L’importanza di conoscere i propri personaggi.

Di certo vi è capitato di leggere libri e averli trovati bidimensionali, piatti.

Oggi voglio concentrarmi su una componente fondamentale in una storia: i personaggi.

Per quanto una storia possa essere originale, purtroppo, ed è un dato di fatto, nel più dei casi tratterà comunque argomenti già detti, dunque sono tre le componenti che rendono una storia davvero unica: il modo in cui è scritta, la voce dell’autore, e i personaggi.

I personaggi devono vivere la storia, non subirla, e quando ciò accade anche una trama narrata mille volte diventa nuova, perché sono i suoi personaggi a viverla in modo unica.  

Quando una storia vi sembra piatta, nel più dei casi la colpa è dovuta a cattivi personaggi: personaggi fasulli, senza una vita reale alle spalle, spesso inseriti solo per far da spalla al protagonista.

Ogni personaggio deve avere un vissuto, dei ricordi, delle esperienze che l’hanno segnato a livello interiore, affettivo, sociale; e l’autore deve conoscere tutto della vita dei suoi personaggi, persino ciò che non verrà mostrato nel testo, persino i parenti, gli amici e gli amori che non appariranno mai nella storia. Perché noi siamo il frutto del nostro vissuto, e così i nostri personaggi.

Mario è figlio unico, sua madre ha sempre desiderato una femminuccia, è una donna frustrata che sfoga tutto sulla famiglia: tormenta Mario, e così il papà di Mario, un operaio sempliciotto che non ha mai avuto grandi esperienze nella vita.

Mario viene tradito dalla fidanzata. Non ha molti amici a scuola, perché insicuro come il padre, e ha paura delle donne.

Come reagirà al tradimento della fidanzata?

Lo stesso Mario, in un’altra città, è il maggiore di due fratelli. Sua madre è sempre in casa a pulire, non apre mai bocca e non ha amiche; suo padre, quando non lavora, è in giro a fare bisboccia con gli amici.

Anche Mario a scuola ha molti amici.

Come reagirà Mario al tradimento della fidanzata?

La personalità di ogni essere umano ha un proprio Io, ma questo Io si forma nell’ambiente famigliare prima, nell’ambiente sociale dopo.

Inverti anche una sola componente dei due Mario, e loro reagiranno in modo ancor diverso al tradimento subito.

Ecco perché dobbiamo conoscere a memoria i nostri personaggi, dobbiamo sapere tutto.

Ciò che infatti muove una storia è il conflitto interiore del nostro protagonista. Lui desidera una cosa, ma questo desiderio è posto davanti a un conflitto a cui lui dovrà reagire, e lo farà secondo ciò che ha appreso nella propria vita: a livello interiore, affettivo, sociale.

Prendiamo come esempio la sempre attuale e magnifica Emma Rouault, protagonista del capolavoro Madame Bovary.

Sin da subito Flaubert ci fa capire chi è Emma e cosa vuole.

Ce la presenta come un personaggio che sembra stonare in un ambiente di campagna dove tutto è rude. Sappiamo poi subito che è cresciuta lontano da lì, in un convento, mostrando un’indole avvezza alla lettura: dunque per i canoni del tempo Emma è una donna passionale.

Ne abbiamo conferma quando la psicologia di Emma si scontra con quella di Charles Bovary: medico modesto e di buon cuore, ma diversamente da Emma proveniente da una grande città.

Come avrebbe mai potuto reagire Emma, donna passionale e che sogna le emozioni lette in tanti romanzi, ma relegata nella rozza solitudine di campagna, nel trovarsi davanti Charles Bovary, medico di città?

Il lettore capisce da subito che Emma non si innamora di Charles, quanto di ciò che lui rappresenta ai suoi occhi; e al tempo stesso, avendo visto precedentemente un Charles capace di star vicino alla prima moglie, pur senza provare per lei un amore carnale, si capisce quale sarà il suo ruolo in questa storia.

Flaubert ci fa entrare subito nel mondo di Charles e di Emma, mostrandoci le loro abitudini, i loro desideri, e l’ambiente sociale e il nucleo affettivo che li circonda.

