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Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Una delle grandi difficoltà del nostro tempo è narrare l’Italia meridionale senza cadere nei cliché.

Da napoletano ne ho viste di tutti i colori: la pizza, il sole, il mandolino; il napoletano sempre spensierato e gioviale; il napoletano sfaticato ma simpatico; il boss, il ladruncolo, il parcheggiatore abusivo e le bigotte pettegole.

Certo, anche queste cose fanno parte di Napoli, ma una città, un popolo, è ricco di sfumature: ci vuole ben altro che un cliché per identificare una voce, un luogo.

Oggi questa piaga non è solo presente, ma sembra voluta, ricercata, una moda. Autori affermatissimi che scrivono luoghi comuni sulla cordialità napoletana, altri che usano frasi fatte per descrivere la bellezza del popolo napoletano (a mio dire una forma orrenda di razzismo), altri ancora scrivono di commissari che divorano sfogliatelle e pizze come non ci fosse un domani; e questo per non parlare dei camorristi dalla barba lunga e con un frasario fra volgare e film di Spike Lee.

Tutto ciò a me non sembra letteratura, ma qualunquismo. E se l’appartenenza a una determinata regione si può narrare solo con questi luoghi comuni, allora ben vengano i palazzoni di Milano, immagine molto più diretta pur essendo a sua volta un cliché.

Si sente la mancanza di autori come Starnone, Rea, Franchini o Montesano (e molti altri), capaci di narrare l’appartenenza a una terra senza cadere nel banale, nel ridicolo.

Lo stesso problema, ahimè, è vissuto da scrittori originari di regioni al di sotto della capitale campana, o che scrivono di esse. Continua a leggere Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

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Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Viviamo in un tempo in cui la lotta per la parità di sesso sfocia spesso in uno scontro Uomo – Donna. È un attimo passare dal femminismo a un’altra forma di sessismo, non dissimile dal becero maschilismo. Si grida al femminicidio per qualsiasi evento che coinvolge una donna. Basta un niente a cadere nell’equivoco, al punto che, inconsciamente, io stesso per mostrare il mio modo di pensare ho dovuto qui sottolineare che reputo becero il maschilismo: cosa che dovrebbe essere data per scontato, anche se purtroppo non è così.

La normalità dell’uguaglianza fra uomo e donna che, a mio dire, dovrebbe essere una cosa ordinaria, sembra oggi qualcosa di talmente precario da suscitare timore nel parlarne; aspetto che si riversa anche sulla narrativa, purtroppo, da una parte incutendo preoccupazione quando si dipinge un personaggio femminile in modo negativo, e dall’altra aumentando in maniera esponenziale cliché di donne vittime o in rinascita.

Manca la capacità di raccontare con trasparenza, limitandosi ai fatti e al tempo stesso facendo introspezione nel mondo del personaggio, e questo perché spesso manca la trasparenza con se stessi, e la voglia di apparire soverchia il bisogno di raccontare.

Se ci pensate, due icone della letteratura, Emma Bovary e Anna Karenina, non sono in verità personaggi buoni: entrambe tradiscono un uomo, feriscono qualcuno, e se la seconda quasi la si giustifica, visto il carattere del marito, la prima appare del tutto ingiustificabile.

Eppure adoriamo Emma e Anna, non ci viene da giudicarle, siamo con loro senza canonizzarle come figure di emancipazione femminile o condannarle come adultere.

Questo accade perché Flaubert e Tolstoj sono stati capaci di entrare nei tormenti delle due donne, partendo da se stessi. Continua a leggere Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Narrare l’inquietudine: hamsun prima ancora di kafka

Come nel caso del precedente articolo su Giuseppe Pontiggia, anche adesso provo una certa tristezza pensando che l’autore di cui sto per parlare, benché vincitore del Nobel per la letteratura nel 1920, sia meno conosciuto di tanti scrittori commerciali che, con tutto il rispetto, non hanno neppure una briciola del suo talento.

L’autore in questione è Knut Hasmsun, scrittore norvegese nato nel 1859 e morto nel 1952.

Sono infatti convinto che molti fra voi non conoscono questo colosso giunto alla ribalta con l’opera Markens Grøde (Il risveglio della terra), romanzo pubblicato nel 1917 a cui Hamsun deve la vittoria del Nobel per la letteratura nel 1920.

Prima di allora Hamsun ha scritto tanto e con costanza. Di famiglia povera, fra diversi e umili lavori si è avvicinato alla scrittura a diciassette anni. Ha viaggiato molto, trascorso diversi anni in America, per stabilirsi infine nel 1918, insieme alla sua seconda moglie Marie Andersen, in una vecchia tenuta tra Lillesand e Grimstad dove ha continuato a scrivere, fra un viaggio e un altro.

Dico questo solo per farvi notare come la vita di Hamsun non sia stata facile e che, essendo la sua passione per la scrittura iniziata nel 1876, a diciassette anni dalla sua nascita, ha dedicato quarantun anni alla scrittura prima di arrivare al Nobel nel 1920. Ma il successo lo deve al suo capolavoro Fame, romanzo pubblicato nel 1890, che lo consacra come autore di fama internazionale. Continua a leggere Narrare l’inquietudine: hamsun prima ancora di kafka