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Un mio racconto sulla rivista Scomoda

Questo mio racconto, nato durante i laboratori di scrittura creativa presso la scuola di Antonella Cilento, è stato pubblicato sulla rivista Scomoda e inserito nella lista dei migliori racconti 2024 scritta dal guru Antonio Russo De Vivo.
Buona lettura.

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Edited with Afterlight

Il vero volto di Napoli

In ambito letterario Napoli è di sicuro una delle città più utilizzate, addirittura abusata. I letterati, nel sentir parlare di Napoli, non possono fare a meno di pensare ad Anna Maria Ortese, scrittrice sublime che nelle sue opere ha incarnato alla perfezione la bellezza ombrosa, mistica, selvaggia e aggressiva di Napoli; oggi, invece, per molti Napoli è Gomorra, la sfogliatella mangiata da un commissario o i luoghi comuni sputati da qualche popolano inventato da un autore che di Napoli, quella vera, quella storica, sa poco o nulla.

Scrivere di Napoli senza cadere nella banalità è difficile; scrivere di Napoli mostrandola con sincerità è impresa ardua, perché dietro la scorza macchiettistica in cui è stata avvolta la città, al di là della cartolina costruita per i turisti (e talvolta anche per gli abitanti stessi), Napoli è una città stratificata nella storia e nella forma.

Antonella Cilento, meravigliosa scrittrice e mia maestra, ha scritto più volte di Napoli: romanzi ambientati in una Napoli storica, antica o moderna. Ma stavolta si è cimentata in qualcosa di davvero ciclopico: ha scritto una guida su Napoli.

Beh, viene spontaneo pensare che scrivere un romanzo, ancor più un romanzo storico, a cui Antonella è molto legata, sia un’operazione ben più complessa dello scrivere una guida su una città.

Dipende cosa intendiamo per “guida su una città”.

Continua a leggere: Il vero volto di Napoli

Cosa vogliamo conoscere di una città, sotto quale punto di vista desideriamo vederla? Ci interessano solamente i luoghi turistici, di cui oggi Napoli non è piena, bensì invasa, o magari vogliamo addentrarci nelle sue strade, conoscerne i monumenti?

Oppure siamo interessati ad andare oltre, nell’anima della città?

Ed è proprio questo il punto che rende Il sole non bagna Napoli di Antonella Cilento, pubblicato nel 2024 da BEE edizioni, un libro complesso, meraviglioso, indispensabile non solo per chi vuole visitare Napoli ma soprattutto per chi ci abita. Antonella Cilento ci accompagna lungo le vie, i vicoli e gli anfratti storici e artistici di Napoli. Ed è così che della città non conosciamo solo il folclore, le tradizioni, la storia e l’architettura, ma l’anima mutevole eppure resistente che l’ha caratterizzata nei secoli.

Certo, la morte e il marcire dei corpi di continuo esibiti e notati con orrore, spavento e curiosità dai viaggiatori di un tempo, fino al secondo dopoguerra, paiono svaniti nella patina della modernità: Sarté che osserva i corpi delle donne napoletane come fossero bolliti, proprio come la sirena sfatta offerta al generale americano ne La pelle di Malaparte, che si cerca di far passare per il famoso pesce sirena dell’Acquario; Sarté che osserva un’anguria marcia e fangosa svanire nella bocca coperta di mosche di un ragazzino: questo non è più il panorama umano che Napoli inscena. O il terribile racconto di Axel Munthe del colera, dove, in un basso, il cadavere di un padre, che la famiglia ha nascosto, viene divorato dai topi anche quando è appeso al soffitto per sottrarlo ai roditori.

Il macabro, in apparenza, non è più parte del folclore locale. Ma lo spirito con cui si consumano ossa, bambini, eros e angeli non sembra mutato nella natura profonda dei napoletani. Una natura certo inadatta ad Alberto Arbasino, che della città restò disgustato e indignato dalla scarsa qualità del sesso che vi veniva venduto, paragonandola al Nord europeo, ai suoi abitanti, al suo cibo, alle sue lenzuola.

Tutto il teatro dei corpi che la città allestisce da millenni pare insomma ridotto, ai tempi del terzo scudetto, al nudo di un vecchio comico che cammina in strada mangiando pasta e patate sul lungomare.

Ma è evidente che lo spirito è lo stesso.

Il tempo e la globalizzazione tentano di cancellare lo scandalo e il sublime, li redistribuiscono, li normalizzano, cercano di renderli seriali, virtuali, spendibili. Ma a ogni nausea o desiderio mancato corrisponde un tasso d’umanità in meno.

Una visita alla Sanità dunque è un passaggio necessario, al di là delle immagini dei film (tanti) che vi sono stati girati, da De Sica a Eduardo a Mario Martone, al di là delle stese che finiscono sui giornali, le sparatorie ad altezza umana, al di là dei ristoranti famosi come Concettina ai Tresanti, la Sanità è il quartiere del barocco e dell’ellenismo: tombe dipinte, sontuose scale nei palazzi disegnati e abitati dal Sanfelice, chiese monumentali con scheletri e teschi, ospedali affrescati dicono degli abitanti più di ogni altra esperienza, che si voglia mangiare nelle pizzerie di via Nazionale, dove cadono morti, faccia nella pizza, i camorristi, che si visitino le terresante di San Pietro ad Aram lungo il Rettifilo o quelle della chiesa del Purgatorio ad Arco su via dei Tribunali, o che si vada in devoto pellegrinaggio alle mummie dei sovrani aragonesi nella chiesa di San Domenico Maggiore.

