Le inquietanti figure femminili di simenon

Abbiamo già detto in un precedente articolo quanto Georges Simenon sia stato un autore bravissimo a creare personaggi femminili che restano impressi: donne ai margini, vittime di uomini mostruosi e di se stesse, accartocciate in dolori da cui non riescono a fuggire.

Simenon nei suoi romanzi ha sempre messo al centro la figura della donna: ora una moglie, ora un’amante, ora una madre, ora una vecchia megera; le donne di Simenon, qualunque sia il loro ruolo, rimangono impresse come cicatrici nella memoria del lettore, e fra queste Betty.

Romanzo pubblicato nel 1961, narra la storia di un bella ragazza che approda improvvisamente in un quartiere parigino.

La quarta di copertina ce la descrive così: Una bella donna dalla condotta scandalosa approda sullo sgabello di un bar degli Champs-Élysées, con la testa confusa dall’alcool.

Da subito Betty incuriosisce. Un’affascinante donna sola in un bar, ubriaca e pensierosa e che non disdegna le avance degli uomini, persino dei più squallidi o ubriachi.

La domanda che subito ci si pone è: Perché sta male?

Il comportamento di Betty, infatti, in ogni suo gesto, in ogni suo sguardo non lascia trasparire la semplice frivolezza di una persona in cerca di divertimento, ma qualcosa di più profondo, un qualcosa che il lettore avverte come un segreto importante: il segreto di Betty e che adesso vuole conoscere.

La storia si svolge in poco tempo. Betty, accolta da Laure, vedova che ha una relazione con un uomo di nome Mario, fra alcool, stordimenti e crisi, ci racconta di se stessa: di chi è e perché si trova lì. Sprazzi di memorie, chiazze di Betty che si svelano pagina dopo pagina.

Che importava dove si sarebbe risvegliata, se all’ospedale o da qualche altra parte? E sarebbe stato anche meglio per tutti se non si fosse risvegliata affatto. Lo pensava veramente. Non era triste. Da un pezzo aveva superato la tristezza…

Sentiva dolore, in nessuna parte del corpo e dappertutto! Era sporca. Faceva pietà. E non c’era nessuno, nessuno al mondo. Aveva firmato. Le aveva date via. Neanche date via: vendute, poiché aveva accettato l’assegno. Un documento regolare, di cui il notaio aveva dettato i termini per telefono.

«La sottoscritta, Élisabeth Étamble…».

Era stata costretta a ricominciare su un altro foglio, perché la prima volta aveva scritto Betty.

«La sottoscritta, Élisabeth Étamble, nata Fayet, 28 anni, di professione casalinga, domiciliata a Parigi in Avenue de Wagram 22 bis, riconosce con la presente…».

Da questo suo ricordo conosciamo il suo nome, la sua età, che è una casalinga, è sposata e vive in quartiere perbene; ma la cosa che più ci colpisce è la sua voglia di massacrarsi.

Da cosa fugge? Cosa ha firmato?

La frase Era sporca è la chiave. Più volte il tema della sporcizia tornerà nel romanzo, in ogni ricordo di Betty, in quella parte di lei che sembra nascondere a tutti ma che c’è, sempre presente nella sua fragilità, nel suo apparirci da subito triste, poi allettata e curata da una donna che sembra sola quanto lei, bisognosa come Betty di raccontarsi.

La prima traccia di Betty da giovane l’abbiamo dopo che ci ha parlato del suo matrimonio con Guy Étamble, secondogenito di una facoltosa famiglia parigina, un matrimonio che puzza da subito di stasi, di noia e d’incomunicabilità; matrimonio in cui Betty sembra inesistente, piccola.

Chiamava se stessa « Piccola Betty » non perché s’intenerisse quando parlava di sé, ma perché era veramente piccola, minuta, delicata e non aveva mai pesato più di quarantatré chili.

Solo quando era incinta era un po’ ingrassata, ma così poco che i medici, preoccupati, soprattutto la seconda volta, avevano preso in considerazione di farla partorire di sette mesi.

Il fatto di sentirsi meno grande degli altri, meno robusta, influiva sul suo comportamento? Qualcuno le aveva detto di sì, uno studente di medicina che per un po’ si era divertito a psicoanalizzarla.

All’epoca lei gli aveva creduto. Aveva anche creduto di amare quello studente, e si era sforzata di rispondere in tutta sincerità alle sue domande. Fino al giorno in cui si era accorta che quelle domande giravano intorno a un unico argomento ed erano destinate a raggiungere uno scopo ben preciso.

Non aveva rotto subito, aveva continuato il gioco, anche perché l’eccitava. Era stato lui, in realtà, a stancarsi per primo, forse trovando che lei mancava d’immaginazione e non variava abbastanza le risposte che gli dava. Non le aveva detto addio, si era limitato a sparire.

Qui vediamo Betty prima che incontrasse Guy: una ragazza minuta, curiosa e in qualche modo avvezza a una certa malizia infantile.

Insomma, seppur ragazza, Betty ci appare come una bambina, e continua a esserlo anche dopo il matrimonio con Guy.

