Molto più che il Canto di Natale.

Quando si parla di Charles Dickens, purtroppo, tutti pensano solo alle favole, collegandolo immediatamente alle trasposizioni cinematografiche e della Disney del racconto Canto di Natale; altri lo associano alla figura di autore leggero, visto che spesso ha scritto di bambini.

Ma come ha scritto di bambini, Dickens? Questo le persone dovrebbero capire, come dovrebbero capire l’atroce dramma e accusa sociale che si cela dietro al racconto Canto di Natale.

Ogni autore ha una voce, e gli autori che hanno davvero una voce la mettono al servizio di un’inquietudine che si portano dentro.

Dickens ha scelto la voce più difficile per farlo: quella grottesca.

Charles Dickens non ha avuto di certo vita facile, ha conosciuto la galera, la fame e la malattia; eppure è stato uno degli autori più produttivi del suo secolo.

Il romanzo di cui voglio scrivere oggi fu scritto tra il 1860 e il 1861, con la solita velocità che contraddistingue Dickens: velocità che in questo caso non danneggia la qualità.

Il romanzo in questione è Grandi speranze, pubblicato inizialmente a puntate sul giornale All the Year Round, diretto dallo stesso Dickens, e successivamente pubblicato in tre tomi. Insieme a David Copperfield è il solo romanzo di Dickens a essere scritto in prima persona, ed è reputato uno dei più grandi romanzi di formazione della storia.

Anche qui, come in tutta l’opera di Dickens, l’ironia è forte, ma diventa crudele perché inserita in contesti davvero drammatici, eppure ordinari.

È la storia del giovane Philip Pirrip, chiamato da tutti Pip, che a soli sei anni si trova a vivere con la burbera sorella Mrs. Gargery e il suo compagno Joe, fabbro grezzo e ignorante a cui Pip è particolarmente affezionato.

La notte della vigilia di Natale, presso il cimitero, incontra un evaso di nome Magwitch, che lo costringe ad aiutarlo, per poi essere riacciuffato dalla polizia.

La vicenda sembra secondaria, il lettore andando avanti nella lettura quasi la dimentica, ma invece è una delle semine fondamentali in Grandi speranze.

Ma tornando alla trama, Pip viene poi convocato da Miss Havisham, una ricca donna mai sposata che vive nella fatiscente villa denominata Satis House, praticamente reclusa. La donna vuole che Pip vada da lei a giocare per tenerle compagnia.

Se tutti sono felici e onorati di questa concessione fatta a Pip da Miss Havisham, lui è spaventato e confuso; la casa di Miss Hasisham gli appare come una tomba piena di ricordi in cui la donna vive, assediata dalle visite di vecchi parenti che cercano di spillarle, inutilmente, dei soldi.

Qui incontra Estella, bellissima ma arrogante ragazza della sua stessa età, di cui Pip, senza rendersene conto, si innamora.

È proprio la presenza di Estella a far soffrire Pip, quando dopo anni, Miss Havisham gli dice che può considerarsi libero dal tornare da lei.

Pip è ormai rassegnato a una vita in fucina, come il vecchio Joe, insieme alla sorella ormai inferma a causa di un’aggressione, e la sua amica d’infanzia Biddy, da sempre innamorata di lui, ma tormentata dall’apprendista di Joe, il grezzo Orlick. Quando ecco che Pip riceve la visita dall’avvocato Jaggers, sinistro individuo, già visto nella dimora di Miss Havisham, che informa Pip di una notevole fortuna a lui donata da un benefattore che vuole restare anonimo.

Così Pip si trasferisce a Londra, entra nella buona società, fa amicizia con Herbert Pocket, con cui stringe un rapporto di fratellanza. Fra mille difficoltà, Pip si inserisce in società, sicuro che la sua benefattrice sia Miss Havisham.

Ne ha la certezza quando incontra in città Estella, trasferitasi lì sotto ordine di Miss Havisham, che desidera farle fare nuove esperienze.

