Questo mio racconto, nato durante i laboratori di scrittura creativa presso la scuola di Antonella Cilento, è stato pubblicato sulla rivista Scomoda e inserito nella lista dei migliori racconti 2024 scritta dal guru Antonio Russo De Vivo. Buona lettura.
In ambito letterario Napoli è di sicuro una delle città più utilizzate, addirittura abusata. I letterati, nel sentir parlare di Napoli, non possono fare a meno di pensare ad Anna Maria Ortese, scrittrice sublime che nelle sue opere ha incarnato alla perfezione la bellezza ombrosa, mistica, selvaggia e aggressiva di Napoli; oggi, invece, per molti Napoli è Gomorra, la sfogliatella mangiata da un commissario o i luoghi comuni sputati da qualche popolano inventato da un autore che di Napoli, quella vera, quella storica, sa poco o nulla.
Scrivere di Napoli senza cadere nella banalità è difficile; scrivere di Napoli mostrandola con sincerità è impresa ardua, perché dietro la scorza macchiettistica in cui è stata avvolta la città, al di là della cartolina costruita per i turisti (e talvolta anche per gli abitanti stessi), Napoli è una città stratificata nella storia e nella forma.
Antonella Cilento, meravigliosa scrittrice e mia maestra, ha scritto più volte di Napoli: romanzi ambientati in una Napoli storica, antica o moderna. Ma stavolta si è cimentata in qualcosa di davvero ciclopico: ha scritto una guida su Napoli.
Beh, viene spontaneo pensare che scrivere un romanzo, ancor più un romanzo storico, a cui Antonella è molto legata, sia un’operazione ben più complessa dello scrivere una guida su una città.
Cosa vogliamo conoscere di una città, sotto quale punto di vista desideriamo vederla? Ci interessano solamente i luoghi turistici, di cui oggi Napoli non è piena, bensì invasa, o magari vogliamo addentrarci nelle sue strade, conoscerne i monumenti?
Oppure siamo interessati ad andare oltre, nell’anima della città?
Ed è proprio questo il punto che rende Il sole non bagna Napoli di Antonella Cilento, pubblicato nel 2024 da BEE edizioni, un libro complesso, meraviglioso, indispensabile non solo per chi vuole visitare Napoli ma soprattutto per chi ci abita. Antonella Cilento ci accompagna lungo le vie, i vicoli e gli anfratti storici e artistici di Napoli. Ed è così che della città non conosciamo solo il folclore, le tradizioni, la storia e l’architettura, ma l’anima mutevole eppure resistente che l’ha caratterizzata nei secoli.
“Certo, la morte e il marcire dei corpi di continuo esibiti e notati con orrore, spavento e curiosità dai viaggiatori di un tempo, fino al secondo dopoguerra, paiono svaniti nella patina della modernità: Sarté che osserva i corpi delle donne napoletane come fossero bolliti, proprio come la sirena sfatta offerta al generale americano ne La pelle di Malaparte, che si cerca di far passare per il famoso pesce sirena dell’Acquario; Sarté che osserva un’anguria marcia e fangosa svanire nella bocca coperta di mosche di un ragazzino: questo non è più il panorama umano che Napoli inscena. O il terribile racconto di Axel Munthe del colera, dove, in un basso, il cadavere di un padre, che la famiglia ha nascosto, viene divorato dai topi anche quando è appeso al soffitto per sottrarlo ai roditori.
Il macabro, in apparenza, non è più parte del folclore locale. Ma lo spirito con cui si consumano ossa, bambini, eros e angeli non sembra mutato nella natura profonda dei napoletani. Una natura certo inadatta ad Alberto Arbasino, che della città restò disgustato e indignato dalla scarsa qualità del sesso che vi veniva venduto, paragonandola al Nord europeo, ai suoi abitanti, al suo cibo, alle sue lenzuola.
Tutto il teatro dei corpi che la città allestisce da millenni pare insomma ridotto, ai tempi del terzo scudetto, al nudo di un vecchio comico che cammina in strada mangiando pasta e patate sul lungomare.
