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Le inquietanti figure femminili di simenon

Abbiamo già detto in un precedente articolo quanto Georges Simenon sia stato un autore bravissimo a creare personaggi femminili che restano impressi: donne ai margini, vittime di uomini mostruosi e di se stesse, accartocciate in dolori da cui non riescono a fuggire.

Simenon nei suoi romanzi ha sempre messo al centro la figura della donna: ora una moglie, ora un’amante, ora una madre, ora una vecchia megera; le donne di Simenon, qualunque sia il loro ruolo, rimangono impresse come cicatrici nella memoria del lettore, e fra queste Betty.

Romanzo pubblicato nel 1961, narra la storia di un bella ragazza che approda improvvisamente in un quartiere parigino.

La quarta di copertina ce la descrive così: Una bella donna dalla condotta scandalosa approda sullo sgabello di un bar degli Champs-Élysées, con la testa confusa dall’alcool.

Da subito Betty incuriosisce. Un’affascinante donna sola in un bar, ubriaca e pensierosa e che non disdegna le avance degli uomini, persino dei più squallidi o ubriachi.

La domanda che subito ci si pone è: Perché sta male? Continua a leggere Le inquietanti figure femminili di simenon

scrivere è un mestiere pericoloso

Ieri ho deciso di mettermi in ferie forzate almeno per sette giorni, lasciando perdere la stesura del mio nuovo romanzo. Chi mi conosce sa che non so fare a meno di scrivere o di lavorare a un testo, eppure ho sentito il bisogno di smettere, perché stavo rischiando: sì, rischiando, perché spesso scrivere è un rischio, almeno quando lo si fa sul serio.

Oggigiorno l’arte della scrittura, più volte l’abbiamo ripetuto, è presa con leggerezza, una cosa che non prevede fatica fisica, sacrificio, alcune volte dolore.

Scrivere significa essere immersi completamente nei propri personaggi, al punto da non riuscire a pensare ad altro. In ogni momento della giornata, qualsiasi cosa si faccia, una parte del cervello è impegnata a comporre trame, intrecci, azioni. Scrivere significa essere sempre diviso a metà: un piede nel mondo reale e l’altro nel nostro mondo fantastico.

Il problema nasce quando il mondo fantastico inizia a invadere con prepotenza il modo reale. Non dormiamo più, ci svegliamo di soprassalto come se stessimo già scrivendo; parliamo con altre persone, ma vediamo i nostri personaggi; in ogni istante nella testa avvertiamo come tanti schiaffi: le voci dei nostri personaggi, le scene che si formano, il districarsi della trama.

Scrivere è un lavoro talmente difficile che può portare alla pazzia, quella vera. Ecco perché bisogna sapersi educare, come un atleta che sa fin dove spingersi.

Fortunatamente io ho chi mi dà ottimi consigli.

Questo episodio mi ha fatto pensare a un libro letto circa un mese fa: Labilita, di Domenico Starnone. Continua a leggere scrivere è un mestiere pericoloso

Jean-Baptiste Del Amo, uno scrittore da conoscere assolutamente

Anzitutto con questo nuovo articolo colgo l’occasione per scusarmi della mia assenza di oltre un mese, ma, mentre quello che oggi definisco il mio primo romanzo sta girando in cerca di un valido editore, e incrocio le dita, sto lavorando al mio secondo romanzo, un testo che nasce da un lavoro di circa tre anni.

Il libro che oggi voglio proporvi è Il sale, del bravissimo Jean-Baptiste Del Amo, forse un nome sconosciuto a molti qui in Italia, ma del tutto rispettato in Francia. Un romanzo consigliatomi dalla mia maestra Antonella Cilento, proprio in virtù del romanzo a cui sto lavorando.