Estella è ancora più bella di quando era bambina, ma altrettanto arrogante, e in più fredda. Pip ritrova l’amore mai perduto nei confronti di Estella, ma lei lo dissuade da innamorarsi di lei: Estella sembra avere come unico passatempo quello di spezzare cuori, come insegnatole da Miss Havisham.

Non vado avanti con la trama, qui riassunta all’osso.

Questi sono solo alcuni dei personaggi presenti in Grandi speranze, ce ne sono tanti altri, tutti definiti e utili alla trama.

Già di suo la trama è originale, no? La cosa che la rende perfetta è ovviamente la voce di Dickens, ma ancor più la grandiosa semina e l’intreccio dei personaggi.

Dickens semina dei dettagli che poi, volutamente, fa dimenticare al lettore, per poi svelarli nuovamente quando è il momento di intrecciare gli eventi; e non c’è un solo personaggio in Grandi speranze che non si intrecci in un mosaico perfetto: togline uno, e tutta la struttura cadrà.

Un lavoro a dir poco impressionante, ancor più pensando che è stato fatto in un anno.

Quando si pensa a un autore molto produttivo, si pensa istintivamente a romanzi non molto lunghi, con pochi personaggi, un intreccio essenziale e una sola trama; Dickens smentisce ogni pensiero a riguardo. Un romanzo maturo, perfetto, in cui tutto si muove alla perfezione come un orologio svizzero.

In ogni svolta si svela un tassello del mosaico, eppure fino alla fine Dickens sorprende il lettore, e lo fa nel mezzo di un linguaggio semplice ma elegante, a volte ironico, goliardico, ma che cela una profonda tristezza.

È impossibile narrarvi la bellezza di questo romanzo senza bruciarvi la sorpresa, e non voglio farlo, perché è proprio la sorpresa la caratteristica più bella di questo libro. Voglio però condividere con voi alcuni estratti di questo capolavoro:

-Perché non sei mai andato a scuola, Joe, quand’eri piccolo come me?

-Bé, Pip- brandendo l’attizzatoio e volgendosi all’occupazione a lui solita (quand’era meditabondo) di smuovere lentamente il fuoco tra le sbarre inferiori, -Te lo dirò, Pip, mio padre s’era dato al bere, e, quando alzava troppo il gomito, martellava senza pietà mia madre. Era quasi il solo martellare che facesse, salvo con me. E mi martellava con un’energia pari soltanto a quella con cui martellava l’incudine… Mi ascolti e mi capisci, Pip?

-Sì, Joe.

-Perciò mia madre ed io siamo scappati diverse volte, da mio padre, e mia madre doveva andare a lavorare, e diceva: «Joe», diceva, «ora grazie a Dio, potrai andare un po’ a scuola, bimbo», e mi mandava a scuola. Ma mio padre era così buono, in cuor suo, che non ce la faceva a stare senza di noi, e veniva alle porte delle case dove abitavamo con un tal codazzo di gente e facendo un tal baccano, che in genere non si voleva più avere nulla a che fare con noi e dovevamo tornare col babbo. Questi ci portava a casa, e giù martellate. Il che Pip, tu capisci- disse Joe, interrompendo quel suo cogitabondo smuovere il fuoco, e guardandomi, -è andato a detrimento della mia cultura.

-Certo, povero Joe!

-Per quanto, bada bene, Pip- disse Joe, saggiando due o tre volte con l’attizzatoio la sbarra superiore, -dando a ciascuno il suo, e per essere giusti con tutti, mio padre, in cuor suo, fosse molto buono, ti pare?

Non mi pareva, ma lo dissi.

Beh, se qui Dickens avesse descritto in modo triste, stucchevole il dramma espresso da Joe, la scena sarebbe stata davvero meno efficace; invece il dramma ci arriva proprio perché descritto da Joe in modo grossolano e grottesco, ascoltato dal candore di Pip.

Ancora convinti che Dickens sia un autore leggero?