Ci sono più angeli in questa città, che volano nelle chiese e, se le chiese sono chiuse, nei musei, che in ogni altra città del mondo: angeli con volti di bambino, facce di basso, facce di lazzaro e guappo, con corpi di adolescenti in vendita che svolazzano dalle tele di Carlo Sellito a quelle di Battistello Caracciolo e Caravaggio.

E ci sono le loro ossa, nella basilica della Pietrasanta, nelle terresante delle chiese dei Santi Filippo e Giacomo, ovvero nella chiesa dell’Arte della Seta, e a Santa Luciella, cappella dell’arte dei Pipernai.

Questa è la città dove ai bambini poveri da secoli si insegna a suonare perché allietino la morte dei vecchi ricchi, o dove i bambini si castrano perché cantino, soavi come angeli, nelle cappelle e nei teatri, o dove le bambine e i bambini si vendono, in cambio del pane, ai soldati americani, dove i bambini sparano o sono sparati.”

Non mi esprimo sulla bellezza dello stile di Antonella, in quanto la sua maestria è palese: la scelta accurata delle parole, dei giusti aggettivi, l’eleganza e la violenza delle sue frasi; al di là di tanta meraviglia, questa parte del secondo capitolo ci trasporta subito nel cuore di Napoli e lo fa attraverso storia e letteratura che si fonde alla vita ordinaria, mischiando il passato al presente, proprio come la stessa città e stratificata a livello architettonico: variata da invasione a invasione pur senza mutare la propria anima.

Ma questo libro è ancora di più. Come ho detto, più che per chi desidera visitare Napoli è un libro utile a chi intende viverla.

Via Duomo racconta del Risanamento napoletano.

Dall’incrocio con via Foria a quello con piazza Quattro palazzi, via Duomo taglia mondi ed epoche, incrociandosi con i tre antichi decumani, aprendosi in Forcella.

Da qui, tutto il centro antico è raggiungibile: infinite le sedi museali qui raccolte, dal MADRE di via Settembrini, al Museo Diocesano di Donnaregina Nuova, dal Pio Monte al Museo Filangieri, alla Quadreria del Girolamini con annesso chiostro.

Via Duomo subisce di riflesso l’apertura del Rettifilo, nato allo scopo di collegare il mare con la stazione e far pulizia dei quartieri medioevali: Porto, Pendino, Vicaria, Duchesca e Orefici.

Una strada nuova, fatta di palazzi alti e composti, belle facciate in stile classicista, che però produce tagli, rifacimenti, distruzioni. Su via Duomo risorge per esempio il rinascimentale Palazzo Cuomo, che nel 1879 rischia di essere abbattuto e si salva grazie all’intervento di numerosi intellettuali: viene spostato di venti metri e trasformato nel Museo Filangieri, collezione principesca di armi, abiti e oggettistica orientale.

Anche piazza Quattro Palazzi sorge sull’antico mercato angioino, sbaragliando seggi, quartieri e vie incisi nella tradizione letteraria, pittorica e musicale: la Sellaria, le vie dei Casciari, degli Armieri e dei Violari.

Negli anni Settanta e Ottanta, prima e dopo il terremoto, via Duomo conservava ancora una precisa identità: i negozi di abiti da sposa, le pasticcerie popolari. L’atmosfera è intatta nei racconti di Fabrizia Ramondino, Il fratello di Enzino, per esempio, che restituiscono il buio della via, isolata da un vero coprifuoco notturno, con i senza fissa dimora accasciati perché arrivati in ritardo al portone ormai chiuso del Divino Amore, pubblico dormitorio; o i marchettari en travesti; o le pasticcerie con le paste grandi, per chi soffre la fame.

Dopo il lungo buio del post-terremoto, via Duomo è entrata nell’era del turismo mordi e fuggi. Intorno a un duomo fiorentino o a una cattedrale romana ci sarebbero pulizia, servizi, ci sarebbe anche un biglietto da pagare per entrare quando non c’è funzione,

Il Duomo di Napoli, poi, ha talmente tanti strati da visitare, dall’antica Stefanìa, cuore paleocristiano d’Italia, al tesoro e alla cappella di San Gennaro, che sbigliettamenti separati sono, in effetti, previsti. Ma in questo pomeriggio di sabato c’è solo rumore e libero accampamento fra le navate, turisti che entrano con il cane a briglia sciolta, signore cingalesi con le buste della spesa che passeggiano nella chiesa come al mercato, sfatti campanelli di visitatori in braghette, bandierine e aste cinesi per i selfie.

Per certi versi, però, la situazione è fascinosa, somiglia alle descrizioni che Dickens fece della città trovandola più sporca, indisciplinata e losca della famigerata Londra dei suoi anni: la scoperta è che non c’è alcuna discontinuità fra il luogo di culto e Napoli. La popolazione, come un’alta marea, è entrata e cammina indifferente ai piedi dei capolavori di Ribeira e del Domenichino.”

