il doloroso punto di vista di un emarginato

Essendo la vigilia di Natale probabilmente ci si sarebbe aspettati che parlassi di A Christmas Carol del grande Dickens, ma sarebbe stato troppo scontato. Ho preferito scegliere un libro che, in un certo senso, accusa allo stesso modo, se non con maggior brutalità, l’ipocrisia della società che proprio durante le feste emerge in tutto il suo impeto.

Il libro in questione è L’ultimo giorno di un condannato a morte, capolavoro di Victor Hugo scritto nel 1829, in cui sono narrati gli ultimi giorni di vita di un prigioniero del carcere di Bicêtre. Una critica diretta, spietata, fatta da Hugo nei confronti dei bagni penali e della pena capitale, ma non solo; in questo libro si nota un’accusa estesa all’intera società francese in cui la vita umana, quella degli ultimi, non aveva alcun valore: tema da lui trattato in ogni suo capolavoro, ossia l’estremo divarico fra le classi sociali.

Del condannato in questione non sappiamo di preciso la classe sociale, ma dalla descrizione della sua famiglia possiamo immaginare non sia di un ceto autorevole, benché non si tratti neppure di un poveraccio, ma la sua condizione di forzato, peggio, di condannato al patibolo, lo rende una nullità, non altro che immondizia sociale, un cane rognoso sbeffeggiato dal popolo stesso.

In questo libro Hugo, ancora una volta, condanna senza timore l’ipocrisia dei potenti, la loro indifferenza nei confronti degli ultimi: ultimi che si divorano fra loro, come cani che si contendono un osso, pronti persino a deridere un uomo messo al patibolo: concetto oggigiorno più reale che mai, seppur espresso due secoli fa.

La prima persona rende questo romanzo di nemmeno ottanta pagine una vera lama nel cuore. Siamo perennemente con il protagonista, ed essendo lui rinchiuso in una cella siamo nella sua mente, nel suo cuore, nei suoi pensieri, nelle sue ossessioni, nei suoi tormenti. Le sole persone che lo avvicinano sono filtrate dalla sua angoscia verso il giorno della morte, sempre più prossimo; l’impotenza si fonde al terrore, il delirio diventa materia viva, organica: pensieri che si aggrovigliano come tante mani che dal fondo di una grotta cercano di raggiungere una breccia, ma non c’è uscita alcuna, e noi lo sappiamo, seppur durante la lettura l’illusione che esista una speranza ci dissangua assieme al protagonista.

Dalla prima pagina capiamo che non c’è speranza, eppure ci illudiamo che ci sia, consapevoli del contrario.

Condannato a morte!

Sono cinque settimane che vivo con questo pensiero, sempre solo in sua compagnia, sempre raggelato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso!

Un tempo, mi sembra siano passati anni più che settimane, ero un uomo come gli altri. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto aveva la sua idea. La mia mente, giovane e fervida, era piena di fantasie. Si divertiva a presentarmele, una dopo l’altra, senza ordine né fine, ricamando interminabili arabeschi sulla stoffa ruvida e sottile della vita. C’erano ragazze, splendidi piviali vescovili, battaglie vinte, teatri pieni di luce e di rumore, e poi ancora ragazze e passeggiate notturne sotto le ampie braccia dei castagni. Era sempre festa nella mia immaginazione. Potevo pensare a ciò che volevo, ero libero.

Ora sono in gabbia. Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mentre imprigionata in un’idea. Un’idea orribile, cruenta, implacabile! Ho un unico pensiero, un’unica convinzione, un’unica certezza: condannato a morte!

Qualunque cosa faccia, è sempre lì, quel pensiero infernale, come uno spettro di piombo che mi sta a fianco, solitario e geloso, scacciando ogni distrazione, a tu per tu con me, miserabile, scrollandomi con le sue mani gelide quando voglio voltare la testa dall’altra parte o chiudere gli occhi. Si insinua in tutte le forme ovunque la mia mente provi a sfuggirgli, si intromette come un ritornello orribile in tutte le frasi che mi vengono rivolte, si aggrappa insieme a me alle squallide sbarre della mia cella; mi ossessiona da sveglio, spia il mio sono convulso e riappare nei sogni sotto forma di lama.

