un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

Cosa sappiamo della letteratura algerina? Come immaginiamo la letteratura algerina?

Se ogni scrittore degno di questo nome, qualsiasi sia il suo genere, scrive sempre a partire da se stesso, dal proprio quotidiano, cosa significa essere uno scrittore algerino oggi?

Una risposta concreta la troviamo nella scrittura della bravissima Assia Djebar, pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène, scrittrice, poetessa, saggista, regista e sceneggiatrice algerina nata nel 1936 a Cherchell e morta a Parigi nel 2015, un nome purtroppo sconosciuto a molti qui in Italia, nonostante sia a oggi considerata una delle più capaci scrittrici nordafricane e prima autrice del Maghreb a essere stata accettata all’Académie française.

La scrittura della Djebar, cruda, spietata ma incredibilmente raffinata, contraddice qualsiasi cliché riguardo gli scrittori algerini e, inoltre, mostra un punto di vista femminile molto diverso da quello a cui siamo abituati noi occidentali, soprattutto qui in Italia.

I suoi scritti sono carichi di accuse sociali e politiche, ma al tempo stesso ricchi di elementi evocativi prettamente femminili quali la comunione fra donne di diverse generazioni, la famiglia vista come comunità e la donna al centro di essa, ma al tempo stesso la loro impossibilità di raggiungere l’emancipazione all’interno del conflitto per l’indipendenza algerina. Dalle sue pagine traspare un’Africa moderna e parallelamente antica; una terra fatta di rivoluzioni, di paura, ma anche di tradizioni che grazie a lei diventano sensoriali, visibili, tangibili, persino respirabili; l’importanza appunto delle tradizioni in una terra colonizzata in cui persino la lingua è usurpata.

Scrittrice forte, rivoluzionaria ma al contempo capace di una sensibilità talmente matura da essere in grado di rendere evocativa ogni frase. Persino le singole parole hanno un peso nella scrittura di Assia Djebar, lei che ha vissuto sulla propria pelle la privazione della lingua araba e l’imposizione del francese, una lingua prima imposta e poi da lei, nel tempo, accettata, senza mai rinnegare le sue origini, al punto da dedicare alla suddetta questione un libro: La disparition del la langue française, pubblicato nel 2001.  

Autrice di 17 libri fra romanzi e racconti, la sua scrittura è arrivata a noi nel 1988 con il libro Donne d’Algeri nei loro appartamenti (Femmes d’Alger dans leur appartement), edito da Giunti, opera in cui trovano vita le vicende delle donne algerine dalla fine dell’ottocento ai tempi nostri, tema caro alla scrittrice e ripreso ampiamente nel libro Nel cuore della notte algerina (Oran, langue morte), pubblicato in Italia nel 1998 sempre da Giunti.

Voglio usare proprio questo capolavoro della letteratura contemporanea per mostrarvi la potenza e la raffinatezza di questa meravigliosa scrittrice, sette racconti in cui Assia Djebar narra storie di donne che continuano a resistere senza abbandonare le proprie origini, la propria dignità, il loro essere donne. Un affresco non solo di una terra, non solo di una cultura, ma del vivere una terra e una cultura da donna.

A Orano, si dimentica. Oblio su oblio. Città lavata; memoria sbiancata. Dopo l’indipendenza, dieci anni: per lunghi anni il cuore è rimasto abbandonato – solo qualche ufficio, la sede di tre o quattro società statali.

Certo, alla fine, l’ondata dei commercianti cabili e quella dei benestanti di Tlemcen è rifluita sino a qui. I due gruppi sono entrati in concorrenza e in pochi mesi si è recuperato il tempo perso. Il vuoto si è popolato, sovrappopolato, ingombrato!

Prima, per tutti gli anni Sessanta, Orano si è tenuta il suo cuore devastato. Le facciate tatuate di nostalgia, velate di malinconia. Negozi con serrande a pezzi; stabili d’inizio secolo con balconi eleganti, ma chiusi e spenti per piani interi; strade lunghe e strette, spoglie delle grida dei bambini e dei richiami delle loro madri. Nemmeno un mendicante, foss’anche cieco, si sarebbe azzardato a venire dal quartiere di al – Hamri fino a qui!

