Questo mio racconto, nato durante i laboratori di scrittura creativa presso la scuola di Antonella Cilento, è stato pubblicato sulla rivista Scomoda e inserito nella lista dei migliori racconti 2024 scritta dal guru Antonio Russo De Vivo. Buona lettura.
A mio dire esistono dei romanzi necessari, spesso nascono da un’urgenza animalesca che conserva qualcosa di primordiale, di violento. È questo il caso del romanzo Il fuoco che ti porti dentro, di Antonio Franchini, edito nel 2024 da Marsilio, casa editrice che ha pubblicato altre opere di quello che di certo è attualmente tra i più importanti e bravi redattori italiani e, a detta mia, uno degli scrittori più raffinati e potenti che abbiamo in Italia: uno scrittore che il premio Strega non dovrebbe farlo vincere solo agli altri ma merita di riceverlo lui, almeno di certo per questo capolavoro. Se in precedenza Franchini ha trattato per lo più reportage narrativi, mischiando la narrativa alla saggistica e alla cronaca, con questo nuovo libro si è addentrato in ciò di più difficile che uno scrittore possa fare: l’autobiografia.
Lo so, ormai gira più non-fiction e auto-fiction che fiction, per usare gli odiati termini anglosassoni, e infatti il panorama editoriale italiano è saturo di spazzatura. Non di meno, un uomo nella sua posizione, in una coraggiosa intervista ha dichiarato che la letteratura è morta.
Essere il miglior redattore capace di far schizzare i guadagni di una casa editrice, cui compito è vendere alle masse, non significa certo diffondere alta letteratura.
Quanti di voi conoscono Marosia Castaldi? Di certo pochi. Ebbene, io penso che se il Franchini scrittore avesse avuto la possibilità l’avrebbe pubblicata subito e pompata per il premio Strega; ma il Franchini redattore, dipendente di una multinazionale e dunque vincolato a dei risultati aziendali, cosa avrebbe fatto?
Questo per dire quanta poca conoscenza esiste del mondo editoriale e, soprattutto, quanto sia importante, fondamentale, scindere l’autore dall’opera.
Simenon era un uomo molto discutibile, eppure…
Ed è proprio qui la difficoltà nel creare un romanzo autobiografico come Il fuoco che ti porti dentro, storia che ripercorre la vita della madre di Antonio Franchini, Angela detta la Talpa, donna di una fierezza vichinga, brutale e aggressiva in modo gargantuesco tanto da risultare simpatica in quanto irreale, una macchietta. Eppure Angela è esistita davvero, una figura talmente ingombrante nella vita di Antonio Franchini al punto da dedicarle un romanzo; una necessità che posso ben comprendere ripensando a mio padre, Oreste, a cui ho dedicato un romanzo inedito a cui ho lavorato molti anni: genitori “pesanti”, figure che rasentano la mostruosa solennità dei Titani della mitologia di cui, chi scrive, non può fare a meno di parlane, perché a causa loro la propria vita non è stata solo condizionata, bensì infettata. E Angela è appunto mitologica, termine che le si addice: donna bella e sensuale che, tuttavia, sembra fottersene del sesso, dei maschi, della mondanità, di tutto. Ad Angela sembra interessi solo una cosa: essere al centro di ogni vicenda, essere celebrata; ogni aneddoto del passato, ogni ricordo, ogni traccia di sé che riporta a parenti, amici e sconosciuti ripetuta fino allo sfinimento appare come un battagliero e irrefrenabile bisogno non solo di restare viva, ma di rimanere nel tempo e al di sopra di chiunque: un tratto narcisistico che fa comprendere a un lettore attento tutta la solitudine e la sofferenza vissuta da questa donna, forse senza che se ne rendesse neppure conto, come mio padre. Ma attenzione, Angela non è il vero protagonista del romanzo, no, questa è la storia di un uomo che ripercorre la vita della propria madre, dunque il protagonista è il figlio, in questo caso l’autore, Antonio Franchini, voce narrante di questo capolavoro. Tuttavia Antonio è del tutto soverchiato da Angela, ed è appunto qui la difficoltà quando si scrive un romanzo autobiografico: si rischia di cadere nel misero melodramma che oggi piace tanto, nel vittimismo oppure nell’autocompiacimento.
Il solo modo è spostare il punto di vista, cosa difficile in quanto, quando si tratta di una materia così calda, intima, richiede una fortissima introspezione e la capacità di mettersi in discussione, cosa che nei contemporanei ho visto solo in Via Gemito di Domenico Starnone: libro che amo in modo viscerale e a cui un minuscola parte del mio romanzo sopra citato, dopo aver vinto una call della Oblique ed essere pubblicato su Retabloid, è stato paragonato.
E Antonio ci riesce eccome, diversamente da me che ho dovuto trasfigurare la materia reale in un romanzo che potremmo definire semi-autobiografico. Lui, come Mimi’ in Via Gemito, che segue le vicende di suo padre, Ferdinando Starnone, è solo un’ombra che analizza la vita di sua madre, Angela. E qui succede la magia: seguiamo Antonio, il suo punto di vista, eppure siamo con Angela, ci importa solo di lei, non esiste altro. Anzi, Antonio inizia a esserci antipatico col suo giudizio, la sua freddezza, il suo ostinarsi a non comprendere (almeno durante la prima metà del romanzo) che, a conti fatti, sua madre è una povera imperfetta come tutti noi.
Il protagonista, che normalmente è l’eroe della storia, in questo caso diventa un antieroe.
Meraviglioso questo occhio triste, cinico e in parte malinconico che si percepisce durante tutta la lettura perché, per chi ha conosciuto di persona Antonio, appare davvero come il suo sguardo: il modo che ha di guardarti.
Ma tornando al romanzo intendo partire proprio dall’attacco e da quanto segue dopo.
“Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza.
Tra noi se ne parla senza allusioni.
«Pare ‘e trasì dint’ ‘a grotta d’ ‘o cane» dice mio padre uscendo dalla camera da letto alla fine del loro riposo pomeridiano.
