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La letteratura non รจ del tutto morta

A mio dire esistono dei romanzi necessari, spesso nascono da unโ€™urgenza animalesca che conserva qualcosa di primordiale, di violento. รˆ questo il caso del romanzo Il fuoco che ti porti dentro, di Antonio Franchini, edito nel 2024 da Marsilio, casa editrice che ha pubblicato altre opere di quello che di certo รจ attualmente tra i piรน importanti e bravi redattori italiani e, a detta mia, uno degli scrittori piรน raffinati e potenti che abbiamo in Italia: uno scrittore che il premio Strega non dovrebbe farlo vincere solo agli altri ma merita di riceverlo lui, almeno di certo per questo capolavoro. Se in precedenza Franchini ha trattato per lo piรน reportage narrativi, mischiando la narrativa alla saggistica e alla cronaca, con questo nuovo libro si รจ addentrato in ciรฒ di piรน difficile che uno scrittore possa fare: lโ€™autobiografia.

Lo so, ormai gira piรน non-fiction e auto-fiction che fiction, per usare gli odiati termini anglosassoni, e infatti il panorama editoriale italiano รจ saturo di spazzatura. Non di meno, un uomo nella sua posizione, in una coraggiosa intervista ha dichiarato che la letteratura รจ morta.

Essere il miglior redattore capace di far schizzare i guadagni di una casa editrice, cui compito รจ vendere alle masse, non significa certo diffondere alta letteratura.

Quanti di voi conoscono Marosia Castaldi? Di certo pochi. Ebbene, io penso che se il Franchini scrittore avesse avuto la possibilitร  lโ€™avrebbe pubblicata subito e pompata per il premio Strega; ma il Franchini redattore, dipendente di una multinazionale e dunque vincolato a dei risultati aziendali, cosa avrebbe fatto?

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Cosa avremmo fatto?

Questo per dire quanta poca conoscenza esiste del mondo editoriale e, soprattutto, quanto sia importante, fondamentale, scindere lโ€™autore dallโ€™opera.

Simenon era un uomo molto discutibile, eppureโ€ฆ

Ed รจ proprio qui la difficoltร  nel creare un romanzo autobiografico come Il fuoco che ti porti dentro, storia che ripercorre la vita della madre di Antonio Franchini, Angela detta la Talpa, donna di una fierezza vichinga, brutale e aggressiva in modo gargantuesco tanto da risultare simpatica in quanto irreale, una macchietta. Eppure Angela รจ esistita davvero, una figura talmente ingombrante nella vita di Antonio Franchini al punto da dedicarle un romanzo; una necessitร  che posso ben comprendere ripensando a mio padre, Oreste, a cui ho dedicato un romanzo inedito a cui ho lavorato molti anni: genitori โ€œpesantiโ€, figure che rasentano la mostruosa solennitร  dei Titani della mitologia di cui, chi scrive, non puรฒ fare a meno di parlane, perchรฉ a causa loro la propria vita non รจ stata solo condizionata, bensรฌ infettata. E Angela รจ appunto mitologica, termine che le si addice: donna bella e sensuale che, tuttavia, sembra fottersene del sesso, dei maschi, della mondanitร , di tutto. Ad Angela sembra interessi solo una cosa: essere al centro di ogni vicenda, essere celebrata; ogni aneddoto del passato, ogni ricordo, ogni traccia di sรฉ che riporta a parenti, amici e sconosciuti ripetuta fino allo sfinimento appare come un battagliero e irrefrenabile bisogno non solo di restare viva, ma di rimanere nel tempo e al di sopra di chiunque: un tratto narcisistico che fa comprendere a un lettore attento tutta la solitudine e la sofferenza vissuta da questa donna, forse senza che se ne rendesse neppure conto, come mio padre. Ma attenzione, Angela non รจ il vero protagonista del romanzo, no, questa รจ la storia di un uomo che ripercorre la vita della propria madre, dunque il protagonista รจ il figlio, in questo caso lโ€™autore, Antonio Franchini, voce narrante di questo capolavoro. Tuttavia Antonio รจ del tutto soverchiato da Angela, ed รจ appunto qui la difficoltร  quando si scrive un romanzo autobiografico: si rischia di cadere nel misero melodramma che oggi piace tanto, nel vittimismo oppure nellโ€™autocompiacimento.

Il solo modo รจ spostare il punto di vista, cosa difficile in quanto, quando si tratta di una materia cosรฌ calda, intima, richiede una fortissima introspezione e la capacitร  di mettersi in discussione, cosa che nei contemporanei ho visto solo in Via Gemito di Domenico Starnone: libro che amo in modo viscerale e a cui un minuscola parte del mio romanzo sopra citato, dopo aver vinto una call della Oblique ed essere pubblicato su Retabloid, รจ stato paragonato.

E Antonio ci riesce eccome, diversamente da me che ho dovuto trasfigurare la materia reale in un romanzo che potremmo definire semi-autobiografico. Lui, come Mimiโ€™ in Via Gemito, che segue le vicende di suo padre, Ferdinando Starnone, รจ solo unโ€™ombra che analizza la vita di sua madre, Angela. E qui succede la magia: seguiamo Antonio, il suo punto di vista, eppure siamo con Angela, ci importa solo di lei, non esiste altro. Anzi, Antonio inizia a esserci antipatico col suo giudizio, la sua freddezza, il suo ostinarsi a non comprendere (almeno durante la prima metร  del romanzo) che, a conti fatti, sua madre รจ una povera imperfetta come tutti noi.

Il protagonista, che normalmente รจ lโ€™eroe della storia, in questo caso diventa un antieroe.

Meraviglioso questo occhio triste, cinico e in parte malinconico che si percepisce durante tutta la lettura perchรฉ, per chi ha conosciuto di persona Antonio, appare davvero come il suo sguardo: il modo che ha di guardarti.

Ma tornando al romanzo intendo partire proprio dallโ€™attacco e da quanto segue dopo.

โ€œBenchรฉ da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza.

Tra noi se ne parla senza allusioni.

ยซPare โ€˜e trasรฌ dintโ€™ โ€˜a grotta dโ€™ โ€˜o caneยป dice mio padre uscendo dalla camera da letto alla fine del loro riposo pomeridiano.

Si riferisce a una passaggio sotterraneo nella solfatara di Pozzuoli, dove i miasmi di anidride carbonica ristagnano al di sotto del metro di altezza lasciando indenne lโ€™essere umano ma soffocando il cane che sโ€™avventuri incauto per quel budello.

Forse รจ la vasta cicatrice slabbrata, che come un cratere di carne devasta il suo ventre operato dopo la mia nascita, a giustificare il marciume che le fermenta dentro ed esala il fetore inconfondibile che rende vana lโ€™ultima risorsa di chi scorreggia: addossare la colpa a un altro.

Lei del resto neppure ci prova, e a ogni sfiato, che lโ€™allerta familiare immediatamente rimarca con risate e schiamazzi, fa sempre seguire una smorfia di rivendicazione soddisfatta il cui significato รจ: di questa putredine io mi sono liberata, adesso respiratevela voi.โ€

Ecco, il romanzo inizia in un modo brutale: mia madre puzza.

Giร  di suo lโ€™attacco, ovvero il primo paragrafo, i primi due righi, รจ forte, violento, innesca una veritร  aggressiva che incuriosisce. Tuttavia quanto accade dopo non appaga la curiositร , bensรฌ la stimola. Infatti, da un simile attacco, potremmo immaginare la storia di un figlio che dileggia la madre, piรน forte di lei al punto da dire apertamente che puzza; invece รจ il contrario, da subito vediamo la sovranitร  di Angela, รจ lei a permettere che ciรฒ avvenga, se ne bea addirittura: una smorfia di rivendicazione soddisfatta; come scrive Antonio. Da subito ci appare la fiera ferocia di Angela, il suo ruolo dominante nella famiglia.

Ma cโ€™รจ altro, molto altro: la lingua, la voce autoriale e il costrutto delle frasi; frasi lunghe, echeggianti, una scrittura che ti conduce in una galleria, in un budello come quello della solfatara citata da Antonio, ricca di aggettivi perfetti, unici, adatti al loro scopo.

