la spietata bellezza di un personaggio invisibile

Ci sono libri difficili da leggere proprio perché scritti benissimo. Per quanto scorrevoli, chiari, ogni pagina risulta una coltellata: fanno male, ti lacerano, ti cambiano.

È il caso del romanzo La vegetariana, capolavoro della scrittrice sudcoreana Han Kang, libro che le ha fatto vincere il Man Booker International Prize, fortunatamente per noi pubblicato dalla grandissima Adelphi nel 2007.

È la storia di Yeong – hye, giovane donna coreana che improvvisamente, senza apparente spiegazione agli occhi degli altri, decide di non mangiare più carne. Ed è proprio con gli occhi degli altri che vediamo la protagonista di questo libro, l’immagine di Yeong – hye è filtrata sempre dal punto di vista altrui: quello del marito, quello del cognato, e quello della sorella maggiore; un elemento che rende al lettore ancora più inquietante questa meravigliosa figura femminile, in quanto eterea, incomprensibile, e proprio a tal motivo vogliamo vederla, scorgere il segreto che si porta dentro e capirla; siamo totalmente negli occhi che la guardano, la scrutano, la vivisezionano.

Se Han Kang avesse raccontato la storia di Yeong – hye dal suo punto di vista, probabilmente non avrebbe sortito la stessa angoscia in chi legge di lei, in chi la segue cercando di capirla, di vederla davvero, come nessuno riesce a fare in tutta la storia.

Già solo la presentazione di Yeong – hye è straziante, portata a noi dagli occhi di suo marito:

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei. Mentre si avvicinava al tavolo dove la aspettavo, non potei fare a meno di notare le sue scarpe: un paio di scarpe nere, le più banali che si possano immaginare. E quel suo modo di camminare, né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli.

Tuttavia, pur non avendo attrattive speciali, non presentava nemmeno particolari difetti, e quindi non ci fu ragione di non sposarci. La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio. Non dovetti fingere nessuna inclinazione intellettuale per conquistarla, né preoccuparmi che potesse mettermi a confronto con gli uomini in posa sui cataloghi di moda, e se per caso arrivavo in ritardo a un appuntamento non si arrabbiava. La pancia che aveva iniziato a crescermi intorno ai venticinque anni, le gambe e le braccia secche che si rifiutavano risolutamente di mettere su massa nonostante gli sforzi, il complesso di inferiorità per le dimensioni del mio pene…

Potevo star certo che con lei non avrei dovuto vergognarmi di cose del genere.

La descrizione di Yeong – hye fatta da suo marito non rende solo lui odioso, non è questo lo scopo, anche se da essa percepiamo anche la personalità e persino l’aspetto dell’uomo; la cosa eccezionale di questa cartella in cui appare per la prima volta Yeong – hye è che la vediamo non solo come una “cosa”, ma come uno spettro, una creatura che sembra essere nata solo per servire, incapace persino di aver la coscienza della schiavitù.

Già da qui Yeong – hye è mostrata come il nulla, il vuoto assoluto. Inoltre ci pone dinnanzi a un altro quesito: cosa c’è di tanto speciale nel fatto che questa donna sia diventata vegetariana?

Sotto ogni altro punto di vista, la nostra vita matrimoniale scorreva senza intoppi. Ci avvicinavamo al traguardo dei cinque anni ma, non essendo mai stati follemente innamorati, non cademmo nemmeno in quella fase di noia e stanchezza che può trasformare la vita coniugale in un supplizio. Unica cosa: avevamo deciso di non avere figli finché non fossimo andati ad abitare per contro nostro, cosa che si era verificata solo l’autunno precedente, e ogni tanto mi chiedevo se avrei mai sentito il suono rassicurante di un bambino che farfugliava «papà» riferendosi a me. Fino a un certo giorno del febbraio scorso, quando trovai mia moglie in cucina all’alba, con addosso la sola camicia da notte, non avevo mai considerato la possibilità che la nostra vita insieme potesse subire uno spaventoso cambiamento.

«Che fai lì?».

Stavo per accendere la luce del bagno quando mi fermai di botto. Erano le quattro del mattino e mi ero svegliato con una sete terribile, perché a cena avevo bevuto una bottiglie e mezza di soju; ci stavo mettendo anche più del solito a tornare in me.