Ma è evidente che lo spirito è lo stesso.
Il tempo e la globalizzazione tentano di cancellare lo scandalo e il sublime, li redistribuiscono, li normalizzano, cercano di renderli seriali, virtuali, spendibili. Ma a ogni nausea o desiderio mancato corrisponde un tasso d’umanità in meno.
Una visita alla Sanità dunque è un passaggio necessario, al di là delle immagini dei film (tanti) che vi sono stati girati, da De Sica a Eduardo a Mario Martone, al di là delle stese che finiscono sui giornali, le sparatorie ad altezza umana, al di là dei ristoranti famosi come Concettina ai Tresanti, la Sanità è il quartiere del barocco e dell’ellenismo: tombe dipinte, sontuose scale nei palazzi disegnati e abitati dal Sanfelice, chiese monumentali con scheletri e teschi, ospedali affrescati dicono degli abitanti più di ogni altra esperienza, che si voglia mangiare nelle pizzerie di via Nazionale, dove cadono morti, faccia nella pizza, i camorristi, che si visitino le terresante di San Pietro ad Aram lungo il Rettifilo o quelle della chiesa del Purgatorio ad Arco su via dei Tribunali, o che si vada in devoto pellegrinaggio alle mummie dei sovrani aragonesi nella chiesa di San Domenico Maggiore.
Ci sono più angeli in questa città, che volano nelle chiese e, se le chiese sono chiuse, nei musei, che in ogni altra città del mondo: angeli con volti di bambino, facce di basso, facce di lazzaro e guappo, con corpi di adolescenti in vendita che svolazzano dalle tele di Carlo Sellito a quelle di Battistello Caracciolo e Caravaggio.
E ci sono le loro ossa, nella basilica della Pietrasanta, nelle terresante delle chiese dei Santi Filippo e Giacomo, ovvero nella chiesa dell’Arte della Seta, e a Santa Luciella, cappella dell’arte dei Pipernai.
Questa è la città dove ai bambini poveri da secoli si insegna a suonare perché allietino la morte dei vecchi ricchi, o dove i bambini si castrano perché cantino, soavi come angeli, nelle cappelle e nei teatri, o dove le bambine e i bambini si vendono, in cambio del pane, ai soldati americani, dove i bambini sparano o sono sparati.”
Non mi esprimo sulla bellezza dello stile di Antonella, in quanto la sua maestria è palese: la scelta accurata delle parole, dei giusti aggettivi, l’eleganza e la violenza delle sue frasi; al di là di tanta meraviglia, questa parte del secondo capitolo ci trasporta subito nel cuore di Napoli e lo fa attraverso storia e letteratura che si fonde alla vita ordinaria, mischiando il passato al presente, proprio come la stessa città e stratificata a livello architettonico: variata da invasione a invasione pur senza mutare la propria anima.
Ma questo libro è ancora di più. Come ho detto, più che per chi desidera visitare Napoli è un libro utile a chi intende viverla.
“Via Duomo racconta del Risanamento napoletano.
Dall’incrocio con via Foria a quello con piazza Quattro palazzi, via Duomo taglia mondi ed epoche, incrociandosi con i tre antichi decumani, aprendosi in Forcella.
Da qui, tutto il centro antico è raggiungibile: infinite le sedi museali qui raccolte, dal MADRE di via Settembrini, al Museo Diocesano di Donnaregina Nuova, dal Pio Monte al Museo Filangieri, alla Quadreria del Girolamini con annesso chiostro.
Via Duomo subisce di riflesso l’apertura del Rettifilo, nato allo scopo di collegare il mare con la stazione e far pulizia dei quartieri medioevali: Porto, Pendino, Vicaria, Duchesca e Orefici.
Una strada nuova, fatta di palazzi alti e composti, belle facciate in stile classicista, che però produce tagli, rifacimenti, distruzioni. Su via Duomo risorge per esempio il rinascimentale Palazzo Cuomo, che nel 1879 rischia di essere abbattuto e si salva grazie all’intervento di numerosi intellettuali: viene spostato di venti metri e trasformato nel Museo Filangieri, collezione principesca di armi, abiti e oggettistica orientale.
Anche piazza Quattro Palazzi sorge sull’antico mercato angioino, sbaragliando seggi, quartieri e vie incisi nella tradizione letteraria, pittorica e musicale: la Sellaria, le vie dei Casciari, degli Armieri e dei Violari.
Negli anni Settanta e Ottanta, prima e dopo il terremoto, via Duomo conservava ancora una precisa identità: i negozi di abiti da sposa, le pasticcerie popolari. L’atmosfera è intatta nei racconti di Fabrizia Ramondino, Il fratello di Enzino, per esempio, che restituiscono il buio della via, isolata da un vero coprifuoco notturno, con i senza fissa dimora accasciati perché arrivati in ritardo al portone ormai chiuso del Divino Amore, pubblico dormitorio; o i marchettari en travesti; o le pasticcerie con le paste grandi, per chi soffre la fame.
Dopo il lungo buio del post-terremoto, via Duomo è entrata nell’era del turismo mordi e fuggi. Intorno a un duomo fiorentino o a una cattedrale romana ci sarebbero pulizia, servizi, ci sarebbe anche un biglietto da pagare per entrare quando non c’è funzione,
Il Duomo di Napoli, poi, ha talmente tanti strati da visitare, dall’antica Stefanìa, cuore paleocristiano d’Italia, al tesoro e alla cappella di San Gennaro, che sbigliettamenti separati sono, in effetti, previsti. Ma in questo pomeriggio di sabato c’è solo rumore e libero accampamento fra le navate, turisti che entrano con il cane a briglia sciolta, signore cingalesi con le buste della spesa che passeggiano nella chiesa come al mercato, sfatti campanelli di visitatori in braghette, bandierine e aste cinesi per i selfie.
Per certi versi, però, la situazione è fascinosa, somiglia alle descrizioni che Dickens fece della città trovandola più sporca, indisciplinata e losca della famigerata Londra dei suoi anni: la scoperta è che non c’è alcuna discontinuità fra il luogo di culto e Napoli. La popolazione, come un’alta marea, è entrata e cammina indifferente ai piedi dei capolavori di Ribeira e del Domenichino.”
Io vivo in pieno centro storico di Napoli da oltre dieci anni, eppure, leggendo le parole di Antonella, capisco di non aver mai visto davvero i luoghi da lei descritti. Ho percorso mille volte via Duomo, il Rettifilo; ho vissuto prima in via dei Tribunali, proprio vicino alla cattedrale di San Gennaro, e poi nei pressi di piazza Mercato, tuttavia ho respirato la storia di questi posti sempre e solo da un punto di vista nozionistico, senza cogliere davvero i suoi mutamenti storici e dunque umani, l’alternasi delle esistenze e la sopravvivenza di una radice primordiale che, al di là dei cambi strutturali, resta impregnata nelle ossa di Napoli dando al suo popolo, appunto, la capacità di amalgamarsi da secoli in una scenografia dove arte, confusione e degrado coesiste in modo fascinoso e selvaggio.
Ma la conoscenza storica di Antonella Cilento non si ferma certo qui, va avanti e indietro nel tempo, si intreccia come le spire di un’enorme anaconda, una ragnatela perfetta in cui epoche, persone, arti e storie si fondono, proprio come Napoli.
“Pausa dal dolore, questo significa Posillipo, che è in realtà un disegno topografico della rabbia, il disegno della furia impotente.
In cima alla collina, cieco e traballante, sulla lingua rocciosa detta Cavallo, sta Polifemo, l’occhio sanguinante, la braccia alzate. In basso, tra Cala Badessa e Trentaremi, sta la piccola nave greca, con a bordo Ulisse e i sopravvissuti che lo seguono.
«Chi sei» chiede il ciclope.
«Nessuno» risponde Ulisse.