Io vivo in pieno centro storico di Napoli da oltre dieci anni, eppure, leggendo le parole di Antonella, capisco di non aver mai visto davvero i luoghi da lei descritti. Ho percorso mille volte via Duomo, il Rettifilo; ho vissuto prima in via dei Tribunali, proprio vicino alla cattedrale di San Gennaro, e poi nei pressi di piazza Mercato, tuttavia ho respirato la storia di questi posti sempre e solo da un punto di vista nozionistico, senza cogliere davvero i suoi mutamenti storici e dunque umani, l’alternasi delle esistenze e la sopravvivenza di una radice primordiale che, al di là dei cambi strutturali, resta impregnata nelle ossa di Napoli dando al suo popolo, appunto, la capacità di amalgamarsi da secoli in una scenografia dove arte, confusione e degrado coesiste in modo fascinoso e selvaggio.

Ma la conoscenza storica di Antonella Cilento non si ferma certo qui, va avanti e indietro nel tempo, si intreccia come le spire di un’enorme anaconda, una ragnatela perfetta in cui epoche, persone, arti e storie si fondono, proprio come Napoli.

Pausa dal dolore, questo significa Posillipo, che è in realtà un disegno topografico della rabbia, il disegno della furia impotente.

In cima alla collina, cieco e traballante, sulla lingua rocciosa detta Cavallo, sta Polifemo, l’occhio sanguinante, la braccia alzate. In basso, tra Cala Badessa e Trentaremi, sta la piccola nave greca, con a bordo Ulisse e i sopravvissuti che lo seguono.

«Chi sei» chiede il ciclope.

«Nessuno» risponde Ulisse.

Allora, Polifemo, furibondo, stacca da terra un brano di roccia…

…A decidere che il golfo di Napoli contenesse la grotta di Polifemo, figlio di Nettuno, è Victor Bérard, che visita i luoghi omerici nel 1901, nel 1912, nel 1925. Non è dunque del senatore Seiano la grotta scavata nella roccia, che taglia Coroglio e spunta in una villa con palestra e anfiteatro. No. Secondo Bérard questa è, semmai, la grotta di Polifemo e Nisida l’inutile masso scagliato contro Nessuno. Nessuno è stato qui, Nessuno abita qui.

Le celebri sirene, Partenope, Licosa, Ligea, sparpagliate dal mare di vino lungo la costa campana muoiono perché Nessuno le ha ingannate. O forse, ripensandoci, Nisida è proprio la casa stessa del ciclope. Ai primi del secolo, le bianche capre pascolano ancora su Nisida. Victor Bérard le vede, ci passeggia in mezzo. Questo solido visionario, di bella barba, le spalle un po’ curve, in borghese cappotto, che vede ciclopi lungo le coste, a Napoli e a Catania, nella verghiana Aci Trezza. Sull’isola che si chiama isola, perché nènos in greco si chiama isola, sono ancora vive le omeriche capre?

Chissà. L’isola che si chiama isola, scagliata contro Nessuno.”

Poesia. Questo pezzo è pura poesia di lingua, immagini, contenuti.

La Napoli omerica, la Napoli che abbiamo dimenticato, la sua tradizione che affonda le radici nella Grecia arcaica e di cui spesso non abbiamo memoria. E Nisida, l’isola oggi ricordata dai più solo per il carcere minorile – carcere ’e mare, come si potrà leggere più avanti nel libro – e invece nata dalla furia del ciclope Polifemo beffato e ferito da Ulisse, Nessuno, una informazione che forse si potrebbe apprendere in qualsiasi libro di mitologia ma che di certo non resterebbe nella memoria, se non in modo confuso, latente, e qui, invece, rimane inscalfibile dalla maestria di Antonella nel creare immagini, eventi vividi, incancellabili; come fa nel mostrarci, non nel descriverci, una facciata di Napoli che nemmeno la migliore delle fotografie potrebbe rivelare.

Nulla o quasi resta del sontuoso palazzo del principe Spinelli di Tarsia. Grande come una reggia, si estendeva dalla collina che arriva alla Certosa di San Martino fino all’attuale via Toledo, in una serie di sontuose corti, in un moltiplicarsi di stalle e masserie, dotato di giardino esotico, osservatorio astronomico e bestie feroci in libertà.

Oggi, lasciata piazza Dante, si può impegnare salita Tarsia, tutta stradine e scalinate, costeggiando i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti, fabbriche settecentesche e ottocentesche, portoni, anditi, anfratti. La salita passa accanto al largo Tarsia, chiuso da due enormi archi, che delimitano ciò che resta del palazzo: una grande, monumentale, facciata antica. Il largo è usato come parcheggio: un uso vetusto, reso necessario dalle troppe automobili che ormai abitano un quartiere immaginato solo per asini e cavalli, al massimo qualche rara carrozza. Da qualche anno, ormai, il parcheggio si riempie anche per gli eventi che si tengono al Museo Nitsch, nato per ospitare l’opera di Herman Nitsch, fra i massimi rappresentanti del Wiener Aktionismus, che a Napoli molto operò fra gli anni Settanta e Ottanta.

