo a una bottiglia consegnata al mare: sapiente semina di Hugo. Da quella nave, infatti, è venuto Gwynplaine, e lo vediamo trovare la piccola Dea fra le braccia della mamma ormai morta, per congiungersi insieme a lei con Ursus e Omo

Credo però sia doveroso soffermarsi un attimo sul primo incontro fra Gwynplaine e Dea, e la loro prima notte insieme, da bambini.

Il fanciullo prese la piccola fra le braccia.

La madre irrigidita era sinistra. Un’irradiazione spettrale emanava da quel volto. La bocca aperta e senza respiro sembrava cominciasse a dare nel linguaggio indistinto dell’ombra la risposta alle domande fatte ai morti nell’invisibile. Il riverbero pallido delle pianure ghiacciate era su quel volto. Si vedevano la fronte, giovane sotto i capelli bruni, l’aggrottamento quasi indignato dei sopraccigli, le narici strette, le palpebre chiuse, le ciglia incollate dal gelo, e, dall’angolo degli occhi all’angolo delle labbra, la ruga profonda del pianto. La neve illuminava la morta. L’inverno e la tomba non si nuocciono. Il cadavere è il ghiacciuolo umano. La nudità dei seni era patetica. Essi avevan servito; avevan l’avvizzimento sublime della vita data dall’essere cui la vita vien meno, e la maestà materna sostituiva la purezza verginale. Sulla punta di una mammella v’era una perla bianca. Era una goccia di latte, gelata…

…La piccola aveva tentato di poppare quel marmo.

Triste fiducia voluta dalla natura, giacché sembra che l’estremo allattamento sia possibile ad una madre, anche dopo l’estremo respiro.

Ma la bocca della bimba non aveva potuto trovare il seno, ove la goccia di latte, rubata dalla morte, s’era ghiacciata, e, sotto la neve, più adusata alla culla che alla tomba, ella aveva gridato.

Il piccolo derelitto aveva udito la piccola agonizzante.

L’aveva dissotterrata.

L’aveva presa fra le braccia.

Quando la piccola si sentì fra le sue braccia, cessò di gridare. I due volti dei fanciulli si toccarono, e le labbra violacee della bimba s’avvicinarono alla gota del fanciullo come ad una mammella.

La piccina era quasi sul punto in cui il sangue coagulato sta per arrestare il cuore. La madre le aveva già dato un po’ della sua morte…

…La bimba, essendo riuscita a ritrovare la gota del fanciullo, vi appoggiò la bocca, e, scaldata, s’addormentò. Primo bacio di quelle due anime nelle tenebre.

E poi:

S’udì un cigolio di catena sciolta, e il passo di un uomo, accompagnato da quello d’una bestia, che si allontanava.

Pochi istanti dopo, i due fanciulli erano immersi nel più profondo sonno.

Era un indefinibile confondersi di respiri; più che castità, era inconsapevolezza; era una prima notte di matrimonio prima del sesso. Il bambino e la bambina, nudi e l’uno accanto all’altro, si trovarono durante quelle ore silenziose nella promiscuità serafica dell’ombra.

Pura poesia, no?

Ma L’uomo che ride non è certo solo la storia d’amore fra una ragazzo dal volto deturpato e una cieca, cresciuti insieme. No, sarebbe davvero poco per Hugo.

L’uomo che ride è un libro d’accusa, come abbiamo visto nella prima frase postata all’inizio di questo articolo, un’accusa contro i ricchi, i potenti, contro il divario fra le classi sociali. Un’accusa contro l’opulenza e il parassitismo della nobiltà, in contrasto con la povertà in cui versa il popolo.

Il riso di Gwynplaine è infatti specchio dell’immagine del popolo: un volto martoriato, ma costretto a sorridere. E lo dice nel bellissimo monologo che fa al cospetto dei Pari di Inghilterra:

“Milord, voi siete in alto. Sta bene. Non si può fare a meno di credere che Dio abbia le sue ragioni per volerlo. Voi avete il potere, l’opulenza, la gioia, il Sole immobile al vostro zenit, l’autorità illimitata, il godimento esclusivo, l’immenso oblio degli altri. E sia. Ma sotto di voi c’è qualcosa. E anche sopra, forse. Milord, vengo a portarvi una notizia. Il genere umano esiste.” …

“Che ci faccio qui? Vengo a essere terribile. Sono un mostro, voi dite. No, sono il popolo. Sono un’eccezione? No, sono come chiunque. L’eccezione siete voi. Voi siete la chimera, io sono la realtà. Io sono l’Uomo. Sono lo spaventoso Uomo che Ride. Ride di cosa? Di voi. Di se stesso. Di tutto. Cos’è il suo riso? Il vostro delitto e il suo supplizio. Questo delitto ve lo getta in faccia; questo supplizio ve lo sputa in viso. Io rido, che vuol dire: io piango.”

“Questo riso che ho sulla faccia, ce l’ha messo un re. Questo riso esprime la desolazione universale. Questo significa odio, silenzio forzato, rabbia, disperazione. Questo riso è il frutto delle torture. Questo riso è un riso coatto. Se Satana ridesse in questo modo, il suo riso condannerebbe Dio. Ma l’eterno non somiglia ai mortali; essendo l’assoluto è giusto; e Dio odia ciò che fanno i re. Ah! Voi mi prendete per un’eccezione! Io sono un simbolo. O stupidi onnipotenti, aprite gli occhi. Io incarno tutto. Io rappresento l’umanità così come l’hanno fatta i suoi padroni. L’uomo è mutilato. Quello che hanno fatto a me, l’hanno fatto al genere umano. Gli hanno deformato il diritto, la giustizia, la verità, la ragione, l’intelligenza, come a me gli occhi, le narici e le orecchie; come a me, gli hanno messo nel cuore una cloaca di collera e di dolore, e sulla faccia una maschera di allegria”.

Beh, forse ai giorni nostri avremmo proprio bisogno di un Gwynplaine che parli così ai potenti, no? E Hugo l’ha immortalato senza paura alcuna, ha osato in un tempo in cui osare era pericoloso, di certo più che ai giorni nostri. Invece cosa abbiamo? Scrittori che moralizzano dall’alto dei loro attici; scrittori che elargiscono benevoli parole, senza però far parte dei poveri.

Hugo invece lascia parlare Gwynplaine, lascia che sia la sua vita martoriata ad accusare la società, e lo fa creando un personaggio con una storia che si dirama in tutto il romanzo, con una continua semina e raccolta; lo fa intrecciando le vicende di altri personaggi, l’amore fra Gwynplaine e Dea messo in pericolo dalle stesse scelte di Gwynplaine.

Hugo con L’uomo che ride non ci ha solo regalato un capolavoro, ma l’icona di un vero rivoluzionario che tutti dovrebbero imitare.

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