Si riferisce a una passaggio sotterraneo nella solfatara di Pozzuoli, dove i miasmi di anidride carbonica ristagnano al di sotto del metro di altezza lasciando indenne l’essere umano ma soffocando il cane che s’avventuri incauto per quel budello.
Forse è la vasta cicatrice slabbrata, che come un cratere di carne devasta il suo ventre operato dopo la mia nascita, a giustificare il marciume che le fermenta dentro ed esala il fetore inconfondibile che rende vana l’ultima risorsa di chi scorreggia: addossare la colpa a un altro.
Lei del resto neppure ci prova, e a ogni sfiato, che l’allerta familiare immediatamente rimarca con risate e schiamazzi, fa sempre seguire una smorfia di rivendicazione soddisfatta il cui significato è: di questa putredine io mi sono liberata, adesso respiratevela voi.”
Ecco, il romanzo inizia in un modo brutale: mia madre puzza.
Già di suo l’attacco, ovvero il primo paragrafo, i primi due righi, è forte, violento, innesca una verità aggressiva che incuriosisce. Tuttavia quanto accade dopo non appaga la curiosità, bensì la stimola. Infatti, da un simile attacco, potremmo immaginare la storia di un figlio che dileggia la madre, più forte di lei al punto da dire apertamente che puzza; invece è il contrario, da subito vediamo la sovranità di Angela, è lei a permettere che ciò avvenga, se ne bea addirittura: una smorfia di rivendicazione soddisfatta; come scrive Antonio. Da subito ci appare la fiera ferocia di Angela, il suo ruolo dominante nella famiglia.
Ma c’è altro, molto altro: la lingua, la voce autoriale e il costrutto delle frasi; frasi lunghe, echeggianti, una scrittura che ti conduce in una galleria, in un budello come quello della solfatara citata da Antonio, ricca di aggettivi perfetti, unici, adatti al loro scopo.
Ecco, la differenza tra il redattore e lo scrittore. L’Antonio redattore, di sicuro sa che oggigiorno in Italia si predilige uno stile narrativo molto asciutto, paragrafi brevi, pochi aggettivi, avverbi meno che mai; ma l’Antonio scrittore è un uomo innamorato della letteratura, un autore che, a mio dire, merita di entrare tra i classici della letteratura per la sua voce autoriale, la sua lingua.
“La detesto da sempre, da quando la mia vita ha cominciato a staccarsi dalla sua e si è aperta sul mondo, perché ci ho messo poco a capire che il mondo giusto – quel luogo inesistente che i giovani sognano e alcuni adulti idealisti si impegnano a fargli credere che esista – faceva, diceva, pensava tutto ciò che mia madre non faceva, non diceva, non pensava.
Mi ha dato un’educazione a rovescio: i valori ai quali si ispira o li esprime in una forma riprovevole o sono disvalori veri e propri.
Detestare è il verbo più preciso. Non so se la odio, anche se spesso ho pensato di odiarla, ma forse erano sentimenti più miseri e meno radicali quelli che mi ispirava: irritazione, o rabbia. La detesto, neanche l’aborro, nel verbo aborrire c’è un’idea di fiera opposizione della quale il mediocre orrore che lei mi suscita non è degno. Nel detestare è invece implicita una presa di distanza, da un essere umano come da un’idea, e il desiderio di non volerci avere a che fare, di volersi spostare da ogni possibile linea di collisione. Un movimento evasivo facile, se la persona da tenere lontana non è la propria madre.
È infatti la sua concezione della vita che mi ha sempre fatto schifo; ma qualche sera fa, non so perché, forse la sentivo silenziosa da troppo tempo, mi sono issato alle inferriate della sua finestra e le ho guardato dentro casa.
Era stesa di traverso sul letto – ormai è ridotta a un nido di ossa e quando giace rannicchiata occupa poco spazio –, assopita o quasi, mentre il televisore andava, buttata là come un oggetto che, lasciato cadere, ha trovato una sistemazione sbilenca ma non può che rimanere dove sta, e non si è accorta che la fissavo.
Per una volta, scoprendola nella sua postura di cosa abbandonata, mi sono reso conto che è mia madre e che sta morendo e che tutto ciò contro cui ho lottato per tutta la vita si dissolverà con lei, nel vuoto, in un niente.
Non ha mai avuto una sola amica.
Non ha mai sentito in nessun modo questa mancanza.
Ha sempre creduto che gli amici ti invidiano, rubano il tuo tempo, in fondo vogliono il tuo male. Il primo insegnamento che avrebbe voluto passarmi è: gli amici non ti servono.
Sostiene che l’amicizia tra donne non può esistere, tanto meno quella tra maschi e femmine, perché i maschi dalle femmine vogliono una sola cosa.
Le amiche delle mie sorelle sono approfittartici o puttane, i miei scostumati e stronzi. A meno che non siano figlie o figli di quelli che definisce «professionisti»: medici, ingegneri, avvocati, o commercialisti come mio padre. In questi casi ritiene che la frequentazione – perché sempre di «frequentazione» si dovrebbe, più propriamente, parlare – possa addirittura esigere un tributo. Di quale genere non è chiaro, ma ama citare anche lei un detto che ha sentito da sua madre: «Fattéla cu chi è meglio ‘’e te e facci le spese!»
Questa specie di darwinismo sociale non vale in assoluto perché, quando la cronaca nera degli anni Sessanta e Settanta rivela i segreti più torbidi delle classi dominanti, è pronta a sfoderare un’altra legge che sia lei sia sua madre conoscono fin da bambine: «Chiù ricchi so’, chiù so’ fetienti.»”
Ecco l’Antonio Franchini scrittore, perfezione nel lessico, un dramma che non è mai melodramma, una tragedia che è persino ironica ma che non fa mai ridere davvero: solo il lieve e amaro sorriso di chi sta per morire, senza poterci fare nulla, una resa tanto dolorosa quanto pietosa da strappare un sorriso. Ed è la sua voce antica, potente, a fare la differenza.