Allora, Polifemo, furibondo, stacca da terra un brano di roccia…
…A decidere che il golfo di Napoli contenesse la grotta di Polifemo, figlio di Nettuno, è Victor Bérard, che visita i luoghi omerici nel 1901, nel 1912, nel 1925. Non è dunque del senatore Seiano la grotta scavata nella roccia, che taglia Coroglio e spunta in una villa con palestra e anfiteatro. No. Secondo Bérard questa è, semmai, la grotta di Polifemo e Nisida l’inutile masso scagliato contro Nessuno. Nessuno è stato qui, Nessuno abita qui.
Le celebri sirene, Partenope, Licosa, Ligea, sparpagliate dal mare di vino lungo la costa campana muoiono perché Nessuno le ha ingannate. O forse, ripensandoci, Nisida è proprio la casa stessa del ciclope. Ai primi del secolo, le bianche capre pascolano ancora su Nisida. Victor Bérard le vede, ci passeggia in mezzo. Questo solido visionario, di bella barba, le spalle un po’ curve, in borghese cappotto, che vede ciclopi lungo le coste, a Napoli e a Catania, nella verghiana Aci Trezza. Sull’isola che si chiama isola, perché nènos in greco si chiama isola, sono ancora vive le omeriche capre?
Chissà. L’isola che si chiama isola, scagliata contro Nessuno.”
Poesia. Questo pezzo è pura poesia di lingua, immagini, contenuti.
La Napoli omerica, la Napoli che abbiamo dimenticato, la sua tradizione che affonda le radici nella Grecia arcaica e di cui spesso non abbiamo memoria. E Nisida, l’isola oggi ricordata dai più solo per il carcere minorile – carcere ’e mare, come si potrà leggere più avanti nel libro – e invece nata dalla furia del ciclope Polifemo beffato e ferito da Ulisse, Nessuno, una informazione che forse si potrebbe apprendere in qualsiasi libro di mitologia ma che di certo non resterebbe nella memoria, se non in modo confuso, latente, e qui, invece, rimane inscalfibile dalla maestria di Antonella nel creare immagini, eventi vividi, incancellabili; come fa nel mostrarci, non nel descriverci, una facciata di Napoli che nemmeno la migliore delle fotografie potrebbe rivelare.
“Nulla o quasi resta del sontuoso palazzo del principe Spinelli di Tarsia. Grande come una reggia, si estendeva dalla collina che arriva alla Certosa di San Martino fino all’attuale via Toledo, in una serie di sontuose corti, in un moltiplicarsi di stalle e masserie, dotato di giardino esotico, osservatorio astronomico e bestie feroci in libertà.
Oggi, lasciata piazza Dante, si può impegnare salita Tarsia, tutta stradine e scalinate, costeggiando i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti, fabbriche settecentesche e ottocentesche, portoni, anditi, anfratti. La salita passa accanto al largo Tarsia, chiuso da due enormi archi, che delimitano ciò che resta del palazzo: una grande, monumentale, facciata antica. Il largo è usato come parcheggio: un uso vetusto, reso necessario dalle troppe automobili che ormai abitano un quartiere immaginato solo per asini e cavalli, al massimo qualche rara carrozza. Da qualche anno, ormai, il parcheggio si riempie anche per gli eventi che si tengono al Museo Nitsch, nato per ospitare l’opera di Herman Nitsch, fra i massimi rappresentanti del Wiener Aktionismus, che a Napoli molto operò fra gli anni Settanta e Ottanta.
Vico Lungo Pontecorvo, dove sorge il museo, è una minuscola enclave del quartiere Pontecorvo: gli edifici sono tutti restaurati, il vicolo pulito, ordinato. Insomma, un angolo inatteso della città come doveva essere un tempo, tutta balconcini, tende e piantine, appare a chi vi si inoltra.
L’edificio è una ex fabbrica edificata nel 1982 per la produzione di elettricità: completamente ristrutturato, si apre con una delle balconate più belle che si possa immaginare, dove l’intero golfo, ma anche l’inatteso panorama di case del centro antico, si dispiega agli occhi del visitatore.