«Erano appena due anni che stavo con mio marito e non era già più di me che si parlava, ma del bambino che sarebbe arrivato. Oppure, se ci si occupava di me, era in funzione del bambino, che pretendeva il primo posto. Ero diventata madre ancor prima di partorire.

«Penserai che ero gelosa. E in parte è vero, ma non del tutto. Il fatto è che cominciavo appena a vivere e mi ero ripromessa di divertirmi tanto il giorno in cui avrei finalmente avuto un uomo mio!…

«La mia idea del matrimonio era di essere in due, e invece saremmo stati subito in tre.

«Naturalmente non la pensavo così tutti i giorni. In certi momenti, ero commossa, soprattutto quando l’ho sentito muoversi. Poco tempo dopo, la mia salute ha dato motivi di preoccupazione, sempre non per me, ma per il bambino che doveva nascere, e mi è stato imposto un regime severo. Ho passato la maggior parte del tempo a letto.

«La sera, mio marito veniva a sedersi accanto a me per mezz’ora, tre quarti d’ora, poi, non resistendo più, non avendo niente da dirmi, tornava nello studio o andava da Antoine e la moglie in salotto.

«Mi portava mazzi di fiori, tutti mi portavano fiori ed erano gentili con me, perfino la domestica, Olga, che era già al servizio di Guy prima che in casa arrivassi io e che non ha mai smesso di considerarmi un’intrusa.

«Anche mia suocera era contenta di me.

«“Molto bene, figlia mia! Mi raccomando, pensa al bambino, alla responsabilità che hai, e segui gli ordini del dottore”.

«Mi sorvegliavano senza parere, per essere sicuri che non facessi strappi al regime. Ero così delicata, vero?

«Non era forse naturale che ci si preoccupasse del futuro Étamble? Dal momento che Antoine, il primogenito, aveva avuto due figli, nessuno dubitava che anche Guy avrebbe avuto dei maschi.»

Betty si trova a essere madre quando invece si sente ancora piccola; è moglie avvizzita e annoiata dopo soli due anni di matrimonio. Il suo rapporto con Guy si riassume nella frase: Non avendo niente da dirmi.

Già, lei e Guy non hanno nulla da dirsi. In casa Étamble, Betty è solo la moglie di Guy, la madre dei suoi figli, è va accettata e tutelata soltanto in quanto tale; diversamente non è nulla.
Dov’è Betty? Dov’è la ragazzina curiosa che abbiamo visto prima?

Chi è Betty, bambina rimasta orfana di padre a otto anni, cresciuta con una madre autoritaria e poi con lo zio e la zia, lo vediamo chiaramente in questo suo ricordo di infanzia in cui è coinvolta una giovane cameriera, Thérèse:

«A un certo momento sono entrata nel caffè e anche lì non c’era nessuno. La porta della cantina era socchiusa e mi sono fatta avanti per chiuderla. Prima però ho lanciato un’occhiata nella semioscurità da cui ero sempre attratta e, proprio dietro il battente, ho visto mio zio in piedi che stava montando Thérèse, la quale, curva in avanti, aveva la testa appoggiata al muro intonacato di calce.

«Ho detto montare perché è l’unico termine che allora conoscevo, quello che laggiù usano tutti.

«Non mi sono mossa, non mi è neanche passato per la testa di andarmene. Stavo là a guardare, ipnotizzata, le cosce smilze e bianche di Thérèse che mio zio penetrava a grandi colpi brutali.

«Lui mi aveva visto, sapeva che ero rimasta là, ma non si è interrotto e, respirando forte, mi ha gridato:

«“Tu, marmocchia, se per disgrazia ti salta in mente di parlarne a tua zia, faccio così anche a te!”».

«Anche allora non sono fuggita. Sono indietreggiata piano, lasciando la porta della cantina spalancata, senza smettere di guardare, letteralmente affascinata.

«Avrei voluto restare fino alla fine, vedere la faccia di Thérèse, dopo, sentire la sua voce.

«Lei diventava ancora di più, ai miei occhi, un essere straordinario: non piangeva, non si dibatteva. I suoi capelli e il braccio piegato mi nascondevano i suoi lineamenti, ma rivedo ancora le calze nere che si arrestavano sopra il ginocchio, il vestito nero rovesciato sulle spalle, le mutande, per terra, sui piedi.

«Non ho osato aspettare fino alla fine, per paura che mio zio cambiasse idea e mettesse subito in atto la sua minaccia, per paura che mi facesse male.

«L’ho evitato fino a sera e, come puoi ben immaginare, non ho detto niente a mia zia.

«Mi sono resa conto in seguito che lei sospettava la verità ma preferiva far finta di niente.

«Giravo sempre più attorno a Thérèse, senza decidermi a farle le domande che volevo. Quello che più mi turbava era il fatto che fosse una via di mezzo tra la ragazzina che io ero ancora e una persona adulta.

«Io non l’avevo mai considerata proprio un’adulta e più di una volta lei mi aveva chiesto il permesso di giocare con la bambola che mia madre mi aveva mandato da Parigi.