Ecco, la differenza tra il redattore e lo scrittore. Lโ€™Antonio redattore, di sicuro sa che oggigiorno in Italia si predilige uno stile narrativo molto asciutto, paragrafi brevi, pochi aggettivi, avverbi meno che mai; ma lโ€™Antonio scrittore รจ un uomo innamorato della letteratura, un autore che, a mio dire, merita di entrare tra i classici della letteratura per la sua voce autoriale, la sua lingua.

โ€œLa detesto da sempre, da quando la mia vita ha cominciato a staccarsi dalla sua e si รจ aperta sul mondo, perchรฉ ci ho messo poco a capire che il mondo giusto โ€“ quel luogo inesistente che i giovani sognano e alcuni adulti idealisti si impegnano a fargli credere che esista โ€“ faceva, diceva, pensava tutto ciรฒ che mia madre non faceva, non diceva, non pensava.

Mi ha dato unโ€™educazione a rovescio: i valori ai quali si ispira o li esprime in una forma riprovevole o sono disvalori veri e propri.

Detestare รจ il verbo piรน preciso. Non so se la odio, anche se spesso ho pensato di odiarla, ma forse erano sentimenti piรน miseri e meno radicali quelli che mi ispirava: irritazione, o rabbia. La detesto, neanche lโ€™aborro, nel verbo aborrire cโ€™รจ unโ€™idea di fiera opposizione della quale il mediocre orrore che lei mi suscita non รจ degno. Nel detestare รจ invece implicita una presa di distanza, da un essere umano come da unโ€™idea, e il desiderio di non volerci avere a che fare, di volersi spostare da ogni possibile linea di collisione. Un movimento evasivo facile, se la persona da tenere lontana non รจ la propria madre.

รˆ infatti la sua concezione della vita che mi ha sempre fatto schifo; ma qualche sera fa, non so perchรฉ, forse la sentivo silenziosa da troppo tempo, mi sono issato alle inferriate della sua finestra e le ho guardato dentro casa.

Era stesa di traverso sul letto โ€“ ormai รจ ridotta a un nido di ossa e quando giace rannicchiata occupa poco spazio โ€“, assopita o quasi, mentre il televisore andava, buttata lร  come un oggetto che, lasciato cadere, ha trovato una sistemazione sbilenca ma non puรฒ che rimanere dove sta, e non si รจ accorta che la fissavo.

Per una volta, scoprendola nella sua postura di cosa abbandonata, mi sono reso conto che รจ mia madre e che sta morendo e che tutto ciรฒ contro cui ho lottato per tutta la vita si dissolverร  con lei, nel vuoto, in un niente.

Non ha mai avuto una sola amica.

Non ha mai sentito in nessun modo questa mancanza.

Ha sempre creduto che gli amici ti invidiano, rubano il tuo tempo, in fondo vogliono il tuo male. Il primo insegnamento che avrebbe voluto passarmi รจ: gli amici non ti servono.

Sostiene che lโ€™amicizia tra donne non puรฒ esistere, tanto meno quella tra maschi e femmine, perchรฉ i maschi dalle femmine vogliono una sola cosa.

Le amiche delle mie sorelle sono approfittartici o puttane, i miei scostumati e stronzi. A meno che non siano figlie o figli di quelli che definisce ยซprofessionistiยป: medici, ingegneri, avvocati, o commercialisti come mio padre. In questi casi ritiene che la frequentazione โ€“ perchรฉ sempre di ยซfrequentazioneยป si dovrebbe, piรน propriamente, parlare โ€“ possa addirittura esigere un tributo. Di quale genere non รจ chiaro, ma ama citare anche lei un detto che ha sentito da sua madre: ยซFattรฉla cu chi รจ meglio โ€˜โ€™e te e facci le spese!ยป

Questa specie di darwinismo sociale non vale in assoluto perchรฉ, quando la cronaca nera degli anni Sessanta e Settanta rivela i segreti piรน torbidi delle classi dominanti, รจ pronta a sfoderare unโ€™altra legge che sia lei sia sua madre conoscono fin da bambine: ยซChiรน ricchi soโ€™, chiรน soโ€™ fetienti.ยปโ€

Ecco lโ€™Antonio Franchini scrittore, perfezione nel lessico, un dramma che non รจ mai melodramma, una tragedia che รจ persino ironica ma che non fa mai ridere davvero: solo il lieve e amaro sorriso di chi sta per morire, senza poterci fare nulla, una resa tanto dolorosa quanto pietosa da strappare un sorriso. Ed รจ la sua voce antica, potente, a fare la differenza.

Qui siamo a pagina nove, dieci e undici del romanzo. Infatti, il protagonista, Antonio, narra a ritroso le vicende di sua madre, alternando il passato al tempo presente, ovvero la vecchiaia di Angela, lโ€™avvicinarsi della sua fine.

Anche lโ€™odio qui non รจ mai estremamente violento, orrido, o diversamente malinconico o triste. No, รจ fragile, imperfetto, umano, proprio come la terribile Angela: brutale e aggressiva, eppure ridotta a un nido di ossa.

Un altro esempio magistrale di lingua e di come caratterizzare un personaggio indimenticabile lo abbiamo in questo estratto.

โ€œIl primo aborto spontaneo sarebbe stato il suo primo figlio. Lโ€™ha perso durante il viaggio di nozze, a Roma. Il viaggio di nozze non so se avesse come meta Venezia o Milano, ma si ferma a Roma, preludio di ogni sua futura avversione agli spostamenti.

Del secondo aborto spontaneo sono testimone. รˆ estate, siamo al mare, avrรฒ una decina di anni e ricordo solo questo: lei stesa a letto, il vestito tirato su fino allo slip bianco sul quale una macchia rosa si allarga come unโ€™infiorescenza. Vengo mandato in farmacia a comprare quelli che lei e sua madre chiamano ยซpannoliniยป, ma io devo chiedere ยซun pacco di assorbenti per signoraยป. Mia nonna mi fa ripetere la definizione, si accerta che la dica per bene e che non me la dimentichi.

Ripensandoci adesso non so che cosa sperassero di tamponare, ma la farmacia non รจ vicina e capisco che devo correre, che si tratta di unโ€™emergenza, e per lungo tempo ยซun pacco di assorbenti per signoraยป รจ una definizione che trovo ridicola e, insieme, mi allarma, ricreandomi davanti agli occhi quel fiore rosso che si allarga in mezzo alle gambe di mia madre.

Quasi mai si รจ spinta oltre Roma, e di quelle sortite perigliose ricorda solo le fregature, il pesce marcio che le servirono un giorno a Venezia e, a Firenze, la bistecca rinsecchita davanti alla quale esclamรฒ: ยซE questa me la chiamate una fiorentina?ยป

Viaggiare non le piace, cambiare abitudini le fa paura. Oltre alla porta di casa, di lร  dal suo quartiere della Ferrovia, a Napoli, cโ€™รจ un mondo ostile del quale non sa niente, ma รจ convinta che viaggiare non le serva perchรฉ tanto lei conosce giร  tutto.

Non ha mai parlato con uno straniero in vita sua, ma ha opinioni precise su ogni popolo della terra.

Odia inglesi, francesi e tedeschi perchรฉ sono gli abitanti dei paesi forti dellโ€™Europa e le fanno schifo per questo, perchรฉ credono di essere meglio degli altri. I tedeschi, poi, che hanno pure fatto i campi di concentramentoโ€ฆ

Per la Merkel nutre unโ€™avversione particolare. La aborre forse anche perchรฉ si chiama Angela come lei, ma รจ unโ€™Angela tutta diversa, opposta: certo non รจ friccicarella, porta sempre lo stesso vestito e ยซpare Hitler femminaยป.

Non capisce perchรฉ la lingua franca debba essere lโ€™inglese e non il latino, comโ€™รจ stato per secoli.