Jean-Baptiste Del Amo, pseudonimo di Jean-Baptiste Garcia, è un autore francese classe 81. Il romanzo che lo ha consacrato in Francia è stato Une Éducation libertine, edito da éditions Gallimard nel 2008; romanzo che ha portato alcuni critici a paragonare la voce autoriale di Jean-Baptiste Del Amo a maestri della letteratura quali Eugène Sue, Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Pierre Choderlos de Laclos, Donatien Alphonse François de Sade e Patrick Süskind; anche se molti vedono nello stile di Del Amo una maggiore somiglianza con Flaubert, visto che Del Amo è solito pesare ogni singola parola da lui scritta.

Il romanzo Il sale: Le sel, edito dalla Gallimard nel 2010, è stato tradotto, fortunatamente, anche qui in Italia nel 2013 dalla Neo edizioni, una casa editrice indipendente che, a mio dire, sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per contraddistinguersi in un panorama editoriale alquanto confuso. Continua a leggere Jean-Baptiste Del Amo, uno scrittore da conoscere assolutamente

trasfigurare i ricordi e creare nuove vite

Negli articoli su Pontiggia e Starnone abbiamo trattato un tema fondamentale quando si scrive narrativa: trasfigurare la propria vita a servizio della pagina. È il bisogno impellente di raccontare qualcosa di personale, di scavare in sé, intimamente, recuperare i tasselli di una vita e ricomporli sulla pagina scritta.

Spesso questo aspetto della scrittura ci porta a fare memoriale della nostra vita, in particolare rivolgendo lo sguardo agli anni della gioventù: i volti passati, i luoghi vissuti, esperienze che ci sono scivolate addosso, quasi al momento sembrassero inutili, sciocchezze, ma incise a fuoco nel patrimonio della nostra memoria.

Un atto di memoriale immenso, almeno da ciò che ho avvertito leggendolo, è contenuto nel libro Quando scriviamo da giovani, di Antonio Franchini, edito prima nel 1996 da Sottobraccia edizioni, poi nel 2003 da Avagliano editore.

Antonio Franchini è stato curatore della narrativa italiana per Mondadori dal 1993 al 2015, e attualmente è redattore per Giunti editore. Conosciuto come pilastro dell’editoria italiana, padre di diversi Bestseller e redattore che ha donato a Mondadori il maggior numero di vittorie al Premio Strega, Antonio, non è solo un fantastico redattore ed editor raffinato, ma anche uno scrittore eccezionale. Ha vinto il Premio Fiesole Narrativa Under 40 e il Premio Mondello Autore italiano nel 2003 e, le sue opere di narrativa, sono state pubblicate in prevalenza con Marsilio editore.

Antonio Franchini (© PIERGIORGIO PIRRONE / MARGOPHOTO / Lapresse)

Purtroppo dal 2011 Antonio non ci ha regalato più nulla di narrativo, concentrato sulla saggistica e sul suo importantissimo ruolo editoriale. Continua a leggere trasfigurare i ricordi e creare nuove vite

Scrivere per immortalare qualcosa di importante

Una delle più grandi difficoltà in narrativa è scrivere storie che trattino il tema della disabilità fisica e/o mentale.

Potrebbe sembrare una cosa sciocca, siccome oggigiorno molti scrivono di questo tema, ma nel più dei casi i risultati ottenuti confermano ciò che ho appena scritto.

Quando si scrive una storia in cui sono presente personaggi disabili, o in cui addirittura la disabilità è il tema portante della storia, si rischia sempre di cadere in due tranelli: il pietismo, oppure l’autocelebrazione.

Di norma nel primo tranello ci cade chi non ha mai fatto esperienza diretta (non intendo per forza sulla propria pelle) di ciò che vive una persona disabile. L’autore tende a voler raccontare a tutti i costi un dramma e, non conoscendolo, cade in un melodramma che può risultare asfissiante e addirittura patetico, come nel caso di molti show televisivi che fingono di trattare il tema della disabilità.