Qui siamo a pagina nove, dieci e undici del romanzo. Infatti, il protagonista, Antonio, narra a ritroso le vicende di sua madre, alternando il passato al tempo presente, ovvero la vecchiaia di Angela, l’avvicinarsi della sua fine.
Anche l’odio qui non è mai estremamente violento, orrido, o diversamente malinconico o triste. No, è fragile, imperfetto, umano, proprio come la terribile Angela: brutale e aggressiva, eppure ridotta a un nido di ossa.
Un altro esempio magistrale di lingua e di come caratterizzare un personaggio indimenticabile lo abbiamo in questo estratto.
“Il primo aborto spontaneo sarebbe stato il suo primo figlio. L’ha perso durante il viaggio di nozze, a Roma. Il viaggio di nozze non so se avesse come meta Venezia o Milano, ma si ferma a Roma, preludio di ogni sua futura avversione agli spostamenti.
Del secondo aborto spontaneo sono testimone. È estate, siamo al mare, avrò una decina di anni e ricordo solo questo: lei stesa a letto, il vestito tirato su fino allo slip bianco sul quale una macchia rosa si allarga come un’infiorescenza. Vengo mandato in farmacia a comprare quelli che lei e sua madre chiamano «pannolini», ma io devo chiedere «un pacco di assorbenti per signora». Mia nonna mi fa ripetere la definizione, si accerta che la dica per bene e che non me la dimentichi.
Ripensandoci adesso non so che cosa sperassero di tamponare, ma la farmacia non è vicina e capisco che devo correre, che si tratta di un’emergenza, e per lungo tempo «un pacco di assorbenti per signora» è una definizione che trovo ridicola e, insieme, mi allarma, ricreandomi davanti agli occhi quel fiore rosso che si allarga in mezzo alle gambe di mia madre.
Quasi mai si è spinta oltre Roma, e di quelle sortite perigliose ricorda solo le fregature, il pesce marcio che le servirono un giorno a Venezia e, a Firenze, la bistecca rinsecchita davanti alla quale esclamò: «E questa me la chiamate una fiorentina?»
Viaggiare non le piace, cambiare abitudini le fa paura. Oltre alla porta di casa, di là dal suo quartiere della Ferrovia, a Napoli, c’è un mondo ostile del quale non sa niente, ma è convinta che viaggiare non le serva perché tanto lei conosce già tutto.
Non ha mai parlato con uno straniero in vita sua, ma ha opinioni precise su ogni popolo della terra.
Odia inglesi, francesi e tedeschi perché sono gli abitanti dei paesi forti dell’Europa e le fanno schifo per questo, perché credono di essere meglio degli altri. I tedeschi, poi, che hanno pure fatto i campi di concentramento…
Per la Merkel nutre un’avversione particolare. La aborre forse anche perché si chiama Angela come lei, ma è un’Angela tutta diversa, opposta: certo non è friccicarella, porta sempre lo stesso vestito e «pare Hitler femmina».
Non capisce perché la lingua franca debba essere l’inglese e non il latino, com’è stato per secoli.
Invece le stanno simpatici i russi, le piace Putin. E i cinesi. Perché a Napoli, dice, ci sta una «Salita cinesi», e a lei questo basta per dedurre che fin da tempi remoti noi eravamo loro amici. E forse perché le piace la cucina cinese, dove si mangia piccante e si frigge qualsiasi cosa.
In sintesi, le stanno sul cazzo i popoli governati da antiche democrazie. Quelli li ha in sospetto perché è convinta che siano presuntuosi e ipocriti, che parlino in un modo, ostentando perbenismo, e agiscano solo per il loro utile, come tutti gli altri, che perlomeno non si pretendono migliori.
È pronipote del «liberté, fraternité, tu futt’ a me e io fott’ a te», è erede dei sanfedisti scatenati contro i giacobini del cardinale Ruffo, è l’ennesima figlia, frustrata e invelenita, della reazione.
E in questo non è sola, non è mai stata sola, dalle nostre parti. Ancora mi ricordo con quanta voluttà un mio professore sosteneva che i rivoluzionari nel Novantanove, quelli della Repubblica partenopea, fossero troppo «infranciosati». E che in dialetto infranzesato significhi prima di tutto affetto dal mal francese, la sifilide, e poi malmesso, corrotto, è un’origine che dovrebbe conoscere anche lei, amante delle etimologie. Ma forse non l’ha messa bene a fuoco, perché altrimenti la citerebbe di continuo.
Se riuscisse ad argomentare un po’ oltre gli spurghi di rabbia e gli insulti che caratterizzano i suoi monologhi sui destini del mondo, verrebbe fuori che una mezza dittatura sarebbe la sua forma di governo ideale, con un uomo forte al potere, sicuramente non Hitler, anche perché un Hitler non tedesco è difficile immaginarlo, e non proprio Mussolini («Musulino teneva sempre ragione e guarda comm’è fernuto…»; ecco, se avesse preteso di aver ragione quasi sempre sarebbe andato benissimo), ma tipi come Putin, Erdogan o Xi Jinping sarebbero perfetti.”
L’immagine con cui Antonio ha creato l’aborto è tanto semplice quanto fortissima. I narratori inesperti avrebbero esagerato, cercato di rendere brutale l’accaduto, doloroso; invece lui con una semplice similitudine, il fiore per la macchia di sangue – infiorescenza – ha creato un’immagine straziante.
Oltre questo episodio fortissimo, nella parte che segue, se vediamo bene, non sono accadute azioni o svolte particolari: anzi, non ce ne stanno; eppure vediamo Angela nitidamente, la conosciamo, ne studiamo la mimica, ne sentiamo la voce.
In un alternarsi tra presente e passato, in un insieme di sbalzi temporali, proprio come in Via Gemito, Franchini ci dona una storia dove non esiste linearità, non un vero intrecciasi di sommari e scene, sono ritagli della vita di Angela dove lei prende forma sempre di più, al punto che basta la sua sola presenza a riempire il libro.
