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Sempre vicini, ma sempre soli. L’incomunicabilità mostrata da Simenon.

La nostra è l’epoca in cui si è sempre connessi con il mondo intero. Abbiamo la possibilità di comunicare con chiunque, ovunque egli si trovi. Non abbiamo più bisogno di telefonare, le comunicazioni passano quasi sempre via chat o tramite messaggi vocali.

Un tempo si sceglievano con cura la persona da sentire, ed erano sempre persone presenti nel nostro quotidiano. Oggi, invece, in un giorno chattiamo con decine di persone che non abbiamo mai visto in carne e ossa. Seppur chiusi in una stanza non siamo mai soli.

Eppure mi chiedo cosa se non un profondo senso di solitudine ci porta a interagire con chiunque e ad avere sempre bisogno di una finestra virtuale spalancata sul mondo?

L’incomunicabilità umana è uno dei temi portanti nella letteratura del novecento, basti pensare al profetico Gli indifferenti, capolavoro di Alberto Moravia pubblicato nel 1929 e che tutt’oggi, a un secolo di distanza, è ancora tremendamente attuale. Nella scrittura di Kafka l’incomunicabilità non mette radici solo in ambito famigliare, ma nel tessuto sociale: l’uomo come elemento invisibile in un mondo sempre più veloce, burocratico, meccanico, gelido.

Oggi, con il crescere delle tecnologie, si ha l’illusione di aver vinto la solitudine. Abbiamo sempre qualcuno con cui parlare, sempre una platea a cui mostrarci. Nonostante ciò basterebbe osservare una fra le tante cene di una qualsiasi famiglia per ritrovarsi davanti la stessa dinamica famigliare mostrata nel l’opera di Moravia: silenzio e indifferenza. La sola voce è quella del televisore accesso; i soli sguardi sono quelli rivolti a uno smartphone. Non parliamo più, proviamo quasi fastidio a stare insieme, spesso più il legame è intimo più in noi cresce l’imbarazzo, come se il concetto di comunicazione fosse ormai limitato a svolgersi nascosti dietro uno schermo. Tuttavia non riusciamo a fare a meno delle persone. Relazioni di ogni tipo vengono trascinate avanti persino quando l’incomunicabilità si tramuta in fastidio, poi in livore, infine in odio. Continua a leggere Sempre vicini, ma sempre soli. L’incomunicabilità mostrata da Simenon.

Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

Tratto dal romanzo: La finestra chiusa

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione.

Era socchiusa. Da bambino non la lasciavo mai aperta, perché Rino mi aveva detto che li c’erano i fantasmi.

Quando l’aprii pensai che forse mio fratello aveva ragione: fra scaffalature di ferro piene di carabattole vidi i vecchi attrezzi da lavoro di mio padre, in un angolo erano ammassate alcune cornici, fra cui una che aveva contenuto una tela di Arturo Grassi, venduta da mio padre dopo il fallimento della fabbrica, ormai ridotta a un buco dove c’erano solo lui e mia madre.

Le sfiorai lentamente. Mi parve di sentire ancora il rumore della sega circolare, il tonfo della pistola ad aria compressa che sparava chiodi nelle cornici, le urla di mio padre, e di respirare la puzza di segatura fradicia, di vernice e di sudore. Continua a leggere Tratto dal romanzo: La finestra chiusa

Tratto dal romanzo: Piciul

XII

Blanca dormiva nel letto di Piciul, come quando era bambina. Lui sedeva accanto a lei, non osava neppure guardarla, quasi avesse paura di violare l’intimità di quella figura esile, pallida, delicata: un simulacro di verginità.

Ne spiò appena le forme da sotto le coperte, la curva dei fianchi, un piede nudo che penzolava nel vuoto.

Distolse subito lo sguardo. Il cuore gli batteva forte, non sapeva nemmeno dare un nome a ciò che provava, avvertiva la pelle bruciare, sotto di essa si muovevano milioni di invisibili insetti.

Dalla cucina proveniva il profumo della camomilla preparata da sua madre. Di tanto in tanto si udivano colpi di tosse, quasi grattassero contro la porta della stanza.

Mosse appena la mano verso Blanca per accarezzarla, ma si fermò, non ci riusciva.