Vico Lungo Pontecorvo, dove sorge il museo, è una minuscola enclave del quartiere Pontecorvo: gli edifici sono tutti restaurati, il vicolo pulito, ordinato. Insomma, un angolo inatteso della città come doveva essere un tempo, tutta balconcini, tende e piantine, appare a chi vi si inoltra.

L’edificio è una ex fabbrica edificata nel 1982 per la produzione di elettricità: completamente ristrutturato, si apre con una delle balconate più belle che si possa immaginare, dove l’intero golfo, ma anche l’inatteso panorama di case del centro antico, si dispiega agli occhi del visitatore.

Se l’opera di Nitsch può turbare, fra sacrifici animali, squartamenti di agnelli e di pesci, sangue usato come colore, rossi e neri che indagano i corpi morti, vero è che nessun luogo come Napoli avrebbe meglio ospitato, a causa dell’inquieta attitudine al buio, ai corpi, al crudo e al sangue che la città conserva nella sua arte barocca e che rievoca sacrifici animali, i vaticini, le origini greche del luogo. Non a caso, Nitsch si innamorò di Cuma e vi rimase molti anni.

Il contrasto con la luce rosata del Vesuvio e sul mare abbaglia. Se si ascolta musica, come a volte è capitato, su questa balconata, con alle spalle le sale popolate dalle installazioni e dalle opere di Nitsch, si può usufruire di una sintesi abbastanza perfetta della città e della sua anima, incantevole e assassina, bellissima e perfida, linda e lurida.”

“…i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti”.

Immagine di Napoli vera, nitida, bellissima e brutale. Questi palazzi incollati come denti stretti: aggiungerei denti bellissimi nella loro imperfezione, in quanto spesso molto diversi tra loro; un avvicendarsi instancabile della storia e di esistenze.

Bellissimo pensare come io passi ogni giorno, e spesso anche più di una volta, davanti a palazzo Spinelli, un capolavoro di architettura oggi ignorato dalla calca di turisti che quotidianamente, a ogni ora, si ammassa davanti alla nota pizzeria Sorbillo; ci sono entrato più volte, attraversando i bellissimi scaloni che più avanti descriverà Antonella, per andare dal mio proprietario di casa, eppure mai avrei immaginato che quel capolavoro fosse solo una minuscola parte di una reggia che comprendeva edifici, oggi eretti su ristoranti, pizzerie, bar e kebabbari, che si estendono lungo vie a me talmente note, ma in verità, alla luce di questa lettura, da sempre sconosciute.

Ecco la potenza di questo libro, fa conoscere davvero Napoli a chi crede di conoscerla. Sì, questa Napoli bellissima eppure perfida, assassina, una donna selvaggia che mai si mostra, fatta di ombre, come scrive Antonella. Ed è proprio qui che ogni cartolina prende fuoco e diventa cenere, lasciando svanire dalle iridi dei lettori la Napoli venduta, usurpata, stuprata: la città del sole che, in verità, per chi la conosce, è la città delle ombre. Ed è con le ombre che voglio chiudere questo articolo, facendovi leggere un ultimo estratto di questo meraviglioso libro.

La memoria si sovrappone, si stratifica, come Napoli.

Penso a una mappa da offrire al lettore e mi accorgo che la questione principale, una questione che chi visita Napoli la prima volta forse avverte solo in parte, è che è impossibile considerare planimetrie orizzontali, razionali, circoscritte come per molte altre città europee, anche antiche, anche magnifiche.

Napoli è composta di strati, piani spesso non comunicati, come le scale che Felix Hartlaub descrive, come quello che Escher disegna dopo aver vissuto ad Amalfi. Ed è anche vero che la città più identificata con il sole – chisto è ’o paese d’ ‘o sole, chisto è ’o paese d’ ‘o mare – si squaderna come un gigantesco sipario di gloria divina nei giorni di luce, che sono la maggioranza dell’anno, ma che assai più spesso, a fare carotaggi, a camminarci dentro, a scenderla oltre che a salirla, è claustrofobica, oscura, ambigua, carsica. Piovosa.

Sicché ogni piano sequenza – facciamo finta che sia un film, oltre che un libro, oltre che una galleria di quadri segreti e accecanti – slitta nel piano sequenza successivo e si confonde, con molta più complessità di quanto pure accade, per esempio, in certi film fondati sugli slittamenti delle linee di memoria, scritti e diretti nei troppo orizzontali Stati Uniti.

Certo, possiamo portare in visita i nostri amici da piazza Plebiscito, dove è Palazzo reale, al Maschio Angioino; possiamo portarli lungo via Toledo e fargli deviare dalla retta via spagnola dei decumani, sostando presso la sontuosa stalla gotica, come dicevano i nemici degli Angiò della chiesa di Santa Chiara, nel paradiso ceramico del suo monastero (e già qui la canzone ci viene incontro e ci avverte: munastero ’e Santa Chiara, sento ’o core scuro scuro); o magari fare il salto alchemico nella fin troppo nota Cappella di Sansevero e qui magari fermarci, perché poi ci sono le sfogliatelle, c’è Scaturchio, c’è la pizza. E addio.