Forse, senza saperlo, Franchini le ha fatto un grande omaggio: ancora una volta Angela, la Talpa, è al centro della scena, potente e inscalfibile, soverchia tutto.
Antonio con questo libro incarna una società decaduta di cui Angela conserva gli ultimi gemiti, quelli vissuti negli anni 60 e 70, riesumati con un ultimo mostruoso urlo negli anni 80: la rispettabilità di un titolo di studio, i caroselli in tv, le tradizioni di un paese e quelle case che in ogni regione acquisivano dei tratti personali capaci di plasmare chi le abitava; ma mostra anche la vita dei vecchi che si rapportano con la perdita di un secolo e l’ingresso in una nuova era: le continue critiche di Angela su cose che neppure conosce, il suo mettere bocca su tutto pur senza avere la reale competenza per farlo, manie e giudizi nati da esperienze puramente soggettive ma spacciati come monito sacrale; tutte cose ordinarie, quotidiane, presenti in moltissime persone eppure in lei, così personali grazie alla scrittura di Antonio che riesce a tratteggiarla come un personaggio letterario, non come una persona reale, di carne, veramente vissuta: una icona.
Un ultimo estratto ancora, prima di chiudere questo articolo, direi che è dovuto. Ne potrei scegliere a decine, ogni parte di questo romanzo è eccelsa, ma non voglio rovinarvi il piacere di leggere questo capolavoro.
“Con la mia prima sorella questo non avviene. Lei le lascia campo libero, e Angela vi irrompe per radere al suolo la sua immagine presso le compagne, estirpare le sue amicizie, razziare la sua intimità.
Entra nella vita della figlia con la scusa di medicare la sua debolezza, di guarire la sua inettitudine, di aiutarla nelle cose di scuola per supplire alla sua pigrizia e timidezza.
Entra e devasta. Con l’idea incrollabile e la ferma convinzione di aiutare, di fare del bene: studia al suo posto, le fa i compiti. Se viene a sapere di qualche contrasto, di un diverbio tra ragazze, si scaglia a ribadire che sua figlia nemmeno le calcola le altre, non le considera, perché è più bella di loro, più intelligente, e proviene da una famiglia migliore.
Si accapiglia con le amiche della figlia e con le loro madri, se intervengono, e con le insegnanti, se ritiene che agiscano scorrettamente.
Se scopre che sua figlia le ha tenuto nascosta un’interrogazione andata male, un compito non svolto, un’impreparazione, la insegue attorno al tavolo di cucina e le urla: «Puozze murì accisa, ’sta zoccola puttana, nun puteva murì ’o Santobono! Ha dovuto campà pe’ m’accirere a me!»
Orgogliosa della sua licenza liceale classica, assiste mia sorella negli studi magistrali dedicandosi assieme a lei alla psicologia e alla pedagogia, materie per lei nuove ma che, grazie alla sua finezza nel decifrare le sfumature più delicate dei sentimenti, non ha problemi a comprendere profondamente.
Per aiutarla a prendersi un diploma che disprezza, lei che ha sempre considerato le maestre l’esempio più limpido della stupidità femminile, ha dovuto approfondire la psicologia, disciplina che l’ha aiutata a penetrare nella psiche elusiva e contorta di quella disgraziata della figlia.
Vedo questa mia sorella subire nella sua intimità l’irruzione di un erpice che le scava dentro solchi e mi chiedo perché non si ribella come facciamo io e l’altra sorella, che arriviamo a minacciare nostra madre, a metterle le mani addosso. Come del resto fa a sua volta Angela con sua madre, che vive con noi e secondo lei la tormenta da quando è nata, in una spirale di rancore tra generazioni che si passano il testimone dell’odio come la ricetta degli struffoli.”
“In una spirale di rancore tra generazioni che si passano il testimone dell’odio come la ricetta degli struffoli”. Ecco, questa frase crudele, violenta e geniale per la similitudine finale, incarna il cuore del libro. L’odio appreso, il rancore come patrimonio genetico, un tessuto famigliare fatto di aggressività che si tramanda di pelle in pelle, di sguardo in sguardo: lascito selvaggio incapace di morire. La violenza di Angela ma anche quella di Antonio. Una lotta che, infine, come in molti casi, non lascia vincitori ma solo sconfitti.
La Angela che vedremo accartocciarsi man mano che si va avanti nella lettura, consapevoli fin dalla prima pagina che è inevitabile, stiamo leggendo la storia di una donna morta, una donna morta vecchia, consumandosi come accade a tutti i vecchi, persino ad Angela.
Questo libro ti scava nel cuore, resta impresso per contenuti, lessico e immagini.
Questo libro, secondo me il migliore di Antonio Franchini, merita di restare nel tempo come un classico della letteratura.
In ambito letterario Napoli è di sicuro una delle città più utilizzate, addirittura abusata. I letterati, nel sentir parlare di Napoli, non possono fare a meno di pensare ad Anna Maria Ortese, scrittrice sublime che nelle sue opere ha incarnato alla perfezione la bellezza ombrosa, mistica, selvaggia e aggressiva di Napoli; oggi, invece, per molti Napoli è Gomorra, la sfogliatella mangiata da un commissario o i luoghi comuni sputati da qualche popolano inventato da un autore che di Napoli, quella vera, quella storica, sa poco o nulla.
Scrivere di Napoli senza cadere nella banalità è difficile; scrivere di Napoli mostrandola con sincerità è impresa ardua, perché dietro la scorza macchiettistica in cui è stata avvolta la città, al di là della cartolina costruita per i turisti (e talvolta anche per gli abitanti stessi), Napoli è una città stratificata nella storia e nella forma.
Antonella Cilento, meravigliosa scrittrice e mia maestra, ha scritto più volte di Napoli: romanzi ambientati in una Napoli storica, antica o moderna. Ma stavolta si è cimentata in qualcosa di davvero ciclopico: ha scritto una guida su Napoli.
