l’importanza di tornare alla vera letteratura

Più volte quando si parla di Italo Calvino sento persone dire: «È un autore pesante, troppo complicato». Beh, a dirlo sono solitamente quelli che non hanno mai letto niente di lui.

Il pregiudizio che uno scrittore letterato, accademico, sia noioso, cencioso e complesso è ciò che allontana molte persone dai classici o dalla letteratura matura, come quella di Calvino. Abbiamo già visto con Pontiggia, grande maestro della letteratura al pari di Calvino, come il registro di un letterato possa essere sì alto, talvolta, ma utilizzato con una tale maestria da risultare scorrevole e appassionante.

La lingua italiana è ricca di forme verbali meravigliose, stupendi aggettivi e potenti avverbi. Certo, per un periodo è andata di moda la regola: morte agli avverbi e agli aggettivi; regola nata a seguito di tante pessime traduzioni anglosassone, nonché di autori di certo meno abili di Calvino che, per cercare di rendere affascinante la propria scrittura, si aggrappavano ad aggettivi e avverbi anziché limitarsi a narrare una storia. Ed è proprio narrare storie che fa Calvino, e lo fa utilizzando pienamente la lingua italiana, senza però mai apparire affabulatorio o altezzoso, anzi, la sua sintesi è perfetta, una scrittura asciutta, necessaria, in cui ogni singola frase è pesata. I racconti di Calvino dimostrano tutta la sua potenza autoriale, perché solo un vero maestro può rendere in poche pagine, trattando argomenti semplici e con personaggi ordinari, un’azione drammaturgica talmente definita da restare impressa nella mente.

I romanzi di Calvino, ovviamente, non sono da meno. La stessa maestria utilizzata e concentrata nei racconti, si espande armoniosa in cento, duecento pagine di romanzo, incollando il lettore alle pagine più di quanto potrebbe fare un romanzo contemporaneo.

Il libro che voglio portare come esempio è Il barone rampante, romanzo famosissimo di nome ma, ahimè, nel 2019 da molti non letto.

È la storia Cosimo Piovasco di Rondò, giovanissimo barone di Ombrosa che un giorno, a seguito di una lite in famiglia, si rifugia su di un albero e decide di non scendere mai più.

Già soltanto questo semplicissimo plot fa nascere decine di riflessioni sociali, culturali e umane, cosa che dovrebbe fare ogni scrittore. Uno scrittore, anzitutto, è (o dovrebbe esserlo) un uomo di grande sensibilità, capace di cogliere i problemi umani e sociali. Ma uno scrittore di narrativa usa una trama o dei personaggi per lanciare un messaggio, non fa monologhi di piazza, come purtroppo fanno molti scrittori contemporanei. Nella semplicità di una storia, in eventi spesso piccoli, ci mostra qualcosa di più grande. Ed è quello che accade in questo capolavoro della letteratura, come vedremo più avanti.
Tornando alla forma, credo che l’attacco di questo libro sia uno dei migliori del novecento.

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa D’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, di andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: – Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave.

In centosedici parole si apre davanti a noi un mondo, e non solo: ci troviamo davanti a un fatto importante, ne siamo coinvolti, vogliamo sapere che succede.

Con poche ma sapienti pennellate, con parole semplici, Calvino ci addentra nella storia. Sappiamo che è la storia di Cosimo Piovasco di Rondò, sappiamo che è ricco, che è nobile, capiamo il luogo e il tempo. Inoltre, vengono subito mostrati gli alberi, le foglie, il giardino, seminando che quello è e sarà per tutta la storia un luogo importante. Vediamo, pur senza che ci sia mostrata, l’austerità del pranzo, ne percepiamo il silenzio, tanto che il rifiuto di Cosimo di mangiare un piatto che a molti potrebbe giustamente sembrare disgusto, già da solo ci annuncia una tragedia: Mai s’era vista disubbidienza più grave.

Il capitolo finisce in modo calzante così com’è iniziato, immergendo ancor più il lettore in un fatto eccezionale avvenuto in un contesto del tutto ordinario, senza messe in scena fumose o parole plateali.

Ci tennero lì tre giorni, a pane acqua insalata cotenne di bue e minestrone freddo (che, fortunatamente, ci piaceva). Poi, primo pasto in famiglia, come niente fosse stato, tutti a puntino, quel mezzogiorno del 15 giugno: e cosa aveva preparato nostra sorella Battista, sovrintendente della cucina? Zuppa di lumache e pietanze di lumache. Cosimo non volle toccare neanche un guscio. – Mangiate o subito vi rinchiudiamo nello stanzino! – Io cedetti, e cominciai a trangugiare quei molluschi. (Fu un po’ una viltà, da parte mia, e fece sì che mio fratello si sentisse più solo, cosicché nel suo lasciarci c’era anche una protesta contro di me, che l’avevo deluso; ma avevo solo otto anni, e poi che vale paragonare la mia forza di volontà, anzi, quella che potevo avere da bambino, con l’ostinazione sovraumana che contrassegnò la vita di mio fratello?)