Per questo siamo capaci di pensare e vedere proprio come loro, prevedendo cosa faranno, e chiedendoci: «Andrà davvero così?»

Il lettore sente il bisogno di andare avanti nella lettura perché vuole sapere se ciò che ha intuito si avverrà o no.

Se Emma non fosse cresciuta fuori dalla campagna, avrebbe avuto determinate fantasie? Se Emma non si fosse poi scontrata con l’ambiente rozzo della campagna, avrebbe mai desiderato di fuggirne?

Se Emma ha fatto ciò che ha fatto, è perché alle sue spalle aveva un vissuto, una psicologia, frutto del genio di Flaubert.

Un maestro nel creare personaggi è stato certo Georges Simenon.

In un’intervista rilasciata nel 1955 alla rivista americana The Paris Review, Simenon svela ai suoi lettori come per lui tutto nasca dalla creazione dei personaggi.

«Ancora prima che me ne occupi consapevolmente, trovo l’atmosfera» risponde Simenon a Carvel Collins riguardo alla creazione del progetto di un romanzo «Oggi c’è il sole. Magari mi viene in mente una particolare primavera, forse in una piccola cittadina italiana, o in un posto di una provincia francese o in Arizona, non so, e poi, a poco a poco, un microcosmo verrà alla luce nella mia mente, insieme a qualche personaggio. Quei personaggi saranno in parte il risultato di persone che ho conosciuto e in parte frutto della pura immaginazione -come dire, un concentrato di entrambi. E poi l’idea che avevo prima tornerà e li ingloberà. Loro avranno lo stesso problema che ho io in mente. E quel problema –insieme alle persone- mi darà il romanzo.»

È bellissimo il termine utilizzato da Simenon: microcosmo; perché proprio di questo stiamo parlando.

Un romanzo, o anche un racconto, è un microcosmo in cui si muovono esistenze, intrecciandosi o scontrandosi.

Simenon stesso, come avete appena letto, disse al giornalista Collins: «E quel problema –insieme alle persone- mi darà il romanzo.»

Saranno i suoi stessi personaggi a dargli la storia, mossi da un conflitto che lui ben conosce, perché li ha creati e studiati e avrà dato loro una parte di sé.

Dice infatti: «I miei personaggi hanno un lavoro, hanno delle caratteristiche; si conosce la loro età, la loro situazione familiare, e il resto. Ma cerco di dare peso a ciascuno di loro, come fosse una statua, e di renderlo fratello di ogni persona al mondo.»

Sembra una cosa scontata, ma non lo è affatto, altrimenti leggendo libri da quattro soldi, e trovandoci davanti a personaggi che compiono azioni talmente repentine e disarticolate da sembrare irreali, non ci verrebbe naturale chiederci: «Sì, ma perché?»

Nel più dei casi, quando ci troviamo innanzi a un gesto eclatante ma del tutto senza spiegazione, stiamo leggendo una storia in cui i protagonisti sono statuine senza vita.

In un buon libro, per quanto l’azione di un personaggio possa sembrare improvvisa e senza una spiegazione logica, dietro di essa esiste una psicologia ben strutturata, disseminata nel libro con tanti piccoli tasselli che in un attimo si compongono nella testa del lettore.

Se così non fosse, nel capolavoro di Simenon “L’uomo che guardava passare i treni”, Popinga sembrerebbe soltanto un povero folle che compie gesti senza senso, mentre in realtà nella sua ricerca di una libertà e di uno status sociale da lui sempre desiderato ma mai raggiunto, rivediamo ciò che lui ha vissuto e vive, letto sin dalle prime pagine del libro: “Lei aveva quarant’anni, e la stessa dolcezza, la stessa dignità di tutta la casa, persone e cose. Si sarebbe quasi potuto aggiungere, come per la stufa, che era la migliore qualità di moglie d’Olanda, e del resto era una fisima di Kes parlare sempre di qualità.

A proposito di qualità, per l’appunto, solamente il cioccolato era di seconda scelta. Pure continuava a mangiarne di quella marca perché ogni confezione conteneva una figurina, e quelle figurine trovavano posto in un apposito album in cui, di lì a qualche anno, sarebbero stati riprodotti tutti i fiori della terra.