Da piccoli dormivano sempre abbracciati, in quello stesso letto, ma adesso stare lì con lei, in quell’intimità assoluta, travolto dal suo profumo, così vicino alla sua pelle, gli faceva paura, tutto era così diverso da quando erano bambini.

«Horia, io e te staremo sempre insieme, vero?»

«Ma certo che sì! Che lo chiedi a fare?»

«Così…»

I passi e i colpi di tosse di sua madre lo fecero sobbalzare, quasi denti affilati gli avessero sfiorato il collo.

La vide entrare a passo lento, in mano un vassoio e su di esso una camomilla.

«Dorme ancora?»

«Sì…»

Ada lasciò la camomilla sul comodino, accarezzò Blanca e sorrise, poi si rivolse a Piciul.

«Andiamo di là» gli disse a bassa voce. Continua a leggere Tratto dal romanzo: Piciul

Tratto dal romanzo: In cerca della morte

XVI  

Camminavamo su petali di rosa, attorno a noi arcate dorate da cui ondeggiavano nell’aria profumata di gelsomino drappi di velluto. I Righeira, imbalsamati, suonavano e cantavano sorridenti in una teca di cristallo. Ovunque decine di Akim, completamente nudi, si lavavano la schiena a vicenda.

«Si plepalano pel glande lito…» sussurrò il temerario Akim, facendoci strada fra pile di suoi cloni, mentre su di noi piovevano petali profumati.

Io e l’ingenuo Bambi, sbigottiti, ci fermammo sull’uscio di un’altra sala, mentre Jesus sembrava trattenere solo una scorreggia.

Carne! Ovunque carne. Una matassa di carne palpitante, ansante, ululante. Non si vedevano che gambe, braccia e teste intrecciarsi in un groviglio carnoso, molliccio, sudaticcio, fremente. Il pavimento colmo di cuscini ne era invaso: impossibile camminare senza sprofondarci, senza essere risucchiato da quei corpicini nudi che si avvinghiavano fra loro, afferrandosi, scavalcandosi, penetrandosi, leccandosi: un gomitolo di carne e di secrezioni che non avremmo mai potuto sciogliere.

Mi vennero le vertigini, mi sentivo male. Temevo di perdere l’equilibrio e cadere in quel turbinio ansante, di venirne ingerito. Continua a leggere Tratto dal romanzo: In cerca della morte

Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Qual è la più grande paura dell’essere umano? La morte? Io credo che essa sia solo la rappresentazione massima della più profonda paura umana. Potremmo definire tale paura come il timore di non vivere, e quand’è che non si vive? Forse quando non si è liberi di vivere?

Immaginate una vita in gabbia, sempre sotto controllo, costretti non solo a obbedire a degli ordini, ma seguire impotenti gli avvenimenti che vi coinvolgono senza poter davvero prenderli per le redini, modificarli, anche quando palesemente ingiusti.

Abbiamo l’illusione di essere padroni di noi stessi, di vivere la vita che sognavamo. Ci basta scrivere su di un social network per crederlo, pubblicare una foto su Facebook o su Instagram. Poi, magari, svolgiamo lavori odiati solo per tirare avanti e ci convinciamo persino che ci piacciano pur di non guardare l’impotenza della nostra esistenza. In altri casi, invece, siamo pronti a sacrificare dignità e affetti per del denaro. Comunque sia ci ritroviamo sempre schiavi di qualcosa e pronti a fare cose indesiderate per ottenere un privilegio, che sia grande, piccolo o effimero.

Raccontare con onestà una così forte frustrazione, forse il vero male di vivere, è cosa concessa a pochi, perché poche persone riescono a guardare nella spirale di un’esistenza fallita senza impazzire. Fra questi sicuramente Franz Kafka, nato a Praga il 3 luglio 1883 e morto a Kierling il 3 giugno 1924. Continua a leggere Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Tratto dal romanzo La finestra chiusa

VIII  

Dopo quel giorno, Lia era stata accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci convinse che al cimitero del Pianto avremmo fatto un affare. Stavolta statue e tutto il resto non le avremmo date a Banana, ma a Vincenzo ‘A Zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e in cambio non ci avrebbe dato sigarette o erba, ma coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle.

