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l’importanza di tornare alla vera letteratura

Più volte quando si parla di Italo Calvino sento persone dire: «È un autore pesante, troppo complicato». Beh, a dirlo sono solitamente quelli che non hanno mai letto niente di lui.

Il pregiudizio che uno scrittore letterato, accademico, sia noioso, cencioso e complesso è ciò che allontana molte persone dai classici o dalla letteratura matura, come quella di Calvino. Abbiamo già visto con Pontiggia, grande maestro della letteratura al pari di Calvino, come il registro di un letterato possa essere sì alto, talvolta, ma utilizzato con una tale maestria da risultare scorrevole e appassionante.

La lingua italiana è ricca di forme verbali meravigliose, stupendi aggettivi e potenti avverbi. Certo, per un periodo è andata di moda la regola: morte agli avverbi e agli aggettivi; regola nata a seguito di tante pessime traduzioni anglosassone, nonché di autori di certo meno abili di Calvino che, per cercare di rendere affascinante la propria scrittura, si aggrappavano ad aggettivi e avverbi anziché limitarsi a narrare una storia. Ed è proprio narrare storie che fa Calvino, e lo fa utilizzando pienamente la lingua italiana, senza però mai apparire affabulatorio o altezzoso, anzi, la sua sintesi è perfetta, una scrittura asciutta, necessaria, in cui ogni singola frase è pesata. I racconti di Calvino dimostrano tutta la sua potenza autoriale, perché solo un vero maestro può rendere in poche pagine, trattando argomenti semplici e con personaggi ordinari, un’azione drammaturgica talmente definita da restare impressa nella mente. Continua a leggere l’importanza di tornare alla vera letteratura

L’avventura di due sposi

Una delle cose più belle mai scritte, ovviamente una creazione di Italo Calvino.
Non ha bisogno di commenti.

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide.
Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Continua a leggere L’avventura di due sposi