Scrivere per immortalare qualcosa di importante

Una delle più grandi difficoltà in narrativa è scrivere storie che trattino il tema della disabilità fisica e/o mentale.

Potrebbe sembrare una cosa sciocca, siccome oggigiorno molti scrivono di questo tema, ma nel più dei casi i risultati ottenuti confermano ciò che ho appena scritto.

Quando si scrive una storia in cui sono presente personaggi disabili, o in cui addirittura la disabilità è il tema portante della storia, si rischia sempre di cadere in due tranelli: il pietismo, oppure l’autocelebrazione.

Di norma nel primo tranello ci cade chi non ha mai fatto esperienza diretta (non intendo per forza sulla propria pelle) di ciò che vive una persona disabile. L’autore tende a voler raccontare a tutti i costi un dramma e, non conoscendolo, cade in un melodramma che può risultare asfissiante e addirittura patetico, come nel caso di molti show televisivi che fingono di trattare il tema della disabilità.

Nel secondo tranello, invece, è solito caderci chi ha vissuto o vive da vicino il problema della disabilità. Troppo coinvolti emotivamente, questi scrittori non riescono a distaccarsi dall’autobiografia, esaltando talvolta il dolore, altre volte un sentimentalismo che risulta fasullo, esagerato quanto il dolore dichiarato di una situazione sì infelice, sì forte, ma che è vissuta comunque in un contesto quotidiano.

In ambedue i casi si tende a esagerare, a ingigantire ogni aspetto che ruota attorno alla disabilità di un individuo, e questo crea storie fasulle, stucchevoli, piatte, talvolta persino denigranti per chi vive sul proprio corpo, o da molto vicino, il problema della disabilità.

Bisogna assorbire tutto il dolore e tutta la gioia dell’argomento, fissarlo e metabolizzarlo, per poi poterne scriverne restando sia dentro che fuori la storia: raccontando un fatto, e non lasciandosi soverchiare da sentimentalismi o da ciò che si vuole a tutti i costi dire: spesso l’aspetto moralistico che distrugge questo tipo di opere.

Certo, questo è il processo che si dovrebbe fare per ogni opera di narrativa, ma utilizzarlo quando si tratta un tema così forte è difficilissimo.

Chi ci è riuscito alla perfezione è stato Giuseppe Pontiggia.

Già abbiamo parlato di questo grandissimo autore nell’articolo dedicato a La grande sera, capolavoro letterario vincitore del Premio Strega nel 1989. Oggi, invece, voglio parlarvi di un altro capolavoro di Pontiggia: Nati due volte, romanzo edito nel 2000 da Mondadori: Premio Campiello, 2001; Premio Letterario Basilicata, 2000.

Il romanzo narra l’esperienza di Frigerio, un padre che ha la sorte di avere un figlio disabile di nome Paolo, e seguiamo la sua storia proprio dalla nascita di suo figlio.

Quando lessi la prima volta Nati due volte non sapevo che Pontiggia è stato padre di un ragazzo disabile, da qui è ovvio dedurre la natura autobiografica di Nati due volte, eppure, nel leggere il libro non c’è la minima traccia di autoreferenzialissimo da parte dell’autore, né tantomeno un eccesso di patos che, come già detto, potrebbe portare chi vive questo dramma in prima persona a scrivere in modo melodrammatico.

In Nati due volte è tutto ordinario, e in questa quotidianità il dramma emerge, come emerge la gioia, la speranza, la bellezza: tutto ciò che è parte della vita.

Un’operazione magistrale compiuta da Pontiggia che si è costretto a metabolizzare pienamente una situazione per lui tanto dolorosa e difficile, per poi poter donare il proprio vissuto alla pagina, anziché solo se stesso.

Il libro inizia proprio con la nascita di Paolo.

Non ricordo chi mi ha parlato per primo dell’assenza di pianto, ma è così grave? , sì, è grave, era cianotico, ricordo una parola, cianotico, me la dice in fretta il chirurgo uscendo dalla porta, la domanda che loro non vogliono sentire ed è l’unica che a te interessa, quali sono le conseguenze? , è troppo presto per dirlo, possono anche non essere preoccupanti, ora pensi a sua moglie.

