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Tratto dal romanzo La finestra chiusa

VIII  

Dopo quel giorno, Lia era stata accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci convinse che al cimitero del Pianto avremmo fatto un affare. Stavolta statue e tutto il resto non le avremmo date a Banana, ma a Vincenzo ‘A Zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e in cambio non ci avrebbe dato sigarette o erba, ma coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle.

Lia non aveva aperto bocca, sorprendendo Checco. Arrivati sul posto era stata proprio lei a farci entrare.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro. Continua a leggere Tratto dal romanzo La finestra chiusa

Tratto dal romanzo In cerca della Morte

I

Quando appresi che la Morte era scomparsa stavo a letto tormentato da un devastante dopo sbornia. Dalla persiana calata lame di luce fendevano la semioscurità fumosa e mi precipitavano sul viso, le urla sguaiate di una bambina mi giungevano dalla strada e si mischiavano al miagolio del gatto che, ostinato, picchiettava con la zampa sulla mia faccia.

Senza neppure aprire gli occhi mi voltai di scatto e sbattei il micio al suolo, fra vestiti sporchi, pacchetti di sigarette appallottolati e bottiglie vuote. Affondai la testa nel cuscino, soffocato dalla tosse, rivoli di bava mi colavano sulla barba.

A un tratto il trillo del telefono parve spaccare ogni rumore, un urlo che mi giunse nel cervello come un proiettile.

Mi rivoltai nel letto a occhi chiusi e senza smettere di tossire. Allungai la mano e tastai il vuoto in cerca di quel dannato cellulare, dal comodino caddero dei libri e una bottiglia di vino.

Feci appena in tempo a respirare un pungente tanfo di piscio prima che, afferrato il telefono, un possente grido frantumò ogni mia speranza di starmene a casa a smaltire la sbornia.

«Dove Cristo di un Dio sei, Gargiulo? Lo vedi che cazzo di ore sono, eh? Lo vedi? Lo vedi o no, brutto pezzo di merda?».

No, non lo vedevo. Non vedevo nulla. Tossivo ancora, mentre dall’altra parte del telefono il mio capo continuava a urlare. Incurante della tosse, dell’ora e del capo agguantai il pacchetto di sigarette, me ne ficcai una in bocca e l’accesi. Continua a leggere Tratto dal romanzo In cerca della Morte

Tratto dal romanzo Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato. Continua a leggere Tratto dal romanzo Piciul

Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella farsa. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio pianerottolo trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso.

Mi sedetti accanto a lei.

«Ehi, auguri…»

Neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale» aggiunse.

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra, e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Romanzo Piciul: Capitolo otto

VIII  

Damin correva di vicolo in vicolo, attorno a lui palazzi scrostati, minuscoli negozi cinesi e alimentari pakistani.

Non vedeva altro che suo fratello Floris, era scolpito nelle sue pupille, pulsava come un ascesso.

Avanzò veloce, calpestò rifiuti, vetri rotti, immondizia lasciata a marcire ai piedi di cassonetti straboccanti.

Schiacciò la carcassa di un gatto: gli tornò in mente la volta in cui Floris l’aveva portato in un cimitero a dissotterrare un morto per fregargli l’oro. Allora avrebbe voluto gettare suo fratello in quella fossa, invece ci era caduto lui, sotto le risate di Floris.

Continuò a correre, respirava puzza di muffa, palazzi cadenti si susseguivano irregolari, di tanto in tanto da una cappella nel muro il volto triste della vergine Maria sembrava compatirlo.

Sfrecciò davanti un edificio distrutto, gli parve di vedere il presepio che aveva costruito a otto anni. Era stata sua madre, quando era ancora in casa, a insegnargli a farlo. Una volta finito, Floris gliel’aveva distrutto, poi ci aveva pisciato sopra e aveva steso lui con un pugno.

«Frocio! Tu giochi cu ‘e bamboline?»

Suo padre rideva, mentre Damin, in lacrime, rimpiangeva il fratello che un tempo lo aiutava a costruire quello stesso presepio, insieme alla loro mamma. Continua a leggere Romanzo Piciul: Capitolo otto

Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

VI

Giugno 1996

La prima volta che vidi Lia stavamo impiccando Ugo, e subito la trovai bellissima. Eravamo davanti alla pizzeria di Gigino ‘o suldat in Via Torino, uno dei tanti vicoli di Piazza Garibaldi in cui io, Checco e Ugo spadroneggiavamo, almeno a detta nostra.

Gigino inveiva contro di noi. Alcune persone ci prendevano in giro vedendoci a fatica issare Ugo su di un palo mentre lui rideva, al collo un cappio ricavato da un cavo elettrico.

Era la terza volta in due mesi che provavamo a impiccarlo, e solo perché ci annoiavamo, ma puntualmente non riuscivamo a tirarlo su più di qualche decina di centimetri.

Quando Ugo cadde culo a terra, sotto le risate dei presenti e le grida di Gigino che ci intimava di andare via perché gli rovinavamo la reputazione del locale, già poco solida a causa dei panzarotti e delle zeppole fetenti che friggeva in un olio rancido, davanti a noi passò un furgoncino carico di bagagli.

Lì dentro c’era Lia. Continua a leggere romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

piciul: prima parte del capitolo due

II

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio Floris a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato soltanto per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi a Nisida per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo. Continua a leggere piciul: prima parte del capitolo due

antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

In un precedente articolo ho già parlato di Antonio Franchini e del suo meraviglioso libro Quando scriviamo da giovani. Redattore storico della narrativa italiana Mondadori, dal 1991 al 2015 ha portato la casa editrice milanese a innumerevoli successi, fra cui la scoperta di casi letterari quali Giordano e Saviano. Lasciata Mondadori ora si occupa della narrativa italiana e della saggista per Giunti.

Oltre che il più grande redattore italiano contemporaneo, Franchini, come già scritto nel precedente articolo a lui dedicato, è uno scrittore eccelso, a mio dire paragonabile a quei rari casi di scrittori al di fuori dell’ordinario come Giuseppe Montesano o Arnaldo Colasanti: prodigi unici in ambito letterario, almeno qui in Italia.

Un vero peccato che Franchini, come i due illustri nomi a lui accostati, a causa dei suoi numerosi impegni editoriali possa scrivere poca narrativa.

Vincitore del Premio Bergamo nel 1997, del Premio Fiesole Narrativa Under 40 e del Premio Mondello Autore italiano nel 2003, la sua scrittura risulta precisa, alta e raffinata seppur concreta ed evocativa, al punto da rendere appassionante quanto un Classico della letteratura anche un testo che potrebbe essere definito un reportage narrativo come I gladiatori, bellissimo libro pubblicato nel 2005 da Mondadori nella collana P.B.O. Continua a leggere antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi.

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure a malapena avevo salutato mia madre, come sempre ferma ai fornelli, e mio padre ridotto ormai a un debole vecchio, così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie ero corso a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Continuavo a fissarmi allo specchio. Avevo trentacinque anni e mi mancavano già tre molari, i denti erano anneriti dal fumo.

Probabilmente presto anche i miei capelli sarebbero diventati bianchi, come quelli di mio padre. Come lui avrei messo su pancia e perso i denti.

Mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane. Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre era sempre stato un vecchio, ed era vero. Di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un alone di mio padre che non riuscivo a raschiare via. Continua a leggere ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO