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Il linguaggio del romanziere non è quello dello sceneggiatore: scene e sommari

Ad alcuni potrà sembrare strano che io scriva un articolo riguardo il sommario e il suo utilizzo in narrativa, addirittura inutile, trattandosi di una delle forme basilari utilizzate per scrivere un romanzo. Eppure tante volte nel parlare con aspiranti scrittori, addirittura con chi ha già pubblicato, ho riscontrato una totale ignoranza verso questa forma di narrazione che non può definirsi neppure una tecnica né un espediente, in quanto indispensabile per il componimento di un’opera di narrativa, da sempre.

Credo che anche stavolta tale ignoranza sia dovuta alla perdita delle nostre radici e al desiderio spasmodico di seguire tutto ciò che è Made in USA, senza neppure comprendere che i cugini statunitensi hanno furbamente attinto al nostro patrimonio culturale, sfruttandolo talvolta meglio di noi. Non a caso tutti i provetti scrittori che bazzicano il web, e soprattutto i social network, conoscono a memoria il significato di termini quali show don’t tell, cliffhanger, flashback o flashforward, ma cascano dalle nuvole quando gli menzioni il sommario, una forma di narrazione che assieme alle scene compone la struttura di un romanzo: il resto sono espedienti, tecniche utilizzabili o meno; sommario e scene solo l’ossatura del testo di narrativa, senza l’intrecciarsi di ambedue le forme è impensabili poter scrivere un romanzo, salvo magari un racconto.

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Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini