scrivere è un mestiere pericoloso

Ieri ho deciso di mettermi in ferie forzate almeno per sette giorni, lasciando perdere la stesura del mio nuovo romanzo. Chi mi conosce sa che non so fare a meno di scrivere o di lavorare a un testo, eppure ho sentito il bisogno di smettere, perché stavo rischiando: sì, rischiando, perché spesso scrivere è un rischio, almeno quando lo si fa sul serio.

Oggigiorno l’arte della scrittura, più volte l’abbiamo ripetuto, è presa con leggerezza, una cosa che non prevede fatica fisica, sacrificio, alcune volte dolore.

Scrivere significa essere immersi completamente nei propri personaggi, al punto da non riuscire a pensare ad altro. In ogni momento della giornata, qualsiasi cosa si faccia, una parte del cervello è impegnata a comporre trame, intrecci, azioni. Scrivere significa essere sempre diviso a metà: un piede nel mondo reale e l’altro nel nostro mondo fantastico.

Il problema nasce quando il mondo fantastico inizia a invadere con prepotenza il modo reale. Non dormiamo più, ci svegliamo di soprassalto come se stessimo già scrivendo; parliamo con altre persone, ma vediamo i nostri personaggi; in ogni istante nella testa avvertiamo come tanti schiaffi: le voci dei nostri personaggi, le scene che si formano, il districarsi della trama.

Scrivere è un lavoro talmente difficile che può portare alla pazzia, quella vera. Ecco perché bisogna sapersi educare, come un atleta che sa fin dove spingersi.

Fortunatamente io ho chi mi dà ottimi consigli.

Questo episodio mi ha fatto pensare a un libro letto circa un mese fa: Labilita, di Domenico Starnone.

Abbiamo già parlato di Starnone e del suo capolavoro Via Gemito, vincitore del Premio Strega nel 2001. Starnone è un autore quasi totalmente autobiografico. Via Gemito è la storia di suo padre rivista dai suoi occhi; Ex cattedra (di cui parleremo, perché merita davvero tanto) racchiude le vicende vissute da Starnone negli anni da docente; persino Denti, anche se velatamente, è in parte autobiografico: basti pensare alla dentatura di Starnone e a figure che appaiono anche in Via Gemito.

Il libro di cui voglio parlarvi oggi è Labilità, edito nel 2005 da Feltrinelli. La storia di uno scrittore anziano (appunto Starnone) che incontra un giovane e arrogante provetto scrittore, tale Gamurra, che gli dà in lettura il proprio manoscritto.

Domenico, innervosito dalla supponenza di Gamurra, e rivedendo in lui il se stesso di un tempo, gli stronca il dattiloscritto; ma questi poi viene recuperato da un suo cinico amico critico d’arte e, contro ogni prospettiva di Domenico, Gamurra inizia una brillante carriera.

Ciò porta Domenico a mettersi in discussione: è davvero lo scrittore che credeva di essere?

Decide di scrivere un nuovo romanzo, e lo fa a partire da un ricordo di infanzia, ossia quando, mentre tutti i suoi compagni di scuola cercavano l’introvabile figurina del calciatore Boniperti, lui decide di disegnarne una da sé. Quando la mostra ai suoi amici è così convinto che quella sia la vera figurina di Boniperti che per una frazione di secondo anche loro sembrano convinti, e lo sono non certo dal disegno grossolano del giocatore, quanto dalla convinzione di Domenico che quello non sia il Boniperti, ma è il Boniperti!

Al di là della trama, dei personaggi e delle vicende che si intrecciano, il perno del libro è uno: perché scriviamo?

Domenico si interroga proprio su quanto sia labile la carriera di uno scrittore e la vita stessa. Uno scrittore al tramonto che inizia a dubitare di essere davvero stato uno scrittore, il suo chiedersi perché scrive, perché ne sente il bisogno: il bisogno di scavare a fondo fino a isolarsi, farsi male, distorcere la realtà.