Invece le stanno simpatici i russi, le piace Putin. E i cinesi. Perchรฉ a Napoli, dice, ci sta una ยซSalita cinesiยป, e a lei questo basta per dedurre che fin da tempi remoti noi eravamo loro amici. E forse perchรฉ le piace la cucina cinese, dove si mangia piccante e si frigge qualsiasi cosa.

In sintesi, le stanno sul cazzo i popoli governati da antiche democrazie. Quelli li ha in sospetto perchรฉ รจ convinta che siano presuntuosi e ipocriti, che parlino in un modo, ostentando perbenismo, e agiscano solo per il loro utile, come tutti gli altri, che perlomeno non si pretendono migliori.

รˆ pronipote del ยซlibertรฉ, fraternitรฉ, tu futtโ€™ a me e io fottโ€™ a teยป, รจ erede dei sanfedisti scatenati contro i giacobini del cardinale Ruffo, รจ l’ennesima figlia, frustrata e invelenita, della reazione.

E in questo non รจ sola, non รจ mai stata sola, dalle nostre parti. Ancora mi ricordo con quanta voluttร  un mio professore sosteneva che i rivoluzionari nel Novantanove, quelli della Repubblica partenopea, fossero troppo ยซinfranciosatiยป. E che in dialetto infranzesato significhi prima di tutto affetto dal mal francese, la sifilide, e poi malmesso, corrotto, รจ unโ€™origine che dovrebbe conoscere anche lei, amante delle etimologie. Ma forse non lโ€™ha messa bene a fuoco, perchรฉ altrimenti la citerebbe di continuo.

Se riuscisse ad argomentare un po’ oltre gli spurghi di rabbia e gli insulti che caratterizzano i suoi monologhi sui destini del mondo, verrebbe fuori che una mezza dittatura sarebbe la sua forma di governo ideale, con un uomo forte al potere, sicuramente non Hitler, anche perchรฉ un Hitler non tedesco รจ difficile immaginarlo, e non proprio Mussolini (ยซMusulino teneva sempre ragione e guarda commโ€™รจ fernuto…ยป; ecco, se avesse preteso di aver ragione quasi sempre sarebbe andato benissimo), ma tipi come Putin, Erdogan o Xi Jinping sarebbero perfetti.โ€

Lโ€™immagine con cui Antonio ha creato lโ€™aborto รจ tanto semplice quanto fortissima. I narratori inesperti avrebbero esagerato, cercato di rendere brutale lโ€™accaduto, doloroso; invece lui con una semplice similitudine, il fiore per la macchia di sangue โ€“ infiorescenza โ€“ ha creato unโ€™immagine straziante.

Oltre questo episodio fortissimo, nella parte che segue, se vediamo bene, non sono accadute azioni o svolte particolari: anzi, non ce ne stanno; eppure vediamo Angela nitidamente, la conosciamo, ne studiamo la mimica, ne sentiamo la voce.

In un alternarsi tra presente e passato, in un insieme di sbalzi temporali, proprio come in Via Gemito, Franchini ci dona una storia dove non esiste linearitร , non un vero intrecciasi di sommari e scene, sono ritagli della vita di Angela dove lei prende forma sempre di piรน, al punto che basta la sua sola presenza a riempire il libro.

Forse, senza saperlo, Franchini le ha fatto un grande omaggio: ancora una volta Angela, la Talpa, รจ al centro della scena, potente e inscalfibile, soverchia tutto.

Antonio con questo libro incarna una societร  decaduta di cui Angela conserva gli ultimi gemiti, quelli vissuti negli anni 60 e 70, riesumati con un ultimo mostruoso urlo negli anni 80: la rispettabilitร  di un titolo di studio, i caroselli in tv, le tradizioni di un paese e quelle case che in ogni regione acquisivano dei tratti personali capaci di plasmare chi le abitava; ma mostra anche la vita dei vecchi che si rapportano con la perdita di un secolo e lโ€™ingresso in una nuova era: le continue critiche di Angela su cose che neppure conosce, il suo mettere bocca su tutto pur senza avere la reale competenza per farlo, manie e giudizi nati da esperienze puramente soggettive ma spacciati come monito sacrale; tutte cose ordinarie, quotidiane, presenti in moltissime persone eppure in lei, cosรฌ personali grazie alla scrittura di Antonio che riesce a tratteggiarla come un personaggio letterario, non come una persona reale, di carne, veramente vissuta: una icona.

Un ultimo estratto ancora, prima di chiudere questo articolo, direi che รจ dovuto. Ne potrei scegliere a decine, ogni parte di questo romanzo รจ eccelsa, ma non voglio rovinarvi il piacere di leggere questo capolavoro.

โ€œCon la mia prima sorella questo non avviene. Lei le lascia campo libero, e Angela vi irrompe per radere al suolo la sua immagine presso le compagne, estirpare le sue amicizie, razziare la sua intimitร .

Entra nella vita della figlia con la scusa di medicare la sua debolezza, di guarire la sua inettitudine, di aiutarla nelle cose di scuola per supplire alla sua pigrizia e timidezza.

Entra e devasta. Con lโ€™idea incrollabile e la ferma convinzione di aiutare, di fare del bene: studia al suo posto, le fa i compiti. Se viene a sapere di qualche contrasto, di un diverbio tra ragazze, si scaglia a ribadire che sua figlia nemmeno le calcola le altre, non le considera, perchรฉ รจ piรน bella di loro, piรน intelligente, e proviene da una famiglia migliore.

Si accapiglia con le amiche della figlia e con le loro madri, se intervengono, e con le insegnanti, se ritiene che agiscano scorrettamente.

Se scopre che sua figlia le ha tenuto nascosta unโ€™interrogazione andata male, un compito non svolto, unโ€™impreparazione, la insegue attorno al tavolo di cucina e le urla: ยซPuozze murรฌ accisa, โ€™sta zoccola puttana, nun puteva murรฌ โ€™o Santobono! Ha dovuto campร  peโ€™ mโ€™accirere a me!ยป

Orgogliosa della sua licenza liceale classica, assiste mia sorella negli studi magistrali dedicandosi assieme a lei alla psicologia e alla pedagogia, materie per lei nuove ma che, grazie alla sua finezza nel decifrare le sfumature piรน delicate dei sentimenti, non ha problemi a comprendere profondamente.

Per aiutarla a prendersi un diploma che disprezza, lei che ha sempre considerato le maestre lโ€™esempio piรน limpido della stupiditร  femminile, ha dovuto approfondire la psicologia, disciplina che lโ€™ha aiutata a penetrare nella psiche elusiva e contorta di quella disgraziata della figlia.

Vedo questa mia sorella subire nella sua intimitร  lโ€™irruzione di un erpice che le scava dentro solchi e mi chiedo perchรฉ non si ribella come facciamo io e lโ€™altra sorella, che arriviamo a minacciare nostra madre, a metterle le mani addosso. Come del resto fa a sua volta Angela con sua madre, che vive con noi e secondo lei la tormenta da quando รจ nata, in una spirale di rancore tra generazioni che si passano il testimone dellโ€™odio come la ricetta degli struffoli.โ€

โ€œIn una spirale di rancore tra generazioni che si passano il testimone dellโ€™odio come la ricetta degli struffoliโ€. Ecco, questa frase crudele, violenta e geniale per la similitudine finale, incarna il cuore del libro. Lโ€™odio appreso, il rancore come patrimonio genetico, un tessuto famigliare fatto di aggressivitร  che si tramanda di pelle in pelle, di sguardo in sguardo: lascito selvaggio incapace di morire. La violenza di Angela ma anche quella di Antonio. Una lotta che, infine, come in molti casi, non lascia vincitori ma solo sconfitti.

La Angela che vedremo accartocciarsi man mano che si va avanti nella lettura, consapevoli fin dalla prima pagina che รจ inevitabile, stiamo leggendo la storia di una donna morta, una donna morta vecchia, consumandosi come accade a tutti i vecchi, persino ad Angela.

Questo libro ti scava nel cuore, resta impresso per contenuti, lessico e immagini.

Questo libro, secondo me il migliore di Antonio Franchini, merita di restare nel tempo come un classico della letteratura.

