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Il vero volto di Napoli

In ambito letterario Napoli è di sicuro una delle città più utilizzate, addirittura abusata. I letterati, nel sentir parlare di Napoli, non possono fare a meno di pensare ad Anna Maria Ortese, scrittrice sublime che nelle sue opere ha incarnato alla perfezione la bellezza ombrosa, mistica, selvaggia e aggressiva di Napoli; oggi, invece, per molti Napoli è Gomorra, la sfogliatella mangiata da un commissario o i luoghi comuni sputati da qualche popolano inventato da un autore che di Napoli, quella vera, quella storica, sa poco o nulla.

Scrivere di Napoli senza cadere nella banalità è difficile; scrivere di Napoli mostrandola con sincerità è impresa ardua, perché dietro la scorza macchiettistica in cui è stata avvolta la città, al di là della cartolina costruita per i turisti (e talvolta anche per gli abitanti stessi), Napoli è una città stratificata nella storia e nella forma.

Antonella Cilento, meravigliosa scrittrice e mia maestra, ha scritto più volte di Napoli: romanzi ambientati in una Napoli storica, antica o moderna. Ma stavolta si è cimentata in qualcosa di davvero ciclopico: ha scritto una guida su Napoli.

Beh, viene spontaneo pensare che scrivere un romanzo, ancor più un romanzo storico, a cui Antonella è molto legata, sia un’operazione ben più complessa dello scrivere una guida su una città.

Dipende cosa intendiamo per “guida su una città”.

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Cosa vogliamo conoscere di una città, sotto quale punto di vista desideriamo vederla? Ci interessano solamente i luoghi turistici, di cui oggi Napoli non è piena, bensì invasa, o magari vogliamo addentrarci nelle sue strade, conoscerne i monumenti?

Oppure siamo interessati ad andare oltre, nell’anima della città?

Ed è proprio questo il punto che rende Il sole non bagna Napoli di Antonella Cilento, pubblicato nel 2024 da BEE edizioni, un libro complesso, meraviglioso, indispensabile non solo per chi vuole visitare Napoli ma soprattutto per chi ci abita. Antonella Cilento ci accompagna lungo le vie, i vicoli e gli anfratti storici e artistici di Napoli. Ed è così che della città non conosciamo solo il folclore, le tradizioni, la storia e l’architettura, ma l’anima mutevole eppure resistente che l’ha caratterizzata nei secoli.

Certo, la morte e il marcire dei corpi di continuo esibiti e notati con orrore, spavento e curiosità dai viaggiatori di un tempo, fino al secondo dopoguerra, paiono svaniti nella patina della modernità: Sarté che osserva i corpi delle donne napoletane come fossero bolliti, proprio come la sirena sfatta offerta al generale americano ne La pelle di Malaparte, che si cerca di far passare per il famoso pesce sirena dell’Acquario; Sarté che osserva un’anguria marcia e fangosa svanire nella bocca coperta di mosche di un ragazzino: questo non è più il panorama umano che Napoli inscena. O il terribile racconto di Axel Munthe del colera, dove, in un basso, il cadavere di un padre, che la famiglia ha nascosto, viene divorato dai topi anche quando è appeso al soffitto per sottrarlo ai roditori.

Il macabro, in apparenza, non è più parte del folclore locale. Ma lo spirito con cui si consumano ossa, bambini, eros e angeli non sembra mutato nella natura profonda dei napoletani. Una natura certo inadatta ad Alberto Arbasino, che della città restò disgustato e indignato dalla scarsa qualità del sesso che vi veniva venduto, paragonandola al Nord europeo, ai suoi abitanti, al suo cibo, alle sue lenzuola.

Tutto il teatro dei corpi che la città allestisce da millenni pare insomma ridotto, ai tempi del terzo scudetto, al nudo di un vecchio comico che cammina in strada mangiando pasta e patate sul lungomare.

Ma è evidente che lo spirito è lo stesso.

Il tempo e la globalizzazione tentano di cancellare lo scandalo e il sublime, li redistribuiscono, li normalizzano, cercano di renderli seriali, virtuali, spendibili. Ma a ogni nausea o desiderio mancato corrisponde un tasso d’umanità in meno.