Lia non aveva aperto bocca, sorprendendo Checco. Arrivati sul posto era stata proprio lei a farci entrare.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro. Continua a leggere Tratto dal romanzo La finestra chiusa

Tratto dal romanzo In cerca della Morte

I

Quando appresi che la Morte era scomparsa stavo a letto tormentato da un devastante dopo sbornia. Dalla persiana calata lame di luce fendevano la semioscurità fumosa e mi precipitavano sul viso, le urla sguaiate di una bambina mi giungevano dalla strada e si mischiavano al miagolio del gatto che, ostinato, picchiettava con la zampa sulla mia faccia.

Senza neppure aprire gli occhi mi voltai di scatto e sbattei il micio al suolo, fra vestiti sporchi, pacchetti di sigarette appallottolati e bottiglie vuote. Affondai la testa nel cuscino, soffocato dalla tosse, rivoli di bava mi colavano sulla barba.

A un tratto il trillo del telefono parve spaccare ogni rumore, un urlo che mi giunse nel cervello come un proiettile.

Mi rivoltai nel letto a occhi chiusi e senza smettere di tossire. Allungai la mano e tastai il vuoto in cerca di quel dannato cellulare, dal comodino caddero dei libri e una bottiglia di vino.

Feci appena in tempo a respirare un pungente tanfo di piscio prima che, afferrato il telefono, un possente grido frantumò ogni mia speranza di starmene a casa a smaltire la sbornia.

«Dove Cristo di un Dio sei, Gargiulo? Lo vedi che cazzo di ore sono, eh? Lo vedi? Lo vedi o no, brutto pezzo di merda?».

No, non lo vedevo. Non vedevo nulla. Tossivo ancora, mentre dall’altra parte del telefono il mio capo continuava a urlare. Incurante della tosse, dell’ora e del capo agguantai il pacchetto di sigarette, me ne ficcai una in bocca e l’accesi. Continua a leggere Tratto dal romanzo In cerca della Morte

Tratto dal romanzo Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato. Continua a leggere Tratto dal romanzo Piciul

Una storia è fatta di svolte: I quindici beat sheet di Blake Snyder

Quello che noto spesso quando leggo un aspirante scrittore, o un autore che ha esordito con una piccola casa editrice, è l’assenza di svolte nella storia, e per svolte non intendo azioni eclatanti, ma eventi che, nati da una causa, producano un effetto nella vita dei personaggi dinnanzi cui questi non possono restare passivi.

La vita umana è sempre basata sul principio Causa/Effetto, da questo non si sfugge. La Causa e ciò che crea l’Effetto, ed esso ci porta inevitabilmente a dover compiere una scelta, dunque un’azione.

Prendiamo per esempio un capolavoro della letteratura italiana che di sicuro conoscete, Il barone rampante, di Italo Calvino, un romanzo in cui l’innesco della storia è immediato.

Cosimo Piovasco di Rondò, durante uno dei soliti e noiosi pranzi in famiglia, disobbedisce a suo padre che vuole costringerlo a mangiare le disgustose lumache cucinate da sua sorella Battista e, risoluto, sale su un albero, deciso a non scendere più.

Ora, se il rifiuto di Cosimo si fosse ridotto a un blando tira e molla con suo padre, non sarebbe accaduto nulla, invece Cosimo, a seguito di un conflitto nato dalla richiesta paterna, risponde decidendo di salire su un albero e di restarci per sempre; non resta passivo, agisce, e lo fa mosso da un conflitto interiore che, nell’evolversi della storia, risulterà avere radici ben più profonde di una semplice lite dovuta a un piatto di lumache.

Ecco, le svolte portano i nostri personaggi a prendere decisioni e ad agire, e a farlo in modo concreto e coerente con il loro mondo interiore, che sia conscio o inconscio.

Sembra una cosa scontata, eppure, come detto inizialmente, spesso leggo pagine e pagine in cui non succede nulla, in cui i personaggi spiegano i propri sentimenti, si parlano addosso, girano e rigirano sempre attorno alla stessa questione senza che accada mai niente: la storia non va avanti. Continua a leggere Una storia è fatta di svolte: I quindici beat sheet di Blake Snyder