Il vero volto di Napoli

In ambito letterario Napoli รจ di sicuro una delle cittร  piรน utilizzate, addirittura abusata. I letterati, nel sentir parlare di Napoli, non possono fare a meno di pensare ad Anna Maria Ortese, scrittrice sublime che nelle sue opere ha incarnato alla perfezione la bellezza ombrosa, mistica, selvaggia e aggressiva di Napoli; oggi, invece, per molti Napoli รจ Gomorra, la sfogliatella mangiata da un commissario o i luoghi comuni sputati da qualche popolano inventato da un autore che di Napoli, quella vera, quella storica, sa poco o nulla.

Scrivere di Napoli senza cadere nella banalitร  รจ difficile; scrivere di Napoli mostrandola con sinceritร  รจ impresa ardua, perchรฉ dietro la scorza macchiettistica in cui รจ stata avvolta la cittร , al di lร  della cartolina costruita per i turisti (e talvolta anche per gli abitanti stessi), Napoli รจ una cittร  stratificata nella storia e nella forma.

Antonella Cilento, meravigliosa scrittrice e mia maestra, ha scritto piรน volte di Napoli: romanzi ambientati in una Napoli storica, antica o moderna. Ma stavolta si รจ cimentata in qualcosa di davvero ciclopico: ha scritto una guida su Napoli.

Beh, viene spontaneo pensare che scrivere un romanzo, ancor piรน un romanzo storico, a cui Antonella รจ molto legata, sia unโ€™operazione ben piรน complessa dello scrivere una guida su una cittร .

Dipende cosa intendiamo per โ€œguida su una cittร โ€.

Continua a leggere: Il vero volto di Napoli

Cosa vogliamo conoscere di una cittร , sotto quale punto di vista desideriamo vederla? Ci interessano solamente i luoghi turistici, di cui oggi Napoli non รจ piena, bensรฌ invasa, o magari vogliamo addentrarci nelle sue strade, conoscerne i monumenti?

Oppure siamo interessati ad andare oltre, nellโ€™anima della cittร ?

Ed รจ proprio questo il punto che rende Il sole non bagna Napoli di Antonella Cilento, pubblicato nel 2024 da BEE edizioni, un libro complesso, meraviglioso, indispensabile non solo per chi vuole visitare Napoli ma soprattutto per chi ci abita. Antonella Cilento ci accompagna lungo le vie, i vicoli e gli anfratti storici e artistici di Napoli. Ed รจ cosรฌ che della cittร  non conosciamo solo il folclore, le tradizioni, la storia e lโ€™architettura, ma lโ€™anima mutevole eppure resistente che lโ€™ha caratterizzata nei secoli.

โ€œCerto, la morte e il marcire dei corpi di continuo esibiti e notati con orrore, spavento e curiositร  dai viaggiatori di un tempo, fino al secondo dopoguerra, paiono svaniti nella patina della modernitร : Sartรฉ che osserva i corpi delle donne napoletane come fossero bolliti, proprio come la sirena sfatta offerta al generale americano ne La pelle di Malaparte, che si cerca di far passare per il famoso pesce sirena dellโ€™Acquario; Sartรฉ che osserva unโ€™anguria marcia e fangosa svanire nella bocca coperta di mosche di un ragazzino: questo non รจ piรน il panorama umano che Napoli inscena. O il terribile racconto di Axel Munthe del colera, dove, in un basso, il cadavere di un padre, che la famiglia ha nascosto, viene divorato dai topi anche quando รจ appeso al soffitto per sottrarlo ai roditori.

Il macabro, in apparenza, non รจ piรน parte del folclore locale. Ma lo spirito con cui si consumano ossa, bambini, eros e angeli non sembra mutato nella natura profonda dei napoletani. Una natura certo inadatta ad Alberto Arbasino, che della cittร  restรฒ disgustato e indignato dalla scarsa qualitร  del sesso che vi veniva venduto, paragonandola al Nord europeo, ai suoi abitanti, al suo cibo, alle sue lenzuola.

Tutto il teatro dei corpi che la cittร  allestisce da millenni pare insomma ridotto, ai tempi del terzo scudetto, al nudo di un vecchio comico che cammina in strada mangiando pasta e patate sul lungomare.

Ma รจ evidente che lo spirito รจ lo stesso.

Il tempo e la globalizzazione tentano di cancellare lo scandalo e il sublime, li redistribuiscono, li normalizzano, cercano di renderli seriali, virtuali, spendibili. Ma a ogni nausea o desiderio mancato corrisponde un tasso dโ€™umanitร  in meno.

Una visita alla Sanitร  dunque รจ un passaggio necessario, al di lร  delle immagini dei film (tanti) che vi sono stati girati, da De Sica a Eduardo a Mario Martone, al di lร  delle stese che finiscono sui giornali, le sparatorie ad altezza umana, al di lร  dei ristoranti famosi come Concettina ai Tresanti, la Sanitร  รจ il quartiere del barocco e dellโ€™ellenismo: tombe dipinte, sontuose scale nei palazzi disegnati e abitati dal Sanfelice, chiese monumentali con scheletri e teschi, ospedali affrescati dicono degli abitanti piรน di ogni altra esperienza, che si voglia mangiare nelle pizzerie di via Nazionale, dove cadono morti, faccia nella pizza, i camorristi, che si visitino le terresante di San Pietro ad Aram lungo il Rettifilo o quelle della chiesa del Purgatorio ad Arco su via dei Tribunali, o che si vada in devoto pellegrinaggio alle mummie dei sovrani aragonesi nella chiesa di San Domenico Maggiore.

Ci sono piรน angeli in questa cittร , che volano nelle chiese e, se le chiese sono chiuse, nei musei, che in ogni altra cittร  del mondo: angeli con volti di bambino, facce di basso, facce di lazzaro e guappo, con corpi di adolescenti in vendita che svolazzano dalle tele di Carlo Sellito a quelle di Battistello Caracciolo e Caravaggio.

E ci sono le loro ossa, nella basilica della Pietrasanta, nelle terresante delle chiese dei Santi Filippo e Giacomo, ovvero nella chiesa dellโ€™Arte della Seta, e a Santa Luciella, cappella dellโ€™arte dei Pipernai.

Questa รจ la cittร  dove ai bambini poveri da secoli si insegna a suonare perchรฉ allietino la morte dei vecchi ricchi, o dove i bambini si castrano perchรฉ cantino, soavi come angeli, nelle cappelle e nei teatri, o dove le bambine e i bambini si vendono, in cambio del pane, ai soldati americani, dove i bambini sparano o sono sparati.โ€

Non mi esprimo sulla bellezza dello stile di Antonella, in quanto la sua maestria รจ palese: la scelta accurata delle parole, dei giusti aggettivi, lโ€™eleganza e la violenza delle sue frasi; al di lร  di tanta meraviglia, questa parte del secondo capitolo ci trasporta subito nel cuore di Napoli e lo fa attraverso storia e letteratura che si fonde alla vita ordinaria, mischiando il passato al presente, proprio come la stessa cittร  e stratificata a livello architettonico: variata da invasione a invasione pur senza mutare la propria anima.

Ma questo libro รจ ancora di piรน. Come ho detto, piรน che per chi desidera visitare Napoli รจ un libro utile a chi intende viverla.

โ€œVia Duomo racconta del Risanamento napoletano.

Dallโ€™incrocio con via Foria a quello con piazza Quattro palazzi, via Duomo taglia mondi ed epoche, incrociandosi con i tre antichi decumani, aprendosi in Forcella.

Da qui, tutto il centro antico รจ raggiungibile: infinite le sedi museali qui raccolte, dal MADRE di via Settembrini, al Museo Diocesano di Donnaregina Nuova, dal Pio Monte al Museo Filangieri, alla Quadreria del Girolamini con annesso chiostro.

Via Duomo subisce di riflesso lโ€™apertura del Rettifilo, nato allo scopo di collegare il mare con la stazione e far pulizia dei quartieri medioevali: Porto, Pendino, Vicaria, Duchesca e Orefici.