La signora Popinga dunque si accomodò davanti al famoso album a ordinare le figurine. Frattanto Kees girava le manopole della radio, sicché del mondo esterno si sentiva soltanto una voce da soprano e ogni tanto un cozzare di piatti che proveniva dalla cucina, dove la domestica stava rigovernando.

L’aria era così pesante che il fumo del sigaro non si spandeva nemmeno verso il soffitto ma ristagnava tutt’attorno la faccia di Popinga, che a tratti lo fendeva con la mano, come fosse una grande ragnatela.

Da quindici anni le cose andavano così, e da altrettanti loro erano irrigiditi negli stessi atteggiamenti”.

Ebbene, alla luce di una simile vita, e dal modo in cui Kees Popinga la percepisce, il suo decidere di scappare dalla normalità famigliare per vivere una vita senza regole, dopo aver compreso di essere stato truffato dal suo capo, non ci sembrerà così strana; così come non ci sembrerà strana la scelta di Maloin, protagonista del libro “L’uomo di Londra”, un normale impiegato addetto ai turni notturni che, dopo aver assistito a un delitto, decide di impossessarsi della valigetta abbandonata dall’assassino, nonostante i rischi che ne conseguono.  

“Fu un ultimo istante di quiete. Ormai non si sarebbero più uditi né la sveglia né il brontolio della stufa, e quel che c’era nei piatti per quel giorno nessuno più l’avrebbe mangiato.

«Come hai detto?»

«Dico che non cambierai mai. Te ne stai buono buono per mesi e tutti ti mettono i piedi in testa, poi, al momento meno opportuno, fai una bestialità…»

«Eh certo, io faccio solo bestialità! Perché secondo te bisognava lasciare Henriette a servizio in quella macelleria…! Ma lo sai che quando lava per terra quelli che passano le vedono metà del culo?»

«Mangia, va’. Lo sa Dio poi come arriveremo alla fine del mese!»

«Credi che non abbia capito?»

«Capito cosa?»

«Quello che volevi insinuare… Che non guadagno abbastanza da sfamare la mia famiglia, no? Io…»

Un pugno fece tremare il tavolo e da quel momento la lite prese una piega diversa. Ormai non c’era quasi più rapporto fra le battute che si scambiavano. Saltavano da un argomento a un altro, senza motivo apparente, spinti solo dal desiderio di gettarsi in faccia delle cattiverie.

«Avanti, perché non dici che sono un ubriacone?»

«Non dico che sei un ubriacone, dico che hai bevuto. E quando hai bevuto non sei più tu.»

«Hai sentito, Henriette? Tuo padre è un ubriacone! Tua madre, invece, si che è una santa!»

Henriette piangeva, mentre la signora Maloin continuava a infilarsi meccanicamente in bocca pezzi di pane che poi scordava di masticare”.

Ecco, in una pagina, o anche meno, Simenon ci mostra l’intera psicologia dei suoi personaggi, e lo fa nella più assoluta normalità: lì nell’ambiente domestico.

Senza questa loro normalità, che in fondo è quella di tanti, le gesta di Maloin e Popinga sarebbero sembrate soltanto folli, disarticolate, irreali; mentre alla luce del loro vissuto, ogni movenza dei due sembra guidata da qualcosa che è sempre vissuto in loro, seppur invisibile in azioni soffocate da una routine tanto ordinaria quanto dolorosa.

Ma se in un racconto bastano pochi personaggi, un romanzo è invece un intreccio galattico di costellazioni. Dunque un autore non è chiamato a scontrarsi con una sola vita, ma a volte con decine di esistente, e di conseguenza mettere in gioco decine e decine di conflitti che esplodono come tanti petardi.

Simenon riesce a mostrare un mondo persino nei ricordi del protagonista del suo capolavoro “I fantasmi del cappellaio”.

