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Progetto editoriale: Piciul

Piciul uscì di corsa da scuola, quasi non notò Blanca che lo aspettava.

«Ehi, ma dove vai?»

Blanca lo seguì a passo svelto.

«Allora, che ti ha detto il professore?»

Ma Piciul era strano, scostante, sembrava rinchiuso in un mondo tutto suo dove nessuno poteva entrare.

Proseguirono in silenzio lungo il Corso Garibaldi, camminavano senza meta fra studenti rumorosi e persone che andavano per negozi. Avevano ancora un’ora prima che Piciul dovesse andare in fabbrica.

Arrivarono al Parcheggio San Francesco, un enorme piazzale di cemento. Ragazzini giocavano a pallone, ubriaconi sedevano su muretti a bere vino in cartone, un vecchio lanciava molliche di pane ai piccioni.

Alcuni rom rovistavano in cassonetti arrugginiti ai bordi del piazzale: tiravano fuori vestiti o altre cianfrusaglie e li gettavano in scatoloni posti su vecchi carrozzini.

Una di loro alzò lo sguardo verso Blanca: aveva forse la sua età, le somigliava. Indossava un maglione verde sotto a un pullover marrone coperto da un giubbotto giallo, una lunga gonna simile a una tenda terminava su calzettoni rosa che coprivano piedi affondati in zoccoli mezzi rotti.

Gli occhi di entrambe si unirono in una sola palpabile e liquida pupilla, poi in un attimo quella giovane ragazza svanì in una folata di piccioni.

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L’involuzione e l’omologazione dell’arte

Quando Umberto Eco dichiarò che, in sintesi, i social media hanno dato diritto di parola a legioni di deficienti, non mostrò altro che la punta dell’iceberg di una problema molto più profondo, ormai radicato nel tessuto sociale del nostro tempo e nella mentalità umana. Mai come oggi potremmo trovare calzanti analogie fra il nostro tempo e il saggio dello psicologo e filosofo Erich Fromm: Essere o avere; anche se forse, a dirla tutta, il titolo più idoneo alla nostra realtà sarebbe Essere o apparire.

I social e la gestione coatta del web hanno dato modo non solo a tanti, a tutti, di mettere bocca su qualsiasi cosa, ma di avere un palco dove esibire e celebrare se stessi e una propria presunta arte. Questo termine, arte, oggi ha perso valore e significato. La parola arte, nel suo concetto più vasto, definisce ogni tipo di forma creativa ed estetica che, avvalendosi di abilità innate e acquisite, sviluppate grazie ad accorgimenti stilistici e tecnici derivanti dallo studio e dall’esperienza, riesce a suscitare emozioni e messaggi tramite un linguaggio che potremmo definire universale, in quanto frutto di un indubbio codice maturato nei secoli. Dunque l’arte non è solo l’effetto di un fattore puramente emotivo, ma un vero linguaggio che si acquisisce studiando. Ogni innovazione artistica, come ci insegnano in particolare molti maestri della letteratura e della pittura, trova origine nelle basi classiche dell’arte in questione. Continua a leggere L’involuzione e l’omologazione dell’arte

Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.

Trovo assurdo che oggi coloro che si avvicinano alla narrativa, o almeno con l’intento di pubblicare, si cimentino subito nella scrittura di un romanzo, pur non avendo esperienza alcuna, o quasi nulla, della scrittura di un racconto.

Con questo non voglio dire che scrivere un romanzo sia più difficile che scrivere un racconto, si tratta di due generi diversi di narrazione, hanno finalità diverse e un respiro narrativo diverso; dunque non vedo assolutamente i racconti come una palestra per arrivare a un romanzo, perché un buon racconto non è una bozza di romanzo, né un buon romanzo è un racconto portato per le lunghe: sono due cose diverse. Il romanzo è un insieme di azioni drammaturgiche che si muovono nello spazio e nel tempo, mentre il racconto è una sola e potente azione drammaturgica condensata in un unico tempo. Potremmo paragonare i due stili narrativi al pugilato: il romanzo vince ai punti, il racconto vince per knockout.  

Dunque, è certo difficile scrivere un romanzo ricco di personaggi cui vicende si intrecciano, ma è altrettanto complicato scrivere un racconto in cui si segue una sola e unica azione drammatica così potente da stendere in poco tempo i lettori.

