Critici letterari e cinematografici da bar

Il tempo dà sempre più ragione al pensiero di Eco riguardo ai social-network, e neppure si ha l’umiltà e l’onestà intellettuale di riconoscerlo. L’opinione personale è un bene ed è un diritto, ma la critica comporta una responsabilità, un diritto fondato su anni di studi.

Non basta avere una lingua per insegnare, tanto meno una connessione internet o uno smartphone.

Ne ho udite e lette di castronerie riguardo all’ultimo film di Nolan, discorsi fondati solo sull’uso smodato di aggettivi e del tutto assenti da un pensiero critico analitico. Dovremmo anzitutto partire dal presupposto che se sentenzio sul valore di un’opera io conosca almeno la differenza tra adattamento e trasposizione cinematografica.

In sintesi, l’adattamento è una vera e propria traduzione di linguaggio, spesso profonda e invasiva. Si ha la piena libertà di reinterpretare il testo e variarne le dinamiche a seconda della visione del regista. Diversamente, la trasposizione prevede una aderenza letterale più rigida: lascia intatta la struttura narrativa, in quanto lo scopo non è riportare una visione, bensì un’opera letteraria esposta con il linguaggio cinematografico.

La finalità è sempre e solo una: creare qualcosa di bello. E che piaccia o no, in ambito artistico la bellezza ha dei canoni riconoscibili a livello inconscio.

Esisto libri belli e libri brutti; esistono film belli e film brutti.

Birdy, di William Wharton, è un libro orrendo: sembra scritto da uno sceneggiatore; eppure la storia è meravigliosa. Una storia che mostra appieno il proprio potenziale grazie alla trasposizione cinematografica di Alan Parker, molto fedele al libro. Il contrario accade con Denti, film di Grabiele Salvatores, trasposizione dell’omonimo romanzo di Domenico Starnone. Qui il lavoro di traduzione cinematografico non riesce a comparare il linguaggio letterario di Starnone e questo accade per un solo motivo: la potenza del romanzo dimora nella voce autoriale di Starnone, non nella trama. Ma questo non è certo un limite, una giustificazione al fallimento, e lo dimostra la trasposizione cinematografica del romanzo Il fidanzamento del signor Hire di Georges Simenon, eseguita dal regista Patrice Leconte con la pellicola L’insolito caso di mr. Hire in cui l’atmosfera riporta all’istante alla voce autoriale di Simenon.

Lo stesso accade con gli adattamenti, solo che qui i criteri di paragone con l’opera letteraria sono diversi e coinvolgono per lo più l’estetica o la capacità di adattare le tematiche dell’opera al contesto attuale. Potremmo citare la nota trilogia dell’anello scritta da Tolkien e portata sul grande schermo dal regista Peter Jackson. Chi ha letto i libri sa bene quanto gli eventi e persino i personaggi presenti nella pellicola si dissocino molto dall’opera letteraria, eppure i film sono epici a livello estetico e di contenuto, hanno rimodellato l’universo tolkeniano secondo la visione di Jackson, offrendo agli spettatori un’opera capace di risvegliare sentimenti archetipici quali coraggio, sacrificio, amore, paura del fallimento e tanto altro. E come non menzionare il film visionario della regista Julie Taymor, Titus, adattamento del Tito Andronico, opera di William Shakespeare. Attestare che il lavoro di riscrittura sia stato invasivo sarebbe poco, l’opera di partenza è sgretolata dall’immaginario della regista è ricomposta sul grande schermo in modo altrettanto potente, lasciando integri i sentimenti e i conflitti dei personaggi. Al contrario, questo processo di mutazione risulta fallimentare in casi come quello di Romeo + Giulietta del regista Baz Luhrmann, adattamento della tragedia Romeo e Giulietta scritta da Shakespeare che, sebbene originale nell’intento, fallisce in fatto di estetica, regalando allo spettatore una storiella scialba e priva della potenza del conflitto presente nell’opera di partenza: l’amore che viene schiacciato dall’odio umano capace di arrivare alla più stupida cecità. Nell’opera di Luhrmann questo aspetto è del tutto marginale e ciò rende banale la sua visione, seppure ricca di un potenziale creativo, quale ambientare la storia dei due giovani innamorati in un a Venice scossa dalla faida tra due clan criminali: idea buona realizzata in modo pessimo e vuoto.

E questo ci porta al film Odissea di Christopher Nolan, un chiaro adattamento cinematografico, non una trasposizione, del poema epico attribuito a Omero; poema epico, non romanzo o racconto, e già questo dovrebbe farci porre un interrogativo: che sia un adattamento o una trasposizione, come si traduce un poema epico nel linguaggio cinematografico?

