Il bisogno intimo di raccontare una storia

È curioso vedere come negli ultimi anni il panorama editoriale italiano sia pieno di romanzi autobiografici, basti pensare a molti dei libri finalisti nelle ultime edizioni del Premio Strega, fra cui, esempio eclatante, La più amata, scritto da Teresa Ciabatti, libro in cui l’autrice non cela neanche minimamente la natura autobiografica del testo, e lo si capisce anche dall’incipit: Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l’orgoglio, l’amore del Professore.” Il Professore è Lorenzo Ciabatti, primario dell’ospedale di Orbetello.

Alla luce di un simile incipit viene da chiedersi dove sia finita la creatività e la voglia di inventare storie e personaggi, e se gli scrittori di oggi non siano solo vittime di un malsano egocentrismo che li pone al centro del testo.

Non possiamo scrivere se non partendo da ciò di cui abbiamo fatto esperienza, è vero, ed è altrettanto vero che le opere più belle racchiudono le profonde inquietudini di chi le ha scritte, così da dar vita a quello che Julio Cortázar definiva Il nucleo atomico di una storia; ma da sempre un autore trasfigura le proprie emozioni e se stesso in personaggi e storie, mette se stesso a servizio della pagina, e non al centro di essa. Basti pensare a Kafka. In opere come La metamorfosi, La tana o Il digiunatore sono ben evidenti le inquietudini personali dell’autore, eppure camuffate, trasfigurate. Ecco perché riescono ad angosciare chiunque, perché Kafka ha saputo, come tanti altri maestri della letteratura, donare al lettore ciò che è suo senza tenerlo per sé, rendendolo universale, diversamente da altri che preferiscono usare un libro solo per autocelebrare se stessi o innalzarsi su figure famigliari che hanno fatto loro del male.

Al cospetto di un simile fenomeno viene da chiedersi se anche il panorama editoriale, e dunque ciò che dovrebbe essere letteratura, non stia prendendo la piega di molti programmi televisivi cui solo scopo è spiattellare in modo patetico e vittimistico i drammi personali, o ancora, porre se stessi a grande modello da seguire.

Questo vuol dire che bisogna sempre trasfigurare se stessi e il proprio vissuto per scrivere un capolavoro letterario?

Non sempre. Non necessariamente. Ma chi vuole addentrarsi nel campo autobiografico, deve sapersi fare da parte rispetto agli altri personaggi, non lasciare che il proprio vissuto li sovrasti, e con essi la storia.

Leggendo l’incipit della Ciabatti ci è già chiaro cosa andremmo a leggere, da subito capiamo chi è al centro della vicenda: lei!

Diverso è l’approccio a un capolavoro autobiografico, Lessico famigliare, della grandissima Natalia Ginzburg, opera che potrebbe sembrare benissimo di pura fantasia, tanto l’autrice è discreta.

Non voglio però parlare della Ginzburg in questo articolo, ma di un autore altrettanto bravo: Domenico Starnone, vincitore del Premio Strega nel 2001 con il bellissimo libro Via Gemito.

Domenico Starnone, professore, sceneggiatore e collaboratore presso diversi giornali, in Via Gemito ci racconta la sua infanzia a Napoli, ma lo fa in modo tanto particolare quanto toccante, ossia partendo da suo padre.

Benché la voce narrante e il protagonista sia lui, Domenico, le sue stesse vicende, ogni parte del libro ruota attorno a suo padre: Federico, o meglio Federì, impiegato delle ferrovie rozzo, manesco e con la passione per la pittura.