Ma questa è solo l’anticamera di Napoli.

Così non diremo nulla del fatto che un campanaro storpio e muto di quella stessa chiesa di Santa Chiara abita nella scrittura di Gustaw Herling, fantasma di un piccolo ebreo sopravvissuto alla Notte dei cristalli.

Del resto questo ci porterebbe a dire che Herling è vissuto a Napoli continuando a scrivere un Diario scritto di notte nella sua lingua madre, il polacco, per oltre quarant’anni, dimenticato dalla città, benché avesse sposato una delle figlie del più grande filosofo italiano del Novecento, Benedetto Croce.

Perché la questione ci porterebbe a dire che a Napoli si viene spesso per scomparire, come Romolo Augustolo, che qui fu ucciso, una giusta punizione karmica per l’impero d’Occidente che muore nella città più greca e a oriente d’Italia, dove ostinatamente si continuerà a scrivere più in greco che in latino fino all’arrivo dei Normanni.

O che nella via Toledo, dove abbiamo portato i nostri amici ad assaggiare la sfogliatella di Pintauro o il babà da passeggio che si vende ad angolo della galleria Vittorio Emanuele II, muore Heinrich Shliemann, lo scopritore di Troia, ormai vecchio, dopo una visita oculistica (ohimè: un brivido al pensiero del mio occhio spento che attende di tornare attivo).

Insomma, come faremo a sollevare tutte queste cortine senza perderci, senza finire seduti in una trattoria dei Quartieri Spagnoli, magari dalla famosissima Nennella, superati in altezza dai palazzi neri del Cinquecento, circondati da moto che sfrecciano, murales che ritraggono Totò in molte sue apparizioni e incarnazioni, dalle segrete stanza delle sante che favoriscono la fertilità, anche se sono morte fra gli stupri collettivi dei soldati spagnoli del Siglo de Oro?

Bisogna togliersi gli occhiali, chiudersi gli occhi e aspettare.

Una mappa qualsiasi la trovate, una guida del Touring, magari complicata quanto quella di Istanbul.

Ma qui ci si viene a perdere.

E noi che ci abitiamo, che ostinatamente restiamo in visione periferica, come si fa in scena per non perdere di vista i movimenti laterali o posteriori mentre si recita, ci siamo persi da moltissimo tempo.

Facciamo conto che questa sia una visita tra i fantasmi, fantasmi assetati e luminosi.

Perché è difficile che chi si dice vivo lo sia davvero, a confronto con noi, i fantasmi di Napoli.”

Ecco, la cartolina è bruciata e solo con pochi estratti. Il velo tolto da questa amazzone nuda e indomabile, ferita e sanguinante eppure viva, implacabile. Napoli di ombre e sangue, di popoli in rivolta e di lotte che hanno edificato, distrutto, ricostruito, mutato e dilaniato il corpo di questa bellissima e intangibile strega che affascina e terrorizza, ti bacia e poi ti ammazza. La Napoli oscura e antica, la storia sacrale che si mescola a mazzette di soldi per la turistificazione e morti ammazzati; la Napoli che si accartoccia e si gonfia in un ammassarsi di edifici secolari e palazzine popolari; la Napoli di viuzze segrete colme di storie, esistenze e sentimenti che i suoi stessi abitanti ignorano; la Napoli che Antonella Cilento ci mostra in un modo mai fatto da altri, almeno non in ambito narrativo, in questo indispensabile libro, Il sole non bagna Napoli, da leggere assolutamente per chi vuole visitare la città senza che dopo un po’ resti solo il ricordo sbiadito del sapore della pizza, della sfogliatella e della mozzarella di bufala, o il canto sgraziato di uno squinternato che si esibisce dal terrazzo di casa sua, allietando comicamente i turisti e infastidendo gli abitanti del posto; una lettura essenziale per chi vuole conoscere davvero la propria città e attraversala con occhi e cuore nuovi, da fantasmi di carne in questo labirinto di ombre che abbagliano.

Mio cugino ha detto che il mio romanzo sarebbe un bel film…

Tra le cose che sento spesso dire dagli autori ancora inesperti c’è senza dubbio: «Il mio romanzo sembra proprio un film», talvolta seguito da: «Me l’ha detto anche la mamma, il mio amico, la mia ragazza, mio cuGGGino, il panettiere, lo sconosciuto a cui ho letto qualche pagina.»

Mi chiedo inevitabilmente perché si sprechi tempo a scrivere narrativa se poi si va subito col pensiero al grande schermo, non ha senso. Certo, l’idea di un film richiama subito al successo, al red carpet, alla notte degli Oscar e a tante cose che fanno gola all’arrivismo umano; ma se questo è lo scopo di chi scrive, sarebbe meglio che si dedicasse direttamente alla sceneggiatura: di certo farebbe più soldi rispetto alla narrativa, su questo non si discute, ma in alcuni casi avrebbe meno gloria, ironicamente. Perché? Ricordate con maggiore facilità il nome di chi ha scritto un libro, o il nome di chi ha sceneggiato un film?

Ovviamente la prima fra le due cose.

Al di là di questo concetto più ideologico, la seconda cosa che penso è sempre: «Secondo quale criterio dovrebbero farci un film?»

