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Tratto dal romanzo: In cerca della morte

XVI  

Camminavamo su petali di rosa, attorno a noi arcate dorate da cui ondeggiavano nell’aria profumata di gelsomino drappi di velluto. I Righeira, imbalsamati, suonavano e cantavano sorridenti in una teca di cristallo. Ovunque decine di Akim, completamente nudi, si lavavano la schiena a vicenda.

«Si plepalano pel glande lito…» sussurrò il temerario Akim, facendoci strada fra pile di suoi cloni, mentre su di noi piovevano petali profumati.

Io e l’ingenuo Bambi, sbigottiti, ci fermammo sull’uscio di un’altra sala, mentre Jesus sembrava trattenere solo una scorreggia.

Carne! Ovunque carne. Una matassa di carne palpitante, ansante, ululante. Non si vedevano che gambe, braccia e teste intrecciarsi in un groviglio carnoso, molliccio, sudaticcio, fremente. Il pavimento colmo di cuscini ne era invaso: impossibile camminare senza sprofondarci, senza essere risucchiato da quei corpicini nudi che si avvinghiavano fra loro, afferrandosi, scavalcandosi, penetrandosi, leccandosi: un gomitolo di carne e di secrezioni che non avremmo mai potuto sciogliere.

Mi vennero le vertigini, mi sentivo male. Temevo di perdere l’equilibrio e cadere in quel turbinio ansante, di venirne ingerito. Continua a leggere Tratto dal romanzo: In cerca della morte

Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Qual è la più grande paura dell’essere umano? La morte? Io credo che essa sia solo la rappresentazione massima della più profonda paura umana. Potremmo definire tale paura come il timore di non vivere, e quand’è che non si vive? Forse quando non si è liberi di vivere?

Immaginate una vita in gabbia, sempre sotto controllo, costretti non solo a obbedire a degli ordini, ma seguire impotenti gli avvenimenti che vi coinvolgono senza poter davvero prenderli per le redini, modificarli, anche quando palesemente ingiusti.

Abbiamo l’illusione di essere padroni di noi stessi, di vivere la vita che sognavamo. Ci basta scrivere su di un social network per crederlo, pubblicare una foto su Facebook o su Instagram. Poi, magari, svolgiamo lavori odiati solo per tirare avanti e ci convinciamo persino che ci piacciano pur di non guardare l’impotenza della nostra esistenza. In altri casi, invece, siamo pronti a sacrificare dignità e affetti per del denaro. Comunque sia ci ritroviamo sempre schiavi di qualcosa e pronti a fare cose indesiderate per ottenere un privilegio, che sia grande, piccolo o effimero.

Raccontare con onestà una così forte frustrazione, forse il vero male di vivere, è cosa concessa a pochi, perché poche persone riescono a guardare nella spirale di un’esistenza fallita senza impazzire. Fra questi sicuramente Franz Kafka, nato a Praga il 3 luglio 1883 e morto a Kierling il 3 giugno 1924. Continua a leggere Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Tratto dal romanzo La finestra chiusa

VIII  

Dopo quel giorno, Lia era stata accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci convinse che al cimitero del Pianto avremmo fatto un affare. Stavolta statue e tutto il resto non le avremmo date a Banana, ma a Vincenzo ‘A Zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e in cambio non ci avrebbe dato sigarette o erba, ma coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle.

Lia non aveva aperto bocca, sorprendendo Checco. Arrivati sul posto era stata proprio lei a farci entrare.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro. Continua a leggere Tratto dal romanzo La finestra chiusa

Tratto dal romanzo Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato. Continua a leggere Tratto dal romanzo Piciul

Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

A dire il vero, vista l’attuale situazione che coinvolge tutti, l’intero mondo, volevo evitare di scrivere un articolo su questo romanzo letto anni fa, uno dei pochi che mi ha davvero angosciato, ma infine ho sentito di doverlo fare.

Il compito di un narratore – si spera – è quello di trasfigurare una parte di sé e donarla a una storia. Non deve mai apparire, eppure il proprio vissuto deve essere carne e sangue sulle pagine. Non deve mai giudicare il proprio tempo, eppure tramite il vissuto dei propri personaggi deve mostrarlo crudamente, lasciando che ogni critica sociale venga dal loro vissuto, non dalle proprie ideologie.

Oggi, invece, il realismo è talmente abusato da non essere più realismo, non certo quello de Gli indifferenti di Moravia. Oggi il realismo è costruito a tavolino da chi regge il mercato editoriale, dalle lobby delle classifiche, dal gruppo di amici sempre pronto a mostrarsi a ogni festival e vincere premi.