È a letto esangue, angosciata, silenziosa. Guarda verso la finestra. La pioggia serpeggia in rigagnoli lungo le vetrate. Le prendo la mano sopra la coperta:

«Sei stata bravissima.»

Fa segno di no con la testa.

«Vedrai che andrà bene.»

Non risponde.

Poi accenna a parlare, ha una voce fioca, mi curvo fino a sfiorarle la fronte, madida di sudore gelido. Mi chiede:

«Hai visto il bambino?»

«No.»

«Va’ a vederlo.»

Chi mi aveva parlato di felicità della nascita?

Da subito Pontiggia ci porta in un vortice di pensieri e paure, per poi sbatterci in faccia il dramma in tutta calma, con poche battute da cui emergono nitidamente i volti, gli sguardi, l’angoscia di un uomo e della propria moglie innanzi a una tragedia che coincide con la gioia della nascita.

Il dramma seguito poi dalla speranza, dalle illusioni, dall’accettazione e infine dalla quotidianità, spesso più crudele di situazioni iperboliche, proprio perché si ripete giorno dopo giorno in piccoli elementi che costituiscono una ripetizione del dolore tale da apparire invisibili e costante a chi la vive, atroce per chi la guarda, e insostenibile in quei momenti in cui i protagonisti si accorgono di costa sta realmente accadendo.

«Reggi la faccia con le mani» gli dico.

La fa, ma i gomiti scivolano nella sabbia e il mento vi affonda.

Lo aiuto a rimettersi in posa. Quando però accosto l’occhio all’obbiettivo, lui è di nuovo disteso.

«Non riuscirai mai a riprenderlo in questa posizione» mi dice Franca sollevandolo per le ascelle e scuotendogli via la sabbia. «Sarebbe difficile anche per noi.»

Ecco una frase che ricorre di continuo in chi assiste i disabili. “Noi” come termine perenne di confronto, simbolo di una normalità suprema, traguardo irraggiungibile quanto comune.

Insiste:

«Perché vuoi fotografarlo in questa posizione?»

Non lo so neanch’io, avevo in mente un putto appoggiato con i gomiti alla cornice di un quadro rinascimentale. Come mai cerco modelli così remoti e assurdi?

Lo faccio accovacciare nella sabbia e gli scavo intorno una buca. Lui cade in avanti sporcandosi la faccia. Non piange perché capisce che sono io il responsabile dei suoi guai e mi rivolge uno sguardo tra il rimprovero e la protezione. A volte con me è paterno, è uno dei tratti che mi commuovono.

Lo ripulisco in fretta, lo rimetto seduto con le gambe accosciate, come un piccolo Buddha.

«Ecco, fermo così, non muoverti!»

Ripeto la frase tipica di mio padre, tra i pochi che in villeggiatura, prima della guerra, possedeva la leggendaria Zeiss tedesca, quando mi fotografava sui prati di Caglio.

Il piccolo Buddha vacilla prima di precipitare in avanti. Premo il pulsante mentre alza il viso intimorito verso di me.

Nella fotografia ha acquistato un’aria seria, preoccupata, normale

Il dolore di questa scena nasce proprio dal suo svolgersi in una situazione ordinaria, persino bella: una fotografia scattata al proprio bambino sulla spiaggia, un evento normale, semplice ma che innesca il dramma di entrambi i genitori, e di Paolo, e rivela una cosa straziante: loro e noi.

Un quotidianità fatta di alti e bassi, di rassegnazione e speranze, di dolori e gioie.

Quando ritorno in sala vedo lei, sotto il cono di luce della lampada, staccare le mani dalle ginocchia e posarle sul tavolo.

«No, Paolo, cerca di essere calmo. Se il doppio di sessanta è centoventi, quale sarà la metà?»

Paolo mi guarda smarrito.  Cerca un aiuto.

«Rispondi alla mamma» gli dico.

Lui non sa più dove guardare. Non c’è salvezza.