Una visita alla Sanità dunque è un passaggio necessario, al di là delle immagini dei film (tanti) che vi sono stati girati, da De Sica a Eduardo a Mario Martone, al di là delle stese che finiscono sui giornali, le sparatorie ad altezza umana, al di là dei ristoranti famosi come Concettina ai Tresanti, la Sanità è il quartiere del barocco e dell’ellenismo: tombe dipinte, sontuose scale nei palazzi disegnati e abitati dal Sanfelice, chiese monumentali con scheletri e teschi, ospedali affrescati dicono degli abitanti più di ogni altra esperienza, che si voglia mangiare nelle pizzerie di via Nazionale, dove cadono morti, faccia nella pizza, i camorristi, che si visitino le terresante di San Pietro ad Aram lungo il Rettifilo o quelle della chiesa del Purgatorio ad Arco su via dei Tribunali, o che si vada in devoto pellegrinaggio alle mummie dei sovrani aragonesi nella chiesa di San Domenico Maggiore.

Ci sono più angeli in questa città, che volano nelle chiese e, se le chiese sono chiuse, nei musei, che in ogni altra città del mondo: angeli con volti di bambino, facce di basso, facce di lazzaro e guappo, con corpi di adolescenti in vendita che svolazzano dalle tele di Carlo Sellito a quelle di Battistello Caracciolo e Caravaggio.

E ci sono le loro ossa, nella basilica della Pietrasanta, nelle terresante delle chiese dei Santi Filippo e Giacomo, ovvero nella chiesa dell’Arte della Seta, e a Santa Luciella, cappella dell’arte dei Pipernai.

Questa è la città dove ai bambini poveri da secoli si insegna a suonare perché allietino la morte dei vecchi ricchi, o dove i bambini si castrano perché cantino, soavi come angeli, nelle cappelle e nei teatri, o dove le bambine e i bambini si vendono, in cambio del pane, ai soldati americani, dove i bambini sparano o sono sparati.”

Non mi esprimo sulla bellezza dello stile di Antonella, in quanto la sua maestria è palese: la scelta accurata delle parole, dei giusti aggettivi, l’eleganza e la violenza delle sue frasi; al di là di tanta meraviglia, questa parte del secondo capitolo ci trasporta subito nel cuore di Napoli e lo fa attraverso storia e letteratura che si fonde alla vita ordinaria, mischiando il passato al presente, proprio come la stessa città e stratificata a livello architettonico: variata da invasione a invasione pur senza mutare la propria anima.

Ma questo libro è ancora di più. Come ho detto, più che per chi desidera visitare Napoli è un libro utile a chi intende viverla.

Via Duomo racconta del Risanamento napoletano.

Dall’incrocio con via Foria a quello con piazza Quattro palazzi, via Duomo taglia mondi ed epoche, incrociandosi con i tre antichi decumani, aprendosi in Forcella.

Da qui, tutto il centro antico è raggiungibile: infinite le sedi museali qui raccolte, dal MADRE di via Settembrini, al Museo Diocesano di Donnaregina Nuova, dal Pio Monte al Museo Filangieri, alla Quadreria del Girolamini con annesso chiostro.

Via Duomo subisce di riflesso l’apertura del Rettifilo, nato allo scopo di collegare il mare con la stazione e far pulizia dei quartieri medioevali: Porto, Pendino, Vicaria, Duchesca e Orefici.

Una strada nuova, fatta di palazzi alti e composti, belle facciate in stile classicista, che però produce tagli, rifacimenti, distruzioni. Su via Duomo risorge per esempio il rinascimentale Palazzo Cuomo, che nel 1879 rischia di essere abbattuto e si salva grazie all’intervento di numerosi intellettuali: viene spostato di venti metri e trasformato nel Museo Filangieri, collezione principesca di armi, abiti e oggettistica orientale.

Anche piazza Quattro Palazzi sorge sull’antico mercato angioino, sbaragliando seggi, quartieri e vie incisi nella tradizione letteraria, pittorica e musicale: la Sellaria, le vie dei Casciari, degli Armieri e dei Violari.

Negli anni Settanta e Ottanta, prima e dopo il terremoto, via Duomo conservava ancora una precisa identità: i negozi di abiti da sposa, le pasticcerie popolari. L’atmosfera è intatta nei racconti di Fabrizia Ramondino, Il fratello di Enzino, per esempio, che restituiscono il buio della via, isolata da un vero coprifuoco notturno, con i senza fissa dimora accasciati perché arrivati in ritardo al portone ormai chiuso del Divino Amore, pubblico dormitorio; o i marchettari en travesti; o le pasticcerie con le paste grandi, per chi soffre la fame.