Mi sono appena svegliato di soprassalto, perseguitato da quel pensiero, dicendomi: “Ah! è solo un sogno!”. Ma no! ancora prima che le mie palpebre pesanti avessero avuto il tempo di socchiudersi abbastanza per vedere quel pensiero fatale iscritto nell’orrenda realtà che mi circonda, sulle lastre umide e gocciolanti della mia cella, nel pallido riverbero della mia lampada da notte, nella trama grossolana della tela dei miei indumenti, nella sagoma cupa del soldato di guardia la cui giberna riluce attraverso la grata della mia segreta, mi sembra già che una voce mi abbia mormorato all’orecchio: “Condannato a morte!”.

Non mettendo bocca sulla sublime prosa di Hugo, in quanto ci sarebbe solo da inchinarsi, in questa pagina traspare da subito il dramma del protagonista: non è più nemmeno un uomo.

Non è solo rinchiuso in una prigione, no, ma ha perso tutto, persino la libertà di pensare, imprigionato in un unico, ridondante pensiero che gli ha soffocato la vita, sostituendola, cancellandola.

È terrore puro ciò che abbiamo davanti, non più solo terrore della morte, no, ma l’angosciante impotenza al cospetto della non vita.

Quest’uomo non è morto, ma non è neppure vivo, tanto che in alcune parti del libro la morte, per quanto spaventosa, gli appare come una liberazione.

L’ossessione che fissa quest’uomo immobile, a sua volta da essa fissato, è lo stesso sguardo impotente di ogni emarginato, di chi conosce la solitudine, la povertà, la strada: l’assenza di ogni speranza, un ciclica morte che si ripete di giorno in giorno, di secondo in secondo, un vortice in cui non vi è spazio per nulla, se non per la morte stessa.

Peggiore di questo tormento esiste solo soffrirne al cospetto del benessere e dell’indifferenza altrui, come succede a molti durante le feste.

Sì, la morte! – È d’altronde, mi ripeteva non so quale voce interiore, cosa rischio a dirlo? È mai stata pronunciata sentenza di morte se non a mezzanotte, al bagliore delle torce, in una sala buia e tetra, in una fredda notte di pioggia e d’inverno? Ma nel mese di agosto, alle otto di mattina, in una così bella giornata, questi buoni giurati, è impossibile! E i miei occhi tornavano a fissarsi sul grazioso fiore giallo in pieno sole.

Tutto d’un tratto il presidente, che aspettava solo l’avvocato, mi invitò ad alzarmi. La truppa fece present’arm; come per impulso elettrico, tutta l’assemblea scattò in piedi nello stesso istante. Un personaggio insignificante e mediocre, a un tavolo posizionato sotto il banco del tribunale – era, penso, il cancelliere –, prese la parola e lesse il verdetto che i giurati avevano emesso in mia assenza. Un sudore freddo mi colò lungo tutte le membra; mi appoggiai al muro per non cadere.

“Avvocato, avete qualcosa da dire sulla pena inflitta?” chiese il presidente.

Dal canto mio, avrei avuto tutto da dire, ma non mi venne niente. La lingua mi rimase incollata al palato.

Il difensore si alzò.

Capii che cercava di mitigare il verdetto della giuria e suggerire, al posto della pena comminata, l’altra pena, quella in cui mi aveva tanto ferito vederlo sperare.

La mia indignazione dev’essere stata fortissima, per farsi strada attraverso le mille emozioni che si disputavano il mio pensiero. Volli ripetere a voce alta quello che gli avevo detto: Piuttosto cento volte la morte! Ma mi mancò il fiato e non potei fare altro che bloccarlo rudemente con il braccio, gridando con forza convulsa: No!