«Cinquanta!» risponde.

«No!» grida lei. «Tu ti ricordi cinquanta perché te lo diceva prima tuo padre! Che cosa c’entra cinquanta?»

Paolo abbandona i braccioli della poltrona. È arrossito violentemente e gli trema il labbro.

«Lascialo in pace» dico.

Aggiungo:

«Proveremo un’altra volta.»

Lei chiude gli occhi:

«Va bene.»

Mi siedo a tavola. Lei si alza.

Dice:

«Mangiamo tra mezz’ora. D’accordo?»

«D’accordo.»

Prendo la mano di Paolo. Ha gli occhi pieni di lacrime, ma non piange. Gli chiedo:

«Chi ha ragione tra me e la mamma?»

Anche qui il dramma emerge in un contesto che appare quasi impermeabile, freddo; staticità acuita dalla scrittura pulita e soffocante della pagina di Pontiggia.

La speranza che a volte sfocia in delusione, poi in rabbia, avviluppando tutto in un clima di impotenza e frustrazione che si trasforma in un’altalenante rassegnazione.

In ogni caso è l’accettazione che manca, e nel mezzo, Paolo e il suo groviglio di sentimenti silenziosi, incomprensibili persino a se stesso, desideroso solo di non sentirsi un peso, sbagliato, non come gli altri.

È vero, lui mi guarda leggermente sconcertato. Avevo individuato alcune tessere del puzzle, ma non sapevo come combinarle. Avevo perfino immaginato che la donna avesse una aspirante e che l’uomo ne fosse risucchiato. Una cosa assurda, quasi vera.

«Tu sei un bel ragazzo, hai problemi nel camminare e nel parlare, però potresti benissimo piacere.»

«Sì» annuisce di malavoglia.

«Hai il senso dell’umorismo e sei molto gentile. È un aspetto che piace alle ragazze. Sei anche galante.»

Do per acquisito che gli manchi qualcosa e questo lo fa ricadere nel disagio. Altro errore è chiedere proprio a lui la risposta.

I sentimenti di Paolo, crescendo, mutano, s’ingigantiscono e chiedono riscontro nel mondo esterno, ma il mondo esterno racchiude il proprio pensiero nelle parole inconsce di suo padre: «Che cosa ti manca?»

Perché, forse, il problema della disabilità non è tanto l’essere disabile, ma l’essere disabile in un mondo dove tutti ti vedono come tale: Noi e Loro, divisione che reca non solo solitudine, ma sconforto.

Recita annuale dei disabili nell’oratorio di Paolo.

«Secondo te posso non venire?» chiedo a Franca con disinvoltura disperata.

«Ma certo!» mi risponde lei, noncurante.

«Come?» la guardo riconoscente.

«È il terso anno che recita e non l’hai mai visto.» Ostenta una serietà neutrale. «Puoi continuare così.»

«Lui com’è rimasto?» le chiedo.

«Malissimo.»

«Te l’ha detto lui?» insisto.

«No, lo sai che è orgoglioso. Mi ha chiesto solo se quest’anno venivi.»

«E tu?»

Perché faccio domande? Mai fare domande.

«Non so, gli ho detto. Lo sai come è fatto il papà.»

«E come è fatto?» le chiedo.

«Malissimo» risponde lei, come se rispondesse a Paolo.

Mi sto arrendendo.

«Qual è il titolo della recita?»

«Ulisse.»

«Di Joyce?»

«No, di Omero.»

Mi sono arreso.

Quest’ultimo stralcio rivela una verità profonda: se è esiste una disabilità motoria, fisica, mentale, esiste anche una disabilità dei sentimenti, come quella di questa coppia; una disabilità estremamente ordinaria, presente, da essere reputata normalità.

In questa famiglia, in questo libro, la sola persona viva sembra proprio Paolo.

Un grande capolavoro di Pontiggia in cui il tema della disabilità è trattato in modo crudo, reale, tanto ordinario da sentirlo vicino, sulla pelle.

Un capolavoro della letteratura che non piò mancare in una libreria domestica. 

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