Dopo il lungo buio del post-terremoto, via Duomo è entrata nell’era del turismo mordi e fuggi. Intorno a un duomo fiorentino o a una cattedrale romana ci sarebbero pulizia, servizi, ci sarebbe anche un biglietto da pagare per entrare quando non c’è funzione,

Il Duomo di Napoli, poi, ha talmente tanti strati da visitare, dall’antica Stefanìa, cuore paleocristiano d’Italia, al tesoro e alla cappella di San Gennaro, che sbigliettamenti separati sono, in effetti, previsti. Ma in questo pomeriggio di sabato c’è solo rumore e libero accampamento fra le navate, turisti che entrano con il cane a briglia sciolta, signore cingalesi con le buste della spesa che passeggiano nella chiesa come al mercato, sfatti campanelli di visitatori in braghette, bandierine e aste cinesi per i selfie.

Per certi versi, però, la situazione è fascinosa, somiglia alle descrizioni che Dickens fece della città trovandola più sporca, indisciplinata e losca della famigerata Londra dei suoi anni: la scoperta è che non c’è alcuna discontinuità fra il luogo di culto e Napoli. La popolazione, come un’alta marea, è entrata e cammina indifferente ai piedi dei capolavori di Ribeira e del Domenichino.”

Io vivo in pieno centro storico di Napoli da oltre dieci anni, eppure, leggendo le parole di Antonella, capisco di non aver mai visto davvero i luoghi da lei descritti. Ho percorso mille volte via Duomo, il Rettifilo; ho vissuto prima in via dei Tribunali, proprio vicino alla cattedrale di San Gennaro, e poi nei pressi di piazza Mercato, tuttavia ho respirato la storia di questi posti sempre e solo da un punto di vista nozionistico, senza cogliere davvero i suoi mutamenti storici e dunque umani, l’alternasi delle esistenze e la sopravvivenza di una radice primordiale che, al di là dei cambi strutturali, resta impregnata nelle ossa di Napoli dando al suo popolo, appunto, la capacità di amalgamarsi da secoli in una scenografia dove arte, confusione e degrado coesiste in modo fascinoso e selvaggio.

Ma la conoscenza storica di Antonella Cilento non si ferma certo qui, va avanti e indietro nel tempo, si intreccia come le spire di un’enorme anaconda, una ragnatela perfetta in cui epoche, persone, arti e storie si fondono, proprio come Napoli.

Pausa dal dolore, questo significa Posillipo, che è in realtà un disegno topografico della rabbia, il disegno della furia impotente.

In cima alla collina, cieco e traballante, sulla lingua rocciosa detta Cavallo, sta Polifemo, l’occhio sanguinante, la braccia alzate. In basso, tra Cala Badessa e Trentaremi, sta la piccola nave greca, con a bordo Ulisse e i sopravvissuti che lo seguono.

«Chi sei» chiede il ciclope.

«Nessuno» risponde Ulisse.

Allora, Polifemo, furibondo, stacca da terra un brano di roccia…

…A decidere che il golfo di Napoli contenesse la grotta di Polifemo, figlio di Nettuno, è Victor Bérard, che visita i luoghi omerici nel 1901, nel 1912, nel 1925. Non è dunque del senatore Seiano la grotta scavata nella roccia, che taglia Coroglio e spunta in una villa con palestra e anfiteatro. No. Secondo Bérard questa è, semmai, la grotta di Polifemo e Nisida l’inutile masso scagliato contro Nessuno. Nessuno è stato qui, Nessuno abita qui.

Le celebri sirene, Partenope, Licosa, Ligea, sparpagliate dal mare di vino lungo la costa campana muoiono perché Nessuno le ha ingannate. O forse, ripensandoci, Nisida è proprio la casa stessa del ciclope. Ai primi del secolo, le bianche capre pascolano ancora su Nisida. Victor Bérard le vede, ci passeggia in mezzo. Questo solido visionario, di bella barba, le spalle un po’ curve, in borghese cappotto, che vede ciclopi lungo le coste, a Napoli e a Catania, nella verghiana Aci Trezza. Sull’isola che si chiama isola, perché nènos in greco si chiama isola, sono ancora vive le omeriche capre?