Se l’opera di Nitsch può turbare, fra sacrifici animali, squartamenti di agnelli e di pesci, sangue usato come colore, rossi e neri che indagano i corpi morti, vero è che nessun luogo come Napoli avrebbe meglio ospitato, a causa dell’inquieta attitudine al buio, ai corpi, al crudo e al sangue che la città conserva nella sua arte barocca e che rievoca sacrifici animali, i vaticini, le origini greche del luogo. Non a caso, Nitsch si innamorò di Cuma e vi rimase molti anni.
Il contrasto con la luce rosata del Vesuvio e sul mare abbaglia. Se si ascolta musica, come a volte è capitato, su questa balconata, con alle spalle le sale popolate dalle installazioni e dalle opere di Nitsch, si può usufruire di una sintesi abbastanza perfetta della città e della sua anima, incantevole e assassina, bellissima e perfida, linda e lurida.”
“…i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti”.
Immagine di Napoli vera, nitida, bellissima e brutale. Questi palazzi incollati come denti stretti: aggiungerei denti bellissimi nella loro imperfezione, in quanto spesso molto diversi tra loro; un avvicendarsi instancabile della storia e di esistenze.
Bellissimo pensare come io passi ogni giorno, e spesso anche più di una volta, davanti a palazzo Spinelli, un capolavoro di architettura oggi ignorato dalla calca di turisti che quotidianamente, a ogni ora, si ammassa davanti alla nota pizzeria Sorbillo; ci sono entrato più volte, attraversando i bellissimi scaloni che più avanti descriverà Antonella, per andare dal mio proprietario di casa, eppure mai avrei immaginato che quel capolavoro fosse solo una minuscola parte di una reggia che comprendeva edifici, oggi eretti su ristoranti, pizzerie, bar e kebabbari, che si estendono lungo vie a me talmente note, ma in verità, alla luce di questa lettura, da sempre sconosciute.
Ecco la potenza di questo libro, fa conoscere davvero Napoli a chi crede di conoscerla. Sì, questa Napoli bellissima eppure perfida, assassina, una donna selvaggia che mai si mostra, fatta di ombre, come scrive Antonella. Ed è proprio qui che ogni cartolina prende fuoco e diventa cenere, lasciando svanire dalle iridi dei lettori la Napoli venduta, usurpata, stuprata: la città del sole che, in verità, per chi la conosce, è la città delle ombre. Ed è con le ombre che voglio chiudere questo articolo, facendovi leggere un ultimo estratto di questo meraviglioso libro.
“La memoria si sovrappone, si stratifica, come Napoli.
Penso a una mappa da offrire al lettore e mi accorgo che la questione principale, una questione che chi visita Napoli la prima volta forse avverte solo in parte, è che è impossibile considerare planimetrie orizzontali, razionali, circoscritte come per molte altre città europee, anche antiche, anche magnifiche.
Napoli è composta di strati, piani spesso non comunicati, come le scale che Felix Hartlaub descrive, come quello che Escher disegna dopo aver vissuto ad Amalfi. Ed è anche vero che la città più identificata con il sole – chisto è ’o paese d’ ‘o sole, chisto è ’o paese d’ ‘o mare – si squaderna come un gigantesco sipario di gloria divina nei giorni di luce, che sono la maggioranza dell’anno, ma che assai più spesso, a fare carotaggi, a camminarci dentro, a scenderla oltre che a salirla, è claustrofobica, oscura, ambigua, carsica. Piovosa.
Sicché ogni piano sequenza – facciamo finta che sia un film, oltre che un libro, oltre che una galleria di quadri segreti e accecanti – slitta nel piano sequenza successivo e si confonde, con molta più complessità di quanto pure accade, per esempio, in certi film fondati sugli slittamenti delle linee di memoria, scritti e diretti nei troppo orizzontali Stati Uniti.