Una strada nuova, fatta di palazzi alti e composti, belle facciate in stile classicista, che perรฒ produce tagli, rifacimenti, distruzioni. Su via Duomo risorge per esempio il rinascimentale Palazzo Cuomo, che nel 1879 rischia di essere abbattuto e si salva grazie allโ€™intervento di numerosi intellettuali: viene spostato di venti metri e trasformato nel Museo Filangieri, collezione principesca di armi, abiti e oggettistica orientale.

Anche piazza Quattro Palazzi sorge sullโ€™antico mercato angioino, sbaragliando seggi, quartieri e vie incisi nella tradizione letteraria, pittorica e musicale: la Sellaria, le vie dei Casciari, degli Armieri e dei Violari.

Negli anni Settanta e Ottanta, prima e dopo il terremoto, via Duomo conservava ancora una precisa identitร : i negozi di abiti da sposa, le pasticcerie popolari. Lโ€™atmosfera รจ intatta nei racconti di Fabrizia Ramondino, Il fratello di Enzino, per esempio, che restituiscono il buio della via, isolata da un vero coprifuoco notturno, con i senza fissa dimora accasciati perchรฉ arrivati in ritardo al portone ormai chiuso del Divino Amore, pubblico dormitorio; o i marchettari en travesti; o le pasticcerie con le paste grandi, per chi soffre la fame.

Dopo il lungo buio del post-terremoto, via Duomo รจ entrata nellโ€™era del turismo mordi e fuggi. Intorno a un duomo fiorentino o a una cattedrale romana ci sarebbero pulizia, servizi, ci sarebbe anche un biglietto da pagare per entrare quando non cโ€™รจ funzione,

Il Duomo di Napoli, poi, ha talmente tanti strati da visitare, dallโ€™antica Stefanรฌa, cuore paleocristiano dโ€™Italia, al tesoro e alla cappella di San Gennaro, che sbigliettamenti separati sono, in effetti, previsti. Ma in questo pomeriggio di sabato cโ€™รจ solo rumore e libero accampamento fra le navate, turisti che entrano con il cane a briglia sciolta, signore cingalesi con le buste della spesa che passeggiano nella chiesa come al mercato, sfatti campanelli di visitatori in braghette, bandierine e aste cinesi per i selfie.

Per certi versi, perรฒ, la situazione รจ fascinosa, somiglia alle descrizioni che Dickens fece della cittร  trovandola piรน sporca, indisciplinata e losca della famigerata Londra dei suoi anni: la scoperta รจ che non cโ€™รจ alcuna discontinuitร  fra il luogo di culto e Napoli. La popolazione, come unโ€™alta marea, รจ entrata e cammina indifferente ai piedi dei capolavori di Ribeira e del Domenichino.โ€

Io vivo in pieno centro storico di Napoli da oltre dieci anni, eppure, leggendo le parole di Antonella, capisco di non aver mai visto davvero i luoghi da lei descritti. Ho percorso mille volte via Duomo, il Rettifilo; ho vissuto prima in via dei Tribunali, proprio vicino alla cattedrale di San Gennaro, e poi nei pressi di piazza Mercato, tuttavia ho respirato la storia di questi posti sempre e solo da un punto di vista nozionistico, senza cogliere davvero i suoi mutamenti storici e dunque umani, lโ€™alternasi delle esistenze e la sopravvivenza di una radice primordiale che, al di lร  dei cambi strutturali, resta impregnata nelle ossa di Napoli dando al suo popolo, appunto, la capacitร  di amalgamarsi da secoli in una scenografia dove arte, confusione e degrado coesiste in modo fascinoso e selvaggio.

Ma la conoscenza storica di Antonella Cilento non si ferma certo qui, va avanti e indietro nel tempo, si intreccia come le spire di unโ€™enorme anaconda, una ragnatela perfetta in cui epoche, persone, arti e storie si fondono, proprio come Napoli.

โ€œPausa dal dolore, questo significa Posillipo, che รจ in realtร  un disegno topografico della rabbia, il disegno della furia impotente.

In cima alla collina, cieco e traballante, sulla lingua rocciosa detta Cavallo, sta Polifemo, lโ€™occhio sanguinante, la braccia alzate. In basso, tra Cala Badessa e Trentaremi, sta la piccola nave greca, con a bordo Ulisse e i sopravvissuti che lo seguono.

ยซChi seiยป chiede il ciclope.

ยซNessunoยป risponde Ulisse.

Allora, Polifemo, furibondo, stacca da terra un brano di rocciaโ€ฆ

…A decidere che il golfo di Napoli contenesse la grotta di Polifemo, figlio di Nettuno, รจ Victor Bรฉrard, che visita i luoghi omerici nel 1901, nel 1912, nel 1925. Non รจ dunque del senatore Seiano la grotta scavata nella roccia, che taglia Coroglio e spunta in una villa con palestra e anfiteatro. No. Secondo Bรฉrard questa รจ, semmai, la grotta di Polifemo e Nisida lโ€™inutile masso scagliato contro Nessuno. Nessuno รจ stato qui, Nessuno abita qui.

Le celebri sirene, Partenope, Licosa, Ligea, sparpagliate dal mare di vino lungo la costa campana muoiono perchรฉ Nessuno le ha ingannate. O forse, ripensandoci, Nisida รจ proprio la casa stessa del ciclope. Ai primi del secolo, le bianche capre pascolano ancora su Nisida. Victor Bรฉrard le vede, ci passeggia in mezzo. Questo solido visionario, di bella barba, le spalle un poโ€™ curve, in borghese cappotto, che vede ciclopi lungo le coste, a Napoli e a Catania, nella verghiana Aci Trezza. Sullโ€™isola che si chiama isola, perchรฉ nรจnos in greco si chiama isola, sono ancora vive le omeriche capre?

Chissร . Lโ€™isola che si chiama isola, scagliata contro Nessuno.โ€

Poesia. Questo pezzo รจ pura poesia di lingua, immagini, contenuti.

La Napoli omerica, la Napoli che abbiamo dimenticato, la sua tradizione che affonda le radici nella Grecia arcaica e di cui spesso non abbiamo memoria. E Nisida, lโ€™isola oggi ricordata dai piรน solo per il carcere minorile โ€“ carcere โ€™e mare, come si potrร  leggere piรน avanti nel libro โ€“ e invece nata dalla furia del ciclope Polifemo beffato e ferito da Ulisse, Nessuno, una informazione che forse si potrebbe apprendere in qualsiasi libro di mitologia ma che di certo non resterebbe nella memoria, se non in modo confuso, latente, e qui, invece, rimane inscalfibile dalla maestria di Antonella nel creare immagini, eventi vividi, incancellabili; come fa nel mostrarci, non nel descriverci, una facciata di Napoli che nemmeno la migliore delle fotografie potrebbe rivelare.

โ€œNulla o quasi resta del sontuoso palazzo del principe Spinelli di Tarsia. Grande come una reggia, si estendeva dalla collina che arriva alla Certosa di San Martino fino allโ€™attuale via Toledo, in una serie di sontuose corti, in un moltiplicarsi di stalle e masserie, dotato di giardino esotico, osservatorio astronomico e bestie feroci in libertร .

Oggi, lasciata piazza Dante, si puรฒ impegnare salita Tarsia, tutta stradine e scalinate, costeggiando i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso allโ€™altro come denti stretti e forti, fabbriche settecentesche e ottocentesche, portoni, anditi, anfratti. La salita passa accanto al largo Tarsia, chiuso da due enormi archi, che delimitano ciรฒ che resta del palazzo: una grande, monumentale, facciata antica. Il largo รจ usato come parcheggio: un uso vetusto, reso necessario dalle troppe automobili che ormai abitano un quartiere immaginato solo per asini e cavalli, al massimo qualche rara carrozza. Da qualche anno, ormai, il parcheggio si riempie anche per gli eventi che si tengono al Museo Nitsch, nato per ospitare lโ€™opera di Herman Nitsch, fra i massimi rappresentanti del Wiener Aktionismus, che a Napoli molto operรฒ fra gli anni Settanta e Ottanta.