Da questa confessione di Betty, fatta a circa metà del libro, capiamo finalmente la sua psicologia, perché di questo tratta il romanzo: di Betty. La trama, il rapporto con Guy, la perdita dei figli e tutto il resto fanno solo da cornice a ciò che al lettore interessa davvero, ossia Betty.

Una bambina dodicenne, orfana di padre, a casa degli zii e lontana da sua madre, assiste alla violenza inferta a una ragazzina di quindici anni, fatta da suo zio. Il confine fra il mondo infantile e il mondo adulto le si apre davanti in modo brutale, animalesco, e in questo squarcio del proprio mondo vede Thérèse, una creatura né bambina né donna subire in silenzio la foga maschile, ai suoi occhi dignitosa al punto da apparirle come qualcosa di più di una donna, un simulacro sacro. Una bambina che vuole giocare con una bambola, una donna rassegnata a farsi possedere: Thérèsa era ciò che Betty è adesso.

«Essere una donna, insomma, voleva dire subire, voleva dire essere vittima, e la cosa mi appariva un po’ patetica…

«Sentivo che era male e, allo stesso tempo, avevo l’impressione che ciò che era capitato a Thérèsa equivalesse quasi a ricevere un sacramento.

«O anche una punizione, come quanto partorendo avevo la vaga coscienza di scontare qualcosa.

«Secondo me, le donne erano fatte per quello. Perché l’uomo le umiliasse e facesse loro male nel corpo.

«Io avevo fretta di sentire male nel corpo, di ricevere quella consacrazione, e mi palpavo disperatamente il seno che non spuntava, mi guardavo allo specchio le gambe magre, diritte come bastoni, e il ventre da bambina, stretto e convesso.»

Come e perché agiamo in un determinato modo? Quali segreti celati nella memoria si nascondono dietro a una parola, a un gesto, a un’azione?

Che ci piaccia o no, siamo il frutto di un vissuto, un insieme di situazioni che ci hanno plasmato. Alcune volte basta un attimo per cambiarci per sempre, o una persona che mai più rivedremo.

Thérèsa, in fondo, non avrà altro ruolo nella storia di Betty, eppure la presenza marginale di questa ragazzina che neppure le è amica ha cambiato per sempre il suo pensiero, la sua percezione della donna e dell’uomo, la sua affettività e la sua sessualità.

«Ecco! Mi torna in mentre una frase, che dice pressappoco quello che sto cercando di spiegarti. Mentre mi allontanavo lentamente, a malincuore, dalla porta della cantina, sai perché desideravo tanto aspettare Thérèse e parlarle? Per chiederle:

«“Fammi vedere la ferita”.

«Quella frase mi torna in mente all’improvviso dopo tanti anni. Volevo avere anch’io una ferita. Per tutta la vita ho…».

Guardò Laure negli occhi, con cattiveria, e con voce dura concluse:

«Per tutta la vita, ho rincorso la mia ferita».

Si era giurata di non piangere, ma non era più possibile: le lacrime le sgorgavano dense dalle palpebre calde e le colavano lungo il naso, mettendole in bocca un sapore di sale. E intanto rideva.

«Sono una stupida, no? Dimmelo, che sono una stupida! Ho rovinato tutto, ho fallito in tutto, ho sporcato tutto. Ho passato il tempo a sporcarmi e adesso ti racconto queste storie per farmi compatire. Per tutta la vita, fin da quando avevo quindici anni, si, quindici anni, per imitare Thérèse sono stata una puttana. Una puttana, capisci?».

Si alzò di scatto, incapace di restare ferma, e si mise ad andare su e giù per la stanza. Laure non si era mossa dalla poltrona.

«Non è perché mio marito mi ha cacciata via, perché gli Étamble mi hanno esclusa dal clan, dalla famiglia, che mi sono messa a bere. E neanche perché ho venduto le mie figlie. Posso recitarti a memoria quello che ho scritto:

«“La sottoscritta, Élisabeth Étamble, nata Fayet…”».

«Perché ho dovuto scrivere il mio vero nome. Era un documento ufficiale. Élisabeth Étamble, nata Fayet, riconosce di essere una puttana, di aver sempre avuto amanti, prima e dopo il matrimonio, raccattandoli nei bar come una professionista e introducendoli nel domicilio coniugale dove è stata sorpresa mentre faceva l’amore a due passi dalla camera delle sue figlie…

Mi fermo qui, anche perché non voglio rovinarvi la lettura di questo bellissimo libro.

Credo che quanto riportato dal romanzo di Simenon basti a mostrarvi la bellezza di questo personaggio, le sue sfumature, le sue contradizioni.

Come per Bébé Donge, di cui abbiamo parlato in un altro articolo su Simenon, anche qui troviamo un personaggio che è insieme vittima e carnefice, una donna dalla psicologia complessa, che ci allontana e ci avvicina a sé.

Scrivere di donne senza cadere in cliché non è facile, e Simenon ci è riuscito in modo magistrale.

Concludo con quest’ultima parte del libro:

Per un quarto d’ora, qualcuno si era occupato di lei come se lei ne valesse la pena, come se la sua vita avesse qualche importanza.

Già, quante Betty esistono al mondo, e chissà che fine farà la nostra Betty.

Non vi resta che leggere il libro per saperlo.

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