Un maestro della letteratura italiana

Spesso, purtroppo troppo spesso, si incontrano persone che reputano scrittori come Stephen King o J. K. Rowling icone della letteratura moderna. Con tutto il rispetto per questi due grandissimi autori, trovo triste che aspiranti scrittori italiani non abbiamo come riferimento, e spesso neanche conoscono, dei veri maestri della letteratura italiana: uomini che hanno dato la vita non solo alla scrittura, ma alla lettura.

Ogni volta che uno scrittore mi dice di non conoscere Giuseppe Pontiggia ho una fitta al cuore, perché ogni autore italiano dovrebbe avere come modello questo scrittore, critico, saggista e meraviglioso intellettuale.

Nato a Como nel 1934, Pontiggia ha pubblicato il suo primo libro nel 1959, con la Rusconi e Paolazzi edizioni: La morte in banca, un libro autobiografico contenente cinque racconti e un romanzo breve; successivamente, nel 1979, edito da Mondadori con un’aggiunta di altri sei racconti, per poi essere ristampato dalla stessa Mondadori nel 1991 con l’aggiunta di ulteriori cinque racconti.

A seguito del suo esordio, nientemeno che Elio Vittorini lo incoraggia a dedicarsi seriamente alla narrativa. Dunque, Pontiggia lascia il sicuro impiego in banca per dedicarsi all’insegnamento serale e alla scrittura.

Autore di numerosi romanzi, raccolte di racconti e saggi, ha collaborato attivamente nel panorama editoriale italiano, in particolar modo con Adelphi e Mondadori. La sua attività di critico letterario è stata una delle più raffinate e attente in Italia, dimostrando interesse e cura sia per nuove voci che per autori classici. Inoltre, a partire dagli anni ottanta ha tenuto corsi di scrittura ed è stato ospite di diverse trasmissioni radiofoniche, sempre per diffondere la passione sia per la scrittura ma soprattutto per la lettura.

Sarebbe lungo descrivere pienamente tutto ciò che ha fatto Pontiggia, per esprimere la sua grandezza basta dire che la sua biblioteca, acquistata nel 2005 dalla Biblioteca europea di informazione e cultura, è composta da 35.640 volumi comprendenti libri antichi, opere di narrativa, monografie e saggi, dizionari, vocabolari ed enciclopedie, riviste, cataloghi, estratti, manuali e testi scolastici.

Quando si dice un uomo innamorato dei libri!

Oggi, invece, molti si dilettano a scrivere senza mai aver letto un classico e facendo riferimento solo a scrittori d’oltreoceano, e spesso arrivano persino a una buona notorietà commerciale.

Ma tornando a Pontiggia, vorrei spendere ancora qualche parola riguardo uno dei suoi capolavori: La grande sera, edito da Mondadori nel 1989 e vincitore del Premio Strega.

Ciò che balza subito all’occhio leggendo questo libro è la lingua. Il registro di Pontiggia è sapiente, alto, eppure al tempo stesso ordinario, alla portata di tutti. La semplicità delle azioni narrative richiama molto il grande Maupassant, ma contemporaneamente la forte introspezione dei personaggi, le continue accuse a una società sempre più fredda e all’egoismo umano, riportano subito a un maestro come Svevo.

In La grande sera ci troviamo davanti alla scomparsa di un uomo di cui mai conosceremo il nome, né la ragione della sua fuga, né dove sia finito, ma di cui, pagina dopo pagina, conosceremo le sue bassezze che a loro volta metteranno a nudo anche il mondo interiore della sua compagna e della sua amante, Silvia, e di suo fratello Mario, che lo cerca insieme a lei.

Una rete di relazioni fallite, di rancori taciuti, di ipocrisie mascherate. Tutti hanno un segreto da nascondere, tutti hanno una parte buia, una storia atroce che svela le nefandezze di una società dove ognuno vive per se stesso, mentendo ogni giorno.

La maestria di Pontiggia porta il lettore nella mente di ogni personaggio, e lo fa con pennellate sapienti, spesso con semplici dialoghi.