Ogni evento passato e presente è narrato da Domenico bambino, adolescente e adulto, filtrato con gli occhi del padre: la voce paterna che ha influenzato la sua vita, ne ha modificato persino il modo di pensare; una voce così forte che sembra Federì il vero protagonista, e non Domenico, questo proprio perché, benché autobiografico, Via Gemito non è un romanzo nato per celebrare chi l’ha scritto, né per vendicarsi di un torto subito, ma per narrare un nucleo famigliare di cui Federì è sovrano. Ed è proprio da Federì che iniziai il libro, con uno degli incipit più forti che io abbia mai letto:

Quando mio padre disse di aver picchiato mia madre una volta sola durante i ventitré anni del loro matrimonio, nemmeno gli risposi. Era parecchio che non obiettavo più niente ai suoi racconti pieni di avvenimenti, date e dettagli tutti inventati. Da ragazzo lo consideravo un bugiardo e mi vergognavo come se le sue bugie mi appartenessero. Ora, da grande, mi sembrava che non mentisse affatto. Credeva che le sue parole fossero in grado di rifare i fatti secondo i desideri e i rimorsi.

La situazione è immediatamente drammatica. Domenico non ci dice di dubitare del fatto che suo padre abbia o meno picchiato sua madre, ma se l’abbia picchiata una sola volta. Da subito Federì entra in scena in modo prepotente, invadente; occupa ogni spazio: la storia, il pensiero del narratore, i suo modo di percepire la vita. Eppure, per quanto Federì appaia da subito un violento, si percepisce qualcosa di triste in lui, come l’ombra di un fallimento.

Questa è una delle componenti che rende questo libro un capolavoro, il fatto che Starnone non stia fermo a giudicare suo padre, si limita a ricordare, a viaggiare con lui in una vita comune, per quanto i ricordi, gli eventi, siano dolorosi. E riesce a spaziare fra il punto di vista del sé bambino e del sé adulto, pur senza invadere il punto di vista di suo padre, come in questo magistrale estratto:

Sento le urla di mio padre, le frasi singhiozzate di mia madre, uno scalpiccio come di inseguimento, cose che cadono e si rompono. Dico preghiere che mia nonna mi ha insegnato da piccolo, l’Ave Maria per esempio. Recito mentalmente ma faccio in modo che la voce risuoni forte nella testa, più forte delle urla di mio padre. Accorgimento inutile. Penso che, preghiere o no, la Madonna, se esiste da qualche parte e ha un qualche potere, farà di tutto per impedirgli di uccidere mia madre. Dico perciò a fior di labbro, in dialetto, l’unica lingua che conosco bene: “Madonna mia, fallo smettere!”. Lo dico decine di volte, con molta concentrazione, come se l’iterazione potesse risultare persuasiva. La Madonna però non fa niente. Allora cerco di vincere il terrore, mi alzo piano piano dal letto, vado alla porta, la socchiudo. Non so cosa fare. Ho dodici anni ma ho paura di mio padre. Non è una paura fisica, o comunque la paura fisica è quella che percepisco di meno, che ricordo di meno. È paura d’altro genere. Temo di trovarmi vuoto di fronte a lui, senza ragioni che giudichi degne di opporsi alle sue, pura cassa di risonanza degli insulti che sta gridando, delle bestemmie. Temo, di conseguenza, che mi costringa ad ammettere che ha il diritto sacrosanto di uccidere mia madre. Temo di acconsentire. Sicché la paura è insopportabile.

Questo estratto non è solo straziante, ma meraviglioso, sia per linguaggio che per ritmo; un lessico alto, ma che non lede il punto di vista del ragazzino, né spezza il ritmo del brano o lo rende meno brutale. Una scena atroce vista dagli occhi di un ragazzino ma in cui, ancora una volta, è suo padre al centro di tutto: più forte persino del suo voler salvare la mamma; una presenza che si tramuta in paura pura, vivida, respirabile.

Credo, anzi, potrei dire di esserne sicuro, che la mancanza di giudizio non sia dovuta solo alla bravura di Starnone, quanto alla sua grande sensibilità. Lui non scrive di certo per affermarsi o per una mera vanagloria, lui scrive per bisogno: il bisogno di scavare dentro di sé.

Lo notiamo in questo grandioso estratto:

Pensai invece, mi ricordo, che il problema era altrove, che non serviva aggrapparsi a una notte di giugno, a una donna che prova a tagliarsi le vene. Il problema era che per tutta la vita – e ancora oggi mentre scrivo – avevo segretamente creduto che mio padre a un certo punto, da mazziere, si fosse trasformato in persecutore accanito. Tanto che – dai e dai – l’aveva logorata fino a ucciderla. Che l’avesse picchiata una volta o cento, contava poco. Contava caso mai che mi decidessi ad accusarlo o scagionarlo, prima che morisse.