«Ehi? Ti ho chiesto che stai facendo!».

Era già una notte piuttosto fredda, ma la vista di mia moglie mi diede ancora di più i brividi. In un attimo, ogni sonnolenza residua dovuta all’alcol passò. Era in piedi, immobile, davanti al frigorifero chiuso. Aveva la faccia immersa nel buio, perciò non riuscii a distinguere la sua espressione, ma le alternative possibili mi riempirono tutte di paura. I suoi capelli folti, di un nero naturale, erano arruffati e in disordine, e indossava la solita camicia da notte bianca, lunga fino alle caviglie.

Normalmente, in una notte come quella mia moglie si sarebbe infilata in fretta e furia un cardigan e avrebbe cercato le pantofole di spugna. Per quanto tempo sarà rimasta così – lì impalata a piedi nudi, in biancheria da notte estiva, come del tutto ignara della mia domanda? Teneva la faccia girata dall’altra parte ed era così innaturalmente immobile che pareva quasi una specie di fantasma, silenziosamente ostinato a restare dov’era.

Che stava succedendo? Se non mi sentiva, allora forse significava che era sonnambula.

Mi avvicinai, tendendo il collo per cercare di guardarla in faccia.

«Perché stai lì? Che c’è?».

Quando le poggiai una mano sulla spalla, fui sorpreso dalla sua totale assenza di reazioni. Ero certo di essere lucido e che quella cosa stesse accadendo davvero; ero stato pienamente consapevole di tutto quello che avevo fatto da quando mi ero alzato dal letto, avevo attraversato il salotto ed ero andato verso di lei. Era lei che stava là pietrificata. Sembrava persa in un mondo tutto suo, come in quelle rare occasioni, a tarda sera, in cui, assorta nella visione di una serie televisiva, non si accorgeva che ero tornato a casa. Ma cosa poteva assorbire la sua attenzione nel pallido bagliore dello sportello bianco del frigorifero, nel buio pesto della cucina, alle quattro del mattino?

«Ehi!».

Il suo profilo si voltò verso di me, emergendo dall’oscurità. Osservai i suoi occhi, lucenti ma non febbricitanti, mentre le sue labbra si schiudevano lentamente.

«… Ho fatto un sogno».

Al di là dell’evidente tensione in questa scena, a scioccarci è l’improvviso mutamento di Yeong – hye: siamo sconvolti insieme a suo marito che vede quella donna ordinaria, quasi assente, adesso presente e maestosa in qualcosa che va ben oltre l’assenza: Yeong – hye è un fantasma perso in un mondo tutto suo. Ed ecco che subito si presenta il vero problema che ci seguirà in tutto il romanzo: Cosa vede Yeong – hye? Cosa pensa Yeong – hye?

La mattina seguente, subito dopo aver aperto gli occhi, in quei primissimi istanti in cui la realtà deve ancora assumere la concretezza solita, rimasi disteso, avvolto nel piumino, valutando distrattamente la luce del sole invernale che filtrava nella stanza attraverso le tende bianche. Mentre ero immerso in quello stato di semiassenza, lanciai casualmente un’occhiata all’orologio appeso al muro e non appena vidi l’ora saltai in piedi, aprii la porta con violenza e mi precipitai in cucina. Mia moglie era davanti al frigorifero.

«Sei impazzita? Perché non mi hai svegliato? Non hai visto che ora…»

Sentii qualcosa di molle sotto il piede e mi fermai a metà frase. Non credevo ai miei occhi.

Mia moglie era accovacciata a terra, ancora in biancheria da notte, con i capelli scompigliati che le formavano una massa disordinata attorno al viso. Tutt’intorno a lei, il pavimento della cucina era ricoperto di sacchetti di plastica e contenitori a chiusura ermetica, sparpagliati dappertutto: non c’era un solo centimetro libero dove mettere i piedi senza calpestarli. Carne di manzo per lo shabu shabu, pancia di maiale, due stinchi di bue nero, calamari sottovuoto, anguilla affettata che mia suocera ci aveva mandato secoli prima dalla campagna, ombrine essiccate legate con dello spago giallo, confezioni ancora chiuse di ravioli e un numero infinito di pacchetti pieni di chissà che cosa ripescati dalle profondità del frigo. Si sentiva un fruscio: mia moglie stava mettendo le cose attorno a sé, una alla volta, dentro sacchi della spazzatura neri. Alla fine persi le staffe.