Nessun eccesso, niente melodramma. Ciò che succede, ciò che sono i personaggi di questa vicenda basta a far scattare il dramma in questa situazione assurda, eppure inquietante perché potrebbe accadere a chiunque, in qualsiasi momento.

Vi riporto alcuni estratti per darvi un assaggio di questo capolavoro.

Partiamo dall’incipit.

Attese altri quindici minuti sdraiata sul letto, lo sguardo al soffitto inclinato della mansarda, le mani sulla coperta, attenta a qualunque rumore salisse dalle scale. Poi cominciò ad avere paura.

Non era mai arrivato in ritardo.

Si alzò dal letto e si avvicinò a piedi nudi alla finestra. Sul marciapiede in basso camminavano uomini minuscoli. Alcuni attraversavano il viale, sparendo e riapparendo tra gli ippocastani. Di solito lui arrivava a piedi dal parcheggio. Il suo studio, al penultimo piano di un grattacielo, era ancora visibile a distanza, i vetri che luccicavano al tramonto, nella bruma rosata.

Scese di nuovo con lo sguardo in fondo al viale e improvvisamente lo scorse. Aveva alzato il giornale in cenno di saluto, anche se non poteva averla riconosciuta da tanto lontano.

Sospirò di sollievo, chiuse gli occhi. Non avrebbe recriminato sul ritardo e sarebbe stato un altro punto a suo favore. Nelle loro discussioni crediti e debiti venivano calcolati e aggiornati con accanimento maniacale. Ma quando riaprì gli occhi, si accorse con angoscia che non era lui. Era un uomo più anziano. Non capiva come fosse caduta in quell’abbaglio. Una donna lo aspettava vicino all’edicola e si alzò sulla punta dei piedi per abbracciarlo. Lei si sentì avvampare. Allora dischiuse i vetri e accostò il viso allo spiraglio.

Avete notato l’eleganza di questa scrittura, ma al tempo stesso quanto i termini utilizzati siano ordinari, e così la situazione, seppur drammatica?

Capiamo da subito che c’è qualcosa che non va: lui non è venuto. Ma chi è lui?

Lei lo aspetta in una mansarda, e ciò fa subito intuire una relazione clandestina. Dove siamo? Non ce lo dice. Ma c’è una grattacielo, dunque è una metropoli, e a giudicare dalla descrizione della strada si tratta di un quartiere dabbene. Inoltre lui lavora in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo, dunque si tratta di un uomo facoltoso. Ma la cosa più importante è che ci troviamo subito innanzi a una coppia agli sgoccioli, lui e lei si accusano a vicenda, sembra che quasi si sopportino anziché volersi.

In una pagina siamo già nella storia. In una pagina abbiamo capito subito chi è la donna, chi è l’uomo, senza aver dato loro nemmeno un nome.
La stessa bravura, Pontiggia, la impiega nei dialoghi, sempre puliti e capaci di svelare qualcosa dei personaggi, come in questo dialogo fra Mario, fratello dell’invisibile scomparso, e sua moglie.

«Ti ho fatto una domanda. Che cosa vuoi per cena questa sera?»

«Niente.» Posò le palme sul cristallo della scrivania, come se stesse per alzarsi. Invece rimase seduto. «Devo uscire, purtroppo.»

«Adesso?» Sua moglie lo fissò. «Mi hai detto che volevi lavorare.»

«Sì, hai ragione» mormorò. «Non riesco a dire di no, non capisco perché.»

«Chi ti ha telefonato?»

«Lo puoi immaginare.»

«La Silvia.»

E mentre lui annuiva con la sua mole nella stanza, avanzando fino alla scrivania:

«Possibile che ti debba sempre interpellare? Ma è l’amante tua o di tuo fratello?»

«Non lo so.»

«Come non lo so?»

Lui guardò la finestra spalancata, nell’aria che imbruniva:

«Non so perché mi telefoni. Credo attraversi un periodo di crisi.»