Il procuratore generale contestò l’avvocato, io lo ascoltavo con stupida soddisfazione. Poi i giudici uscirono, poi rientrarono, e il presidente mi lesse la sentenza.

“Condannato a morte!” disse la folla; e, mentre mi portavano via, tutta la gente si precipitò al mio seguito col fracasso di un edificio che viene demolito. Io camminavo, ubriaco e stupefatto. In me si era prodotta una rivoluzione. Fino alla sentenza di morte, mi ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso mondo degli altri; ora distinguevo chiaramente una specie di barriera tra il mondo e me. Niente mi appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Quelle grandi finestre illuminate, quel bel sole, quel cielo terso, quel fiore grazioso, tutto era pallido e sbiadito, del colore di un sudario. Quegli uomini, quelle donne, quei ragazzini che si accalcavano al mio passaggio, trovavo avessero un’aria da fantasmi.

In fondo alle scale, mi aspettava una vettura blindata, nera e sudicia. Al momento di salirci, guardai a caso nella piazza. “Un condannato a morte!” gridavano i passanti, accorrendo verso la vettura. Attraverso la nube che mi sembrava essersi interposta tra le cose e me, distinguevo due ragazze che mi seguivano con sguardi avidi. “Bene”, disse la più giovane battendo le mani, “sarà tra sei settimane!”.

Questo estratto mi fa ripensare alle parole udite quando, poco più che ventenne, facevo “volontariato” presso la mensa delle suore di Madre Teresa di Calcutta. Un barbone di colore mi disse: “Non è tanto quello che non abbiamo che ci fa male, ma quello che voi avete e noi non possiamo avere”.

La cosa che fa più male a quest’uomo non è la morte, ma dover morire in un giorno bellissimo. Attendeva, quasi gli sembrava ovvio, essere condannato in un giorno orrendo, invece attorno a lui tutto è radioso, come se il creato, le persone, ogni cosa fosse indifferente alla sua fine.

Persino la sentenza è proclamata con non curanza. La folla esulta, una ragazza ridacchia con aria maligna, di disprezzo.

Peggio della morte, c’è solo l’indifferenza, la vita che scorre mentre tu soffri, la derisione della tua condizione.

Ma nella prigionia, fisica o no, e nell’immobile attesa della fine, forse è la solitudine che pesa di più: il ricordo degli affetti, ormai appunto solo un ricordo, una memoria che non basta a sopperire la mancanza, la consapevolezza di non avere più nessuno, di essere solo, invisibile.

Ho appena fatto testamento.

A che scopo? Sono condannato a pagare le spese e tutto quello che ho basterà a malapena. La ghigliottina è piuttosto cara.

Lascio una madre, lascio una moglie, lascio una figlia.

Una bambina di tre anni, dolce, rosea, fragile, con due occhioni neri e i capelli lunghi castani.

Aveva due anni e un mese quando l’ho vista l’ultima volta.

Così, dopo la mia morte, tre donne, senza figlio, senza marito, senza padre; tre orfane di specie diversa: tre vedove per causa della legge.

Ammetto di essere giustamente punito; ma quelle tre innocenti, cos’hanno fatto? Che importa; le disonorano, le rovinano. È la giustizia.

Non che la mia povera vecchia madre mi preoccupi: ha sessantaquattro anni, morirà sul colpo. E, se dura ancora qualche giorno, purché fino all’ultimo abbia un po’ di cenere calda nello scaldapiedi, non dirà nulla.

Nemmeno mia moglie mi preoccupa; gode già cattiva salute ed è fragile di nervi. Morirà anche lei.

A meno che non impazzisca. Dicono che faccia rimanere in vita; ma almeno l’intelligenza non soffre; dorme, è come morta.

Ma è mia figlia, la mia bambina, la mia povera piccola Marie, che ride, che gioca, che canta e a quest’ora non pensa a niente, è lei a farmi male!