Certo, l’ha detto il cugino tuttologo, ma a meno che il suddetto cugino non fosse un rinomato critico cinematografico, uno sceneggiatore di professione o un regista, non credo che il suo parere possa contare qualcosa; soprattutto, il cugino ha i soldi per produrvelo il film?

Ma di questo parleremo dopo. Cerchiamo di capire perché il vostro romanzo dovrebbe diventare un film. Cosa ve lo ha fatto supporre?

Per chiarire questo punto è obbligatorio che vi poniate con sincerità una domanda: So come si scrive una sceneggiatura cinematografica?

Nel più dei casi la risposta è no.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

Ormai mio padre non ci riconosceva quasi più, nemmeno si alzava dal letto. I medici ci avevano consigliato di continuare a dargli la morfina: non c’era altro da fare, solo attendere.

Mia madre, mutata in una vecchia consunta, vegliava su di lui notte e giorno. China sul letto, a volte gli carezzava il viso come fosse un bambino: quel volto ridotto a ossa che sembravano stracciargli la pelle ingiallita, gli occhi affossati in due grotte buie, la mano ossuta che fendeva l’aria in cerca di qualcosa che solo lui vedeva.

«Ono’, che c’è, sto qua?»

Non avevo mai udito mia madre chiamarlo per nome, non l’avevo mai vista accarezzarlo, ma forse quel mucchio di ossa, di pelle macera che puzzava di sudore dolciastro e di decomposizione, quel cumulo di carne arenata in un letto, quegli occhi spalancati e gonfi di terrore, non erano mio padre: mio padre era già morto, di lui restava solo l’essere umano che non era mai riuscito a essere: un bambino che chiedeva affetto, piangeva, e ora non più da ubriaco.

Più volte io e Anna provammo a portare via mia madre da quel letto a cui sembrava essersi aggrappata, come Onofrio continuava ad avvinghiarsi ostinatamente agli ultimi barlumi di una vita mai vissuta, ma lei non si convinse mai, restava lì ferma al capezzale di quel marito che forse un tempo aveva davvero amato, senza che io ne capissi il motivo.

Si poteva amare Onofrio? Quel composto di urla, brutalità e parolacce; quelle carni sporche, quei denti marci, potevano meritare amore?

A volte sgranava gli occhi verso il soffitto, tendeva la mano in alto come se stesse finalmente toccando qualcosa sospeso in aria, sul suo viso imperlato di sudore appariva appena un sorriso.

«Mamma…»

Poi il suo braccio crollava nel vuoto, reciso.

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Progetto teatrale: Juste une poupée

ATTO 1

SCENA 1

La scena è buia. Si sente solo la voce di una donna cantare con tono dolce ma al tempo stesso angosciante Twinkle Twinkle Little Star (versione inglese).

Le luci si accendono adagio, restano soffuse.

Siamo in un lercio monolocale: in fondo all’angolo sul lato destro c’è un vecchio cucinino sporco di grasso, un misero frigo e un piccolo tavolo di legno con sopra resti di cibo e bottiglie vuote; a terra sono sparse altre bottiglie, alcuni giocattoli rotti, pacchetti di sigarette appallottolati e mozziconi; sul lato sinistro c’è un letto su cui sono gettate alla rinfusa delle lenzuola sporche, poco distante c’è una scrivania su cui giacciono pile di libri, decine di fogli, altre bottiglie vuote e un posacenere colmo di cicche di sigarette.

Sul bordo sinistro della scena, seduto su di una sedia, c’è il manichino di una donna: ha il volto coperto da un velo zuppo di acqua putrida, fra le braccia stringe una bambola dagli occhi cavati e a cui penzola un braccio.

Sul lato destro del palco, invece, fra cumuli di rifiuti c’è una culla antica.

Le luci si concentrano sul manichino e sulla culla.

Mentre la musica continua, lentamente dalla dondola esce il braccio di un uomo anziano, sporco di calce e di fuliggine: la sua mano tasta il vuoto come se fosse la prima volta che avverte l’aria attorno a sé, poi afferra il bordo del lettino e lo stringe con forza. Dalla dondola emerge ancora un braccio, la mano stringe a sua volta il bordo della culla.

Lentamente, mentre le braccia fanno forza sulla spalliera della culla, affiora prima la testa dell’uomo e poi il suo torso: l’uomo è avvolto da un lurido lenzuolo bianco che gli nasconde il viso.

L’UOMO, quasi muovendosi a fatica, scivola giù dalla culla e casca sul pavimento. Ancora avvolto nel drappo, striscia sul palco, fino a portarsi al centro di esso. Dal lenzuolo sbuca lento un braccio che fende il vuoto e si spinge in avanti, verso la platea, mentre la mano si muove verso come se cercasse di afferrare qualcosa o qualcuno.

Poi di colpo il braccio casca a terra, come privo di vita. L’uomo si rigira lento nel suo sudario, fino a rannicchiarsi e avvolgersi in esso. La musica sfuma pian piano e con essa le luci si abbassano sulla scena, restando concentrate solo sull’uomo, immobile.