– E allora? – disse nostro padre a Cosimo.   

– No, e poi no! – fece Cosimo, e respinse il piatto.

– Via da questa tavola!

Ma già Cosimo aveva voltato le spalle a tutti noi e stava uscendo dalla sala.

Lo vedevamo dalla porta a vetri mentre nel vestibolo prendeva il suo tricorno e il suo spadino.

– Lo so io! – Corse in giardino.

Di lì a poco, dalle finestre, lo vedemmo che s’arrampicava su per l’elce. Era vestito e acconciato con grande proprietà, come nostro padre voleva venisse a tavola, nonostante i suoi dodici anni: capelli incipriati col nastro al codino, tricorno, cravatta di pizzo, marsina verde a code, calzonetti color malva, spadino, e lunghe ghette di pelle bianca a mezza coscia, unica concessione a un modo di vestirsi più intonato alla nostra vita campagnola. (Io, avendo solo otto anni, ero esentato dalla cipria sui capelli, se non nelle occasioni di gala, e dallo spadino, che pur mi sarebbe piaciuto portare). Così egli saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme.

Ho già detto che sugli alberi noi trascorrevamo ore e ore, e non per motivi utilitari come fanno tanti ragazzi, che ci salgono solo per cercar frutta o nidi d’uccelli, ma per il piacere di superare difficili bugne del tronco e inforcature, e arrivare più in alto che si poteva, e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù, a fare scherzi e voci a chi passava di sotto. Trovai quindi naturale che il primo pensiero di Cosimo, a quell’ingiusto accanirsi contro di lui, fosse stato arrampicarsi sull’elce, albero a noi familiare, e che protendendo i rami all’altezza delle finestre della sala, imponeva il suo contegno sdegnoso e offeso alla vista di tutta la famiglia.

– Vorsicht! Vorsicht! Ora casca, poverino! – esclamò piena d’ansia nostra madre, che ci avrebbe visto volentieri alla carica sotto le cannonate, ma intanto stava in pena per ogni nostro gioco.

Cosimo salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, a braccia incrociate con le mani sotto le ascelle, la testa insaccata nelle spalle, il tricorno calcato sulla fronte.

Nostro padre si sporse dal davanzale.

– Quando sarai stanco di star lì cambierai idea! – gli gridò.

– Non cambierò mai idea, – fece mio fratello, dal ramo.

– Ti farò vedere io, appena scendi!

– E io non scenderò più! – E mantenne la parola.

La fine di questo primo capitolo è perfetto e avvincente quanto il suo inizio. Sappiamo già che Cosimo non scenderà mai più dall’albero, suo fratello, il narratore, ce lo dice chiaramente: anticipazione che, grazie alla maestria di Calvino, genera nel lettore più ansia rispetto a un finale occultato. Ora ci chiediamo cosa succederà a Cosimo, il ragazzo che non scenderà più dall’albero. E, soprattutto, ci poniamo mille interrogativi riguardo la sua scelta. Vogliamo capire cosa c’è alle radici dell’ostinazione sovraumana che contrassegnerà la vita di Cosimo. La sua protesta, termine non casuale come la frase: aveva voltato le spalle a tutti noi.

C’è da aggiungere al suddetto estratto che Cosimo e suo fratello furono rinchiusi perché avevano cercato di liberare delle lumache che Battista, la loro sorella maggiore, intendeva cucinare, abituata a uccidere ogni tipo di animale per servire pietanze orrende e disgustose a cui nessuno poteva sottrarsi. Da qui capiamo che la ribellione di Cosimo innanzi al piatto di lumache è ben più profonda, non rifiuta di mangiare perché nauseato, ma perché risentito.

Calvino ci dice che Cosimo e suo fratello erano soliti andare per alberi non in cerca di frutti o nidi d’uccelli, ma per arrivare più in alto che si poteva.

Che sia dunque ad altro che si ribella Cosimo? Forse alla vita formale della sua famiglia, a quella vita che sembra rinchiusa in una villa, ben lontana della libertà che lui anela?