Nel secondo tranello, invece, è solito caderci chi ha vissuto o vive da vicino il problema della disabilità. Troppo coinvolti emotivamente, questi scrittori non riescono a distaccarsi dall’autobiografia, esaltando talvolta il dolore, altre volte un sentimentalismo che risulta fasullo, esagerato quanto il dolore dichiarato di una situazione sì infelice, sì forte, ma che è vissuta comunque in un contesto quotidiano.

In ambedue i casi si tende a esagerare, a ingigantire ogni aspetto che ruota attorno alla disabilità di un individuo, e questo crea storie fasulle, stucchevoli, piatte, talvolta persino denigranti per chi vive sul proprio corpo, o da molto vicino, il problema della disabilità. Continua a leggere Scrivere per immortalare qualcosa di importante

Intervista a simenon: così ho imparato a raccontare che cos’è l’uomo.

Un colloquio del 1955, con il padre di Maigret, pubblicato sulla celebre rivista americana The Paris review, riproposta da Fandango in una raccolta.

Di Carvel Collins.

LXXIII edizione del premio strega: la cinquina

Come ogni anno ci avviciniamo alla finale di quello che è il premio letterario più importante, e discusso, italiano: Il Premio Strega.

Fondato nel 1947 da Maria Bellonci e Guido Alberti, il Premio Strega è alla sua settantatreesima edizione. Un premio che nella sua lunga vita ha visto tanti cambiamenti, basti pensare che fra i vincitori della prestigiosa competizione ci sono stati nomi come Cesare Pavese, Alberto Moravia, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Giuseppe Pontiggia, Giovanni Arpino, Primo Levi, Umberto Eco e altri nomi sacri della letteratura italiana, ma, al tempo stesso, e soprattutto negli ultimi decenni, abbiamo visto come vincitori autori meno brillanti di questi colossi della letteratura; questo senza contare le numerose critiche – accuse o calunnie, non sta a noi dirlo – di cui è stato ed è oggetto il premio.

Fra i dodici partecipanti, e persino nella cinquina dei finalisti, abbiamo visto nomi molto discutibili, sia per formazione letteraria, sia per curriculum autoriale: fra cui persino chi ha scritto una sceneggiatura per un film di Moccia.

Certo, ognuno può scrivere il genere che più ama e nel modo più leggero, ovvio, ma quando si tratta di una competizione in cui sono stati premiati scrittori come Pavese, Pontiggia o Moravia, viene l’orticaria ad accostare a questi giganti della letteratura autori che al più fanno la cosiddetta letteratura d’intrattenimento; una cosa che in un certo senso sminuisce il prestigio di grandi scrittori.

Qualche giorno fa è stata ufficialmente comunicata la cinquina che concorre alla vittoria del Premio Strega:

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Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Una delle grandi difficoltà del nostro tempo è narrare l’Italia meridionale senza cadere nei cliché.

Da napoletano ne ho viste di tutti i colori: la pizza, il sole, il mandolino; il napoletano sempre spensierato e gioviale; il napoletano sfaticato ma simpatico; il boss, il ladruncolo, il parcheggiatore abusivo e le bigotte pettegole.

Certo, anche queste cose fanno parte di Napoli, ma una città, un popolo, è ricco di sfumature: ci vuole ben altro che un cliché per identificare una voce, un luogo.

Oggi questa piaga non è solo presente, ma sembra voluta, ricercata, una moda. Autori affermatissimi che scrivono luoghi comuni sulla cordialità napoletana, altri che usano frasi fatte per descrivere la bellezza del popolo napoletano (a mio dire una forma orrenda di razzismo), altri ancora scrivono di commissari che divorano sfogliatelle e pizze come non ci fosse un domani; e questo per non parlare dei camorristi dalla barba lunga e con un frasario fra volgare e film di Spike Lee.

Tutto ciò a me non sembra letteratura, ma qualunquismo. E se l’appartenenza a una determinata regione si può narrare solo con questi luoghi comuni, allora ben vengano i palazzoni di Milano, immagine molto più diretta pur essendo a sua volta un cliché.