Beh, viene spontaneo pensare che scrivere un romanzo, ancor più un romanzo storico, a cui Antonella è molto legata, sia un’operazione ben più complessa dello scrivere una guida su una città.
Cosa vogliamo conoscere di una città, sotto quale punto di vista desideriamo vederla? Ci interessano solamente i luoghi turistici, di cui oggi Napoli non è piena, bensì invasa, o magari vogliamo addentrarci nelle sue strade, conoscerne i monumenti?
Oppure siamo interessati ad andare oltre, nell’anima della città?
Ed è proprio questo il punto che rende Il sole non bagna Napoli di Antonella Cilento, pubblicato nel 2024 da BEE edizioni, un libro complesso, meraviglioso, indispensabile non solo per chi vuole visitare Napoli ma soprattutto per chi ci abita. Antonella Cilento ci accompagna lungo le vie, i vicoli e gli anfratti storici e artistici di Napoli. Ed è così che della città non conosciamo solo il folclore, le tradizioni, la storia e l’architettura, ma l’anima mutevole eppure resistente che l’ha caratterizzata nei secoli.
“Certo, la morte e il marcire dei corpi di continuo esibiti e notati con orrore, spavento e curiosità dai viaggiatori di un tempo, fino al secondo dopoguerra, paiono svaniti nella patina della modernità: Sarté che osserva i corpi delle donne napoletane come fossero bolliti, proprio come la sirena sfatta offerta al generale americano ne La pelle di Malaparte, che si cerca di far passare per il famoso pesce sirena dell’Acquario; Sarté che osserva un’anguria marcia e fangosa svanire nella bocca coperta di mosche di un ragazzino: questo non è più il panorama umano che Napoli inscena. O il terribile racconto di Axel Munthe del colera, dove, in un basso, il cadavere di un padre, che la famiglia ha nascosto, viene divorato dai topi anche quando è appeso al soffitto per sottrarlo ai roditori.
Il macabro, in apparenza, non è più parte del folclore locale. Ma lo spirito con cui si consumano ossa, bambini, eros e angeli non sembra mutato nella natura profonda dei napoletani. Una natura certo inadatta ad Alberto Arbasino, che della città restò disgustato e indignato dalla scarsa qualità del sesso che vi veniva venduto, paragonandola al Nord europeo, ai suoi abitanti, al suo cibo, alle sue lenzuola.
Tutto il teatro dei corpi che la città allestisce da millenni pare insomma ridotto, ai tempi del terzo scudetto, al nudo di un vecchio comico che cammina in strada mangiando pasta e patate sul lungomare.
Ma è evidente che lo spirito è lo stesso.
Il tempo e la globalizzazione tentano di cancellare lo scandalo e il sublime, li redistribuiscono, li normalizzano, cercano di renderli seriali, virtuali, spendibili. Ma a ogni nausea o desiderio mancato corrisponde un tasso d’umanità in meno.
Una visita alla Sanità dunque è un passaggio necessario, al di là delle immagini dei film (tanti) che vi sono stati girati, da De Sica a Eduardo a Mario Martone, al di là delle stese che finiscono sui giornali, le sparatorie ad altezza umana, al di là dei ristoranti famosi come Concettina ai Tresanti, la Sanità è il quartiere del barocco e dell’ellenismo: tombe dipinte, sontuose scale nei palazzi disegnati e abitati dal Sanfelice, chiese monumentali con scheletri e teschi, ospedali affrescati dicono degli abitanti più di ogni altra esperienza, che si voglia mangiare nelle pizzerie di via Nazionale, dove cadono morti, faccia nella pizza, i camorristi, che si visitino le terresante di San Pietro ad Aram lungo il Rettifilo o quelle della chiesa del Purgatorio ad Arco su via dei Tribunali, o che si vada in devoto pellegrinaggio alle mummie dei sovrani aragonesi nella chiesa di San Domenico Maggiore.
Ci sono più angeli in questa città, che volano nelle chiese e, se le chiese sono chiuse, nei musei, che in ogni altra città del mondo: angeli con volti di bambino, facce di basso, facce di lazzaro e guappo, con corpi di adolescenti in vendita che svolazzano dalle tele di Carlo Sellito a quelle di Battistello Caracciolo e Caravaggio.
E ci sono le loro ossa, nella basilica della Pietrasanta, nelle terresante delle chiese dei Santi Filippo e Giacomo, ovvero nella chiesa dell’Arte della Seta, e a Santa Luciella, cappella dell’arte dei Pipernai.
Questa è la città dove ai bambini poveri da secoli si insegna a suonare perché allietino la morte dei vecchi ricchi, o dove i bambini si castrano perché cantino, soavi come angeli, nelle cappelle e nei teatri, o dove le bambine e i bambini si vendono, in cambio del pane, ai soldati americani, dove i bambini sparano o sono sparati.”
Non mi esprimo sulla bellezza dello stile di Antonella, in quanto la sua maestria è palese: la scelta accurata delle parole, dei giusti aggettivi, l’eleganza e la violenza delle sue frasi; al di là di tanta meraviglia, questa parte del secondo capitolo ci trasporta subito nel cuore di Napoli e lo fa attraverso storia e letteratura che si fonde alla vita ordinaria, mischiando il passato al presente, proprio come la stessa città e stratificata a livello architettonico: variata da invasione a invasione pur senza mutare la propria anima.
Ma questo libro è ancora di più. Come ho detto, più che per chi desidera visitare Napoli è un libro utile a chi intende viverla.
“Via Duomo racconta del Risanamento napoletano.
Dall’incrocio con via Foria a quello con piazza Quattro palazzi, via Duomo taglia mondi ed epoche, incrociandosi con i tre antichi decumani, aprendosi in Forcella.