Per motivi personali questo pezzo mi dà i brividi, si fatica a non piangere, e credo che Starnone di lacrime ne abbia versate scrivendo Via Gemito. Ma tornando al testo, come vediamo non c’è giudizio, anzi, il problema è proprio non riuscire ad avere un giudizio, negativo o positivo che sia, su Federì, come se Domenico fosse ancora un bambino al cospetto di suo padre, un bambino che si chiede chi sia davvero suo padre.

Se nel libro della Ciabatti vediamo da subito un giudizio nei confronti di suo padre, qui vediamo una domanda: Chi era mio padre? Era buono o cattivo?

Sono proprio queste contraddizioni, infatti, a rendere la voce di Federì tanto potente per noi quanto senza dubbio lo è stata per Domenico, e così per Domenico Starnone:

Era stato infatti il più giovane capostazione di prima classe d’Italia, giurava, apprezzatissimo dai superiori anche se le inventava tutte per non andare a lavorare e starsene a casa a svolgere la sua vera attività, quella per cui era venuto al mondo: disegnare e dipingere, lui diceva “pittare”. Tanto che alcuni suoi colleghi ferrovieri non lo potevano soffrire, l’artista presuntuoso di merda lo chiamavano, e l’accusavano di essere lavativo, strafottente e indisponente. Sì, era lavativo. Sì, era strafottente. Sì, era indisponente. Aggettivi tutti adeguati, era il primo ad ammetterlo. Anzi, si sentiva in diritto di essere lavativo, indisponente e strafottente: a chi volevano rompere il cazzo: per nascita era un pittore, non un ferroviere.

Anche qui non vediamo giudizio, anzi, il carattere di Federì, i suoi difetti, sembrano addirittura porlo al di sopra della normalità, eppure al tempo stesso gli conferiscono una goliardica fragilità: lui dice di se stesso che è un pittore, ma in verità lavora come capostazione, ed è questo contrasto che guida Federì in tutto il libro: il bisogno di essere apprezzato, elogiato, di sentirsi importante; bisogno che in alcuni casi lo rende come un bambinone, ma in altri lo tramuta in un cane che ringhia per mostrarsi forte. Una contradizione che non permette al piccolo Domenico di inquadrare suo padre, sa solo che c’è, è ovunque, ne ha paura e al tempo stesso un sacro timore. Esiste solo suo padre, come se tutto il resto, persino se stesso, sia solo una diramazione di lui:

Di lui ricordo tutto, mi ha riempito la testa con parole sue, con pensieri suoi. Di mia madre invece non ho una sola parola, non ho un pensiero. Eppure le prime sillabe mi sono venute certamente da lei. Mi piacerebbe risentirle, le parole che mi diceva, e sapere come le accoglievo nella gola ripetendole mutilate per la stanza di Via Zara. Ma mio padre con la solita energia gli ha imposto un andamento che ne ha cancellato il tono. Vi ha inoculato un’ambizione, una voglia di dire che appartengono non alla moglie ma a lui.

E ancora:

La voce del sangue, che mio padre riteneva altissima e incontrovertibile, nel mio caso tardò a farsi sentire. Cosa a cui dovette contribuire non poco l’impressione che lui mi fece in quei giorni, e che mi fa ancora, a ripensarci, perché basta un niente per far saltare fuori l’essere di quasi otto mesi che si stringe a sua madre spaventato. Cos’ha quel pupazzo di materia vivente, sillabe sconnesse e pianti, memoria che conserva poco o niente? Perché ha così paura dell’estraneo pallido dalla fronte grande, il giovane ansioso di umore instabile che vuole dormire con loro e insiste a dimostrare che quella moglie è sua, quel figlio è suo e ha il diritto perciò di comandare su entrambi?