Una veloce ma spietata descrizione della terra e del tempo che Assia Djebar ci mostra con una scrittura precisa in ogni sua singola parola: parole che mutano superando il senso stesso della metafora, donando in poco, come solo la poesia sa fare, immagini nitide ed evocative per mostrarci la sua terra e il suo viverla da donna.

Quella notte, tre donne avviluppate nei loro hayk bianchi, e un nipote di diciassette anni come guida, camminarono fino al cimitero di al – Alia.

Io non dormii. Li avevo sentiti uscire, tutti e quattro. Rimasi accoccolata fra le lenzuola sino all’alba, con la testa fra le ginocchia.

Quando tornò, mia zia mi prese in braccio, mi svestì, mi mise addosso una camicia da notte. Io mi abbandonavo a lei come una bambola di pezza. E lei gemeva, credendo che io non la sentissi: «Bismillăh!».

Poi con le mani – mi ricordo – un po’ fredde, mi accarezzò tutto il corpo, a lungo, come massaggiandomi: dalle spalle, passando per le anche fino alle ginocchia. «Bismillăh!», ripeteva, e poi «Bismillăh al – Rahmăn al – Rahǐm!».

Mi sono lasciata fare. Mi volevo morta. Addormentata o morta, come mia madre. «Maman!» La chiamavo così, alla francese: lei che dai francesi, ora, era stata uccisa.

Un brano come questo spacca il cuore, non si può dire altro. Lo sguardo calmo ma pregno di sofferenza di questa bambina, un dolore incomunicabile ma mai melenso, la cruda atrocità non solo della morte, ma della perdita, e tutto visto con gli occhi di una ragazzina algerina che in ogni gesto ci mostra una terra, una cultura, tradizioni antiche ma ancora attuali nel cuore di un popolo usurpato, ucciso come la madre che lei ancora chiama.

«Siamo entrate dalla porta in alto. La notte era chiara, la luna al terzo quarto. Una luce pallida si stendeva ovunque, ma l’aria era umida. A piccoli gruppi arrivavano altre donne come noi; bisbigliavano, a volte piangevano. E cercavano le tombe.

«Subito mi colpirono quattro o cinque ragazzi a braccia nude che scavavano un po’ dappertutto nel fianco della collina. Erano strani quegli uomini che si sfiancavano come in pieno giorno! Qua e là, vicino a loro, era posata una candela dalla luce tremolante: lavoravano in fretta, sfruttando soprattutto la luce diffusa della luna quasi piena. Ma subito dopo, quel che udii mi gelò il sangue:

«“Preparano le tombe senza sapere quante!”, disse abbastanza forte una sconosciuta, una vecchia che se ne stava accovacciata, con i lineamenti duri e gli occhi anneriti dal khol. “Ce ne saranno tanti da seppellire, questa notte: come la scorsa e come la prossima! Ascoltate, sorelle” e la sua voce rauca si lacerò, “queste fosse che scavano, per quante siano, non saranno mai troppe! Serviranno, vedrete”.

Scrittrice rivoluzionaria, Assia Djebar ci mostra senza cadere nel melodramma la tragedia di un popolo e al contempo la dignità che perdura anche nella più cupa rassegnazione, la volontà di mantenere con i denti le tradizioni, la comunità di donne che diventa famiglia, donne che si riuniscono e si sostengono in silenzio, nelle retrovie, eppure mostrando fra loro intelligenza, saggezza, amore, quasi fossero il vero scheletro di un tempo che le vorrebbe solo come spettatrici dinnanzi la devastazione della loro terra e il tentato stupro della loro identità. Perché questo libro racconta proprio il viaggio in un’identità ben precisa, quella di essere donne e di essere donne algerine; è un continuo viaggio nella memoria, come scrive anche Asia, una memoria usurpata ma mantenuta con le unghie e con i denti:

Ma ahimè, non trovo quasi nulla dei miei genitori, a Orano. Questa città è opaca, Olivia: mi è divenuta memoria gelata, lingua morta.

La memoria, le tradizioni, il linguaggio strappato via a un popolo e per lei icona vivente dell’usurpazione e dell’umiliazione, una mutilazione mal riuscita che non ha potuto però estirpare dalla mente e dal cuore i ricordi, il modo di vedere da cui traspare l’appartenenza a un popolo e a una cultura, secoli di donne algerine che hanno formato Assia e i suoi personaggi.  

