Il grande esordio di una bellissima voce autoriale.

In questa pagina non intendo scrivere solo di opere classiche o autori affermati, ma dare spazio anche ai libri di autori emergenti o esordi letterari, come quello di Andrea Zandomeneghi di Capalbio, e il suo primo romanzo Il giorno della nutria, uscito quest’anno con una casa editrice che non ha bisogno di presentazioni: la Tunué.

A mio dire Andrea, prima ancora di esordire con la Tunué, ha seguito uno dei percorsi migliori per un autore: ha atteso, e intanto ha studiato, ha scritto, ha collaborato con riviste e portali di letteratura.

Insomma, non ha avuto fretta di pubblicare, non si è bruciato, e ora ne sta raccogliendo i frutti.

Non ricordo nemmeno come conobbi Andrea, se mi chiese lui “l’amicizia” su Facebook, pescandomi da uno dei millemila gruppi di scrittori emergenti, oppure se fui io a richiederla a lui, magari cercando contatti.

Infatti, solo dopo ho saputo che Andrea non è solo un simpaticone che scrive goliardici post su libri e argomenti letterari, mostrando una grande cultura e intelligenza, ma che è stato anche uno dei direttori della rivista letteraria Crapula; e subito dopo ho appreso del suo esordio con la Tunué, per me del tutto inaspettato in quanto mai, e dico mai, ho letto Andrea parlare del suo romanzo: non credevo neppure che scrivesse, o almeno non che scrivesse narrativa. Invece, dopo cinque anni di gestazione, è venuto alla luce Il giorno della nutria, nientemeno che con la Tunué. Anni di lavoro, riscritture, affiancato dal famoso Vanni Santone.

Un percorso che ha portato Andrea non solo a evitare di bruciare un romanzo, ma anche ad arrivare alla casa editrice giusta, e di tutto rispetto. Un percorso premiato con diverse recensioni positive, e non certo su Amazon, ma su riviste letterarie serie, blog importanti e testate giornalistiche seguite dai grandi addetti ai lavori dell’editoria.

Questo è un esordio, di quelli importanti, di quelli che lasciano il segno.

Ma veniamo al libro. Scritto in prima persona, la storia si svolge in una sola giornata. Il protagonista è Davide Aloisi, cefalgico cronico che vive a Capalbio insieme al nipote Giulio e alla madre Eufemia, gravemente malata. Trascorre le giornate con l’amico Emanuele, ufologo improvvisato, ed Esteban, bizzarro ragazzo dedito a culti esoterici che rasentano il voodoo, e figlio di Dorotea, domestica in casa Aloisi. Costante delle giornate di Davide sono l’alcool, gli psicofarmaci e gli antidolorifici, la lettura e le fantasia sessuali a sfondo omosessuale di cui è spesso oggetto il delicato Esteban.

La storia, già detta così, riporta immediatamente a opere del calibro di Sulla strada, di Jack Kerouac: personaggi bizzarri che si muovono, sempre storditi da alcool e droghe, in un contesto del tutto ordinario che si tramuta speciale proprio per il loro modo di vivere gli eventi. Ma questo aspetto del libro di Zandomeneghi è, a mio dire, solo la punta dell’iceberg. C’è molto di più. Il punto di vista di Davide è immediato, così la sua voce, e la sua caratterizzazione è istantanea proprio grazie al suo modo di vedere le cose; un personaggio che da subito ci risulta inattendibile, come il protagonista di Fame di Knut Hamsun, e proprio per questo siamo invogliati ad andare avanti nella lettura.

L’attacco di questo libro è a dir poco formidabile.

E comunque, quando la sciagurata vicenda principiò, quel martedì mattina di fine aprile, io non ero granché lucido, anzi sarebbe più corretto dire che versavo in un penoso stato di rincoglionimento stordito e dolorante. Correnti poderose di agonia cefalgica e umorale da postsbronza. Anche per questo, soprattutto per questo, credo, fui così turbato dal rinvenimento del cadavere di nutria scorticato che andava oscenamente scongelandosi, infatti era stato inequivocabilmente congelato in precedenza, buttato sulle scale esterne –che non danno direttamente sulla strada, danno sul giardino recintato con muretti bassi sovrastati da gelsomini rampicanti– di casa mia, a Borgo Carige, Capalbio; a metà strada tra le lagune di Orbetello e la foce dell’impianto di raffreddamento della centrale elettrica di Montalto, o, se si preferisce, a metà strada tra l’estuario del Fiora e quello dell’Albenga.