Da qui, tutto il centro antico è raggiungibile: infinite le sedi museali qui raccolte, dal MADRE di via Settembrini, al Museo Diocesano di Donnaregina Nuova, dal Pio Monte al Museo Filangieri, alla Quadreria del Girolamini con annesso chiostro.
Via Duomo subisce di riflesso l’apertura del Rettifilo, nato allo scopo di collegare il mare con la stazione e far pulizia dei quartieri medioevali: Porto, Pendino, Vicaria, Duchesca e Orefici.
Una strada nuova, fatta di palazzi alti e composti, belle facciate in stile classicista, che però produce tagli, rifacimenti, distruzioni. Su via Duomo risorge per esempio il rinascimentale Palazzo Cuomo, che nel 1879 rischia di essere abbattuto e si salva grazie all’intervento di numerosi intellettuali: viene spostato di venti metri e trasformato nel Museo Filangieri, collezione principesca di armi, abiti e oggettistica orientale.
Anche piazza Quattro Palazzi sorge sull’antico mercato angioino, sbaragliando seggi, quartieri e vie incisi nella tradizione letteraria, pittorica e musicale: la Sellaria, le vie dei Casciari, degli Armieri e dei Violari.
Negli anni Settanta e Ottanta, prima e dopo il terremoto, via Duomo conservava ancora una precisa identità: i negozi di abiti da sposa, le pasticcerie popolari. L’atmosfera è intatta nei racconti di Fabrizia Ramondino, Il fratello di Enzino, per esempio, che restituiscono il buio della via, isolata da un vero coprifuoco notturno, con i senza fissa dimora accasciati perché arrivati in ritardo al portone ormai chiuso del Divino Amore, pubblico dormitorio; o i marchettari en travesti; o le pasticcerie con le paste grandi, per chi soffre la fame.
Dopo il lungo buio del post-terremoto, via Duomo è entrata nell’era del turismo mordi e fuggi. Intorno a un duomo fiorentino o a una cattedrale romana ci sarebbero pulizia, servizi, ci sarebbe anche un biglietto da pagare per entrare quando non c’è funzione,
Il Duomo di Napoli, poi, ha talmente tanti strati da visitare, dall’antica Stefanìa, cuore paleocristiano d’Italia, al tesoro e alla cappella di San Gennaro, che sbigliettamenti separati sono, in effetti, previsti. Ma in questo pomeriggio di sabato c’è solo rumore e libero accampamento fra le navate, turisti che entrano con il cane a briglia sciolta, signore cingalesi con le buste della spesa che passeggiano nella chiesa come al mercato, sfatti campanelli di visitatori in braghette, bandierine e aste cinesi per i selfie.
Per certi versi, però, la situazione è fascinosa, somiglia alle descrizioni che Dickens fece della città trovandola più sporca, indisciplinata e losca della famigerata Londra dei suoi anni: la scoperta è che non c’è alcuna discontinuità fra il luogo di culto e Napoli. La popolazione, come un’alta marea, è entrata e cammina indifferente ai piedi dei capolavori di Ribeira e del Domenichino.”
Io vivo in pieno centro storico di Napoli da oltre dieci anni, eppure, leggendo le parole di Antonella, capisco di non aver mai visto davvero i luoghi da lei descritti. Ho percorso mille volte via Duomo, il Rettifilo; ho vissuto prima in via dei Tribunali, proprio vicino alla cattedrale di San Gennaro, e poi nei pressi di piazza Mercato, tuttavia ho respirato la storia di questi posti sempre e solo da un punto di vista nozionistico, senza cogliere davvero i suoi mutamenti storici e dunque umani, l’alternasi delle esistenze e la sopravvivenza di una radice primordiale che, al di là dei cambi strutturali, resta impregnata nelle ossa di Napoli dando al suo popolo, appunto, la capacità di amalgamarsi da secoli in una scenografia dove arte, confusione e degrado coesiste in modo fascinoso e selvaggio.
Ma la conoscenza storica di Antonella Cilento non si ferma certo qui, va avanti e indietro nel tempo, si intreccia come le spire di un’enorme anaconda, una ragnatela perfetta in cui epoche, persone, arti e storie si fondono, proprio come Napoli.
“Pausa dal dolore, questo significa Posillipo, che è in realtà un disegno topografico della rabbia, il disegno della furia impotente.
In cima alla collina, cieco e traballante, sulla lingua rocciosa detta Cavallo, sta Polifemo, l’occhio sanguinante, la braccia alzate. In basso, tra Cala Badessa e Trentaremi, sta la piccola nave greca, con a bordo Ulisse e i sopravvissuti che lo seguono.
«Chi sei» chiede il ciclope.
«Nessuno» risponde Ulisse.
Allora, Polifemo, furibondo, stacca da terra un brano di roccia…
…A decidere che il golfo di Napoli contenesse la grotta di Polifemo, figlio di Nettuno, è Victor Bérard, che visita i luoghi omerici nel 1901, nel 1912, nel 1925. Non è dunque del senatore Seiano la grotta scavata nella roccia, che taglia Coroglio e spunta in una villa con palestra e anfiteatro. No. Secondo Bérard questa è, semmai, la grotta di Polifemo e Nisida l’inutile masso scagliato contro Nessuno. Nessuno è stato qui, Nessuno abita qui.
Le celebri sirene, Partenope, Licosa, Ligea, sparpagliate dal mare di vino lungo la costa campana muoiono perché Nessuno le ha ingannate. O forse, ripensandoci, Nisida è proprio la casa stessa del ciclope. Ai primi del secolo, le bianche capre pascolano ancora su Nisida. Victor Bérard le vede, ci passeggia in mezzo. Questo solido visionario, di bella barba, le spalle un po’ curve, in borghese cappotto, che vede ciclopi lungo le coste, a Napoli e a Catania, nella verghiana Aci Trezza. Sull’isola che si chiama isola, perché nènos in greco si chiama isola, sono ancora vive le omeriche capre?
Chissà. L’isola che si chiama isola, scagliata contro Nessuno.”