Si sente la mancanza di autori come Starnone, Rea, Franchini o Montesano (e molti altri), capaci di narrare l’appartenenza a una terra senza cadere nel banale, nel ridicolo.

Lo stesso problema, ahimè, è vissuto da scrittori originari di regioni al di sotto della capitale campana, o che scrivono di esse. Continua a leggere Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Viviamo in un tempo in cui la lotta per la parità di sesso sfocia spesso in uno scontro Uomo – Donna. È un attimo passare dal femminismo a un’altra forma di sessismo, non dissimile dal becero maschilismo. Si grida al femminicidio per qualsiasi evento che coinvolge una donna. Basta un niente a cadere nell’equivoco, al punto che, inconsciamente, io stesso per mostrare il mio modo di pensare ho dovuto qui sottolineare che reputo becero il maschilismo: cosa che dovrebbe essere data per scontato, anche se purtroppo non è così.

La normalità dell’uguaglianza fra uomo e donna che, a mio dire, dovrebbe essere una cosa ordinaria, sembra oggi qualcosa di talmente precario da suscitare timore nel parlarne; aspetto che si riversa anche sulla narrativa, purtroppo, da una parte incutendo preoccupazione quando si dipinge un personaggio femminile in modo negativo, e dall’altra aumentando in maniera esponenziale cliché di donne vittime o in rinascita.

Manca la capacità di raccontare con trasparenza, limitandosi ai fatti e al tempo stesso facendo introspezione nel mondo del personaggio, e questo perché spesso manca la trasparenza con se stessi, e la voglia di apparire soverchia il bisogno di raccontare.

Se ci pensate, due icone della letteratura, Emma Bovary e Anna Karenina, non sono in verità personaggi buoni: entrambe tradiscono un uomo, feriscono qualcuno, e se la seconda quasi la si giustifica, visto il carattere del marito, la prima appare del tutto ingiustificabile.

Eppure adoriamo Emma e Anna, non ci viene da giudicarle, siamo con loro senza canonizzarle come figure di emancipazione femminile o condannarle come adultere.

Questo accade perché Flaubert e Tolstoj sono stati capaci di entrare nei tormenti delle due donne, partendo da se stessi. Continua a leggere Simenon: raccontare di donne partendo dai propri demoni

Narratologia e scuole di scrittura

Fino a cinque anni fa trovare aspiranti scrittori che parlassero di cose come editing era davvero raro, oggi, invece, sembra che tutti siano editor, correttori di bozze o esperti di scrittura. Si usano termini quali show don’t tell, cliffhanger, storytelling o storyline senza averne studiato il significato, spesso ignorando le regoli basilari della scrittura narrativa quali la struttura in tre atti aristotelica.

Come in ogni campo, anche nel mondo della scrittura la crescita esponenziale del web, e soprattutto dei social, ha sdoganato un esercito di persone che attingono piccole nozioni qui e là e credono queste bastino a formali: è il popolo italiano in questo preciso momento storico, tutti credono di sapere tutto e di poter fare tutto.

Questo aumento vertiginoso di provetti scrittori ha dapprima attirato l’interesse di colossi imprenditoriali quali Amazon, portale che ha subito capito di poter lucrare sulle ambizioni (o illusioni) di molti, creando così il Self Publishing. Come Amazon, in molti hanno trovato in questi novelli autori una miniera d’oro: case editrici a pagamento o a doppio binario, minuscole realtà editoriali fondate da persone del tutto ignoranti in ambito letterario, editor improvvisati, blogger e agenzie letterarie nate dal nulla.

Fra queste figure, ovviamente, non mancano i docenti di scrittura creativa e i corsi di scrittura, ed è proprio su questo che voglio concentrarmi. Continua a leggere Narratologia e scuole di scrittura