La grandezza della lingua italiana

Sembra che nella narrativa contemporanea stia sparendo sempre di più la bellezza della lingua italiana, la sua complessità fatta di architetture verbali, meravigliosi aggettivi e avverbi.

Per un po’, soprattutto grazie a pessime traduzioni di autori statunitensi, gli autori italiani sono stati lapidati per un eccessivo utilizzo di aggettivi e avverbi, quasi essi fossero da debellare dalla lingua italiana.

È vero, verissimo, che spesso scrittori inesperti utilizzano molti aggettivi per affascinare e compensare una carenza di azione narrativa, ma è da condannare un simile utilizzo, non certo il corretto uso di componenti indispensabili della nostra lingua.

Fortunatamente questo fenomeno sta sfumando, anche se negli ultimi anni si parla tanto di un termine anglosassone: Show, don’t tell: “Mostra, non raccontare”, preso alla lettera da scrittori inesperti, così come il fatto che sia sbagliato utilizzare aggettivi e avverbi: tutto ciò a discapito della poetica narrativa, particolarmente ricca nella letteratura italiana.

Quando sento dibattere sull’utilizzo dello Show, don’t tell, mi sembra di assistere a persone che si stupiscono nel vedere una pentola d’acqua calda: primitivi che si sbalordiscono nel vedere il fuoco.

Il concetto di mostrare anziché dire esiste da sempre, dai tempi del narratore onnisciente. Le azioni di Don Chisciotte noi le vediamo in atto, le viviamo con lui; così come la decaduta di Fantine nel capolavoro di Hugo, I Miserabili, o la meravigliosa entrata in scena della piccola Cosette che va a prendere l’acqua al fiume, di notte e in pieno inverno.

Da sempre gli scrittori di narrativa sanno che raccontare una storia significa mostrare, ma questo non preclude il narrare: ci sono cose da mostrare e cose da narrare, e spesso nella narrazione si eleva la voce poetica di un autore, mentre nel mostrare una scena si esalta l’azione drammaturgica.

Un romanzo, o anche un racconto, è composto in prevalenza da sommari e scene, è ridicolo pensare un testo fatto di sola azione scenica, sarebbe una sceneggiatura, non un testo di narrativa. Infatti, il termine Show, don’t tell è una vera bibbia per gli sceneggiatori, ed è giusto che sia così, perché il linguaggio cinematografico è tutto composto da immagini; mentre il linguaggio narrativo ha come compito l’usare pienamente le parole scritte, la lingua del narratore, il suo complesso mondo interiore.

In Italia, autori come Calvino o Pontiggia sono stati dei veri cultori della lingua italiana. I loro scritti sono pieni di azioni vissute, ciononostante la loro narrativa trova compimento nell’utilizzo magistrale della lingua italiana: utilizzo impossibile senza giocare con verbi, avverbi e aggettivi, o mostrando solamente le azioni, come impone lo Show, don’t tell.

Esempio magistrale e altissimo dell’utilizzo della nostra lingua lo troviamo in Arnaldo Colasanti.

Importantissimo e storico redattore, critico d’arte raffinato, professore di lettere e filosofia, fra tanti altri meriti Arnaldo ha quello di essere un poeta elegante e uno degli scrittori italiani viventi più bravi. Dai suoi scritti traspare tutta la cultura di cui è intrinseca la sua persona; un linguaggio che ad altri potrebbe sembrare di altri tempi, accademico, ma che è in realtà il corretto utilizzo della nostra lingua in tutte le sue sfumature, fino a elevarla in pura lirica. È la nostra lingua, in lui ritrovata e per noi spesso persa; una lingua che oggi è deformata con termini popolani utilizzati anche in contesti universitari, approvazione di parole che non trovano origine nella nostra lingua, la scarnificazione della parola scritta in cui dovrebbero intrecciarsi verbi, similitudini, aggettivi, avverbi e tutto ciò che rende meravigliosa la nostra lingua.

Arnaldo Colasanti quando scrive fa tutto questo. Uomo raffinato e dotto professore che ho avuto l’onore di conoscere di persona, nella pagina scritta incide non solo tutta la sua cultura, ma l’amore per la letteratura, per l’arte, per le radici della nostra lingua.