“A cosa stai lavorando?” chiese Guaraldi.

“A niente, sono solo appunti.”

“È un romanzo?”

“Non lo so ancora.”

“Di che parla?”

“Di come succede che uno dedica tutta la sua vita a scrivere.”

“E come succede?”

“Sto cercando di capirlo.”

“Hai avuto vertigini?”

“No.”

“Tachicardie?”

“No.”

“Allucinazioni?”

“No.”

“Uno stato d’angoscia, l’impressione che in casa tua niente sia al suo posto?”

“Sì.”

“Una sensazione di violenza e di disordine crescente?”

“Sì, ma è normale.”

“In che senso?”

“Se quando scrivi tutto resta tranquillo al suo posto, è inutile che scrivi. Vuoi che ti citi Flaubert? Vuoi che ti citi Dostoevskij?”

Guaraldi guardò Clara, le sorrise:

“Sta benissimo. Crede di essere Flaubert, crede di essere Dostoevskij. Siamo alle solite.”

Al di là della bellezza del registro di Starnone, capace di essere goliardico anche in una situazione drammatica, da questo breve dialogo apprendiamo una cosa importantissima: Se quando scrivi tutto resta tranquillo al suo posto, è inutile scrivere.

Scrivere è una lotta contro i propri demoni. È la lotta insensata di Achab contro Moby Dick. Come Achab non sa chiaramente perché insegue la balena bianca, così noi spesso non sappiamo perché scriviamo: a volte ci illudiamo di saperlo, cerchiamo di capirlo, come Domenico in questo romanzo, ma la verità è che abbiamo un’ossessione verso una balena bianca e vogliamo a ogni costo arpionarla, come hanno fatto altri prima di noi, alcune volte fino a sfiorare il punto di non ritorno.

Certo – ironizzò blandamente – non è più un bambino, è una persona adulta con molte qualità; ma come tutti gli esseri umani non è perfetto: per esempio non sa vivere da solo, specialmente quando scrive i suoi libri; diventa più svagato del solito e dimentica letteralmente – disse – di prendersi cura di sé.

Il motivo delle mie ferie forzate!

Se non si rischia, non ha senso scrivere. Se non ci si immerge a capofitto nella scrittura, non ha senso scrivere. Lo si fa anche a rischio della propria salute, non ci si prende più cura di sé.

Importante riuscire a trovare il giusto equilibrio, anche perché se uno muore, poi non scrive più. Certo, anche Domenico Starnone lo sa, sicuramente lo sa benissimo, visto che con Via Gemito ha fatto un lavoro eccezionale e tremendamente intimo, ma qui in Labilità ci mostra proprio quanto sia pericoloso spingersi oltre: lì dove ci sono i fantasmi, i nostri ricordi che si plasmano in parole, storie, esistenze che sembrano avvolgere la nostra.

Le parole servono a entrare nella composizione molecolare delle cose, nei cromosomi, nel DNA, dappertutto, e fanno meglio del cyberspazio. Basta solo individuare il punto di passaggio, lo spiraglio.

Io sapevo trovare spiragli. Avevo disegnato il Boniperti, scrissi, come ora avevo fatto quei dolci osceni dell’infanzia. Mi ero lasciato andare come su uno scivolo. Un due tre via. Tutto comincia un pomeriggio, nella cucina di casa. Comincia con la testa china su un cartoncino, con l’odore buono dei pastelli. Poi ogni cosa slitta, il soffitto, il focolare a piastrelle bianche con bagliori rossastri, il tavolo, le pantofole sfondate di mia madre. E io ho, alla fine, una reale figurina di Boniperti. È reale perché non so più niente del bambino che non l’aveva e che poteva ricordarmi, onestamente, che non l’avevo mai avuta. Mi sono uscito di mente. Quel pomeriggio e la sera nel corso della notte e il giorno dopo a scuola e quando Silvestro mi ha chiesto di fargli vedere la figurina e in ogni secondo, fino a quel gesto in cui ho detto ecco il Boniperti, la memoria di me, del bambino senza Boniperti, si è dissolta.

Come è potuto accadere. Mi sono dato certezze tutte di invenzione. Ho assunto la forma del bambino che ha il Boniperti e ho lasciato tra gli acidi dell’oblio, nella conca della dimenticanza, il bambino che non l’ha e non l’avrà mai ma se ne sta fabbricando uno menzognero con le sue mani. Sigillato dentro quella fantasia, mi sono confuso alla realtà di casa, di scuola, dei miei compagni.

Roma, Auditorium Parco della Musica 23 03 2014 Premio Strega classico contemporaneo Domenico Starnone Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani ©Musacchio & Ianniello

Quando scriviamo cosa facciamo se non dimenticare noi stessi e diventare i nostri personaggi? Non so voi, ma a volte cammino come loro, parlo come loro, penso come loro.

Il rischio è restare intrappolati non in loro, ma con loro: una scissione dell’anima e della vita.

E io ho, alla fine, una reale figurina di Boniperti. È reale perché non so più niente del bambino che non l’aveva e che poteva ricordarmi, onestamente, che non l’avevo mai avuta. Mi sono uscito di mente.

La realtà fuori continua a esserci, ma noi ci siamo usciti di mente, intrappolati ancora in quell’immagine, in quella storia di cui avevamo bisogno, quel mondo di cui abbiamo l’impellenza di scrivere e che, come per Balzac, non ci sembra mai completo.

Rabbrividii, rientrai nello studio. Ne sentii l’odore greve, l’odore delle cose che avevo imparato scrivendo per decenni, del delirio che mi prendeva quando quelle cose mi parevano invenzioni straordinarie e solo mie, dello sconforto quando scoprivo che erano echi di libri meravigliosi, adattamenti alle mie possibilità dei movimenti strepitosi di pochi romanzi grandissimi e amati, o scoperte vere, sì, ma insufficienti – insufficienti per fare un racconto abbagliante e duraturo come volevo, tanto che a ogni storia seguiva la delusione e subito dopo la smania di progettarne un’altra e un’altra ancora, ma c’era sempre qualcosa che non andava per il verso giusto, come a uno che salta con l’asta e sbaglia, e allora prova e riprova cercando di volare alto quanto vorrebbe, e intanto cresce l’esperienza ma le energie diminuiscono, e più si affida a ciò che ha imparato più è visibile ciò che non sa.

Questa frustrazione, questo dolore, questa foga, sono esperienze che solo chi scrive davvero può capire. Quella che hai in te non è solo un’immagine, ma qualcosa di indispensabile, che devi dire e farlo con urgenza. Cerchi di afferrarla, di arpionarla, come Achab con Moby Dick, ma non ci riesci. E allora riprovi e riprovi, non pensi ad altro che a quella balena, ma mentre l’esperienza cresce gli anni passano, le forze diminuiscono, e tu hai paura di non farcela: un dolore lancinante, peggio della morte stessa.

Temevo di ammalarmi e morire prima di scrivere qualcosa di importante. Mi bastava un raffreddore, qualche linea di febbre, per aver paura che fosse il segnale di un morbo devastante, capace di uccidermi in poco tempo. Non mi spaventavano le malattie lente, che ti costringono a letto per anni. Le avevano avute molti scrittori e se ne erano giovati per leggere e scrivere. Temevo le malattie fulminanti, quelle che non ti permettono di finire nemmeno l’opera che stai scrivendo, senza parlare di tutti i libri che hai in mentre e premono. A ogni influenza o ghiandola gonfia o dolore al fianco, barattavo una vita lunga con qualche anno, solo pochi mesi, il tempo necessario per finire almeno il libro che avevo cominciato.

Personalmente, questa è la mia più grande paura. Ho il terrore di morire senza aver ultimato un libro. Rabbrividisco al pensiero dei libri non finiti da Kafka. Ogni volta che inizio una storia, ho l’urgenza di finire almeno la prima stesura: «Così se dovessi morire almeno qualcuno potrebbe rivederla»,mi dico.

Questa è follia, me ne rendo conto: la vita che arriva ad avere meno importanza della scrittura. Vuol dire che il morbo della scrittura è già nelle vene, si sta diffondendo in ogni più remota cellula.

Queste parole ci fanno comprendere quanto sia duro il mestiere dello scrittore, almeno quando si desidera scrivere veramente, non per fama e denaro. È davvero una vocazione, come diceva Simenon, una vocazione all’infelicità e, aggiungerei, spesso alla solitudine.

Ma il confine fra vocazione e malattia è davvero labile, e sta a noi controllarlo.

“Non era una malattia, mamma, era una vocazione. L’ho capito con gli anni”.

Lei si toccò di nuovo il ventre malato, scosse la testa. Mormorò questa volta in un italiano curato – più curato di quello con cui mi aveva parlato Silvestro nel vivaio di Gaeta – che non si trattava di un normale ottundimento dei sensi, di un flusso di visioni che momentaneamente appannano il mondo vero. Si trattava d’altro. Nelle mani, negli occhi, nell’udito, io, suo figlio, non accoglievo più niente se non la verità del Boniperti. Non accoglievo nemmeno lei. L’avevo mutata, mi raccontò, in una madre senza vita propria, una madre che interveniva a comando e secondo le necessità della fantasia in cui mi ero chiuso, una che ha solo il compiuto di dire sì, è il Boniperti, è esattamente il Boniperti.

“Mi spaventai per questo” disse.

Mi spaventai, seguitò, perché eri un bambino che si era perso, ma non avevi paura, anzi eri contento, non volevi più tornare indietro. Dopo, quando ho visto che litigavate sempre, tu e Silvestro, e vi potevate fare molto male, sono andata a dirgli di avere pazienza. Ma ho capito che si era spaventato più di me e quello spavento lo aveva offeso. Gli avevi mostrato la figurina come se lui, come se tutti loro, i tuoi compagni, fossero pupazzi e non potessero che pensare e dire quello che inventavi tu.

Ci crede, si era lamentato Silvestro, ci crede veramente, e pensa che dobbiamo crederci pure noi per forza.

Il problema, appunto, è che quando la vocazione si tramuta in una malattia terminale, irreversibile, e non più in quella benevola malattia, quell’ossessione che ci porta a scrivere. Se non controllata, la scrittura può distruggere: il nostro mondo interiore, il nostro mondo fantastico diventa talmente reale da non assimilare solo noi stessi, ma chi ci circonda, rendendo le persone solo una proiezione della nostra immaginazione.

Bisogna fare molto attenzione, perché il limite fra creatività e follia è davvero labile. È una lotta continua, perché chi ha nelle vene quest’infezione chiamata scrittura, vive costantemente consumandosi per scrivere e faticando perché la scrittura non lo travolga, senza però mai riuscire a smettere.

Ricamavo con l’inchiostro da quarantacinque anni, anche di più, da quando ancora intingevo il pennino nel calamaio, da quando scrivendo – come mi aveva raccontato mio padre – sentivo il metallo che raschiava la carta e mi piaceva quel suono. Ora ne avevo nausea, Tuttavia scrissi e scrissi ancora, non sapevo smettere.

Per quanto sia doloroso, per quanto sia pericoloso, uno scrittore non riesce a smettere di scrivere: è questa la vocazione, quella malattia da tenere costantemente sotto controllo perché ci dà la vita e al tempo stesso ci massacra.

Questo libro, come Via Gemito, è stato di certo un lavoro duro da compiere per Domenico Starnone, lavoro in cui non si è risparmiato e ha affrontato i propri demoni, come dovrebbe fare ogni scrittore.

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