«E si rivolge alla persona giusta.»

«Che cosa vorresti dire?»

«Quello che ho detto. Fai solamente finta di non accorgertene.»

Si era stretta la vestaglia ai fianchi.

«Basta guardarti mentre ti aggiri per la casa» aggiunse. «Avevi in mente di scrivere un libro e non ti concentri. Sciupi il tempo come fosse senza limiti.»

E ancora:

Rimasero in silenzio. Lei cercava di controllare il respiro, che era diventato ansimante, lui guardava la finestra, aperta su una distesa d’antenne.

«Ma perché finisce sempre così quando parliamo?» riprese lei.

«Me lo chiedo anch’io. Anzi, non me lo chiedo più.»

Guardò l’orologio al polso, poi disse, a testa bassa:

«Ora devo uscire.»

«Ecco come risolvi tu i problemi.»

«Non li risolvo neanche restando.»

Questo dialogo è un vero capolavoro. Non solo vediamo nitidamente una coppia fallita e il modo in cui ognuno dei due affronta la vita, ma ci troviamo immersi in un dramma più grande: non c’è tempo, e nulla cambia.

Sono infatti questi due temi ricorrenti in La grande sera: il tempo andato e che non si può recuperare, e la vita congelata in un’immutabile resa.

È la vita non vissuta, la vita perduta che si evince in ogni personaggio, la vita da cui il personaggio senza nome è fuggito, mentre tutti gli altri sono rimasti lì, inchiodati, calcificati.

Ma in fondo ognuno di loro è in qualche modo scomparso. Sono corpi consumati che tirano avanti anziché vivere, uniti soltanto da una profonda incomunicabilità.

Quest’altro dialogo fra Mario e sua moglie, seguito da un dialogo fra loro figlio e la ragazza, spiega alla perfezione la loro solitudine.

Mario si avvicinò alla finestra e guardò in basso. Le case vicine emanavano una luce calda, fondendola con quella che saliva dagli altri quartieri. Tutta la città appariva come un braciere.

«È innamorato?» le chiese.

«Non l’hai capito? Solo tu puoi non accorgertene. Non fa che pensare a lei.»

Aggiunse:

«A me non è mai successa una cosa simile.»

Mario appoggiò la fronte contro il vetro.

«Ci sarà una ragione» disse.

«Però non mi piace che facciano l’amore in casa nostra» continuò lei. «Mi dà una specie di disgusto.»

«Volevo semplificare le cose.»

«E così le hai complicate a noi. È vero che siamo di un’altra generazione, ma noi in casa non l’abbiamo mai fatto.»

«Già» disse lui, pensieroso.

«Avevamo rispetto della casa. Ci incontravamo fuori. Te lo ricordi?»

«Sì, me lo ricordo.»

Staccò la fronte dal vetro.

«Io li invidio» mormorò.

Lei lo seguì con lo sguardo mentre ritornava a sedersi nella poltrona. Poi disse:

«Finirà anche la loro storia, non credi?»

«Forse» rispose Mario. «Ma almeno è cominciata.»

E due pagine più avanti, nella camera accanto:

Di nuovo si udì la voce di lei che diceva:

«Oh, basta con le tue apparenze!»

«La senti?» Cercò invano di sciogliersi dall’abbraccio. «Non posso più ascoltare questi commenti.»

«Ma che cosa ti importa?»

«È casa loro, capisci?» Curvò la testa sulle ginocchia. «Non hanno tutti i torti! Lo sai che non mi piace questa cosa.»

«Neanche a me. Finirà.»

«Quando?»

«Presto. Te lo prometto. Ma adesso non badare ai loro discorsi.» Le accarezzava la mano. «Sono di un’altra età, di un’altra generazione.»

«Taci un attimo» sussurrò lei.

«Non starai ancora a preoccuparti di quello che può pensare di noi.»

«Questo sono io» disse Andrea.

«Non l’hai capito?» Di nuovo la voce di lei, più acuta. «Solo tu puoi non accorgertene. Non fa che pensare a lei.»