La vestizione di Cosimo, infatti, ci dice che sta accadendo qualcosa di solenne, di irreversibile, un cambio totale. La descrizione è volutamente minuziosa, e non serve certo a mostrarci il vestiario o l’aspetto di Cosimo, quanto la sua ferma decisione di abbandonare la casa paterna.

In quel 15 giugno, data che il fratello di Cosimo menziona all’inizio e alla fine del capitolo, è successo qualcosa di inaspettato, una crepa in una fortezza asfissiante: Cosimo è andato via e non tornerà più, ha voltato le spalle a tutti.

Eppure questo fatto eccezionale è narrato in modo semplice, ordinato, pulito. Niente urla, niente giochi di luci, atmosfere fumose: un alternarsi rapido di sommari e scene che mostrano l’essenziale, in cui ogni parola è necessaria, mai in eccesso, mai ricercata o fastosa.

Tutta la narrazione va avanti così, potente ma mai ostentata, nessun manierismo, aggettivi e avverbi non servono a sostituire la narrazione, ma a completarla.

Ci sarebbero tanti estratti di questi libro su cui ragionare, ma voglio concentrarmi solo su due, per poi passare a un ultimo argomento.

La villa era chiusa, le persiane sprangate; solo una, a un abbaino, sbatteva al vento. Il giardino lasciato senza cure aveva più che mai quell’aspetto di foresta d’altro mondo. E per i vialetti ormai invasi dall’erba, e per le aiole sterpose. Ottimo Massimo si muoveva felice, come a casa sua, e rincorreva farfalle.

Sparì in un cespuglio. Tornò con in bocca un nastro. A Cosimo il cuore batté più forte. –Cos’è, Ottimo Massimo? Eh? Di chi è? Dimmi! Ottimo Massimo scodinzolava.

– Porta qua, porta. Ottimo Massimo!

Cosimo, sceso su di un ramo basso, prese dalla bocca del cane quel brandello sbiadito che era stato certamente un nastro dei capelli di Viola, come quel cane era stato certamente un cane di Viola, dimenticato lì nell’ultimo trasloco della famiglia. Anzi, ora a Cosimo sembrava di ricordarlo, l’estate prima, ancora cucciolo, che sporgeva da un canestro al braccio della ragazzina bionda, e forse glie l’avevano portato in regalo allora allora.

– Cerca, Ottimo Massimo! – E il bassotto si gettava tra i bambù; e tornava con altri ricordi di lei, la corda da saltare, un pezzo lacero d’aquilone, un ventaglio.

In cima al tronco del più alto albero del giardino, mio fratello incise con la punta dello spadino i nomi Viola e Cosimo, e poi, più sotto, sicuro che a lei avrebbe fatto piacere anche se lo chiamava con un altro nome, scrisse: Cane bassotto Ottimo Massimo.

D’allora in poi, quando si vedeva il ragazzo sugli alberi, s’era certi che guardando giù innanzi a lui, o appresso, si vedeva il bassotto Ottimo Massimo trotterellare pancia a terra. Gli aveva insegnato la cerca, la ferma, il riporto: i lavori di tutte le specie di cani da caccia, e non c’era bestia del bosco che non cacciassero insieme. Per riportargli la selvaggina, Ottimo Massimo rampava con due zampe sui tronchi più in su che poteva; Cosimo calava a prendere la lepre o la starna dalla sua bocca e gli faceva una carezza. Erano tutte là le loro confidenze, le loro feste. Ma continuo tra la terra e i rami correva dall’uno all’altro un dialogo, un’intelligenza, d’abbai monosillabi e di schiocchi di lingua e dita.

Quella necessaria presenza che per il cane è l’uomo e per l’uomo è il cane, non li tradiva mai, né l’uno né l’altro; e per quanto diversi da tutti gli uomini e cani del mondo, potevan dirsi, come uomo e cane, felici.

Qui vediamo che il tono diventa più poetico, ma mai fosco né noioso. A rapirci è ciò che succede: il ricordo di Viola, l’amicizia fra Cosimo e Ottimo Massimo, tutto narrato dalla scrittura sensibile ed evocativa di Calvino.

Esempio perfetto di come parole semplici, se usate bene, possano diventare poesia lo troviamo alla fine del ventunesimo capitolo.

Con gli occhi mezzo abbagliati, Cosimo e Viola ridiscesero nell’ombra verde-cupa del fogliame. – Di qua.

In un noce, sulla sella del tronco, c’era un incavo a conca, la ferita d’un antico lavoro d’ascia, e là era uno dei rifugi di Cosimo. C’era stesa una pelle di cinghiale, e intorno posati una fiasca, qualche arnese, una ciotola.