La musica cessa del tutto. L’uomo è ancora a terra, non si è mosso di un millimetro, quando ecco che, con movimenti lenti, quasi piccoli scatti, si rigira nuovamente. Le braccia sbucano fuori dal lenzuolo e lui si tira su, arcua la schiena e resta in ginocchio lasciando che il drappo gli scivoli appena un poco di dosso, il giusto per mostrare il proprio volto coperto di calce e di fuliggine rivolto alla platea e con esso parte del corpo nudo.

Guarda per qualche istante in avanti, confuso e al tempo stesso spaventato. Poi prende a scrutare l’ambiente attorno a sé: le sue mani scivolano sul pavimento, sembra intimorito a ogni contatto.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Iniziai a pensare che riguardo alla polacca fosse meglio chiamare la polizia, ma a scuola la visita del Presidente della Repubblica venuto lì per consegnare a Monica Luce la nomina di Cavaliere alla cultura, aveva di colpo frenato le mie ricerche.

Il preside era in fervore, per l’occasione aveva persino rispolverato un vecchio abito da sera appartenuto a Roby Facchinetti. Ci aveva ordinato di far sparire l’intera sezione F quando sarebbe arrivato il Presidente, a sostituirla avremmo messo dei piccoli cinesi, per l’esattezza centoventi, da lui affittati nelle botteghe a ridosso di Piazza Garibaldi per la modica somma di centoventi euro, praticamente un euro a moccioso. De Blasio aveva avuto l’incarico di ripulire la palestra dalle macchie di sangue lasciate sul pavimento dall’alunno Gennarino Piscopo e di attrezzarla come quella di Ivan Drago in Rocky IV. La De Gennaro doveva far sparire testicoli, peni immersi nella naftalina e qualsiasi altra schifezza nel suo laboratorio. Alla Corcione aveva ordinato di marcare malattia, guai se si fosse fatta viva lei e le sue cazzo di lacrime! Tondelli la doveva finire di dire stronzate, niente cazzate sulla riforma politica di Platone. Muto doveva stare! La De Sanctis e D’Amore semplicemente dovevano stare lontani fra loro: che nessuno sospettasse tresche amorose fra i docenti della sua scuola! Il supplente Giotto, forte di alcuni oggetti sacri appartenuti a padre René Chenesseau e a lui consegnati dalla Perpetua, aveva il compito di restare nei sotterranei e bloccare eventuali visite della Pirozzi. Alla psicologa Tammaro era stato consegnato in custodia Gennarino Piscopo, così da far vedere quanto lì all’Isabella D’Este avessero a cuore i diversamente abili. Io, invece, dovevo solo limitarmi a fare ciò che facevo sempre: essere mera tappezzeria nell’istituto.

Non ne potevo più di tutti quei preparativi, speravo solo in quella famosa lettera dal liceo classico Vittorio Emanuele II. Ma niente. Mancava quasi una settimana all’avvento del Presidente e la scuola era già in subbuglio. Tutti correvano a destra e a manca. Il bidello Geppino e il bidello Gigetto passavano di continuo lo straccio lungo i corridoi, raschiavano le scritte dalle pareti, avevano cosparso i cessi di candeggina. Il custode Gerardo Capesce aveva avuto l’ordine di prendere delle ferie. La sua casupola era stata praticamente rasa al suolo: bruciate le riviste e i DVD porno, gettate via le infinite bottiglie di vino, vuote e piene che fossero, e buttati in un vicolo tutti i mobili sfasciati. La casetta era stata messa a nuovo, tinteggiata e arredata con graziosi mobili Ikea, mentre per il santo giorno il custode Gerardo Capesce sarebbe stato sostituito con un allegro e soprattutto muto manovale serbo.

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Il linguaggio editoriale che un autore deve assolutamente conoscere

In onestà credevo non fosse necessario trattare temi così elementari, cose che dovrebbero essere conosciute benissimo da chi cerca di pubblicare un libro. Purtroppo spesso le nozioni recuperate sul web confondono, basti pensare che Amazon chiama sinossi quella che, a tutti gli effetti, è la quarta di copertina.

Il linguaggio editoriale è importante. Non mi riferisco al linguaggio utilizzato esclusivamente dagli addetti ai lavori. Non è detto che un autore debba conoscere cosa si intenda in una redazione quando si parla di una vedova e di un’orfana, ovvio, ma ci si aspetta che un autore conosca almeno i rudimenti del mestiere che sta cercando di intraprendere.

Immaginate di andare a fare un colloquio come magazziniere, okay? Vi saranno chieste cose inerenti al lavoro a cui aspirate, giusto? Si useranno termini relativi alle mansioni che dovrete svolgere, vi parleranno di stoccaggio, di picking & packing, di transpallet e altri termini chiarissimi per chi ha dimestichezza in tale ambito, o comunque conosciuti da chi si è informato prima di sostenere un colloquio.

Dunque, perché un autore non dovrebbe conoscere i termini editoriali, o almeno quelli che gli saranno chiesti prima che lui invii la propria candidatura fra migliaia di candidature? E secondo voi, perché mai un editore che riceve migliaia di candidature in un anno dovrebbe rispettare chi non ha neppure la cura di seguire le sue istruzioni?