Questa dovrebbe essere la prima domanda da porsi, almeno se intendiamo eseguire una critica onesta e non una mera chiacchierata da bar: che va pure bene, ma non ha il valore di una critica analitica, dunque lascia il tempo che trova e spesso risulta persino infantile e sciocca, se non addirittura presuntuosa.

Se la struttura del romanzo o del racconto ha comunque uno schema in comune con quella di un lungometraggio o di un cortometraggio, tramandata dalla poetica di Aristotele fino a giorni nostri, il poema epico prevede delle regole molto rigide: il protagonista è sempre un eroe, il tema del ritorno a casa è fondamentale, così come quello delle origini famigliari e del senso di comunità; la presenza delle divinità è cornice e al tempo stesso cuore dell’opera, in quanto implica il rapporto tra il finito e l’infinito, l’umano e il divino, la libertà di scelta e il condizionamento degli eventi. Sono tutti argomenti che, nel tempo, hanno avuto sempre meno a che fare con l’essere umano e la società in cui vive. Già con l’avvento del romanzo moderno, ovvero con il Don Chisciotte di Cervantes, è chiaro che l’eroe non è più perfetto e virtuoso, né è chiamato a ricongiungersi con il proprio popolo o salvare la comunità a cui appartiene; persino la presenza di un qualsiasi dio appare qualcosa di talmente lontano e astratto che coinvolge l’uomo solo in un effimero e unilaterale rapporto fatto di preghiere.

Il mito non esiste più.

Dunque, in un contesto simile, creare una trasposizione cinematografica significherebbe realizzare un’opera che oggi non ha più nulla da dirci: niente capace di pizzicare le corde di una memoria archetipa celate nel nostro inconscio.

La sola strada è un adattamento. Dare vita a qualcosa di nuovo a partire proprio da quelle figure archetipe che, magari, hanno ispirato la visione di un regista.

In un terreno del genere è inutile e anche stupido fare paragoni tra il poema epico e il film. Lo si può fare, certo, ma a livello di critica letteraria o cinematografica non dona nulla, di conseguenza resta una chiacchierata da bar. Al contrario, potrebbe risultare interessante analizzare il valore del film a partire dalla probabile visione del regista, sorta nel trovarsi al cospetto del poema epico.

Il film si basa tutto sul ritorno a casa di Ulisse, il protagonista, re di Itaca ed eroe della guerra di Troia. E fin qui potremmo legittimamente dire: sticazzi! Lo sanno pure i bambini chi è Ulisse.

Certo che lo sanno, e potremmo rispondere chiedendo loro quale sia la dote più celebre del re di Itaca. La furbizia, risponderebbero subito. Anche questo lo sanno tutti. Nel poema epico Ulisse è mostrato come il più scaltro degli eroi, un uomo cui astuzia conduce alla rovina Troia.

Ma guardando l’Ulisse rivisto dall’immaginario di Nolan, ci sembra forse di trovarci di fronte al più scaltro tra gli uomini?

Ulisse ci viene mostrato da subito come un uomo triste, combattuto interiormente e provato dal dolore causato non solo dalla morte dei propri amici, ma dalla devastazione da cui è circondato e di cui è artefice. Il gesto astuto di Ulisse che ha portato alla caduta di Troia non viene visto dal suo stesso artefice come un atto di coraggio e di grande furbizia che ha dato la vittoria al suo esercito, quanto una decisione responsabile della morte di migliaia di uomini. E anche nel suo voler tornare a casa non c’è nulla di eroico. Ulisse non si sente un eroe, un conquistatore da celebrare: è solo un uomo stanco e triste che desidera tornare a casa; non al regno o alla comunità, semplicemente a casa, dalla propria famiglia.

Questo ribalta da subito tutto il senso del grande poema epico che, oggigiorno, al di là del suo inestimabile valore letterario, rappresenta una figura di essere umano vicino a noi solo nelle piccole sfumature. E sono proprio quelle sfumature che Nolan coglie: la fragilità di Ulisse che, benché sia l’eroe della guerra di Troia, ha come unico scopo tornare a casa e non ci riesce.

Nel poema epico sappiamo bene cosa succede: Poseidone si incazza perché Ulisse ha ucciso Polifemo e intralcia il suo viaggio; un aspetto che nel film, invece, non è palesato né scontato. Ulisse uccide sì Polifemo, ma sono i suoi amici ad attestare che questo causerà l’ira di Polifemo. Diversamente dal poema epico ciò non viene esposto come una certezza, ma una supposizione: un aspetto che cambia il punto di vista sul rapporto tra esseri umani e divinità rispetto a quello presente nel testo originale.