E ancora…

Sono le dieci!

Povera la mia bambina! ancora sei ore e sarò morto! Sarò qualcosa di immondo che finirà sul tavolo freddo di un anfiteatro anatomico; una testa di cui faranno il calco da una parte, un tronco che verrà dissezionato dall’altra; poi, con quello che resta, riempiranno una bara e tutto finirà a Clamart.

Ecco cosa ne faranno di tuo padre questi uomini, nessuno dei quali mi odia, anzi, mi compatiscono tutti e tutti potrebbero salvarmi. Mi uccideranno. Lo capisci, Marie? Uccidermi a sangue freddo, in pompa magna, per il bene della faccenda! Ah! gran Dio!

L’aver perso la sua bambina sembra peggiore anche della morte, una speranza a cui quasi si aggrappa, consapevole che non potrà più vederla, accusando se stesso e il mondo per la sofferenza che ella sarà costretta a vivere, al punto da mettere in secondo piano persino la propria di sofferenza.

Una cosa che spesso si fatica a capire quando si parla di un carcerato, o di qualsiasi tipo di emarginato, sono i suoi sentimenti. Non ci si trova dinnanzi a un uomo, non si può concepire che una bestia, una creatura meno meritevole d’attenzioni di un cane, possa amare, e dunque provare nostalgia, mancanza, dolore.

Gli si passa davanti come fosse un rifiuto che marcisce in un angolo.

Lo facciamo ogni giorno. Ma qui Hugo, ancora una volta, con un dramma sempre attuale, ci sbatte in faccia i dolorosi sentimenti di un uomo che ha perso tutto; sentimenti che s’intrecciano alla disperazione, un’angoscia che sembra interminabile, ciclica, capace di soffocare ogni ragione.

Dicono che non è niente, che non si soffre, che è una fine dolce, che la morte, in questo modo, è al quanto semplificata.

Eh! allora cos’è quest’agonia lunga sei settimane e questo rantolo lungo un giorno intero? Cosa sono le angosce di questa giornata irreparabile, che scorre così lenta e così in fretta? Cos’è questa sequela di torture che mettono capo al patibolo?

Apparentemente non è soffrire questo.

Ma non sono le medesime convulsioni, che il sangue se ne vada goccia a goccia o che l’intelligenza si spenga pensiero dopo pensiero?

“Il sangue se ne vada goccia a goccia o che l’intelligenza si spenga pensiero dopo pensiero?”.

Come Hugo sia riuscito a carpire in modo così chiaro e palpabile la sofferenza e la solitudine umana, è davvero incredibile.

La vita che scorre lenta e si spegne goccia a goccia, così come la ragione sfuma di pensiero in pensiero. Giorni che scorrono lenti, inevitabili, eppure così veloci nella loro inefficacia, nel loro essere inutili. E nessuno che ti aiuta, come dirà il condannato nel capitolo successivo, menzionando il Re, il popolo, coloro che potrebbero graziarlo, ma neppure sanno della sua esistenza. Persino sua figlia, verso la fine, in un capitolo che ho preferito non condividere perché voi possiate gustarlo pienamente, non lo riconosce.

Un uomo che ha perso tutto, non ha più vita né ragione, nemmeno un’identità. Un uomo con cui entriamo in empatia, grazie a Hugo, ma che forse nella vita ignoreremmo, ne proveremmo persino disgusto.

Questo libro narra della solitudine umana come pochi altri. Ottannata pagine che lasciano senza fiato, straziano il cuore e fanno porre tantissime domande non solo sulla pena di morte, ma sulla natura umana: su quanto il dolore possa straziare una vita, e sulla nostra responsabilità di non voltarci dall’altra parte.

Spero che questo libro possa farvi riflettere molto sull’ipocrisia di queste feste, e come esse centuplichino la sofferenza degli emarginati, degli ultimi che Hugo tanto sosteneva.

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