Inizialmente sembra di assistere solo a un intimo quanto strano rapporto fra il protagonista, il cappellaio Labbé, e il suo vicino, il sarto Kachoudas, due personaggi solitari che sembrano non poter creare una storia da soli. Eppure, un solo pensiero di Labbé ci mostra in un lampo chi è Kachoudas: “La città splendeva radiosa, immersa nella luce giallo oro del sole; il porto era di un azzurro compatto: di lì a poco anche i Kachoudas sarebbero usciti, i bambini davanti, con i vestiti della festa, poi Kachoudas e la moglie, sempre un po’ goffi la domenica, molto meno disinvolti che negli altri giorni.

Dopo la messa, sarebbero passati dalla pasticceria di rue de Mercies, e il vassoietto dei dolci lo avrebbe poi portato il sarto, tenendolo per il sottile spago rosso”.

Ecco, sembra di vederli, no? Eppure questa non è una scena che Labbé vede, ma una scena che lui immagina, conoscendo a memoria Kachoudas, fino al punto da ricordare persino lo spago di color rosso della confezione dei dolci.

Lui sa, perché Simenon sa.

Ma come detto prima, sarebbe riduttivo, almeno per uno come Simenon, fermarsi alla visione della vita di un solo nucleo familiare.

Ciò che leggerete è quanto segue alla parte appena citata del libro: alcuni estratti presenti in appena una decina di pagine, in cui Labbé, osservando una foto, mostra vita morte e miracoli di persone che a volte nemmeno si vedono nel libro, o alcune soltanto marginali, ma che se non avessero avuto alle spalle una vita reale avrebbero fatto crollare in un attimo tutta la psicologia di Labbé e le sue gesta.

Vi riporto soltanto quanto necessario per dare un esempio concreto a quanto già scritto, illustrando soltanto tre figure:

“Prima di mettersi all’opera, salì su una sedia, passò la mano sopra l’armadio e afferrò un oggetto, una fotografia stampata su cartone e racchiusa in una piccola cornice di legno nero. Fino a due mesi prima era appesa alla parete vicino al letto di Mathilde, dove si poteva ancora vedere, sulla tappezzeria, un rettangolo chiaro.

Era la fotografia scattata a una classe del collegio dell’immacolata Concezione, il giorno della distribuzione dei premi.

C’erano quindici ragazze: il signor Labbé le aveva contate diverse volte ed era in grado di dare un nome a ogni volto. Erano fra i sedici e i diciotto anni, avevano le trecce e indossavano tutte la stessa uniforme blu scuro con la gonna a pieghe: intorno al collo, portavano un nastro con una medaglia. Al centro, una suora pallida e magra, dall’aspetto ascetico, l’immagine stessa della religiosità, che teneva le mani infilate nelle maniche. A sentire Mathilde era una vera carogna, nonostante il suo sorriso angelico.

Le ragazze della seconda fila stavano in piedi su una specie di pedana ricoperta da un tappeto, e alcune piante ornamentali inquadravano il gruppo”.

Allora, come abbiamo letto: “il signor Labbé le aveva contate diverse volte ed era in grado di dare un nome a ogni volto”.

È infatti proprio il senso di ciò che sta accadendo in questa parte del libro: le vittime di Labbé, sia quelle già uccise che quelle non ancora uccise, ora prendono un volto, una storia, un’origine, e grazie a esse il lettore capisce che il movente del cappellaio ha a che fare con sua moglie Mathilde. Ecco perché è importante che ogni personaggio, anche quelli marginali, e persino quelli che non vedremo mai, abbiamo alle spalle una storia personale.

Ma lasciamo ancora la parola a Simenon e a Labbé, entrando ora nell’intimo della fotografia:

“«Jacqueline Delobel, sessant’anni, vedova di un capitano di fanteria».

Era la terza da sinistra, una brunetta dallo sguardo malizioso e dal naso a punta, che sembrava trattenersi a stento dal ridere guardando la testa del fotografo sepolto sotto il panno nero.

«Di buona famiglia. Figlia del notaio Massard, autore di diverse opere di storia locale. Ha seguito il marito, di guarnigione in varie città, tra cui Besacon. Due figli. Una femminuccia sposata con un importatore di Marsiglia, e un maschio, tenente di cavalleria in servizio presso gli squadrono spahi. Viveva sola in un appartamento di rue des Merciers, sopra un negozio di cordami e articoli di vimini. In cattivi rapporti con la figlia. Pensione modesta. Non accettava denaro dal figlio e sbarcava il lunario eseguendo piccoli lavori di ricamo.»