Il libro che voglio proporvi oggi è La prima notte solo con te, edito da Mondadori nel 2010, libro totalmente autobiografico in cui un professore, appunto Arnaldo, decide una notte di scrivere alla sua piccola bambina, Miranda, che dorme nella stanza accanto. Le parla della propria vita, delle gioie e dei dolori, dei propri sogni e delle proprie paure. Le racconta degli amici letterati conosciuti, delle poesie recitate in auto con un amico, della perdita di tanti amici e, appunto, del cambiamento sociale e culturale del nostro paese.

In queste lettere a sua figlia, Arnaldo si racconta e ci racconta un’Italia ormai quasi sparita, fatta di letteratura e arte, ma anche di viaggi in un misero regionale in cui lui si trova a recitare Pascoli a una folla di barboni incantanti. La prima notte solo con te racchiude il senso della paternità, l’amore per una figlia, i sogni e le delusioni di uno scrittore: il senso stesso della scrittura, dell’arte e della letteratura.

Struggente per i contenuti e incantevole per la forma, questo libro mescola la narrativa alla poesia, recuperando, appunto, gli albori della nostra lingua, l’iperbole della lingua che diviene estasi musicale.

Ma come per ogni articolo, preferisco che sia la voce dell’autore a parlarvi, non certo la mia. In questo estratto ci troviamo innanzi a uno dei temi maggiormente affrontati nel libro, proprio come l’amore, la speranza e la bellezza: la morte.

Ti leggevo negli occhi e tu guardavi altrove. Le parole ti lodavano, il discorso appassionato del professore ti portava lontano: io scorgevo quei ragazzi, sempre così distratti e annoiati, seguire adesso con la bocca semiaperta il riassunto di un’esistenza trascorsa in mezzo ai libri.

Eri bello da lontano, Enzo. Sempre elegante e sobrio. Non sembravi nemmeno stanco. La festa, per te, non sarebbe stata lunga, c’era la dialisi, dovevi tornare a casa. Ma bastava. In fondo era tutto lì. Valevano in sovrabbondanza le parole precise del professore e poi le tue che, fra poco, avresti dovuto pronunciare nell’unica lezione che mai hai tenuto dentro un’aula universitaria.

Eri felice da lontano. Stavo accanto a Catherine che era commossa. Non vedevo, però, Flaminia, né tua sorella, né Lorenzo o gli altri amici, certo in prima fila, contenti e fieri di essere lì. Andrea citava romanzi e mondi e riviste e parlava di esistenza, di scrittori amici. La letteratura, in quell’università, era una cosa dei vivi; non deludeva la gioia di nessuno. Io intanto fissavo la ragazza con la camicetta rossa e i seni piccoli o il ragazzo con la chioma rabbrividita come erba secca al mattino. Li vedevo attenti, li sentivo presi da tutto ciò che amo nella vita. Riconobbi i miei, Melania e Claudio, un po’ di scorcio Ilaria e poi Andrea e Paolo, forse pure Tiziana, Alessandro e quell’altro che non conosco ma che ho visto cento volte a lezione, sempre sincero e silenzioso – ora tutti lì, insieme, per onorare un mio amico, uno scrittore che non ha più tempo.

La situazione è ben chiara pur da un semplice estratto: uno scrittore, amico del protagonista, è in punto di morte perché malato e tiene la sua prima e ultima lezione in un’aula universitaria.

Cosa rende drammatica la scena? La lingua! La musicalità della lingua.

Si avverte come un crescente del dolore in un contesto del tutto ordinario, le parole si tramutano in musica, un’azione narrativa si esprime in poesia terminando con una stoccata meravigliosa: Uno scrittore che non ha più tempo.

Niente sentimentalismo, nessun dramma eclatante, ma la bellezza della lingua che ci narra un evento tragico, ineluttabile.