Contemplerò questo riflusso, lo berrò con gli occhi, prima di risolvermi e indietreggiare a piccoli passi verso la casa vuota.

Che farci? Improvvisamente le forme bianche delle donne velate si scuotono e svaniscono, simili a colombe tristi. Grappoli di bambini giocano sulle rampe delle scale, vicino ai vicoli; ragazzine di dieci anni portano a casa i fratellini che si sono tenute sull’anca tutto il giorno.

Ecco che la memoria torna nel vedere anche solo un lembo di strada, qualche passante, tracce di un modo di vivere e di essere che si muovono vivide. Non è solo una strada che qui viene mostrata, ma appunto un modo di vivere: donne ridotte a ombre, bambini che vagano in strada, ragazzine che fanno da madre ai propri ragazzini.

È un popolo che seppur lento, in silenzio, resta unito: famiglia, comunità in cui la donna è sempre cuore pulsante.

Ma la bambina che un giorno sarà vecchia è prima ancora chiamata a essere donna, magari strappata via alla propria terra e costretta a fare sua quella lingua imposta.

Donne che migrano, donne obbligate ad adattarsi, donne forti in un paese in rivolta, spesso invisibili a chi le guarda ma costantemente vigili, guardiane silenziose e attente di quanto accade in un’epoca in mutamento.

Entrò in casa. L’abbracciai in silenzio. Un fine velo di seta sembrava essere passato sui lineamenti del suo volto. Al pomeriggio, entrò in camera nostra. Mi prese per mano. Mi guidò verso il letto (il nostro materasso grande e duro, posato a terra su uno spesso tappeto).

Lo seguii. Non dissi nulla. Ero indurita dentro, ma stavo attenta ai suoi gesti trattenuti, controllati. Le sue mani erano calde. Mi distesi sul letto, sotto la coperta bianca. Lo guardai spogliarsi lentamente, come fosse sera, quando rientrava tardi o dopo che aveva lavorato a lungo, ognuno in una stanza. Come fosse mezzanotte; ma erano solo le tre del pomeriggio.

Distesa, con indosso un vestito leggero, lo guardai: “torna veramente dalle frange della morte”, mi dissi, sempre indurita, senza pensare a me. Decisi di accoglierlo: sembrava tutto fatto di silenzio. Venne sotto le coperte, fra le lenzuola: senza un sorriso, con un gesto del braccio; improvvisamente ripensai alla nostra “prima volta” e alla naturalezza di quello stesso gesto del braccio contro l’anca: fu nello stesso letto, credo…

Le sue mani mi tastarono il viso, il collo, la gola. Senza sollevarmi, mi slacciai il corsetto. I suoi palmi, quasi ardenti, sui miei seni. Che cosa ero io, in quell’istante, nelle sue mani da cieco? Una geisha? No, era di me che aveva bisogno, lo sentivo: per allontanarsi dalla morte immersa laggiù, nella terra fresca e nera. Mi chiamò; veniva a me senza parole e le sue carezza elemosinavano: sì, ma cosa?

In questo testo si evince tutta la femminilità e la dignità della scrittrice. Persino nella punteggiatura decisa traspare un’aria regale, solenne, nonostante la situazione di sottomissione. Ma, attenzione, la sottomissione implica una resa, mentre qui è scritto: Decisi di accoglierlo.

Decisi, sì, non mi rassegnai, ma decisi: una decisione maturata in un corpo silenzioso, indurito, come ci viene descritto; la donna algerina che è bambina, donna, saggia anziana; la donna algerina che resiste nelle battaglie, nei mutamenti delle rivoluzioni, e tutto osserva, tutto custodisce in sé con forza, dal lutto alle violenze, ma riesce ancora a provare compassione per un compagno distrutto dal male che lei invece, in quanto donna, riesce a sostenere.

Era di me che aveva bisogno, lo sentivo. Perché in questo libro le vere protagoniste sono le donne, la loro dignità che resiste mentre nel silenzio custodiscono gelosamente la memoria di un popolo.

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