No, Dickens sa usare la voce giusta al momento giusto. Sa far esplodere un conflitto sia un discorso goliardico, quanto in una riflessione dolorosa, come qui:

Che cosa volessi, chi può dirlo? Come posso dirlo io, se non l’ho mai saputo? Quello che temevo era che, in un momento di suprema sventura, mi accadesse di levare gli occhi, sporco e volgare come non mai, e accorgermi che Estella sbirciava ad una delle finestre di legno della fucina. Ero ossessionato dalla paura che, presto o tardi, mi cogliesse mentre, mani e faccia nere, sbrigavo la parte più umile del mio lavoro, e ridesse di me e mi disprezzasse. Spesso, dopo il tramonto, quando tiravo il mantice per Joe e cantavamo insieme «Vecchio Clem», e il pensiero di come lo cantavamo in casa di Miss Havisham sembrava evocare nelle fiamme il volto di Estella; coi bei capelli al vento e gli occhi beffardi, spesso, in quei momenti, guardavo i pannelli di notte fonda che le finestre di legno erano allora, e mi fingevo di vederla staccarne il volto, e credevo che fosse finalmente venuta.

E, quando andavamo a cena, aria e cibo avevano un’aria più che mai plebea, e più che mai, nel mio cuore ingrato, mi vergognavo di casa mia.

Già notiamo come la voce di Pip sia cresciuta, e l’evolversi del suo conflitto. Cosa difficilissima per un autore è far mutare la voce di un personaggio quando questi cresce, dunque cambia, ma lasciare intatto il conflitto interiore. E questo succede a Pip come a Estella:

Estella la guardò con una perfetta calma e riabbassò gli occhi sul fuoco. La figura graziosa e la bella faccia esprimevano un’altezzosa indifferenza per la passione folle dell’altra, che era quasi crudele.

-Tu, pezzo di pietra!- esclamò Miss Havisham –Tu, cuore freddo, di ghiaccio!

-Come?- disse Estella, conservando quel tono d’indifferenza nell’atto di appoggiarsi alla mensola, e muovendo gli occhi –Mi accusa di essere fredda? Lei?

-Non è vero, forse?- fu la violenta risposta.

-Dovrebbe saperlo- disse Estella. –Io sono ciò che lei mi ha fatta. Si prenda tutto il merito, si prenda tutto il biasimo; si prenda tutto il successo, si prenda tutto l’insuccesso; insomma, mi prenda come sono.

-Oh, guardatela, guardatela!- esclamò con amarezza Miss Havisham. –Guardatela, così dura e ingrata, sul focolare dov’è stata cresciuta! Dove l’ho stretta a questo povero seno martoriato quando ancora sanguinava, dove ho versato anni di tenerezza su di lei!

-Almeno non ci ho messo la firma, al contratto,- disse Estella, -perché, quando fu vergato, è tanto se sapevo parlare e camminare. Ma che cosa pretendete? Lei è stata molto buona con me, ed io le devo tutto. Che cosa pretende di più?

-Amore,- rispose l’altra.

-Lo ha.

-Non l’ho,- disse Miss Havisham.

-Madre adottiva,- rispose Estella, non abbandonando mai la fragile grazia del suo atteggiamento, mai alzando la voce come l’altra faceva, mai cedendo né all’ira né all’affetto, -madre adottiva, ho detto che le devo tutto. Tutto ciò che possiedo è suo. Tutto ciò che mi ha dato, è libera di riaverlo. All’infuori che questo, io, non ho nulla. E, se mi chiede di darle ciò che non mi ha mai dato, la mia gratitudine e il mio dovere non possono fare l’impossibile.

Anche qui, Dickens, ci mostra una Estella diversa, eppure ancora bambina: una bambina ferita, così diversa dalla Circe che abbiamo visto.

Perché man mano che si va avanti nella lettura, i personaggi di Dickens crescono, cambiano, si compiono insieme alla semina e all’intreccio della trama.

Credo che Dickens sia uno di quegli autori che vanno riletti con occhi adulti, per capirlo davvero, perché la sua scrittura è un esempio di forza emotiva guidata dalla maestria del mestiere.

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