Perché ci dicevi che nel romanzo incompiuto italiano si narrava una narrazione incompiuta, ferita e lacerata. Perché spiegavi ai professori e agli studenti che la letteratura è uno strumento fragile che soffre della sofferenza del mondo, e che la patria è solo di chi l’ama e la lingua e lo studio restano tutto il senso di un’esistenza vissuta e dignitosa. Quanta distanza tra l’italiano stentato e contorto di Alfieri con il tuo parlare chiaro e lineare. Eppure che prossimità vicinissima fra quell’esule e il nostro esilio di italiani delusi e umiliati, come questi ragazzi che osservano una vita da invidiare ma forse irripetibile, per loro gettati presto nei call-center, nelle frustrazioni, dentro la macchina sconfortante del tempo d’oggi.

Credo che queste centodiciotto parole, questi seicento ventinove caratteri da soli bastino a fare di questo libro un capolavoro.

L’accrescere delle sensazioni con l’esaltazione della lingua fa sentire tutto il peso di un tempo andato, ricordato con nostalgia, ma accomunato dalla grandezza della letteratura e dai sogni dell’essere umano.

Questa mezza pagina, nelle mani di un editor improvvisato, come purtroppo sorgono sempre di più, sarebbe devastata per un accostarsi feroce di frasi simili, concetti esaltati e aggettivi: sarebbe divelta la bellezza nel goffo tentativo di celebrare in modo maniacale delle regole (inventate da chi?), e così si distruggerebbe un capolavoro di lingua, il puro coronamento della nostra lingua usata in modo sapiente, maturo e poetico.

Inoltre in questa grazia linguistica si scorge in modo nitido l’amore nutrito da Colasanti per la letteratura, argomento chiave nel libro, così come il desiderio di un papà di inculcare nella figlia l’amore per il bello.

Quando si incontrano certi libri nella vita, la vita cambia. Ci si arrende. E forse qualcosa di noi sembra finire. I sogni dei giorni (le illusioni, le parole che ci riempiono la bocca) svelano la loro mediocrità, pizzicano sugli occhi come polvere: e allora non viene più voglia di leggere, Philippe e Alice tornarono dalle vacanze di Natale. Parigi era tutta bianca: nell’ineluttabile chiarore della neve l’esistenza si faceva dolce. Pauline ha tre anni. Domani, sarebbe tornata a scuola. Ogni mattina coi vestiti caldi e la giacca a vento (quella azzurra a fiori rossi) avrebbe dovuto attraversare il cortile e salire i pochi gradini. La carezza di papà e, prima, il bacio più lungo della mamma: poi in fretta nelle aule colorate e ingombre degli asili, dove si impara tutti insieme a smarrirsi nella vita. Sarebbe stato tutto semplice, così come accade nella vita. Ma una piccola stonatura (un pianto notturno, il doloretto al braccio), poi le visite pediatriche, quelle noiose di routine, e, all’improvviso, innominabile la vista del traguardo.

Scattò un orologio; il tempo si impigliò nella forza di gravità del dolore. Osteosarcoma, un tumore deflagrante: il fiore apicale che impazzisce dentro il corpicino bianco della vita.

Ecco, così si entra nell’inferno, e Philippe inizia a scrivere. Scrive per sé, per Alice, per sua figlia Pauline. Annota le scintigrafie, i gas tossici chemioterapici, la cattiveria invocata dei farmaci, e il lenzuolo indifferente dei letti dei malati – il parcheggio vuoto di notte sotto l’ospedale che geme nelle luci azzurrine, mentre i capelli cadono sul cuscino a ciocche e si arrendono al tempo che non c’è più. Un padre riesce a diventare un padre. Papà parla delle favole e dei giochi che il papà gioca con la bambina. Philippe racconta di Peter Pan, di Winnie the Pooh, di Nicolas e di Pimprenelle. E poi narra la favola di sempre, quella che ognuno di noi, come fosse per la prima volta da quando è nato il mondo, ha raccontato di sera cambiando appena una virgola: la storia sognata di un coniglietto di peluche senza nome, consumato dalle carezze e dalla solitudine, la fiaba dell’animaletto di pezza che entrerà nell’oblio insieme al corpicino di Pauline, la bambina che deve morire.