Chissà. L’isola che si chiama isola, scagliata contro Nessuno.”

Poesia. Questo pezzo è pura poesia di lingua, immagini, contenuti.

La Napoli omerica, la Napoli che abbiamo dimenticato, la sua tradizione che affonda le radici nella Grecia arcaica e di cui spesso non abbiamo memoria. E Nisida, l’isola oggi ricordata dai più solo per il carcere minorile – carcere ’e mare, come si potrà leggere più avanti nel libro – e invece nata dalla furia del ciclope Polifemo beffato e ferito da Ulisse, Nessuno, una informazione che forse si potrebbe apprendere in qualsiasi libro di mitologia ma che di certo non resterebbe nella memoria, se non in modo confuso, latente, e qui, invece, rimane inscalfibile dalla maestria di Antonella nel creare immagini, eventi vividi, incancellabili; come fa nel mostrarci, non nel descriverci, una facciata di Napoli che nemmeno la migliore delle fotografie potrebbe rivelare.

Nulla o quasi resta del sontuoso palazzo del principe Spinelli di Tarsia. Grande come una reggia, si estendeva dalla collina che arriva alla Certosa di San Martino fino all’attuale via Toledo, in una serie di sontuose corti, in un moltiplicarsi di stalle e masserie, dotato di giardino esotico, osservatorio astronomico e bestie feroci in libertà.

Oggi, lasciata piazza Dante, si può impegnare salita Tarsia, tutta stradine e scalinate, costeggiando i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti, fabbriche settecentesche e ottocentesche, portoni, anditi, anfratti. La salita passa accanto al largo Tarsia, chiuso da due enormi archi, che delimitano ciò che resta del palazzo: una grande, monumentale, facciata antica. Il largo è usato come parcheggio: un uso vetusto, reso necessario dalle troppe automobili che ormai abitano un quartiere immaginato solo per asini e cavalli, al massimo qualche rara carrozza. Da qualche anno, ormai, il parcheggio si riempie anche per gli eventi che si tengono al Museo Nitsch, nato per ospitare l’opera di Herman Nitsch, fra i massimi rappresentanti del Wiener Aktionismus, che a Napoli molto operò fra gli anni Settanta e Ottanta.

Vico Lungo Pontecorvo, dove sorge il museo, è una minuscola enclave del quartiere Pontecorvo: gli edifici sono tutti restaurati, il vicolo pulito, ordinato. Insomma, un angolo inatteso della città come doveva essere un tempo, tutta balconcini, tende e piantine, appare a chi vi si inoltra.

L’edificio è una ex fabbrica edificata nel 1982 per la produzione di elettricità: completamente ristrutturato, si apre con una delle balconate più belle che si possa immaginare, dove l’intero golfo, ma anche l’inatteso panorama di case del centro antico, si dispiega agli occhi del visitatore.

Se l’opera di Nitsch può turbare, fra sacrifici animali, squartamenti di agnelli e di pesci, sangue usato come colore, rossi e neri che indagano i corpi morti, vero è che nessun luogo come Napoli avrebbe meglio ospitato, a causa dell’inquieta attitudine al buio, ai corpi, al crudo e al sangue che la città conserva nella sua arte barocca e che rievoca sacrifici animali, i vaticini, le origini greche del luogo. Non a caso, Nitsch si innamorò di Cuma e vi rimase molti anni.

Il contrasto con la luce rosata del Vesuvio e sul mare abbaglia. Se si ascolta musica, come a volte è capitato, su questa balconata, con alle spalle le sale popolate dalle installazioni e dalle opere di Nitsch, si può usufruire di una sintesi abbastanza perfetta della città e della sua anima, incantevole e assassina, bellissima e perfida, linda e lurida.”

“…i resti del palazzo moltiplicatosi in altri palazzi, uno addosso all’altro come denti stretti e forti”.

Immagine di Napoli vera, nitida, bellissima e brutale. Questi palazzi incollati come denti stretti: aggiungerei denti bellissimi nella loro imperfezione, in quanto spesso molto diversi tra loro; un avvicendarsi instancabile della storia e di esistenze.