Poesia. Questo pezzo è pura poesia di lingua, immagini, contenuti.
La Napoli omerica, la Napoli che abbiamo dimenticato, la sua tradizione che affonda le radici nella Grecia arcaica e di cui spesso non abbiamo memoria. E Nisida, l’isola oggi ricordata dai più solo per il carcere minorile – carcere ’e mare, come si potrà leggere più avanti nel libro – e invece nata dalla furia del ciclope Polifemo beffato e ferito da Ulisse, Nessuno, una informazione che forse si potrebbe apprendere in qualsiasi libro di mitologia ma che di certo non resterebbe nella memoria, se non in modo confuso, latente, e qui, invece, rimane inscalfibile dalla maestria di Antonella nel creare immagini, eventi vividi, incancellabili; come fa nel mostrarci, non nel descriverci, una facciata di Napoli che nemmeno la migliore delle fotografie potrebbe rivelare.
“Nulla o quasi resta del sontuoso palazzo del principe Spinelli di Tarsia. Grande come una reggia, si estendeva dalla collina che arriva alla Certosa di San Martino fino all’attuale via Toledo, in una serie di sontuose corti, in un moltiplicarsi di stalle e masserie, dotato di giardino esotico, osservatorio astronomico e bestie feroci in libertà.
Oggi, lasciata piazza Dante, si può impegnare salita Tarsia, tutta stradine e scalinate, costeggiando i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti, fabbriche settecentesche e ottocentesche, portoni, anditi, anfratti. La salita passa accanto al largo Tarsia, chiuso da due enormi archi, che delimitano ciò che resta del palazzo: una grande, monumentale, facciata antica. Il largo è usato come parcheggio: un uso vetusto, reso necessario dalle troppe automobili che ormai abitano un quartiere immaginato solo per asini e cavalli, al massimo qualche rara carrozza. Da qualche anno, ormai, il parcheggio si riempie anche per gli eventi che si tengono al Museo Nitsch, nato per ospitare l’opera di Herman Nitsch, fra i massimi rappresentanti del Wiener Aktionismus, che a Napoli molto operò fra gli anni Settanta e Ottanta.
Vico Lungo Pontecorvo, dove sorge il museo, è una minuscola enclave del quartiere Pontecorvo: gli edifici sono tutti restaurati, il vicolo pulito, ordinato. Insomma, un angolo inatteso della città come doveva essere un tempo, tutta balconcini, tende e piantine, appare a chi vi si inoltra.
L’edificio è una ex fabbrica edificata nel 1982 per la produzione di elettricità: completamente ristrutturato, si apre con una delle balconate più belle che si possa immaginare, dove l’intero golfo, ma anche l’inatteso panorama di case del centro antico, si dispiega agli occhi del visitatore.
Se l’opera di Nitsch può turbare, fra sacrifici animali, squartamenti di agnelli e di pesci, sangue usato come colore, rossi e neri che indagano i corpi morti, vero è che nessun luogo come Napoli avrebbe meglio ospitato, a causa dell’inquieta attitudine al buio, ai corpi, al crudo e al sangue che la città conserva nella sua arte barocca e che rievoca sacrifici animali, i vaticini, le origini greche del luogo. Non a caso, Nitsch si innamorò di Cuma e vi rimase molti anni.
Il contrasto con la luce rosata del Vesuvio e sul mare abbaglia. Se si ascolta musica, come a volte è capitato, su questa balconata, con alle spalle le sale popolate dalle installazioni e dalle opere di Nitsch, si può usufruire di una sintesi abbastanza perfetta della città e della sua anima, incantevole e assassina, bellissima e perfida, linda e lurida.”
“…i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti”.
Immagine di Napoli vera, nitida, bellissima e brutale. Questi palazzi incollati come denti stretti: aggiungerei denti bellissimi nella loro imperfezione, in quanto spesso molto diversi tra loro; un avvicendarsi instancabile della storia e di esistenze.
Bellissimo pensare come io passi ogni giorno, e spesso anche più di una volta, davanti a palazzo Spinelli, un capolavoro di architettura oggi ignorato dalla calca di turisti che quotidianamente, a ogni ora, si ammassa davanti alla nota pizzeria Sorbillo; ci sono entrato più volte, attraversando i bellissimi scaloni che più avanti descriverà Antonella, per andare dal mio proprietario di casa, eppure mai avrei immaginato che quel capolavoro fosse solo una minuscola parte di una reggia che comprendeva edifici, oggi eretti su ristoranti, pizzerie, bar e kebabbari, che si estendono lungo vie a me talmente note, ma in verità, alla luce di questa lettura, da sempre sconosciute.
Ecco la potenza di questo libro, fa conoscere davvero Napoli a chi crede di conoscerla. Sì, questa Napoli bellissima eppure perfida, assassina, una donna selvaggia che mai si mostra, fatta di ombre, come scrive Antonella. Ed è proprio qui che ogni cartolina prende fuoco e diventa cenere, lasciando svanire dalle iridi dei lettori la Napoli venduta, usurpata, stuprata: la città del sole che, in verità, per chi la conosce, è la città delle ombre. Ed è con le ombre che voglio chiudere questo articolo, facendovi leggere un ultimo estratto di questo meraviglioso libro.
“La memoria si sovrappone, si stratifica, come Napoli.
Penso a una mappa da offrire al lettore e mi accorgo che la questione principale, una questione che chi visita Napoli la prima volta forse avverte solo in parte, è che è impossibile considerare planimetrie orizzontali, razionali, circoscritte come per molte altre città europee, anche antiche, anche magnifiche.
Napoli è composta di strati, piani spesso non comunicati, come le scale che Felix Hartlaub descrive, come quello che Escher disegna dopo aver vissuto ad Amalfi. Ed è anche vero che la città più identificata con il sole – chisto è ’o paese d’ ‘o sole, chisto è ’o paese d’ ‘o mare – si squaderna come un gigantesco sipario di gloria divina nei giorni di luce, che sono la maggioranza dell’anno, ma che assai più spesso, a fare carotaggi, a camminarci dentro, a scenderla oltre che a salirla, è claustrofobica, oscura, ambigua, carsica. Piovosa.