In questo struggente estratto, invece, troviamo la conferma di quanto sia ridicolo anche solo pensare che alla letteratura debba essere applicata in modo ferreo la legge dello Show, don’t tell, sacrosanta invece per la sceneggiatura. In questo raffinato testo vediamo chiaramente la scena: la sofferenza della bambina, l’agonia del padre, il dolore straziante avvertito da Arnaldo nel solo pensare che un simile destino possa sfiorare sua figlia; eppure non è Show, don’t tell, e se lo fosse stato non ci avrebbe massacrato altrettanto, perché, ancora una volta, è la lingua letteraria a fare la differenza.

La passione, la sofferenza, la speranza di uno scrittore che si riversa sulle pagine con forza, con tutta la potenza dell’amore per la letteratura: una vita dedicata alla nostra meravigliosa lingua, oggi abusata, stuprata, spesso sostituita con bozze di un linguaggio che non ci appartiene. Il testamento di uno scrittore e padre lasciato alla propria bambina, Miranda, in cui troviamo le tracce di un’Italia di letterati e di un’umanità che si aggrappa alle proprie origini: tracce di una bellezza che Arnaldo, con la propria vita da intellettuale e artista, cerca di lasciare a sua figlia.

E la ritrovo, ritorno in me. Miranda corre con un po’ di vento tra le treccine bionde e gioca a nascondino. Ecco, un uomo guarda gli occhi della propria figlia, tende le mani per prenderla mentre lei ride e si getta dallo scivolo. Un altro, invece, è separato da un po’ di tela cerata, le sue gambe sfiorano ma non toccano la piccola schiena febbricitante e sua figlia non la vede più, caduta nel sudario del passeggino. Quell’uomo forse la sente anche se non si parlano. L’aria distante dove sono, in fondo alle panchine, adesso pare acqua che svapora oppure un liquido già nero e ocra, la liquirizia che blocca l’alito e il respiro, l’amore di un padre per una figlia che deve morire.

Immagino quanto lui speri che dorma ma lei geme. No, non fa capricci: “Vedrai, papà, ce la farò ancora. Non voglio andare a dormire, raccontami del mercante di sabbia e dei sette corvi scesi dal cielo per diventare i sette uccelli bianchi del giardino del re. Ancora un po’ papà e poi ce ne andremo: questo parco non sarà più niente.” Ce ne andremo, un giorno; saremo cacciati dal rosso della sera quando i cancelli proteggono le giostre e l’altalena, quando il castello rimarrà un sogno di altri bambini, il bastimento arenato di altre veglie, di altre grida, di gioie inesaurite. Ormai, davanti a noi, non c’è che il rumore dei graffi sulla ghiaia e il cuoio dei cammini spezzati, la polvere che imbianca le palpebre. Il bianco, ricorda, è il termine della luce.

Credo sia inutile dire altro sulla potenza poetica di questo testo, si commenta da sé. Ogni altro epiteto per definire questo meraviglioso libro non gli renderebbe giustizia, esso è pura prova di quanto possa essere immensa la narrativa italiana quando la lingua viene usata con pienezza e si fonde alla sincerità poetica di un autore.

Voglio terminare con un ultimo estratto, sperando che tutti possiate presto leggere questo meraviglioso libro.

Vorrei vederti da vecchia, Miranda, perché quel giorno non avrò più apprensione, non mi sentirò tuo padre ma tuo figlio. La vecchiaia sarà come la purezza di Dio. Come una colomba che si è dissolta nelle acque celesti di un paesaggio lontano; come il mondo che è una mobilità astratta, il torcersi delle pieghe fin dentro a uno sguardo che vacilla e osserva senza tremore; così la tua vecchiaia, un giorno, sarà la fine delle possibilità, l’inizio della verità vista all’inizio del tempo, quando vivere era solo nascere.

Non ci sarò quel giorno, ma tu ricorderai un padre, complesso, paziente, felice per tutti i tuoi sorrisi: una creatura smarrita nei tuoi lunghi sogni.

Grazie ad Arnaldo Colasanti per averci regalato questo stupendo libro.

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