La cosa che mi fa storcere il naso quando vedo aspiranti scrittori alle prese con un romanzo, senza però aver mai scritto un solo racconto, è il pensiero di trovarmi al cospetto di una persona che non sente il bisogno selvaggio di scrivere. Continua a leggere Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.

Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Credo che da tutti gli articoli qui presenti sia ormai chiaro che, almeno a mio dire, uno scrittore non può scrivere roba decente, forte, di carne e sangue se non partendo da qualcosa di intimo. Certo, come abbiamo già detto, un vero scrittore riesce a trasfigurare le proprie esperienze, a fissarle ed esorcizzarle donandole alla propria storia, persino quando essa è dichiaratamente autobiografica; questa capacità rende una storia pubblica, ossia non più un’esperienza privata, ma intima anche per altri, un’esperienza dello scrittore che diventa specchio per quelle del lettore.

Ovviamente ci sarebbe tanto da discutere sulla capacità dei lettori di farsi davvero toccare da qualcosa di talmente intimo da risultare spesso doloroso, cosa che porta molti scrittori a scrivere piccole cose, farse piene di luoghi comuni atte a soddisfare proprio persone desiderose di entrare in empatia con cose che, a conti fatti, altro non sono che lo specchio delle proprie illusioni e di un’immagine distorta e infantile del sé. Tralasciando però questo tipo di narrativa che non mi interessa e questi lettori che spero possano maturare, tornando al precedente discorso credo che sia l’ossessione verso qualcosa a condurre uno scrittore a creare pagine vive, grondanti sangue; un’ossessione spesso verso qualcosa di intangibile a cui neppure si riesce a dare un nome concreto ma che c’è, perennemente presente nello scrittore.

Rosa Montero lo definiva il Dáimōn. Continua a leggere Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Qual è la più grande paura dell’essere umano? La morte? Io credo che essa sia solo la rappresentazione massima della più profonda paura umana. Potremmo definire tale paura come il timore di non vivere, e quand’è che non si vive? Forse quando non si è liberi di vivere?

Immaginate una vita in gabbia, sempre sotto controllo, costretti non solo a obbedire a degli ordini, ma seguire impotenti gli avvenimenti che vi coinvolgono senza poter davvero prenderli per le redini, modificarli, anche quando palesemente ingiusti.

Abbiamo l’illusione di essere padroni di noi stessi, di vivere la vita che sognavamo. Ci basta scrivere su di un social network per crederlo, pubblicare una foto su Facebook o su Instagram. Poi, magari, svolgiamo lavori odiati solo per tirare avanti e ci convinciamo persino che ci piacciano pur di non guardare l’impotenza della nostra esistenza. In altri casi, invece, siamo pronti a sacrificare dignità e affetti per del denaro. Comunque sia ci ritroviamo sempre schiavi di qualcosa e pronti a fare cose indesiderate per ottenere un privilegio, che sia grande, piccolo o effimero.

Raccontare con onestà una così forte frustrazione, forse il vero male di vivere, è cosa concessa a pochi, perché poche persone riescono a guardare nella spirale di un’esistenza fallita senza impazzire. Fra questi sicuramente Franz Kafka, nato a Praga il 3 luglio 1883 e morto a Kierling il 3 giugno 1924. Continua a leggere Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

L’arte di creare dal nulla un vero incubo

Oggigiorno l’appellativo di “genio” è talmente abusato che il significato della parola stessa sembra non aver più valore. Qualsiasi campo artistico strabocca di questi cosiddetti geni, spuntano fuori come funghi, probabilmente proprio perché nel nostro tempo di geni ce ne sono davvero pochi, forse nessuno, al punto da doverli ricercare in ogni presunta novità, che sia essa semplicemente un’eccentricità nel vestiario, un dipinto dallo stile atipico, un brano di narrativa particolarmente brillante.

L’ordinario diventa geniale, la mera stravaganza una forma d’arte. Si sente la necessità che qualcosa sia geniale e si dà questo epiteto a qualsiasi cosa accattivante, forse proprio perché ciò che davvero è geniale è stato dimenticato, così come i tanti classici della letteratura che tutti conoscono ma non tutti hanno letto: la genialità conclamata è diventato un bel dipinto conosciuto da tutti per fama, ma mai osservato.