Già solo l’altezza di questo registro, quasi poetico ma per niente cencioso, dimostra la grandezza di Starnone, ma andando oltre, nei due estratti il rapporto padre figlio prende sempre più forma, la vita di un bambino, di un ragazzo, di un uomo condizionata sin dai primi mesi di vita dalla presenza ingombrante di suo padre:

Mio padre non la faceva passare liscia a nessuno. Sapevo bene, quando rientrava dal lavoro e già il suo passo per le scale interrompeva ogni gioco mio e dei fratelli cancellandoci l’allegria, che niente l’avrebbe mai veramente atterrato.

Imparavo da lui ogni giorno. Lo spiavo, ne osservavo i gesti e li ripetevo. Cercavo di fargli capire in tutti i modi che apprezzavo ogni sua parola, ogni suo respiro. Ero atterrito dall’idea che potesse pensare il contrario. Aveva una grande necessità di consenso. Voleva che gli altri, nel riconoscerne la superiorità, si concentrassero su di lui con la stessa intensità con cui lui si concentrava su di loro per dimostrarne la pochezza.

Domenico, crescendo, ha una paura fisica di deludere suo padre, di non essere all’altezza di quel Dio che tutto sovrasta. Eppure, Starnone ci mostra pienamente, ma senza calcare in modo melodrammatico la situazione, che Federì non è poi così forte: Aveva una grande necessità di consenso.

Questa condizione rende Federì, come già scritto, appunto interessante; durante la lettura si entra persino in empatia con lui, nonostante i suoi modi brutali, le sue grida. Non vediamo un mostro, non vediamo un uomo cattivo, ma solo un uomo: un uomo insoddisfatto, infelice e che cerca di sentirsi importante, vivo:

Faceva la notte anche mio padre, ma senza gioia, era nervoso. Non riusciva a rilassarsi, non poteva godersi quel tempo di pura vita estetica. Primo, era stanco morto per la giornata di lavoro alle ferrovie; secondo, era depresso all’idea che il giorno dopo avrebbe dovuto buttare il tempo a fare il ferroviere, e così per tutta la vita; terzo, fremeva a starsene zitto, perché avrebbe voluto mettersi lui al centro della conversazione e attaccare a parlare con spirito e garbo e non finirla più.

Se quest’ultima cosa non la faceva, se alla fine si conteneva, lui che sproloquiava così volentieri, era solo per la paura che gli succedesse come gli era successo una sera alla galleria Medea (di proprietà del dottor Mario Mele), quando lo scultore Giovanni Tizzano, ex guardia di finanza, per pura cattiveria, davanti a tutti, gli aveva chiesto: “Federì, scusa, mi sapresti dire se c’è un treno comodo in partenza per Roma tra mezzogiorno e le tredici?”.

Risatelle, gli occhi di tutti addosso. “Capito l’affronto?” mi chiedeva con occhi furibondi come se l’affronto gli fosse stato fatto un’ora prima. Tizzano, dandosi l’aria del grande artista che va a trovare i pari suoi nella capitale, gli si era rivolto pubblicamente non come a un pittore di talento ma come a un qualsiasi ferroviere e per sfregio gli aveva chiesto ad alta voce il treno giusto.

La frustrazione di Federì qui emerge con potenza, si capisce il suo dramma, si è con lui, anche se dopo leggeremo:

Mia madre era più presente nelle mie memorie che in quelle di suo marito. Anche nei quaderni di ricordi che poi ha scritto la liquidava con due frasi: Rusinè si sa com’era, non si sapeva regolare. Così ritornai in platea. Ora c’era di nuovo il buio tenero dei teatri, quando il palcoscenico sembra un camino acceso in una grande sala tenebrosa. Se Federì, lì dentro e altrove, aveva recitato la parte del giovane con grande sensibilità di artista, sua moglie – mi immaginai – si era sforzata semplicemente di sembrare un’adeguata compagna di vita. Tutto qui. Ma a lui la cosa non era piaciuta. La moglie, diceva, lo metteva in imbarazzo. Dopo, a notte fonda, bisognava litigarci e strillare: “A teatro non ti porto più, non sei all’altezza”.