«Che diavolo stai combinando?» gridai.

Lei continuò a infilare i pacchetti di carne nei sacchi. Sembrava inconsapevole della mia presenza quanto la notte prima. Manzo, maiale, pezzi di pollo, dell’anguilla di mare che costava almeno 200.000 won.

«Ma sei matta? Perché diamine stai buttando tutta questa roba?».

Con passo incerto, feci un rapido slalom tra i sacchetti di plastica e l’afferrai per il polso, cercando di strapparle di mano le confezioni. Rimasi sbalordito nel vedere che mi opponeva un’accanita resistenza, tanto che per un attimo fui lì lì per cedere, ma ero talmente arrabbiato che mi ripresi subito ed ebbi la meglio. Massaggiandosi il polso arrossato, lei mi parlò con lo stesso tono di voce normale e tranquillo che aveva usato in precedenza.

«Ho fatto un sogno».

L’immagine che appare in questa scena è sconvolgente, ma ancora una volta a rendere eccezionale questo libro sono le reazioni di Yeong – hye, sempre filtrate dagli occhi del marito; la calma di questa donna, ma una calma ora tenace quanto un’ossessione, al punto che per la prima volta si oppone al marito. E quel suo perenne stato di assenza che sembra sovrastare non solo l’uomo davanti a lei, ma l’intera stanza, al punto che Yeong – hye diventa qualcosa di indefinibile, catalogabile da tutti solo con il termine pazzia.

Infatti, oltre a cosa spinge Yeong – hye ad agire in questo modo, dalle sue risposte e dalle sue azioni, insieme ai personaggi ci chiediamo se lei sia davvero pazza.

Basta poco per capire che non si tratta di una questione alimentare, ma di altro. L’ossessione di Yeong – hye cresce di giorno in giorno, coinvolge non solo suo marito, ma la propria famiglia. Tutti ruotano attorno a lei chiedendosi perché quella donna sempre ordinaria ora agisca così.

Cosa pensa? È davvero pazza?

Korean author Han Kang and translator Deborah Smith (L) pose for a photograph with The Vegetarian at a photocall in London on May 15, 2016, ahead of tomorrow’s announcement of the winner of the 2016 Man Booker International Prize. / AFP / Leon NEAL (Photo credit should read LEON NEAL/AFP/Getty Images)

Arrivò la primavera, e mia moglie non aveva ancora fatto marcia indietro. Era stata di parola – non l’avevo mai vista mettersi in bocca un solo pezzetto di carne –, ma io avevo smesso di lamentarmi da tempo. Quando una persona subisce una trasformazione così drastica, non c’è assolutamente niente che si possa fare, a parte stare a guardare.

Diventava ogni giorno più magra, tanto che i suoi zigomi si erano fatti davvero sporgenti, in maniera addirittura indecente. Senza trucco, la sua carnagione assomigliava a quella di un paziente d’ospedale. Se si fosse trattato soltanto dell’ennesimo caso di una donna che rinunciava alla carne per dimagrire, allora non ci sarebbe stato bisogno di preoccuparsi; ma ero convinto che sotto ci fosse qualcosa di più di una semplice scelta vegetariana. No, doveva essere per il sogno di cui aveva parlato; all’origine di tutto c’era senza dubbio quello. Anche se, in realtà, ormai non dormiva quasi più.

E ancora…

Non veniva a letto fino alle cinque del mattino, e a quel punto non avrei saputo dire con certezza se nell’ora seguente dormisse o no. Al tavolo della colazione, seduta di fronte a me, la faccia tirata e i capelli arruffati, mi osservava con occhi rossi e semichiusi. Non alzava nemmeno il cucchiaio, figuriamoci se mangiava qualcosa.

Ma quello che mi seccava di più era che sembrava evitare volutamente il sesso. In passato, di solito era sempre pronta ad assecondare il mio desiderio, e in qualche rara occasione aveva addirittura preso l’iniziativa. Adesso, invece, pur non facendo chissà quali storie, se appena le sfioravo la spalla con la mano si scostava con calma. Un giorno decisi di affrontare la questione.