Riguardo la letteratura è davvero difficile pensare a qualcosa di geniale. Sappiamo bene che tutte le storie sono state già scritte. Certo, possono nascere piccole innovazioni, personaggi o dinamiche che appaiono nuove, ma probabilmente spulciando fra milioni di libri troveremo qualche storia simile a quella che credevamo unica. Il punto è come si racconta una storia. Continua a leggere L’arte di creare dal nulla un vero incubo

il doloroso punto di vista di un emarginato

Essendo la vigilia di Natale probabilmente ci si sarebbe aspettati che parlassi di A Christmas Carol del grande Dickens, ma sarebbe stato troppo scontato. Ho preferito scegliere un libro che, in un certo senso, accusa allo stesso modo, se non con maggior brutalità, l’ipocrisia della società che proprio durante le feste emerge in tutto il suo impeto.

Il libro in questione è L’ultimo giorno di un condannato a morte, capolavoro di Victor Hugo scritto nel 1829, in cui sono narrati gli ultimi giorni di vita di un prigioniero del carcere di Bicêtre. Una critica diretta, spietata, fatta da Hugo nei confronti dei bagni penali e della pena capitale, ma non solo; in questo libro si nota un’accusa estesa all’intera società francese in cui la vita umana, quella degli ultimi, non aveva alcun valore: tema da lui trattato in ogni suo capolavoro, ossia l’estremo divarico fra le classi sociali.

Del condannato in questione non sappiamo di preciso la classe sociale, ma dalla descrizione della sua famiglia possiamo immaginare non sia di un ceto autorevole, benché non si tratti neppure di un poveraccio, ma la sua condizione di forzato, peggio, di condannato al patibolo, lo rende una nullità, non altro che immondizia sociale, un cane rognoso sbeffeggiato dal popolo stesso. Continua a leggere il doloroso punto di vista di un emarginato

Kafka: il vero spirito di uno scrittore

Ogni volta che mi domando quale sia il vero senso della scrittura, perché scriviamo, il mio pensiero vola subito a Kafka, a mio dire icona incarnata di quello che dovrebbe essere lo spirito di uno scrittore.

Nella precedente frase il condizionale è più che voluto, perché oggigiorno lo spirito degli scrittori, se di spirito e di scrittori si può parlare, è ben lontano da quello di Kafka; complice un panorama editoriale sempre meno attento al senso primordiale della scrittura, troppo impegnato ad accontentare un pubblico, ahimè, formato in maggioranza da lettori pigri o radical chic.

Ridicolo, e pericoloso, vedere come gli scrittori amatoriali aumentino di giorno in giorno, mentre diminuiscono i lettori. Viene da chiedersi il perché di questa improvvisa esplosione di talenti letterari: mai secolo fu più ricco di scrittori come il nostro.

Siamo dinnanzi alla rinascita della letteratura italiana, oppure al suo totale declino? Continua a leggere Kafka: il vero spirito di uno scrittore

l’importanza di tornare alla vera letteratura

Più volte quando si parla di Italo Calvino sento persone dire: «È un autore pesante, troppo complicato». Beh, a dirlo sono solitamente quelli che non hanno mai letto niente di lui.

Il pregiudizio che uno scrittore letterato, accademico, sia noioso, cencioso e complesso è ciò che allontana molte persone dai classici o dalla letteratura matura, come quella di Calvino. Abbiamo già visto con Pontiggia, grande maestro della letteratura al pari di Calvino, come il registro di un letterato possa essere sì alto, talvolta, ma utilizzato con una tale maestria da risultare scorrevole e appassionante.

La lingua italiana è ricca di forme verbali meravigliose, stupendi aggettivi e potenti avverbi. Certo, per un periodo è andata di moda la regola: morte agli avverbi e agli aggettivi; regola nata a seguito di tante pessime traduzioni anglosassone, nonché di autori di certo meno abili di Calvino che, per cercare di rendere affascinante la propria scrittura, si aggrappavano ad aggettivi e avverbi anziché limitarsi a narrare una storia. Ed è proprio narrare storie che fa Calvino, e lo fa utilizzando pienamente la lingua italiana, senza però mai apparire affabulatorio o altezzoso, anzi, la sua sintesi è perfetta, una scrittura asciutta, necessaria, in cui ogni singola frase è pesata. I racconti di Calvino dimostrano tutta la sua potenza autoriale, perché solo un vero maestro può rendere in poche pagine, trattando argomenti semplici e con personaggi ordinari, un’azione drammaturgica talmente definita da restare impressa nella mente. Continua a leggere l’importanza di tornare alla vera letteratura