«Questa sei tu.»

Lei era come assente.

«Perché non torni come prima?» Cercò di attirare verso di sé il suo mento chino. «Eravamo così felici. Che cosa ti importa di loro?»

«Non lo so» rispose lei, senza rialzare la testa. «Mi sembra che sciupino anche la nostra cosa.»

«Però non mi piace che facciano l’amore in casa nostra.»

Questa volta le parole erano state pronunciate in modo quasi nitido, quasi si rivolgessero a loro.

«Volevo semplificare le cose.»

Andrea la pregò:

«Non ascoltare!»

«No, basta» esclamò lei, sottraendosi all’abbraccio e scivolando dal letto. «Non riesco più a rimanere in casa tua.»

«Aspetta un attimo, ti prego!» La trattenne per un braccio.

Lei si voltò a guardarlo:

«Tu sei diverso da loro, vero? Noi non saremo mai così.»

«No, mai.»

Gli sedette vicino sul letto:

«Preferisco che la nostra storia finisca subito, piuttosto che finisca così.»

«Anch’io.»

La voce di suo padre era diventata sommessa:

«Forse, ma almeno è cominciata.»

«A volte mi fa pena» mormorò Andrea.

«Assomiglia a tuo zio?»

«No! È l’opposto. Perché me lo domandi?»

«Non lo so. Mi è venuto in mente così. Forse perché è scomparso.»

«Scomparso?» Andrea la guardò con uno stupore doloroso. «Perché usi questa parola?»

Il dramma di questa famiglia si mostra appieno in questi dialoghi in cui sono messe a confronto non solo due generazioni, non solo genitori e figlio, ma due coppie: una appena nata e l’altra ormai finita.

L’intreccio dei dialoghi non fa emergere solo le personalità dei quattro, ma svela le loro paure, le loro ferite.

Una moglie rassegnata e che non stima suo marito, e un marito consapevole di non aver vissuto la propria vita; e dall’altra parte una giovane coppia che teme di diventare come loro, innescando nel lettore una domanda drammatica: la vita è solo questo?

La vita che Mario non ha vissuto, e con lui sua moglie. La vita che Silvia ha sprecato ritrovandosi ora sola. La vita che il fratello di Mario sembra aver abbandonato. La vita che Andrea teme di dover vivere, desiderando quasi di scomparire come suo zio, e che vede con occhi rassegnati, come si legge in questo breve estratto in cui Pontiggia ci mostra tutta la sua raffinatezza:

L’odio che teneva avvinti i suoi genitori era un legame più tenace, e certamente più affidabile, di qualsiasi altro. Perché un predatore può lasciarsi sfuggire la sua vittima. Ma due predatori si dilaniano, in una presa atroce, fino all’estremo. Né scelgono la salvezza riservata alla intelligenza dei deboli, la fuga. Così si scarnificano finché morte non tanto li separi, ma come dice la formula sacramentale, quando finalmente li unisca.

Pensarli divisi era per lui ancora più difficile che pensarli uniti. E l’odio che ciascuno suscitava nell’altro dava un nome e una causa a quel sentimento, senza nome e senza causa, in cui probabilmente erano stati allevati: l’odio di se stessi.

Queste parole svelano il senso non solo dell’esistenza di Mario e di quella di sua moglie, ma di tutte le persone che troviamo in La grande sera, persone smarrite in un buio dove si cammina a tentoni, spesso anestetizzate da ogni tipo di sentimento, talmente rassegnate da provare appena a vivere, ma senza riuscirci.

Persino un nome non ha importanza in questo romanzo, né la città, che potrebbe essere qualsiasi luogo, perché ovunque, ieri come oggi, la vita di molti è simile a questo romanzo che, a mio dire, esprime l’incomunicabilità umana in modo persino più toccante del capolavoro di Moravia, Gli Indifferenti.

Che altro dire su Pontiggia e La Grande sera?

Penso che la sola cosa da dire sia: leggetelo!

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