Vico Lungo Pontecorvo, dove sorge il museo, รจ una minuscola enclave del quartiere Pontecorvo: gli edifici sono tutti restaurati, il vicolo pulito, ordinato. Insomma, un angolo inatteso della cittร  come doveva essere un tempo, tutta balconcini, tende e piantine, appare a chi vi si inoltra.

Lโ€™edificio รจ una ex fabbrica edificata nel 1982 per la produzione di elettricitร : completamente ristrutturato, si apre con una delle balconate piรน belle che si possa immaginare, dove lโ€™intero golfo, ma anche lโ€™inatteso panorama di case del centro antico, si dispiega agli occhi del visitatore.

Se lโ€™opera di Nitsch puรฒ turbare, fra sacrifici animali, squartamenti di agnelli e di pesci, sangue usato come colore, rossi e neri che indagano i corpi morti, vero รจ che nessun luogo come Napoli avrebbe meglio ospitato, a causa dellโ€™inquieta attitudine al buio, ai corpi, al crudo e al sangue che la cittร  conserva nella sua arte barocca e che rievoca sacrifici animali, i vaticini, le origini greche del luogo. Non a caso, Nitsch si innamorรฒ di Cuma e vi rimase molti anni.

Il contrasto con la luce rosata del Vesuvio e sul mare abbaglia. Se si ascolta musica, come a volte รจ capitato, su questa balconata, con alle spalle le sale popolate dalle installazioni e dalle opere di Nitsch, si puรฒ usufruire di una sintesi abbastanza perfetta della cittร  e della sua anima, incantevole e assassina, bellissima e perfida, linda e lurida.โ€

โ€œ…i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso allโ€™altro come denti stretti e fortiโ€.

Immagine di Napoli vera, nitida, bellissima e brutale. Questi palazzi incollati come denti stretti: aggiungerei denti bellissimi nella loro imperfezione, in quanto spesso molto diversi tra loro; un avvicendarsi instancabile della storia e di esistenze.

Bellissimo pensare come io passi ogni giorno, e spesso anche piรน di una volta, davanti a palazzo Spinelli, un capolavoro di architettura oggi ignorato dalla calca di turisti che quotidianamente, a ogni ora, si ammassa davanti alla nota pizzeria Sorbillo; ci sono entrato piรน volte, attraversando i bellissimi scaloni che piรน avanti descriverร  Antonella, per andare dal mio proprietario di casa, eppure mai avrei immaginato che quel capolavoro fosse solo una minuscola parte di una reggia che comprendeva edifici, oggi eretti su ristoranti, pizzerie, bar e kebabbari, che si estendono lungo vie a me talmente note, ma in veritร , alla luce di questa lettura, da sempre sconosciute.

Ecco la potenza di questo libro, fa conoscere davvero Napoli a chi crede di conoscerla. Sรฌ, questa Napoli bellissima eppure perfida, assassina, una donna selvaggia che mai si mostra, fatta di ombre, come scrive Antonella. Ed รจ proprio qui che ogni cartolina prende fuoco e diventa cenere, lasciando svanire dalle iridi dei lettori la Napoli venduta, usurpata, stuprata: la cittร  del sole che, in veritร , per chi la conosce, รจ la cittร  delle ombre. Ed รจ con le ombre che voglio chiudere questo articolo, facendovi leggere un ultimo estratto di questo meraviglioso libro.

โ€œLa memoria si sovrappone, si stratifica, come Napoli.

Penso a una mappa da offrire al lettore e mi accorgo che la questione principale, una questione che chi visita Napoli la prima volta forse avverte solo in parte, รจ che รจ impossibile considerare planimetrie orizzontali, razionali, circoscritte come per molte altre cittร  europee, anche antiche, anche magnifiche.

Napoli รจ composta di strati, piani spesso non comunicati, come le scale che Felix Hartlaub descrive, come quello che Escher disegna dopo aver vissuto ad Amalfi. Ed รจ anche vero che la cittร  piรน identificata con il sole โ€“ chisto รจ โ€™o paese dโ€™ โ€˜o sole, chisto รจ โ€™o paese dโ€™ โ€˜o mare โ€“ si squaderna come un gigantesco sipario di gloria divina nei giorni di luce, che sono la maggioranza dellโ€™anno, ma che assai piรน spesso, a fare carotaggi, a camminarci dentro, a scenderla oltre che a salirla, รจ claustrofobica, oscura, ambigua, carsica. Piovosa.

Sicchรฉ ogni piano sequenza โ€“ facciamo finta che sia un film, oltre che un libro, oltre che una galleria di quadri segreti e accecanti โ€“ slitta nel piano sequenza successivo e si confonde, con molta piรน complessitร  di quanto pure accade, per esempio, in certi film fondati sugli slittamenti delle linee di memoria, scritti e diretti nei troppo orizzontali Stati Uniti.

Certo, possiamo portare in visita i nostri amici da piazza Plebiscito, dove รจ Palazzo reale, al Maschio Angioino; possiamo portarli lungo via Toledo e fargli deviare dalla retta via spagnola dei decumani, sostando presso la sontuosa stalla gotica, come dicevano i nemici degli Angiรฒ della chiesa di Santa Chiara, nel paradiso ceramico del suo monastero (e giร  qui la canzone ci viene incontro e ci avverte: munastero โ€™e Santa Chiara, sento โ€™o core scuro scuro); o magari fare il salto alchemico nella fin troppo nota Cappella di Sansevero e qui magari fermarci, perchรฉ poi ci sono le sfogliatelle, cโ€™รจ Scaturchio, cโ€™รจ la pizza. E addio.

Ma questa รจ solo lโ€™anticamera di Napoli.

Cosรฌ non diremo nulla del fatto che un campanaro storpio e muto di quella stessa chiesa di Santa Chiara abita nella scrittura di Gustaw Herling, fantasma di un piccolo ebreo sopravvissuto alla Notte dei cristalli.

Del resto questo ci porterebbe a dire che Herling รจ vissuto a Napoli continuando a scrivere un Diario scritto di notte nella sua lingua madre, il polacco, per oltre quarantโ€™anni, dimenticato dalla cittร , benchรฉ avesse sposato una delle figlie del piรน grande filosofo italiano del Novecento, Benedetto Croce.

Perchรฉ la questione ci porterebbe a dire che a Napoli si viene spesso per scomparire, come Romolo Augustolo, che qui fu ucciso, una giusta punizione karmica per lโ€™impero dโ€™Occidente che muore nella cittร  piรน greca e a oriente dโ€™Italia, dove ostinatamente si continuerร  a scrivere piรน in greco che in latino fino allโ€™arrivo dei Normanni.

O che nella via Toledo, dove abbiamo portato i nostri amici ad assaggiare la sfogliatella di Pintauro o il babร  da passeggio che si vende ad angolo della galleria Vittorio Emanuele II, muore Heinrich Shliemann, lo scopritore di Troia, ormai vecchio, dopo una visita oculistica (ohimรจ: un brivido al pensiero del mio occhio spento che attende di tornare attivo).

Insomma, come faremo a sollevare tutte queste cortine senza perderci, senza finire seduti in una trattoria dei Quartieri Spagnoli, magari dalla famosissima Nennella, superati in altezza dai palazzi neri del Cinquecento, circondati da moto che sfrecciano, murales che ritraggono Totรฒ in molte sue apparizioni e incarnazioni, dalle segrete stanza delle sante che favoriscono la fertilitร , anche se sono morte fra gli stupri collettivi dei soldati spagnoli del Siglo de Oro?

Bisogna togliersi gli occhiali, chiudersi gli occhi e aspettare.

Una mappa qualsiasi la trovate, una guida del Touring, magari complicata quanto quella di Istanbul.

Ma qui ci si viene a perdere.

E noi che ci abitiamo, che ostinatamente restiamo in visione periferica, come si fa in scena per non perdere di vista i movimenti laterali o posteriori mentre si recita, ci siamo persi da moltissimo tempo.

Facciamo conto che questa sia una visita tra i fantasmi, fantasmi assetati e luminosi.

