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Romanzo Piciul

Edito da Linea Edizioni nel novembre del 2021, Piciul è il primo romanzo che ho pubblicato dopo il mio percorso di studi presso Lalineascritta. La prefazione è stata scritta dalla mia maestra di scrittura creativa, Antonella Cilento, e la sua uscita è stata anticipata da un generoso articolo su La Repubblica.
Distribuito da Messaggerie è ordinabile presso tutte le librerie fisiche o negozi online.
Piciul narra le vicende di cinque adolescenti rumeni che vivono nei vicoli a ridosso della Stazione Centrale di Napoli: Horia, Blanca, Damin, Vali e Dorin; cinque ragazzini cresciuti insieme tra emarginazione, delusioni, dolori ma anche sogni.

Forse, come ha scritto Antonella nella sua prefazione: un punto di vista diverso su una Napoli fin troppo raccontata.

Di seguito un piccolo estratto.

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Progetto editoriale: Il grande racconto di Renoir

Antologia curata da Monia Rota ed edita nel 2019 da Edizioni della seraincui è presente un mio racconto: Fotografie ingiallite.
Di seguito un piccolo estratto:

La foto di sua moglie era ancora sulla libreria, accanto all’attestato professionale di docente, anche se il professor Pietro Tondelli non insegnava più da dodici anni e da altrettanto tempo sua moglie, Clara, era andata via.

In un cassetto della libreria conservava le foto dei suoi alunni, centinaia di volti che si erano susseguiti in vent’anni di carriera. Di ognuno ricordava il nome, il volto, la voce.

Mise via la foto di Giuseppe Chiarolanza, conosciuto come Peppe ‘O cavallo. Era un alunno della quarta C, proprio come Carmelo ‘O puorc. Lo mettevano sempre a fare il palo prima che iniziasse la lezione: “Facit ambress, sta vennen ‘o prufessor’…”

Le labbra ringrinzite si arcuarono in un impercettibile sorriso. Sistemò gli occhiali, acuì lo sguardo e passò in rassegna i numerosi tomi che affollavano la sua libreria.

Dietro la foto di Clara c’era la vecchia edizione di Madame Bovary che lui le aveva regalato. Le diceva sempre che la donna sulla copertina, la signora Daudet dipinta da Renoir, le somigliava.

Clara neppure si era accorta di averlo lasciato nella vecchia casa, e Pietro l’aveva portato con sé.

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L’importanza delle parole: sussurri mischiati per rendere tangibile l’invisibile

È triste vedere come oggigiorno la lingua italiana sia continuamente svenduta, mercificata. Non si tratta soltanto di una questione stilistica, tanto meno di un lessico ridotto sempre più all’osso, è proprio il senso intrinseco della lingua italiana a essere stato deturpato, ciò di cui è formata: le parole.

Alcuni credono che l’inventare nuovi termini, come petaloso, oppure modernizzare alcune frasi equivalga a un vilipendio della nostra lingua, una storpiatura delle nostre preziose parole. In parte è così, ma non credo affatto sia questo il problema. Il vero dramma comincia lì dove ci si crede capaci di impadronirsi delle parole. Usarle a proprio piacimento, catalogarle, ridurle persino a uno strumento di vile mercificazione.

Si parla tanto di parole, di lingua italiana, eppure per la parola scritta continua a non esserci rispetto. In TV, ad esempio, vediamo presentatori e presentatrici poco avvezzi alla lettura mettere bocca sulla nostra lingua. In una misera ora di girato si ha la pretesa di spiegare quanto si apprende in anni di filologia. Assistiamo a comici che non hanno soltanto la pretesa di recitare un sommo poeta quale Dante, ma di spiegarlo, senza avere la preparazione culturale per farlo.

Tutto questo mostra con quale mancanza di rispetto ci si avvicina alla cultura, soprattutto alla cultura letteraria. In questo tempo dove tutti credono di poter mettere bocca su tutto, e farlo senza formarsi, di certo la nostra lingua non è stata risparmiata; anzi, essendo essa formata di parole sembra qualcosa di facilmente ingabbiabile, manipolabile. Dunque si parla di libri, senza averli mai letti. Si parla di film, senza averli mai visti. Si cita Dante, deformando il senso delle sue parole. Si interpreta a proprio piacimento qualsiasi dottrina, credendo di poterla assimilare in un tempo di poco superiore a quello di un pasto.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

La porta di casa era già spalancata. Il corridoio era pieno di persone che non vedevo da anni, immobili come statue.

Contro le pareti, sembravano lì per accogliere il mio passaggio.

C’era pure il papà di Alfonso, Giannino Vitagliano, proprio lui che aveva sempre giudicato mio padre un cafone, un animale. Era venuto anche Sciabolone. Nel vedermi mi pose la mano sulla spalla, incapace di guardarmi negli occhi, come tutti.

Avanzavo in quel varco di carne, mano nella mano di Lia. Udivo appena qualche sospiro, la fasulla pena di quei deficienti che non avevano mai sopportato né me né mio padre.

In fondo al corridoio la luce della camera da letto dei miei era accesa, da essa giungevano pianti, lamenti e voci.

Riconobbi il gemito doloroso di mia madre ed ebbi voglia di andare via, perché più della morte di mio padre mi terrorizzava il pensiero della sofferenza di mia madre e di ciò che avrei dovuto fare per lenirla.

Era seduta accanto al letto, stravolta dalle lacrime, la mano ferma sul corpo esangue di mio padre ridotto solo a un corteccia di pelle.

In piedi alle sue spalle c’era mia sorella, lo sguardo chino per non vedere cosa era rimasto di suo padre.

In un angolo c’era mio fratello.

Lia continuava a tenermi forte la mano, ma non la guardai, non dissi nulla, insieme a lei avanzai lento verso il letto, seguito dagli sguardi invisibili di tutti i presenti e di mio fratello che dalla sua tana sembrava fiutasse ogni mio passo.

Appena raggiunsi mia madre, lei, senza riuscire ad alzarsi, mi afferrò il braccio e mi tirò a sé.

Sentivo le sue lacrime bagnarmi il petto, come se volessero scavarmi nelle carni ed entrami nel cuore. Sembrava mi stesse chiedendo di ridarle Onofrio, e perché, non lo capivo.

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