Viola si buttò sul cinghiale. – Ci hai portato altre donne?

Lui esitò. E Viola: – Se non ce ne hai portate sei un uomo da nulla.

– Sì… Qualcuna…

Si prese uno schiaffo in faccia a piena palma.

– Così m’aspettavi?

Cosimo si passava la mano sulla guancia rossa e non sapeva cosa dire; ma lei già pareva tornata ben disposta: – E com’erano? Dimmi: com’erano?

– Non come te. Viola, non come te…

– Cosa sai di come sono io, eh, cosa sai?

S’era fatta dolce, e Cosimo a questi passaggi repentini non finiva di stupirsi. Le venne vicino. Viola era d’oro e miele.

– Di’… 

– Di’…

Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

La semplicità di questo momento, infantile seppur malizioso, dolce quanto erotico, sfocia nel perfetto utilizzo della nostra lingua, un utilizzo magistrale della parola scritta: Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

Questi sono i rari casi in cui la narrativa e la poesia si fondono, senza invadere l’una l’altra.

Credo che da questi estratti sia chiaro quanto la scrittura di Calvino sia sintetica, pulita, accattivamene: esempio di alta letteratura che mai è noiosa.

Ultima cosa che voglio mostrarvi, precedentemente accennata, è il messaggio sociale del testo: o almeno, uno dei tanti, perché come abbiamo visto sin dall’attacco del romanzo la vicenda di Cosimo è carica di denunce e messaggi ben più grandi della storia avvenuta a Ombrosa. Fra i tanti messaggi nascosti nel testo, Calvino non ci risparmia il suo folle amore per la letteratura. In questo libro ci insegna quanto la lettura possa cambiare un uomo, persino il più spietato, e non lo fa ponendosi a maestro di vita, come oggi va tanto di modo nella narrativa, ma facendo ciò che i narratori fanno dai tempi di Le mille e una notte: raccontandoci una storia! La storia di Gian dei Brughi.

Vi lascio a questa bellissima vicenda:

Cosimo tornò sul noce e riprese a leggere il Gil Blas. Gian dei Brughi era sempre abbracciato al ramo, pallido in mezzo ai capelli e alla barba ispidi e rossi proprio come brughi, con impigliati foglie secche, ricci di castagna e aghi di pino. Squadrava Cosimo con due occhi verdi, tondi e smarriti; brutto, era brutto.

– Sono andati? – Si decise a domandare.

– Sì, sì,  – disse Cosimo, affabile. – Lei è il brigante Gian dei Brughi?

– Come mi conosce?

– Eh, così, di fama.

– E lei è quello che non scende mai dagli alberi?

– Sì. Come lo sa?

– Be’, anch’io, la fama corre.

Si guardarono con cortesia, come due persone di riguardo che s’incontrano per caso e sono contente di non essere sconosciute l’una all’altra.

Cosimo non sapeva cos’altro dire, e si rimise a leggere.

– Cosa legge di bello?

– Il Gil Blas di Lesage.

– È bello?

– E h sì.

– Le manca tanto a finirlo?

– Perché? Be’, una ventina di pagine.

– Perché quando l’aveva finito volevo chiederle se me lo prestava, – sorrise, un po’ confuso. – Sa, passo le giornate nascosto, non si sa mai cosa fare. Avessi un libro ogni tanto, dico. Una volta ho fermato una carrozza, poca roba, ma c’era un libro e l’ho preso. Me lo sono portato su, nascosto sotto la giubba; tutto il resto del bottino avrei dato, pur di tenermi quel libro. La sera, accendo la lanterna, vado per leggere… era in latino! Non ci capivo una parola… – Scosse il capo. – Vede, io il latino non lo so…

– E be’, latino, caspita, è duro, – disse Cosimo, e sentì che suo malgrado stava prendendo un’aria protettiva. – Questo qui è in francese…

– Francese, toscano, provenzale, castigliano, lì capisco tutti, – disse Gian dei Brughi. – Anche un po’ il catalano: Bon dia! Bona nit! Estàla mar mòlt alborotada.

In mezz’ora Cosimo finì il libro e lo prestò a Gian dei Brughi.

Così cominciarono i rapporti tra mio fratello e il brigante. Appena Gian dei Brughi aveva finito un libro, correva a restituirlo a Cosimo, ne prendeva in prestito un altro, scappava a rintanarsi nel suo rifugio segreto, e sprofondava nella lettura.