Perchรฉ รจ difficile che chi si dice vivo lo sia davvero, a confronto con noi, i fantasmi di Napoli.โ€

Ecco, la cartolina รจ bruciata e solo con pochi estratti. Il velo tolto da questa amazzone nuda e indomabile, ferita e sanguinante eppure viva, implacabile. Napoli di ombre e sangue, di popoli in rivolta e di lotte che hanno edificato, distrutto, ricostruito, mutato e dilaniato il corpo di questa bellissima e intangibile strega che affascina e terrorizza, ti bacia e poi ti ammazza. La Napoli oscura e antica, la storia sacrale che si mescola a mazzette di soldi per la turistificazione e morti ammazzati; la Napoli che si accartoccia e si gonfia in un ammassarsi di edifici secolari e palazzine popolari; la Napoli di viuzze segrete colme di storie, esistenze e sentimenti che i suoi stessi abitanti ignorano; la Napoli che Antonella Cilento ci mostra in un modo mai fatto da altri, almeno non in ambito narrativo, in questo indispensabile libro, Il sole non bagna Napoli, da leggere assolutamente per chi vuole visitare la cittร  senza che dopo un po’ resti solo il ricordo sbiadito del sapore della pizza, della sfogliatella e della mozzarella di bufala, o il canto sgraziato di uno squinternato che si esibisce dal terrazzo di casa sua, allietando comicamente i turisti e infastidendo gli abitanti del posto; una lettura essenziale per chi vuole conoscere davvero la propria cittร  e attraversala con occhi e cuore nuovi, da fantasmi di carne in questo labirinto di ombre che abbagliano.

L’importanza delle parole: sussurri mischiati per rendere tangibile lโ€™invisibile

รˆ triste vedere come oggigiorno la lingua italiana sia continuamente svenduta, mercificata. Non si tratta soltanto di una questione stilistica, tanto meno di un lessico ridotto sempre piรน allโ€™osso, รจ proprio il senso intrinseco della lingua italiana a essere stato deturpato, ciรฒ di cui รจ formata: le parole.

Alcuni credono che lโ€™inventare nuovi termini, come petaloso, oppure modernizzare alcune frasi equivalga a un vilipendio della nostra lingua, una storpiatura delle nostre preziose parole. In parte รจ cosรฌ, ma non credo affatto sia questo il problema. Il vero dramma comincia lรฌ dove ci si crede capaci di impadronirsi delle parole. Usarle a proprio piacimento, catalogarle, ridurle persino a uno strumento di vile mercificazione.

Si parla tanto di parole, di lingua italiana, eppure per la parola scritta continua a non esserci rispetto. In TV, ad esempio, vediamo presentatori e presentatrici poco avvezzi alla lettura mettere bocca sulla nostra lingua. In una misera ora di girato si ha la pretesa di spiegare quanto si apprende in anni di filologia. Assistiamo a comici che non hanno soltanto la pretesa di recitare un sommo poeta quale Dante, ma di spiegarlo, senza avere la preparazione culturale per farlo.

Tutto questo mostra con quale mancanza di rispetto ci si avvicina alla cultura, soprattutto alla cultura letteraria. In questo tempo dove tutti credono di poter mettere bocca su tutto, e farlo senza formarsi, di certo la nostra lingua non รจ stata risparmiata; anzi, essendo essa formata di parole sembra qualcosa di facilmente ingabbiabile, manipolabile. Dunque si parla di libri, senza averli mai letti. Si parla di film, senza averli mai visti. Si cita Dante, deformando il senso delle sue parole. Si interpreta a proprio piacimento qualsiasi dottrina, credendo di poterla assimilare in un tempo di poco superiore a quello di un pasto.

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Diamo il giusto nome alle cose: l’arte รจ qualcosa di sacro

Ogni giorno mi chiedo quale sia il senso della mia vita, non solo, mi domando che senso ci sia nella vita stessa. Siamo animali, solo questo, e come tali votati alla mera sopravvivenza? Siamo semplicemente cose di carne destinate a perire?

Questo cervello, questo cuore, queste mani, questi polmoni, questo stomaco, tutto questo me stesso che ora scrive e pensa e piange e vive sono davvero io, o รจ solo un contenitore, carne e ossa e nervi e vene che un giorno marciranno?

Stupidaggini, pensieri inutili. Eppure i libri rimasti nella storia contengono proprio queste sciocchezze. Non la forma, non la storia, non la lingua li hanno resi immortali, ma queste veritร  che sin dagli albori della vita definiscono il percorso dellโ€™essere umano: chi sono, da dove vengo, dove vado?

Senza queste riflessioni non esiste creativitร , nรฉ arte, nรฉ vita.

Ogni giorno penso a queste cose. Ogni giorno penso al senso della mia vita: se la mia sia davvero vita, o animalesca sopravvivenza. Ogni giorno penso a cosa resterร  di me, a quanto mi resta, a cosa ho fatto, a cosa faccio e dove sto andando. Ogni giorno penso alla vita, dunque inevitabilmente penso alla morte.

Oggigiorno รจ scandaloso pensare alla morte, รจ una cosa cupa, brutta, da nascondere. Non si muore piรน in casa, ma negli ospedali. I morti devono essere separati dai vivi, occultati, il fetore della decomposizione deve essere celato dal candore del marmo, da fiori profumati, da una fotografia sorridente: immagine artefatta di tutti i nostri tormenti.

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Che io chiamo arte: Marosia Castaldi, una scrittrice che merita giustizia

Con Franz Kafka abbiamo mostrato piรน di una volta quella che potremmo definire la cecitร  editoriale, o forse sarebbe giusto dire che non si tratta di cecitร , quanto di una vista sin troppo acuta ma indirizzata a ciรฒ che richiede il mercato: dare al popolo il prodotto che domanda anzichรฉ educarlo alla bellezza.

Piรน volte ho esposto il mio pensiero, ovvero il non essere contrario alla letteratura di intrattenimento e persino alle autobiografie, spesso autocelebrative, scritte da qualche Ghostwriter per il vip di turno. Non sono questi i problemi dellโ€™editoria, lo ricordo ancora una volta, il problema sussiste quando il livello qualitativo di ciรฒ che viene spacciato per letteratura cala in modo notevole.

La letteratura di intrattenimento o il libruncolo del vip non fa danno alcuno, anzi, potrebbe portare soldi alle case editrici e queste case editrici potrebbero investirli per pubblicare libri di alta qualitร  e dar spazio a nuove voci, magari difficili da piazzare perchรฉ poco affini alle richiesta del mercato, ma innegabilmente degne di essere pubblicate.

Purtroppo non sempre accade. A Kafka non รจ successo. Superato da incapaci, o comunque da scrittori meno geniali di lui, รจ morto da sconosciuto, come se non fosse il genio della letteratura che oggi tutti riconosciamo.

A mio dire il successo postumo รจ lo sbeffeggio a una vita di sofferenze e di umiliazioni, di rifiuti e di frustrazione, quasi una voce ipocrita sussurrasse al malcapitato: ยซOh, ci scusi tanto, ci dispiace che lei abbia sofferto, fatto lavori che detestava pur di tirare avanti mentre vedeva altri meno bravi di lei passarle davanti. Ci perdoni per averla lasciata a morire da solo, non avevamo capito il suo genio. Ne siamo davvero spiacentiยป.

Il vaffanculo ci starebbe tutto, no?

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Deridere il mondo per mostrare la dolorosa veritร : ‘E ppatane so’ bbone cotte!

Raccontare unโ€™epoca in cui regna il disincanto e dove il perseguimento di un ideale รจ pura illusione di avere un ideale da rincorrere, non รจ facile, lโ€™ho detto piรน volte, si rischia di diventare melensi, di esagerare. Allora si cerca sempre di renderla affascinante questa nostra realtร  e nel farlo la si camuffa, la si contorce. Qui a Napoli, poi, siamo pieni di scribacchini che campano di luoghi comuni, di pizze, sfogliatelle, il vicinato gentile e โ€˜o Vesuvio โ€˜e โ€˜stu cazz!