Certo, possiamo portare in visita i nostri amici da piazza Plebiscito, dove è Palazzo reale, al Maschio Angioino; possiamo portarli lungo via Toledo e fargli deviare dalla retta via spagnola dei decumani, sostando presso la sontuosa stalla gotica, come dicevano i nemici degli Angiò della chiesa di Santa Chiara, nel paradiso ceramico del suo monastero (e già qui la canzone ci viene incontro e ci avverte: munastero ’e Santa Chiara, sento ’o core scuro scuro); o magari fare il salto alchemico nella fin troppo nota Cappella di Sansevero e qui magari fermarci, perché poi ci sono le sfogliatelle, c’è Scaturchio, c’è la pizza. E addio.
Ma questa è solo l’anticamera di Napoli.
Così non diremo nulla del fatto che un campanaro storpio e muto di quella stessa chiesa di Santa Chiara abita nella scrittura di Gustaw Herling, fantasma di un piccolo ebreo sopravvissuto alla Notte dei cristalli.
Del resto questo ci porterebbe a dire che Herling è vissuto a Napoli continuando a scrivere un Diario scritto di notte nella sua lingua madre, il polacco, per oltre quarant’anni, dimenticato dalla città, benché avesse sposato una delle figlie del più grande filosofo italiano del Novecento, Benedetto Croce.
Perché la questione ci porterebbe a dire che a Napoli si viene spesso per scomparire, come Romolo Augustolo, che qui fu ucciso, una giusta punizione karmica per l’impero d’Occidente che muore nella città più greca e a oriente d’Italia, dove ostinatamente si continuerà a scrivere più in greco che in latino fino all’arrivo dei Normanni.
O che nella via Toledo, dove abbiamo portato i nostri amici ad assaggiare la sfogliatella di Pintauro o il babà da passeggio che si vende ad angolo della galleria Vittorio Emanuele II, muore Heinrich Shliemann, lo scopritore di Troia, ormai vecchio, dopo una visita oculistica (ohimè: un brivido al pensiero del mio occhio spento che attende di tornare attivo).
Insomma, come faremo a sollevare tutte queste cortine senza perderci, senza finire seduti in una trattoria dei Quartieri Spagnoli, magari dalla famosissima Nennella, superati in altezza dai palazzi neri del Cinquecento, circondati da moto che sfrecciano, murales che ritraggono Totò in molte sue apparizioni e incarnazioni, dalle segrete stanza delle sante che favoriscono la fertilità, anche se sono morte fra gli stupri collettivi dei soldati spagnoli del Siglo de Oro?
Bisogna togliersi gli occhiali, chiudersi gli occhi e aspettare.
Una mappa qualsiasi la trovate, una guida del Touring, magari complicata quanto quella di Istanbul.
Ma qui ci si viene a perdere.
E noi che ci abitiamo, che ostinatamente restiamo in visione periferica, come si fa in scena per non perdere di vista i movimenti laterali o posteriori mentre si recita, ci siamo persi da moltissimo tempo.
Facciamo conto che questa sia una visita tra i fantasmi, fantasmi assetati e luminosi.
Perché è difficile che chi si dice vivo lo sia davvero, a confronto con noi, i fantasmi di Napoli.”
Ecco, la cartolina è bruciata e solo con pochi estratti. Il velo tolto da questa amazzone nuda e indomabile, ferita e sanguinante eppure viva, implacabile. Napoli di ombre e sangue, di popoli in rivolta e di lotte che hanno edificato, distrutto, ricostruito, mutato e dilaniato il corpo di questa bellissima e intangibile strega che affascina e terrorizza, ti bacia e poi ti ammazza. La Napoli oscura e antica, la storia sacrale che si mescola a mazzette di soldi per la turistificazione e morti ammazzati; la Napoli che si accartoccia e si gonfia in un ammassarsi di edifici secolari e palazzine popolari; la Napoli di viuzze segrete colme di storie, esistenze e sentimenti che i suoi stessi abitanti ignorano; la Napoli che Antonella Cilento ci mostra in un modo mai fatto da altri, almeno non in ambito narrativo, in questo indispensabile libro, Il sole non bagna Napoli, da leggere assolutamente per chi vuole visitare la città senza che dopo un po’ resti solo il ricordo sbiadito del sapore della pizza, della sfogliatella e della mozzarella di bufala, o il canto sgraziato di uno squinternato che si esibisce dal terrazzo di casa sua, allietando comicamente i turisti e infastidendo gli abitanti del posto; una lettura essenziale per chi vuole conoscere davvero la propria città e attraversala con occhi e cuore nuovi, da fantasmi di carne in questo labirinto di ombre che abbagliano.