Dopo un attimo di riflessione aggiunse:

«La figlia non è venuta al funerale. Il figlio, di guarnigione in Siria, non ha potuto essere avvertito in tempo.»

E la prima era stata sistemata. Non gli aveva creato alcuna difficoltà. Era fragile, malaticcia. S’imponeva molte privazioni per far quadrare il bilancio. La sera, trotterellava per le strade per andare a consegnare il lavoro; ed è difficile, alla Rochelle, passare da una strada commerciale senza attraversare vicoli bui”.

E ancora:

“«Signora Cujas (Rosalie), libraia in rue des Merciers, moglie di Rene Cujas, impiegato del comune.»

Un’altra ragazza di  buona famiglia, come annotò diligentemente. Avrebbe potuto limitarsi a scrivere che era stata educata al collegio dell’Immacolata Concezione: sarebbe bastato, ma poteva essere pericoloso. Strano, del resto, che nessuno avesse notate che le vecchie strangolate nell’arco di poche settimane erano state tutte allieve dello stesso collegio.

Solo il giovane Jeantet, che era intelligente, aveva sottolineato il fatto che avessero tutte pressappoco la stessa età e un qualcosa che le accomunava.

Sulla fotografia, la piccola Alain (era il suo cognome da ragazza) pareva più bella, di una bellezza forse un po’ fredda.

«Il padre» annotò il signor Labbé «è stato vicesindaco della Rochelle per vant’anni.»

Erano ricchi, e lei avrebbe potuto aspirare a qualche buon partito. Come mai si era sposata solo a ventotto anni? Perché aveva spettato tanto?

«Era troppo esigente» diceva Mathilde in tono acido. «Sognava il grande amore».

E aggiungeva, ma senza amarezza:

«Come se esistesse!»”.

Il profilo di Rosalie continua, ma ci basta questo per capire che Simenon sa ogni minimo dettaglio di un personaggio che nemmeno si vedrà mai fisicamente nella storia, ma funzionale in tutto e per tutto, come si evince da questo piccolo estratto in cui abbiamo anche il modo di pensare di Mathilde, comprendendo l’astio verso la sua compagna di classe.

Ma esaminiamo ancora un personaggio, perché impossibile farlo con tutte le ragazze della fotografia: per quello vi aspetta il libro, e mi auguro che lo leggerete.

“Ne restava una sola, Armandine de Hautebois, ora Madre Sainte-Ursule, la quale, nelle foto scattate in occasione di altre premiazioni, compariva, in mezzo ad altre ragazze, nel ruolo svolto in precedenza da Madre Sainte-Joséphine.

In un certo senso, era passata dalla fotografia al convento. Non si era data la pena di vivere, non ci aveva neanche provato. Eppure era ricca, aveva sette fratelli e sorelle che avevano fatto strada nella società”.

E perché Simenon ci dice che Armandine, che vedremo appena verso la fine del romanzo, aveva sette fratelli e sorelle  (che non vedremo mai) e che era ricca? Per lo stesso motivo in cui ci dice che Armandine è uscita da collegio per finire come suora. Ne traccia il profilo psicologico per renderla una persona vera, così come ha fatto con i personaggi mostrati precedentemente, e in ogni più marginale personaggio del libro, perché tutto è funzionale alla trama.

I fantasmi del cappellaio è un esempio lampante di come in un romanzo ogni personaggio debba essere vivo, altrimenti la storia crolla. È un libro da tenere sempre a portata di mano, sia per imparare a leggere che per imparare a scrivere.

Oggi, purtroppo, esistono sin troppe storie dove i personaggi secondari sembrano soltanto manichini messi lì per dare la battuta al protagonista, cosa che invece non succede nella vita.

Se dovesse capitarvi ancora di leggere un libro scritto male, spero che possa tornarvi alla mente Labbé, e la maestria di Simenon nel creare su carta un intero mondo in cui le persone sono vive, e non ombre.

 

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