Ma ora di festival non ce ne sono, e forse non ce ne saranno per mesi. Ed è probabilmente per questo che oggi, in questo preciso momento storico in cui l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia a livello globale, fa così paura parlare di realismo? Continua a leggere Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

Una storia è fatta di svolte: I quindici beat sheet di Blake Snyder

Quello che noto spesso quando leggo un aspirante scrittore, o un autore che ha esordito con una piccola casa editrice, è l’assenza di svolte nella storia, e per svolte non intendo azioni eclatanti, ma eventi che, nati da una causa, producano un effetto nella vita dei personaggi dinnanzi cui questi non possono restare passivi.

La vita umana è sempre basata sul principio Causa/Effetto, da questo non si sfugge. La Causa e ciò che crea l’Effetto, ed esso ci porta inevitabilmente a dover compiere una scelta, dunque un’azione.

Prendiamo per esempio un capolavoro della letteratura italiana che di sicuro conoscete, Il barone rampante, di Italo Calvino, un romanzo in cui l’innesco della storia è immediato.

Cosimo Piovasco di Rondò, durante uno dei soliti e noiosi pranzi in famiglia, disobbedisce a suo padre che vuole costringerlo a mangiare le disgustose lumache cucinate da sua sorella Battista e, risoluto, sale su un albero, deciso a non scendere più.

Ora, se il rifiuto di Cosimo si fosse ridotto a un blando tira e molla con suo padre, non sarebbe accaduto nulla, invece Cosimo, a seguito di un conflitto nato dalla richiesta paterna, risponde decidendo di salire su un albero e di restarci per sempre; non resta passivo, agisce, e lo fa mosso da un conflitto interiore che, nell’evolversi della storia, risulterà avere radici ben più profonde di una semplice lite dovuta a un piatto di lumache.

Ecco, le svolte portano i nostri personaggi a prendere decisioni e ad agire, e a farlo in modo concreto e coerente con il loro mondo interiore, che sia conscio o inconscio.

Sembra una cosa scontata, eppure, come detto inizialmente, spesso leggo pagine e pagine in cui non succede nulla, in cui i personaggi spiegano i propri sentimenti, si parlano addosso, girano e rigirano sempre attorno alla stessa questione senza che accada mai niente: la storia non va avanti. Continua a leggere Una storia è fatta di svolte: I quindici beat sheet di Blake Snyder

Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella farsa. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio pianerottolo trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso.

Mi sedetti accanto a lei.

«Ehi, auguri…»

Neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale» aggiunse.

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra, e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Romanzo Piciul: Capitolo otto

VIII  

Damin correva di vicolo in vicolo, attorno a lui palazzi scrostati, minuscoli negozi cinesi e alimentari pakistani.

Non vedeva altro che suo fratello Floris, era scolpito nelle sue pupille, pulsava come un ascesso.

Avanzò veloce, calpestò rifiuti, vetri rotti, immondizia lasciata a marcire ai piedi di cassonetti straboccanti.

Schiacciò la carcassa di un gatto: gli tornò in mente la volta in cui Floris l’aveva portato in un cimitero a dissotterrare un morto per fregargli l’oro. Allora avrebbe voluto gettare suo fratello in quella fossa, invece ci era caduto lui, sotto le risate di Floris.

Continuò a correre, respirava puzza di muffa, palazzi cadenti si susseguivano irregolari, di tanto in tanto da una cappella nel muro il volto triste della vergine Maria sembrava compatirlo.

Sfrecciò davanti un edificio distrutto, gli parve di vedere il presepio che aveva costruito a otto anni. Era stata sua madre, quando era ancora in casa, a insegnargli a farlo. Una volta finito, Floris gliel’aveva distrutto, poi ci aveva pisciato sopra e aveva steso lui con un pugno.

«Frocio! Tu giochi cu ‘e bamboline?»

Suo padre rideva, mentre Damin, in lacrime, rimpiangeva il fratello che un tempo lo aiutava a costruire quello stesso presepio, insieme alla loro mamma. Continua a leggere Romanzo Piciul: Capitolo otto

Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

Giuseppe Montesano su David Foster Wallace

Grazie mille alla scuola di scrittura creativa Lalineascritta, fondata più di ventisei anni fa dalla scrittrice Antonella Cilento.

Il secondo incontro della ottava edizione (2019-2020) de “I Magnifici Sette”, la serie di lezioni magistrali sui classici della letteratura che lo scrittore Giuseppe Montesano tiene nell’ambito dei laboratori di scrittura creativa de Lalineascritta.. Questa lezione, tenutasi a Napoli il 21/11/2019, ha come protagonista lo scrittore statunitense David Foster Wallace. Tutti i dettagli del ciclo qui: http://bit.ly/2olpqhX