Il fatto è che la sera prima –come ogni benedetto lunedì– c’eravamo ritrovati con Esteban e Emanuele per giocare a Risiko in canonica da Don Stefano, che oltre a essere un compulsivo divoratore di Philip Roth, un instancabile rilettore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e un eccentrico (diciamo fantasioso) interprete dell’opera di Jung, è anche un monomaniaco appunto del Risiko. E io m’ero ubriacato. Selvaggiamente. Mentre fuori infuriava la tempesta e gocce d’acqua grosse e sode come astragali d’avorio o molari di scimmia sbatacchiavano contro i vetri delle finestre.

Questo attacco è così forte che avrei voluto scriverlo io.

Come già scritto, da subito vediamo Davide; ma vediamo anche il posto in cui vive, i suoi amici, le sue abitudini. Inoltre la rottura della prima norma è immediata, fulminea: Davide è subito nella storia; una storia che immediatamente ci appare grottesca, fantasiosa. Ma non sono solo queste caratteristiche a rendere potente questo attacco, e la scrittura di Zandomeneghi, quanto la sua voce autoriale, da subito incisa, definita, personale.

Normalmente un autore si può definire di trama o di voce: nel primo caso, si tratta di un autore con una bravissima capacità di tessere una trama, intrecci di personaggi, svolte sorprendenti; nel secondo caso è un autore con uno stile talmente personale e affascinante da essere riconoscibile fra mille.

Quando hai entrambe le componenti sei Victor Hugo.

Zandomeneghi è senza dubbio un autore di voce, ed è proprio questa sua caratteristica a rendere accattivante la sua scrittura. Qualsiasi cosa dica, la sa dire, e la dice con uno stile personale.

Da lettore forte e autore molto produttivo, difficilmente mi capita di imbattermi in un autore che mi impedisca di scrivere, tanto la sua voce autoriale è forte, coinvolgente e capace di influenzare l’altrui scrittura; beh, con Andrea mi è capitato, ho dovuto fermare la lettura di Il giorno della nutria perché ero preso da un lavoro per me importante.

Quando capita una cosa simile, capisci che un autore è davvero bravo.

Lo stile di Andrea è raffinato, colto, ma al tempo stesso concreto, a tratti crudo, ma mai volgare. Il suo utilizzo di termini alti, le continue citazioni di autori, filosofi o eventi storici, non è mai noioso, mai autocelebrativo, proprio perché mischiato a situazioni quotidiane, persino squallide, e un a lessico grezzo.

Andrea può citare il pensiero euclideo di Ivan Karamazov e contemporaneamente parlare di masturbazione, sesso anale o rapporti a tre; e può farlo divagando volutamente, passando di digressione in digressione, perché sa come farlo al fine di condurre il lettore nel pensiero disturbato e ossessivo di Davide.

Non posso che dare ragione ad Antonio Russo De Vivo, attuale direttore di Crapula, quando disse che la scrittura di Andrea ricorda Gadda, e a mio dire per molti aspetti rievoca anche il capolavoro di Giuseppe Montesano, A capofitto.

Il seguente estratto, in particolare, mi ha ricordato tanto il suddetto maestro della scrittura:

Mi chiesi chi si fosse portato a casa da trombare quella notte

–rectius: quella mattina. Davo per scontato, conoscendolo, che entro poco, nel giro di dieci minuti, avrebbe penetrato la sua interlocutrice, che gli rispondeva pianissimo. Chi era? Un’avventura occasionale o una delle sue due “ragazze ufficiali”? E se una di queste: Giada, la gracile e timida studentessa diciannovenne di farmacia? O Valeria, la attempata e volitiva –mio nipote ha ventiquattro anni, lei quarantacinque– segretaria comunale trotskista del nostro municipio? O entrambe, contemporaneamente? La loro relazione a tre mi incuriosiva morbosamente, la trovavo buona e giusta e bella, la approvavo con sincerità (non che mio nipote avesse bisogno della mia approvazione) prescindendo dal fatto che mi intrigasse in qualche strano modo torbido e innocente. Lui ne parlava volentieri profondendosi in descrizioni delle loro cose nudamente sessuali (a questo proposito il suo tema preferenziale era la ragguardevole gamma di variazioni dell’erotismo anale che stava andando via via sperimentando) e in dettagli più latamente pruriginosi, ma rimanendo vago sulle dinamiche emotive che li legavano, sulle regole che si erano dati o che comunque erano tenuti a rispettare, sugli ingorghi sentimentali e sulle peripezie delle gelosie reciproche: tutti dati, di cui ero goloso ma che non mi dava e che io potevo solo ipotizzare e ricostruire. Raccontava distaccato o ironico del loro rapporto, costringendo gli scenari passionali in forme geometriche univoche, applicandogli “il famoso pensiero euclideo di Ivan Karamazov” –per usare le parole di mia madre.

Incredibile come il linguaggio alto di questa situazione, a conti fatti lercia, non risulti fuori registro né cencioso, anzi, rende interessante la vicenda, perché ci porta nel mondo morboso di Davide; tutto il romanzo è un viaggio nella mente di Davide, come per il capolavoro di Svevo, La coscienza di Zeno; un viaggio nelle sue ossessioni, ripercorso mentre lui cerca di capire chi ha lasciato il cadavere di nutria fuori casa sua, arrivando a sospettare di tutto e tutti, scavando nel passato, nei suoi ricordi: da quelli più banali a quelli più importanti, in una serie di Flashback che il lettore rivive insieme a lui, tanto che a un certo punto persino la vicenda del cadavere di nutria sembra passare in secondo piano, rapiti come siamo dalla vita di Davide, dai suoi legami, dai suoi rapporti. Perché nel mondo di Davide, persino una semplice discussione su film o serie TV, diventa una situazione grottesca, atipica, fantasiosa, come nel seguente estratto:

Da tempo –e anche quel giorno sciagurato, mentre vedevo Sookie di Stackhouse farsi la ceretta– avevo iniziato a riflettere e lambiccarmi il cervello: c’era qualcosa che accomunava American Horror Story a True Blood. Qualcosa che avevo intravisto ma non avevo mai messo a fuoco nella sua interezza. Non era la comune tematica fantastica e orrorifica annacquata. No, era qualcos’altro. La stilizzazione! La stilizzazione: un fenomeno non caratteristico della sola serialità: un fenomeno che si riscontra anche ad esempio in Tarantino (Kill Bill in primis) nel cinema o in Lansdale in letteratura. Non si tratta di qualcosa di artisticamente negativo, anzi, al contrario, è qualcosa che si confà allo spirito del tempo e che è presente –è un suo elemento costitutivo– solo nell’eccellenza, solo in prodotti estremamente ben fatti. Non è una semplice tendenza artistica, è un fatto estetico sostanzioso: c’è o non c’è. Anche perché non si tratta di qualcosa di consapevolmente appetibile di per sé a fini emulatori, non soffre di scimmiottamenti. Secondo Emanuele non è così, secondo lui si tratta di una semplice plastificazione volgare che dimidia la complessità dei personaggi rendendoli irreali in senso deteriore come se si trattasse della trasposizione cinematografica di fumetti pop; un lunedì in canonica –mi raccontarono, perché io avevo rimosso tutto in virtù della sbornia di sangiovese miscelata ad alprazolam di quella notte– litigammo pesantemente sul punto e pare che io feci il giro del tavolo con indifferenza, gli andai dietro, me lo tirai fuori e iniziai a pisciargli addosso, quando se ne accorse mi stese con un destro e poi ci avvinghiammo e pestammo di santa ragione finché Don Stefano non riuscì a dividerci a colpi di attizzatoio.

Direi che questo brano non è solo geniale, fantasioso, ma che mostra pienamente la maestria di Andrea nel giocare con le parole. Si sente tutta la voce pacata, rintronata di Davide: Davide capace di filosofeggiare persino su una serie Tv, e che poi subito si trova a pisciare addosso a Emanuele nella canonica, innescando una situazione che, senza tutto il filosofeggiare precedente, non sarebbe stato altrettanto grottesca.

Questi contrasti, questo alternarsi di bianco e nero, rende Il giorno della nutria un libro che, a mio dire, non ha niente da invidiare a opere rinomate. E se tessere una trama che rispetti i tre atti narrativi –inizio, svolgimento e fine– è già difficile quando si opera nel tempo ordinario, figuriamoci quanto sia complesso farlo in un mondo mentale come quello di Davide.

Eppure Zandomeneghi ci è riuscito.

Ancora complimenti a questo nuovo autore. Speriamo che questo esordio sia solo l’inizio di una brillante carriera.

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2 pensieri riguardo “Il grande esordio di una bellissima voce autoriale.”

  1. Da scrittrice emergente (ho 2 libri pubblicati con Infilaindiana edizioni e sto cercando un’altra casa editrice prettamente per bambini questa volta, come IL Castoro, capace di poter visionare il secondo libro di una mia trilogia) mi congratulo con l’autore esordiente. L’impegno e la pazienza ripagano sempre. L’importante è trovare le giuste persone che diano valore aggiunto alla propria opera ma soprattutto alla propria autostima.
    Ancora complimenti.
    Emilia Amodio
    P. S. Vienimi a trovare nel mio blog😁

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