Sicché ogni piano sequenza – facciamo finta che sia un film, oltre che un libro, oltre che una galleria di quadri segreti e accecanti – slitta nel piano sequenza successivo e si confonde, con molta più complessità di quanto pure accade, per esempio, in certi film fondati sugli slittamenti delle linee di memoria, scritti e diretti nei troppo orizzontali Stati Uniti.
Certo, possiamo portare in visita i nostri amici da piazza Plebiscito, dove è Palazzo reale, al Maschio Angioino; possiamo portarli lungo via Toledo e fargli deviare dalla retta via spagnola dei decumani, sostando presso la sontuosa stalla gotica, come dicevano i nemici degli Angiò della chiesa di Santa Chiara, nel paradiso ceramico del suo monastero (e già qui la canzone ci viene incontro e ci avverte: munastero ’e Santa Chiara, sento ’o core scuro scuro); o magari fare il salto alchemico nella fin troppo nota Cappella di Sansevero e qui magari fermarci, perché poi ci sono le sfogliatelle, c’è Scaturchio, c’è la pizza. E addio.
Ma questa è solo l’anticamera di Napoli.
Così non diremo nulla del fatto che un campanaro storpio e muto di quella stessa chiesa di Santa Chiara abita nella scrittura di Gustaw Herling, fantasma di un piccolo ebreo sopravvissuto alla Notte dei cristalli.
Del resto questo ci porterebbe a dire che Herling è vissuto a Napoli continuando a scrivere un Diario scritto di notte nella sua lingua madre, il polacco, per oltre quarant’anni, dimenticato dalla città, benché avesse sposato una delle figlie del più grande filosofo italiano del Novecento, Benedetto Croce.
Perché la questione ci porterebbe a dire che a Napoli si viene spesso per scomparire, come Romolo Augustolo, che qui fu ucciso, una giusta punizione karmica per l’impero d’Occidente che muore nella città più greca e a oriente d’Italia, dove ostinatamente si continuerà a scrivere più in greco che in latino fino all’arrivo dei Normanni.
O che nella via Toledo, dove abbiamo portato i nostri amici ad assaggiare la sfogliatella di Pintauro o il babà da passeggio che si vende ad angolo della galleria Vittorio Emanuele II, muore Heinrich Shliemann, lo scopritore di Troia, ormai vecchio, dopo una visita oculistica (ohimè: un brivido al pensiero del mio occhio spento che attende di tornare attivo).
Insomma, come faremo a sollevare tutte queste cortine senza perderci, senza finire seduti in una trattoria dei Quartieri Spagnoli, magari dalla famosissima Nennella, superati in altezza dai palazzi neri del Cinquecento, circondati da moto che sfrecciano, murales che ritraggono Totò in molte sue apparizioni e incarnazioni, dalle segrete stanza delle sante che favoriscono la fertilità, anche se sono morte fra gli stupri collettivi dei soldati spagnoli del Siglo de Oro?
Bisogna togliersi gli occhiali, chiudersi gli occhi e aspettare.
Una mappa qualsiasi la trovate, una guida del Touring, magari complicata quanto quella di Istanbul.
Ma qui ci si viene a perdere.
E noi che ci abitiamo, che ostinatamente restiamo in visione periferica, come si fa in scena per non perdere di vista i movimenti laterali o posteriori mentre si recita, ci siamo persi da moltissimo tempo.
Facciamo conto che questa sia una visita tra i fantasmi, fantasmi assetati e luminosi.
Perché è difficile che chi si dice vivo lo sia davvero, a confronto con noi, i fantasmi di Napoli.”
Ecco, la cartolina è bruciata e solo con pochi estratti. Il velo tolto da questa amazzone nuda e indomabile, ferita e sanguinante eppure viva, implacabile. Napoli di ombre e sangue, di popoli in rivolta e di lotte che hanno edificato, distrutto, ricostruito, mutato e dilaniato il corpo di questa bellissima e intangibile strega che affascina e terrorizza, ti bacia e poi ti ammazza. La Napoli oscura e antica, la storia sacrale che si mescola a mazzette di soldi per la turistificazione e morti ammazzati; la Napoli che si accartoccia e si gonfia in un ammassarsi di edifici secolari e palazzine popolari; la Napoli di viuzze segrete colme di storie, esistenze e sentimenti che i suoi stessi abitanti ignorano; la Napoli che Antonella Cilento ci mostra in un modo mai fatto da altri, almeno non in ambito narrativo, in questo indispensabile libro, Il sole non bagna Napoli, da leggere assolutamente per chi vuole visitare la città senza che dopo un po’ resti solo il ricordo sbiadito del sapore della pizza, della sfogliatella e della mozzarella di bufala, o il canto sgraziato di uno squinternato che si esibisce dal terrazzo di casa sua, allietando comicamente i turisti e infastidendo gli abitanti del posto; una lettura essenziale per chi vuole conoscere davvero la propria città e attraversala con occhi e cuore nuovi, da fantasmi di carne in questo labirinto di ombre che abbagliano.
Sulla rubrica La lente azzurra della mia maestra Antonella Cilento per Repubblica, un lungo, accurato, intelligentissimo e meraviglioso articolo dedicato a Tempi dipinti, romanzo mio e di Noemi Gherrero uscito il 10 gennaio per Dellisanti editore.
L’8 febbraio alle 18, con Antonella Cilento alla Ubik di Napoli, in pieno centro storico.
Una bellissima intervista sul Salotto letterario di Caterina Franciosi per il mio romanzo Tempi dipinti, scritto assieme a Noemi Gherrero per Dellisanti editore.
Grazie di cuore a Marco Altore e a tutta la redazione del Roma per aver dedicato questo bellissimo articolo alla creatura mia e di Noemi: Tempi dipinti.