«Qual è il problema, esattamente?».

«Sono stanca».

«Ebbene, vuol dire che hai bisogno di mangiare un po’ di carne. È per questo che non hai più forze, no? Dopotutto, prima non eri così».

«Per la verità…».

«Sì?».

«… È l’odore».

«L’odore?».

«L’odore di carne. Il tuo corpo puzza di carne».

Quell’affermazione era semplicemente ridicola.

«Non hai visto che ho appena fatto la doccia? Da dove verrebbe fuori questo odore, eh?».

«Dallo stesso posto da cui esce il tuo sudore» rispose lei, con assoluta serietà.

La chiusa di questo estratto è una lama nel cuore. Yeong – hye non è più chiaramente un essere umano, ma altro. Già l’associazione all’odore, l’annusare la pelle, ci riporta a qualcosa di primitivo.

Non è solo il cibo, no. Lei non dorme più. È del tutto diversa da prima.
È davvero pazza, oppure sta mutando in altro?

Chi è questa donna che vediamo solo dagli occhi degli altri?

Le poche volte in cui vediamo Yeong – hye con gli occhi di Yeong – hye è in alcuni frammenti onirici, in cui la voce autoriale di Han Kang non è solo triste, dolorosa, ma addirittura poetica.

Sogno di stringere tra le mani la gola di qualcuno, di strangolarlo, di afferrare le punte oscillanti dei suoi lunghi capelli e tagliargli la testa di netto, di conficcargli un dito nel viscido bulbo oculare. Quelle infinite ore di veglia, i colori smorti di un piccione in strada e la mia determinazione vacilla, le mie dita si flettono per uccidere. Il gatto dei vicini, il tormentoso luccichio dei suoi occhi, le mie dita potrebbero spremergli quella luminosità. Le mie gambe tremanti, il sudore freddo sulla mia fronte. Divento un’altra persona, una persona diversa cresce dentro di me, mi divora. Quelle ore…

La saliva mi ristagna in bocca. La macelleria: sono costretta a tapparmi la bocca con la mano. Ho tutta la lingua bagnata, fino alle labbra, lucide di saliva. Che mi cola tra le labbra, gocciolando a terra.

Se solo riuscissi a dormire. Se potessi liberarmi del peso della coscienza per un’ora appena. In tutte queste notti, più di quante non riesca a contare, quando mi sveglio e cammino avanti e indietro a piedi nudi la casa è sempre fredda. Gelida come del riso o della zuppa lasciati a raffreddare. Fuori dalla finestra scura non si vede niente. Ogni tanto la porta d’ingresso nera sbatacchia, ma nessuno viene a bussare né niente del genere. Quando torno a letto e metto la mano sotto il piumino, tutto il calore se n’è andato.

Non dormo mai per più di cinque minuti di fila. Scivolo fuori da una coscienza nebulosa, ed eccolo che ritorna: il sogno. Ormai non posso nemmeno più chiamarlo così. Gli occhi di un animale che brillano selvaggi, la presenza di sangue, un teschio dissotterrato, poi di nuovo quegli occhi. Vengono su dalla bocca del mio stomaco. Mi risveglio di soprassalto. Le mie mani, ho bisogno di vedere le mie mani. Respiro. Le unghie sono ancora morbide, i denti ancora teneri.

Posso fidarmi solo del mio seno, adesso. Mi piace il mio seno, non può uccidere niente. La mano, il piede, la lingua, lo sguardo: tutte armi da cui nulla è al sicuro. Ma non il mio seno. Con i miei seni rotondi, sono tranquilla. Ancora al sicuro. Allora perché continuano a rimpicciolirsi? Non sono nemmeno più rotondi. Perché? Perché sto cambiando così? Perché tutto in me diventa appuntito? Che cosa intendo trafiggere?

La conclusione di questo estratto mozza il fiato: Perché tutto in me diventa appuntito? Che cosa intendo trafiggere?

Qui vediamo, o meglio intravediamo Yeong – hye vista da Yeong – hye, ma la sua immagine sfuma nel passato, nel presente e nel sogno, come se Yeong – hye fosse ovunque, aria senza forma che si muove, si trasforma, svanisce e poi riappare.