O camorra o speranza che affiora anche nel piรน misero vicolo: criminalitร  oppure Peppeniello cu โ€˜a pizza a portafoglio nโ€™man e magari ci mettiamo pure โ€˜o barbone saggio caโ€™ dice: ยซComme venโ€™, accussรฌ cโ€™ha pigliammo, diceva โ€˜a nonnaยป.

Non รจ il volto di Napoli, non รจ il volto della nostra epoca appiattita, svuotata e ridotta a un freddo dedalo di cunicoli in cui tutti corrono e corrono inseguendo il bisogno di sentirsi speciali, quando invece non esistono lotte, rivoluzioni, passioni epiche e grandi imprese da raggiungere, che siano esse materiali o intellettuali. Esistono invece i soldi che sono indispensabili, lavori odiati da svolgere per portare โ€œil piatto a tavolaโ€, anni e anni di vita che scorrono per poi non lasciare alcuna traccia.

Dunque o si sfocia in tragedie colme di affabulazione, oppure si punta allโ€™individualismo: raccontare il singolo dramma famigliare di un individuo e ridurre la societร  a un ristretto numero di persone.

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Scrittori e menestrelli

Ogni giorno, appena sveglio, mi chiedo quale sia il motivo che porti una persona a scrivere. รˆ la prima domanda che mi pongo quando apro gli occhi, lโ€™ultima che accompagna il mio sonno dopo ore notturne perse fra parole, caratteri, verbi, aggettivi e frasi; ingerendo e vomitando vocaboli e immagini fino allโ€™alba, senza riuscire mai ad afferrarli pienamente e, infine, schiacciato, arrendendomi a morire mentre il mondo si risveglia, desiderando solo un altro giorno per provarci ancora.

Cosa porta mai a sopportare questa follia? E la si vive per davvero? Lโ€™audace lotta per congiungere lโ€™invisibile al visibile. Strappare qualcosa dal cuore, dalla mente, dalle vene e da ciรฒ che chiamiamo anima e trasfigurare quel qualcosa, appena una bozza di consapevolezza, in immagini, in volti, chiazze di ricordi e di voci.

รˆ follia pura voler incarnare la memoria, renderla ancora viva quando รจ invece materia morta, sepolta, vivida solo in flebili respiri che avvertiamo appena un attimo nel silenzio dei nostri sguardi: i momenti in cui ci perdiamo a fissare la sagoma del riflesso di noi stessi, sbiadita e consumata nella frenesia della vita.

Ogni giorno mi chiedo se io sia capace di scrivere, se ne abbia la forza, la costanza, la vocazione, la pazzia. Ogni giorno mi interrogo su cosa sia uno scrittore: termine oggi โ€“ piรน di ieri โ€“ usurpato, denigrato, violentato. E mi chiedo se io lo voglia davvero fare: e cosa fare? Che tipo di scrittore essere, e che tipo di uomo? Qual รจ il senso di questa lotta per raggiungere quellโ€™immagine che ti picchia nel torace di continuo, ossessivamente: lโ€™urlo di una bestia che non ti fa dormire, se non stordito dallโ€™alcool?

La memoria, il ricordo, lโ€™ossessione di una vita che sai mortale: la tua esistenza fatta di attimi che vuoi inchiodare sulla pagina, come le farfalle di Nabokov.

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Scrivere per vocazione o scrivere per egocentrismo?

Non capisco perchรฉ oggigiorno tutto ciรฒ che ruota attorno ai libri, intesi come libri di narrativa o di poesia e non certo quelli scolastici, purtroppo, risulta affascinante. Il controsenso รจ che, statisticamente, lโ€™Italia รจ una nazione con pochi lettori. Eppure tutti scalciano per scrivere un libro o per lavorare in ambito editoriale. Tutti hanno una storia da scrivere e vogliono scriverla, pubblicarla, farla leggere. Oggi รจ piรน facile trovare una persona che abbia scritto un romanzo, anzichรฉ una che abbia semplicemente letto, che so, I miserabili, tanto per menzionare uno dei classici basilari per chi intende fare narrativa.

Proprio questโ€™ondata di aspiranti scrittori ha dato il via a folate di addetti ai lavori in ambito editoriale: o meglio, spesso presunti addetti ai lavori.

Conosco centinaia di persone che frequentano corsi per diventare scrittori, correttori di bozze o editor, e poi non conoscono la differenza fra una scena e un sommario.

Cattivi maestri? Alcune volte sรฌ, ma non sempre, fortunatamente. Io credo che la chiave sia nel quesito iniziale: perchรฉ tante persone sono affascinate dai libri? Cosa vogliono davvero dai libri?

Vorrei poter rispondere nel modo piรน ovvio, ossia perchรฉ leggere รจ bellissimo, ma ciรฒ va in contrasto con i dati che mostrano una nazione in cui si legge sempre di meno.

Che dunque i libri siano diventati un prodotto di moda? Qualcosa da esibire tipo una bella borsetta, un cappellino? Continua a leggere Scrivere per vocazione o scrivere per egocentrismo?

Francesco Costa: farci amare un assassino e nel farlo tenerci sempre in tensione

Uno dei temi piรน trattati nella narrativa, nonchรฉ nel cinema e oggi nella serialitร , รจ la dualitร . รˆ affascinante pensare a una doppia personalitร . Ognuno di noi, che ne sia consapevole o meno, porta dentro di sรฉ una bestia, un lato oscuro: un aspetto della natura umana che affascina e al contempo spaventa.

รˆ perรฒ complesso creare un personaggio dalla doppia personalitร , si rischia di diventare banali, oppure di eccedere nel dramma e nella brutalitร , creando cosรฌ non piรน un personaggio duale, ma soltanto una personalitร  contrastata fino allโ€™inverosimile, oggetto di sbalzi dโ€™umore cosรฌ repentini da risultare artefatti, persino grotteschi.

In fondo oggi, come per ogni cosa, si tende a credere di sapere tutto e di essere in grado di fare tutto, e senza fatica alcuna. Si mischia ogni cosa in un calderone di conoscenza spicciola, si sminuisce il valore di qualsiasi dottrina, usurpando persino i nomi, utilizzandoli a proprio piacimento e deformandone il senso.

Borderline! Oggi va tanto di moda questo termine, lo si usa senza nemmeno conoscerne il senso; forse perchรฉ fa figo, forse proprio a causa di pessimi film e scadenti serie tv che fanno passare ogni eccesso come un disturbo della personalitร . Si arrivare persino ad attribuire al disturbo borderline di personalitร  quelli che sono i tratti del disturbo dissociativo dell’identitร .

Questo per dire quanto sia difficile creare un personaggio davvero disturbato, oggi piรน che mai. Si cade in mille stereotipi. Si creano solo macchiette, personaggi gonfiati fino allโ€™inverosimile. Continua a leggere Francesco Costa: farci amare un assassino e nel farlo tenerci sempre in tensione

Parole che danzano dipingendo nuovi mondi

Esistono libri che si rimpiange di aver letto, ma non in senso negativo, quanto perchรฉ durante la lettura ci si accorge che dopo non si potrร  trovare di meglio in un altro testo. Sono libri rari, tesori inestimabili che racchiudono il senso intimo della letteratura.

Forse non a casa gli autori di questi preziosi capolavori hanno scritto ben poco, perchรฉ probabilmente a loro volta non avrebbero potuto fare di meglio: superare quel meraviglioso grido che hanno inciso sulla carta e nei secoli.

Purtroppo nel caso di Bruno Schulz la sua opera letteraria fu stroncata da una pallottola sparata da un ufficiale della Gestapo il 19 novembre 1942.

Sono sicuro che molti non conoscono neppure il nome di questo magnifico scrittore, ritenuto oggi uno dei piรน grandi (se non il piรน grande) esponente della letteratura polacca.

Nato da una famiglia ebrea della Galizia orientale nel 1982, a Drohobyฤ, รจ stato uno scrittore, pittore e critico letterario, ma โ€œgrazieโ€ allโ€™olocausto compiuto dalla Germania la maggior parte dei suoi scritti sono andati perduti, fra cui il suo unico romanzo, allโ€™epoca incompiuto, denominato Il Messia. Continua a leggere Parole che danzano dipingendo nuovi mondi