A Cosimo i libri li procuravo io, dalla biblioteca di casa, e quando li aveva letti me li ridava. Ora cominciò a tenerli più a lungo, perché dopo letti li passava a Gian dei Brughi, e spesso tornavano spelacchiati nelle rilegature, con macchie di muffa, striature di lumaca, perché il brigante chissà dove li teneva.

In giorni stabiliti Cosimo e Gian dei Brughi si davano convegno su di un certo albero, si scambiavano il libro e via, perché il bosco era sempre battuto dagli sbirri. Quest’operazione così semplice era molto pericolosa per entrambi: anche per mio fratello, che non avrebbe potuto certo giustificare la sua amicizia con quel criminale! Ma a Gian dei Brughi era presa una tal furia di letture, che divorava romanzi su romanzi e, stando tutto il giorno nascosto a leggere, in una giornata mandava giù certi tomi che mio fratello ci aveva messo una settimana, e allora non c’era verso, ne voleva un altro, e se non era il giorno stabilito si buttava per le campagne alla ricerca di Cosimo, spaventando le famiglie nei casolari e facendo muovere sulle sue tracce tutta la forza pubblica d’Ombrosa.

Adesso a Cosimo, sempre pressato dalle richieste del brigante, i libri che riuscivo a procurargli io non bastavano, e dovette andare a cercarsi altri fornitori. Conobbe un mercante di libri ebreo, tale Orbecche, che gli procurava anche opere in più tomi. Cosimo gli andava a bussare alla finestra dai rami d’un carrubo portandogli lepri, tordi e starne appena cacciati in cambio di volumi.

Ma Gian dei Brughi aveva i suoi gusti, non gli si poteva dare un libro a caso, se no l’indomani tornava da Cosimo a farselo cambiare. Mio fratello era nell’età in cui si comincia a prendere piacere alle letture più sostanziose, ma era costretto ad andarci piano, da quando Gian dei Brughi gli portò indietro Le avventure di Telemaco avvertendolo che se un’altra volta gli dava un libro così noioso, lui gli segava l’albero di sotto.

Cosimo a questo punto avrebbe voluto separare i libri che voleva leggersi per conto suo con tutta calma da quelli che si procurava solo per prestarli al brigante. Macché: almeno una scorsa doveva darla anche a questi, perché Gian dei Brughi si faceva sempre più esigente e diffidente, e prima di prendere un libro voleva che lui gli raccontasse un po’ la trama, e guai se lo coglieva in fallo. Mio fratello provò a passargli dei romanzetti d’amore: e il brigante arrivava furioso chiedendo se l’aveva preso per una donnicciola. Non si riusciva mai a indovinare quello che gli andava.

Insomma, con Gian dei Brughi sempre alle costole, la lettura per Cosimo, dallo svago di qualche mezz’oretta, diventò l’occupazione principale, lo scopo di tutta la giornata. E a furia di maneggiar volumi, di giudicarli e compararli, di doverne conoscere sempre di più e di nuovi, tra letture per Gian dei Brughi e il crescente bisogno di letture sue, a Cosimo venne una tale passione per le lettere e per tutto lo scibile umano che non gli bastavano le ore dall’alba al tramonto per quel che avrebbe voluto leggere, e continuava anche a buio a lume di lanterna.

Finalmente, scoperse i romanzi di Richardson. A Gian dei Brughi piacquero. Finito uno, ne voleva subito un altro. Orbecche gli procurò una pila di volumi. Il brigante aveva da leggere per un mese. Cosimo, ritrovata la pace, si buttò a leggere le vite di Plutarco. Gian dei Brughi, intanto, sdraiato sul suo giaciglio, gli ispidi capelli rossi pieni di foglie secche sulla fronte corrugata, gli occhi verdi che gli s’arrossavano nello sforzo della vista, leggeva leggeva muovendo la mandibola in un compitare furioso, tenendo alto un dito umido di saliva per esser pronto a voltare la pagina. Alla lettura di Richardson, una disposizione già da tempo latente nel suo animo lo andava come struggendo: un desiderio di giornate abitudinarie e casalinghe, di parentele, di sentimenti familiari, di virtù, d’avversione per i malvagi ei viziosi. Tutto quel che lo circondava non lo interessava più, o lo riempiva di disgusto. Non usciva più dalla sua tana tranne che percorrere da Cosimo a farsi dare il cambio del volume, specie se era un romanzo in più tomi ed era rimasto a mezzo della storia. Viveva così, isolato, senza rendersi conto della tempesta di risentimenti che covava contro di lui anche tra gli abitanti del bosco un tempo suoi complici fidati, ma che ora s’erano stancati di tenersi tra i piedi un brigante inattivo, che si tirava dietro tutta la sbirraglia.

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