Afferrare Yeong – hye, questo cerca di fare il lettore in tutto il libro, raggiungere questa creatura sfuggevole, metamorfica, assente ma pur totalmente presente, così incomprensibile da superare il senso della follia diventando affascinante, attraente agli occhi di chi cerca anche solo di sfiorarne il mistero.

Il libro si divide in tre parti, tre punti di vista interni che ci mostrano Yeong – hye: quello di suo marito, quello di suo cognato, quello di sua sorella.

Abbiamo già visto Yeong – hye con gli occhi del marito. Evito di mostrarvi il secondo atto, quello in cui la vediamo dal punto di vista di suo cognato, in quanto rischierei di rovinarvi la lettura; mi limito a portare alla vostra attenzione una pagina del terzo atto, dove vediamo Yeong – hye con gli occhi di sua sorella maggiore, In – hye. Un estratto bellissimo che mostra come Yeong – hye non solo avvolga il presente di chi la osserva, ma scavi nell’esistenza di chi la circonda, la sua apparente immobilità è in verità una trivella che penetra il cuore e la mente di chi cerca di toccarla, li trasforma, così come sta mutando lei.

In – hye non era più riuscita a trattenersi: «Insomma!» aveva gridato. «Se faccio così, è perché ho paura che tu muoia!».

Yeong – hye si era voltata, fissandola con sguardo inespressivo, come se non fosse sua sorella ma una perfetta estranea. Dopo un po’ era arrivata la domanda.

«Perché, è così terribile morire?».

Perché, è così terribile morire?

Tanto tempo prima, lei e Yeong – hye si erano perse su una montagna. Yeong – hye, che allora aveva nove anni, aveva detto: «Non torniamo».

All’epoca, In –hye non aveva afferrato il senso di quelle parole. «Ma che dici? Presto farà buio. Dobbiamo sbrigarci a ritrovare la strada».

Solo dopo tutto quel tempo capisce perché la sorella l’avesse detto. Yeong – hye era stata l’unica vera vittima delle percosse del padre. Tutta quella violenza non toccava più di tanto il fratello Yeong – ho, che da piccolo tiranneggiava a sua volta i bambini del villaggio. E In – hye, essendo la primogenita, faceva le veci della madre ormai esausta, preparando al padre del brodo per annaffiare il liquore, e per questo lui aveva sempre avuto un certo riguardo verso di lei. Soltanto Yeong – hye, che era docile e ingenua, non aveva saputo evitare la collera del padre né opporvi alcuna resistenza. Aveva semplicemente assorbito tutta la sofferenza dentro di sé, fin nel midollo. Adesso, col senno di poi, In – hye capisce che il ruolo della figlia maggiore laboriosa e altruista che aveva adottato allora era stato un segno non di maturità, ma di vigliaccheria. Era stata una tattica di sopravvivenza.

Avrei potuto evitarlo? Avrei potuto impedire che quelle cose inimmaginabili penetrassero così a fondo dentro di lei e la tenessero avvinta nella loro morsa? Rivede la sorella bambina, la sua schiena, le sue spalle e la sua nuca mentre sta in piedi da sola davanti alla porta di casa al tramonto. Alla fine erano riuscite a scendere dalla montagna, ma sul lato opposto a quello da cui erano partite. Avevano trovato un passaggio su un trattore che le aveva riportate al villaggio, affrettandosi lungo la strada sconosciuta nell’oscurità calante. In – hye si era sentita sollevata, ma sua sorella no. Yeong – hye non aveva detto niente, era solo rimasta a guardare i pioppi che avvampavano alla luce del crepuscolo.

Questa piccola pagina ci pone dinnanzi una drammatica realtà avvertita durante tutta la lettura del romanzo: Yeong – hye non è mai esistita agli occhi degli altri, per tutti era invisibile. Solo adesso che sfugge ogni schema, ogni ragione, iniziano a vederla, ma senza mai riuscirci, senza capirla, come non la capiamo noi.

Un romanzo spettacolare non solo per la voce autoriale di Han Kang, non solo per la fantastica trama piena di spunti di riflessione, non solo per la costruzione sapiente della fabula, ma soprattutto per questo affascinante personaggio, Yeong – hye, che resta in noi pur senza averlo mai visto pienamente né capito.

Un capolavoro.  

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