Ai suoi occhi mia madre non risultava mai all’altezza, a teatro, come in ogni altro luogo pubblico. Eppure lei faceva di tutto per esserlo.

Anche qui, nonostante la palese violenza di Federì, non lo si riesce a odiare del tutto, perché in lui, nella sua corsa per essere osannato, vediamo un uomo totalmente solo. Un uomo che Domenico, prima ragazzino e poi adulto, comincia a vedere sempre meno come quel Dio che credeva fosse:

Così, quando mio padre era ormai a buon punto con la sua nuova opera I bevitori, un giorno gli arrivò quella brutta notizia. Ma ormai si era già sfogato abbastanza. Alzò un sopracciglio, disse sul vago: “Chilli chiavechemmèrd” e ritornò a dipingere tormentato dai rancori. A me restò una sensazione di sfiducia, come quando da piccolo gli portavo un giocattolo da aggiustare, lui me lo rimetteva a posto, ma il giocattolo si rompeva di nuovo, appena ricominciavo a giocarci.

E ancora:

L’ammirazione repulsiva che provo per mio padre, la miscela di devozione e disgusto che sento fin dalla prima infanzia per quella sua arte tanto esposta, tanto fragile, tanto vilipesa e tuttavia così assurdamente prioritaria nella sua e nella nostra vita, mi grava addosso e pare un peso troppo grande da portare.

Il confronto fra il pensiero di Domenico bambino e di Domenico adulto dice tutto. Il peso della vita paterna, del suo pensiero, persino di un respiro ha plasmato un bambino, un uomo, una famiglia, al punto che ogni priorità di Federì è priorità di Domenico e di tutti. Ma quest’uomo forte, dalla presenza invadente, a conti fatti non è neppure capace di aggiustare un giocattolo a suo figlio, e questo stesso figlio che non glielo dice, che nasconde la propria delusione verso la figura del padre, ci mostra quanto in verità Federì sia fragile, solo, persino tenero nel suo fare di tutto per sentirsi il migliore. Pensiero, ossessione, che non lo salverà dalla vecchiaia, dalla caducità e dalla morte: una vita spesa a rincorrere uno scopo mai raggiunto.

Intanto erano arrivati anche gli altri miei fratelli. Mio padre esclamò: “Che piacere, siete venuti tutti anche se non sono morto”. Geppe gli disse scherzando: “Quando morirai sul serio non verremo. A noi ci interessi da vivo, non da morto”. Lo scherzo non gli piacque. “Bella filosofia” disse, “io la penso in un altro modo”. Pensava di dover essere ricordato per sempre: aveva lavorato tutta la vita per quell’obiettivo, durare, e ora lo innervosiva che persino i figli gli dicessero: interessano i vivi, non i morti.

Ecco, interessano i vivi, non i morti, e Federì ha invece lavorato una vita intera per essere ricordato, per essere forte, un vincente, perdendo l’occasione di mettere sua moglie al primo posto, di comprendere i propri figli, di vivere affetti e relazioni senza mettere sempre se stesso come centro del mondo.

Federì è un uomo solo, debole, sconfitto, e Domenico, ormai adulto, il Domenico figlio, il Domenico personaggio e il Domenico scrittore ci dice:

Dopo la morte di mio padre ho pensato a lui molto più frequentemente di quanto ci pensassi quando era in vita.

Questa frase dice pienamente da cosa nasce questo libro: il bisogno di scavare a fondo, un’ossessione, ciò che dovrebbe appunto portare una persona a scrivere.

Ben vengano romanzi autobiografici di questo genere in cui l’autore, pur protagonista, sembra una figura nascosta, perché non parla di sé, ma della propria vita e delle persone che ne hanno fatto parte. Un libro che ha l’esigenza di narrare una storia intima, personale, ma ponendo al centro di essa coloro che l’hanno segnata, vissuta.

Grazie a Domenico Starnone per questo capolavoro della letteratura moderna.

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