Sulla rubrica La lente azzurra della mia maestra Antonella Cilento per Repubblica, un lungo, accurato, intelligentissimo e meraviglioso articolo dedicato a Tempi dipinti, romanzo mio e di Noemi Gherrero uscito il 10 gennaio per Dellisanti editore.
L’8 febbraio alle 18, con Antonella Cilento alla Ubik di Napoli, in pieno centro storico.
Questo racconto è stato tanto amato dalla mia maestra, Antonella Cilento, e dalla famosa editor Manuela La Ferla, così come dalla redazione della rivista Pulpette che, non potendolo pubblicare sulla rivista cartacea a causa della sua lunghezza, ha voluto pubblicarlo sul loro blog.
Grazie mille a Gianni Biondillo, scrittore e membro della redazione di Nazione Indiana, per aver scelto questo mio racconto, un testo nato presso la scuola di scrittura creativa Lalineascritta, di Antonella Cilento, letto e apprezzato dall’editor Antonio Russo De Vivo che mi ha fornito utili consigli.
Edito da Linea Edizioni nel novembre del 2021, Piciul è il primo romanzo che ho pubblicato dopo il mio percorso di studi presso Lalineascritta. La prefazione è stata scritta dalla mia maestra di scrittura creativa, Antonella Cilento, e la sua uscita è stata anticipata da un generoso articolo su La Repubblica. Distribuito da Messaggerie è ordinabile presso tutte le librerie fisiche o negozi online. Piciul narra le vicende di cinque adolescenti rumeni che vivono nei vicoli a ridosso della Stazione Centrale di Napoli: Horia, Blanca, Damin, Vali e Dorin; cinque ragazzini cresciuti insieme tra emarginazione, delusioni, dolori ma anche sogni.
Forse, come ha scritto Antonella nella sua prefazione: un punto di vista diverso su una Napoli fin troppo raccontata.
Con Franz Kafka abbiamo mostrato più di una volta quella che potremmo definire la cecità editoriale, o forse sarebbe giusto dire che non si tratta di cecità, quanto di una vista sin troppo acuta ma indirizzata a ciò che richiede il mercato: dare al popolo il prodotto che domanda anziché educarlo alla bellezza.
Più volte ho esposto il mio pensiero, ovvero il non essere contrario alla letteratura di intrattenimento e persino alle autobiografie, spesso autocelebrative, scritte da qualche Ghostwriter per il vip di turno. Non sono questi i problemi dell’editoria, lo ricordo ancora una volta, il problema sussiste quando il livello qualitativo di ciò che viene spacciato per letteratura cala in modo notevole.
La letteratura di intrattenimento o il libruncolo del vip non fa danno alcuno, anzi, potrebbe portare soldi alle case editrici e queste case editrici potrebbero investirli per pubblicare libri di alta qualità e dar spazio a nuove voci, magari difficili da piazzare perché poco affini alle richiesta del mercato, ma innegabilmente degne di essere pubblicate.
Purtroppo non sempre accade. A Kafka non è successo. Superato da incapaci, o comunque da scrittori meno geniali di lui, è morto da sconosciuto, come se non fosse il genio della letteratura che oggi tutti riconosciamo.
A mio dire il successo postumo è lo sbeffeggio a una vita di sofferenze e di umiliazioni, di rifiuti e di frustrazione, quasi una voce ipocrita sussurrasse al malcapitato: «Oh, ci scusi tanto, ci dispiace che lei abbia sofferto, fatto lavori che detestava pur di tirare avanti mentre vedeva altri meno bravi di lei passarle davanti. Ci perdoni per averla lasciata a morire da solo, non avevamo capito il suo genio. Ne siamo davvero spiacenti».