Il tema non è più riconoscere il volere degli dei e lodarli per auspicarsi fortuna e gloria, quanto se la loro natura sia realmente giusta. Ma c’è molto di più. Perché abbiamo detto che la possibile minaccia della collera di Poseidone non è un evento certo, ma una supposizione dei compagni di Ulisse.

Da qui, la grande domanda che all’epoca aveva una risposta scontata: esiste davvero un Dio?  

Ovviamente ai tempi di Omero la risposta era sì. Ma oggi?

Il punto non è solo se Poseidone sia nel giusto o meno a dare loro la caccia, ma se questo sia reale o tutto si riconduca a eventi naturali.

Durante il viaggio la fede di Ulisse è messa a dura prova, ma, a differenza del poema epico, lui non sembra per nulla interessato a interpretare la volontà degli dei e riconciliarsi con loro. Anzi, sembra interrogarsi sulla loro natura, un aspetto blasfemo ai tempi di Omero ma il solo accettabile in un tempo in cui persino la natura spirituale dell’essere umano è messa in discussione, figuriamoci un popolo di divinità che se ne sta bellamente su un monte. Infatti, questa tematica è trattata allo stesso modo in altri adattamenti di poemi epici, tipo da Achille nel film Troy di Wolfgang Petersen quando più volte attesta che le divinità se ne fregano degli esseri umani, esponendo in modo traviato un concetto presente nel libro XXIV dell’Iliade, versi 525-526. Ma chissà perché nessuno si è scaldato tanto in questo caso: forse perché Brad Pitt era un figo della Madonna nei panni di Achille, o perché l’Iliade vi sta meno simpatica dell’Odissea. Non importa. La cosa che conta è che il rapporto tra esseri umani e divinità su cui si fondano la maggior parte dei poemi epici, nei nostri giorni non può essere trattato con le domande, i conflitti e le relazioni di allora, almeno senza suscitare noia o persino ilarità. Ed ecco che Ulisse si avvicina a noi, tormentato dai nostri stessi dubbi riguardo la vita, in cerca di un senso al proprio cammino e dovendo accettare le responsabilità che ne conseguono: come quella di condurre alla morte i propri amici o aver abbandonato la famiglia solo per una guerra.

Riguardo la morte, poi, anche quella non poteva essere trattata alla stessa maniera del tempo in cui è sorto il poema epico di Omero. La morte rappresenta l’ignoto, nessuno al mondo conosce cosa succede davvero quando si muore. Ai tempi di Omero era chiaro e logico, una realtà accettata e divenuta ordinaria. Oggi no.

In questo caso, qual è la vera visione della morte avuta da Nolan?

Agamennone.

Agamennone e la tanto discussa armatura.

Quando vediamo Agamennone fare il suo ingresso a Troia, da vincitore, quell’armatura ne esalta la potenza. Non appare neppure un essere umano, bensì una divinità gloriosa, irraggiungibile a ogni essere umano.

Quell’armatura incute paura, rispetto e sottomissione.

Lo ritrovavamo investito della stessa armatura nell’Ade, da morto. Ma qui quella corazza non gli conferisce più un potere terrificate, lo rende cupo, triste, un uomo rinchiuso in una oscurità indissolubile.

La visione di Nolan è chiarissima e per realizzarla doveva esaltare ciò che il re di Micene aveva rincorso con tutto stesso: la grandezza!

Una patetica illusione al cospetto della morte. Il potere di Agamennone non è stato soltanto incapace di salvarlo dalla morte, ma adesso gli sta addosso come un monito eterno lì a ricordargli quanto fosse patetico ed effimera la sua vanità.

Insomma, non c’è da dilungarsi ulteriormente per dire che paragonare il poema epico all’adattamento cinematografico di Nolan è segno di stupidità e ignoranza riguardo l’argomento. Se già l’adattamento cinematografico di un romanzo o di un racconto va analizzato usando dei criteri specifici che non comportino il paragone tra l’opera letteraria e quella cinematografica, in quanto non si tratta di una trasposizione, ancor più questo dovrebbe accadere quando si tenta adattare al linguaggio cinematografico del ventunesimo secolo un genere quale il poema epico, antico di migliaia di anni e che rispetta dei canoni imposti dalla società e dalla cultura dell’epoca.
Ma in fondo, come disse Umberto Eco: I social media hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli” che prima parlavano solo al bar dopo qualche bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, mentre ora hanno lo stesso spazio di un Premio Nobel.

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