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Progetto editoriale: In cerca della Morte

Giunto sul mio pianerottolo vidi la piccola Tiziana guizzare subito nel mio appartamento. Prima di svanire mi fissò di sottecchi, mi parve di vederla sorridere con aria di sfida.

Mi voltai e osservai le piante della signora Torelli: erano intatte, fortunatamente. Avevo temuto che quelle bestie le avessero distrutte, che i nazisti di Josy le avessero incendiate, privandomi della mia vendetta. Invece erano lì, sane e salve. Ma un istante dopo notai con mio sommo stupore che erano fradice.

Dannata, me l’aveva fatta! Ma stavolta me l’avrebbe pagata. Oh sì! L’avrei rispedita a casa sua a calci.

Entrai furioso in casa, pronto a mettere in atto il mio piano, seguito da Bambi e Akim che trascinavano il corpo stecchito di Madame Bovary, ma appena messo piede in cucina Vera mi si fiondò addosso come una furia.

Dio, preoccupato com’ero per le piante della signora Torelli l’avevo completamente dimenticata. Come al minimo nel vedermi pesto e stracciato, seguito da Bambi e Akim nudi che tenevano il corpo svestito di Madame, avrebbe pensato che fossimo andati a far baldoria fino a uccidere a colpi di pene una mignotta.

Mi spinse al muro e mi colpì al viso con una sberla.

«Si può sapere chi cazzo è la troia che ti chiama qui a casa?».

La guardai confuso, perplesso, non sapevo che dirle, quella situazione mi giungeva del tutto nuova.

Cercai una via di fuga. Dalla finestra penetravano i bagliori delle fiamme, ogni tanto un grido proveniva dalla strada, ma Vera sembrava non curarsene.

«Allora, ti decidi a rispondere?».

Osservai Madame ai piedi di Bambi e Akim, frastornati quanto me.

No, non poteva essere Lei! No.

Tiziana, seduta sul divano, gli occhi enormi e sadici su di me sorrideva mentre accarezzava il gatto.

Che si trattasse di una sua mossa per avere tutte per sé le piante della signora Torelli? Magari era stata lei a chiamare la Morte e dirle di telefonarmi.

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Progetto editoriale: Fragile

I

Miriam si sentiva di soffocare, non riusciva a mettere a fuoco nulla. Il salone di palazzo Giusso era gremito di persone benvestite, sorridenti, ma i loro volti le apparivano come chiazze sfocate, le voci erano solo un brusio indecifrabile.

Li fissava chiacchierare fra loro. Nessuno che guardasse i dipinti esposti alle pareti. Non uno sguardo rivolto ai suoi quadri, quasi lei neppure esistesse.

Ebbe voglia di precipitarsi furiosa al centro della sala e urlare a squarciagola perché qualcuno la sentisse, la vedesse, ma invece rimase immobile nel suo bel vestito elegante, il calice di vino in mano, sul volto un sorriso simile a un’incisione provocata da lei stessa procurata.

A un tratto, nel sentire una mano posarsi sulla sua spalla, le parve di cadere in mille pezzi, una bambola di cristallo colpita da uno spillo.

Vi voltò di scatto, i tratti deformati da una curiosità che le mozzava il respiro, un barlume di speranza a cui non sapeva dare un nome, una forma. Ma subito i suoi lineamenti sembrarono sciogliersi come cera, le labbra arcuate in un goffo broncio che cercava di celare con un sorriso.

Davanti a lei c’era soltanto un uomo grasso ed elegante che le sorrideva.

«Allora, sta andando bene, no?»

Miriam, ancora frastornata, annuì con fare cortese, a malapena percepì l’uomo accarezzarle il viso. Sapeva solo che doveva sorridere, come faceva sempre. L’aveva imparato sin dalla prima mostra.

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Progetto teatrale: Stalker, i due volti dell’odio

Atto I

Scena 1

La scena è avvolta dalla semioscurità. Sul pavimento c’è una bambola, alcuni giocattoli, dei cosmetici, scarpe dal tacco alto, oggetti scolastici e una corda.

Sul lato destro, nella penombra, c’è Arianna, una ragazza trentenne, gli occhi vitrei sul pavimento e le dita in bocca; indossa solo una lercia tunica bianca, a entrambi i polsi sono legate delle catene.

Il suono cupo di una sirena rompe il silenzio. Luci rossastre invadono la scena, come filamenti di una ragnatela: sul lato sinistro si intravedono sacchi di immondizia e bottiglie.

Si illumina solo il lato destro del palco.

Arianna cammina nervosa, si rosicchia le unghie, gli occhi vitrei nel vuoto.

Arianna:

Lo vuole capire che non lo amo? Ho il diritto di non amarlo?

Passeggia nervosa sulla scena.

Arianna:

Mi sono sbagliata, va bene? Era così diverso. Io lo amavo, sì. Lo amavo!

Si ferma, gli occhi fissi in avanti, le dita ancora in bocca.

Arianna:

Lo amavo?

Irrompe una voce maschile da fuori campo:

Voce maschile:

Amore, sono tornato. Dove sei?

Arianna, terrorizzata, finge un sorriso. Gira in tondo, è nervosa.

Arianna: (con tono dolce)

Vengo subito…

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