Bellissimo pensare come io passi ogni giorno, e spesso anche più di una volta, davanti a palazzo Spinelli, un capolavoro di architettura oggi ignorato dalla calca di turisti che quotidianamente, a ogni ora, si ammassa davanti alla nota pizzeria Sorbillo; ci sono entrato più volte, attraversando i bellissimi scaloni che più avanti descriverà Antonella, per andare dal mio proprietario di casa, eppure mai avrei immaginato che quel capolavoro fosse solo una minuscola parte di una reggia che comprendeva edifici, oggi eretti su ristoranti, pizzerie, bar e kebabbari, che si estendono lungo vie a me talmente note, ma in verità, alla luce di questa lettura, da sempre sconosciute.

Ecco la potenza di questo libro, fa conoscere davvero Napoli a chi crede di conoscerla. Sì, questa Napoli bellissima eppure perfida, assassina, una donna selvaggia che mai si mostra, fatta di ombre, come scrive Antonella. Ed è proprio qui che ogni cartolina prende fuoco e diventa cenere, lasciando svanire dalle iridi dei lettori la Napoli venduta, usurpata, stuprata: la città del sole che, in verità, per chi la conosce, è la città delle ombre. Ed è con le ombre che voglio chiudere questo articolo, facendovi leggere un ultimo estratto di questo meraviglioso libro.

La memoria si sovrappone, si stratifica, come Napoli.

Penso a una mappa da offrire al lettore e mi accorgo che la questione principale, una questione che chi visita Napoli la prima volta forse avverte solo in parte, è che è impossibile considerare planimetrie orizzontali, razionali, circoscritte come per molte altre città europee, anche antiche, anche magnifiche.

Napoli è composta di strati, piani spesso non comunicati, come le scale che Felix Hartlaub descrive, come quello che Escher disegna dopo aver vissuto ad Amalfi. Ed è anche vero che la città più identificata con il sole – chisto è ’o paese d’ ‘o sole, chisto è ’o paese d’ ‘o mare – si squaderna come un gigantesco sipario di gloria divina nei giorni di luce, che sono la maggioranza dell’anno, ma che assai più spesso, a fare carotaggi, a camminarci dentro, a scenderla oltre che a salirla, è claustrofobica, oscura, ambigua, carsica. Piovosa.

Sicché ogni piano sequenza – facciamo finta che sia un film, oltre che un libro, oltre che una galleria di quadri segreti e accecanti – slitta nel piano sequenza successivo e si confonde, con molta più complessità di quanto pure accade, per esempio, in certi film fondati sugli slittamenti delle linee di memoria, scritti e diretti nei troppo orizzontali Stati Uniti.

Certo, possiamo portare in visita i nostri amici da piazza Plebiscito, dove è Palazzo reale, al Maschio Angioino; possiamo portarli lungo via Toledo e fargli deviare dalla retta via spagnola dei decumani, sostando presso la sontuosa stalla gotica, come dicevano i nemici degli Angiò della chiesa di Santa Chiara, nel paradiso ceramico del suo monastero (e già qui la canzone ci viene incontro e ci avverte: munastero ’e Santa Chiara, sento ’o core scuro scuro); o magari fare il salto alchemico nella fin troppo nota Cappella di Sansevero e qui magari fermarci, perché poi ci sono le sfogliatelle, c’è Scaturchio, c’è la pizza. E addio.

Ma questa è solo l’anticamera di Napoli.

Così non diremo nulla del fatto che un campanaro storpio e muto di quella stessa chiesa di Santa Chiara abita nella scrittura di Gustaw Herling, fantasma di un piccolo ebreo sopravvissuto alla Notte dei cristalli.

Del resto questo ci porterebbe a dire che Herling è vissuto a Napoli continuando a scrivere un Diario scritto di notte nella sua lingua madre, il polacco, per oltre quarant’anni, dimenticato dalla città, benché avesse sposato una delle figlie del più grande filosofo italiano del Novecento, Benedetto Croce.

Perché la questione ci porterebbe a dire che a Napoli si viene spesso per scomparire, come Romolo Augustolo, che qui fu ucciso, una giusta punizione karmica per l’impero d’Occidente che muore nella città più greca e a oriente d’Italia, dove ostinatamente si continuerà a scrivere più in greco che in latino fino all’arrivo dei Normanni.

O che nella via Toledo, dove abbiamo portato i nostri amici ad assaggiare la sfogliatella di Pintauro o il babà da passeggio che si vende ad angolo della galleria Vittorio Emanuele II, muore Heinrich Shliemann, lo scopritore di Troia, ormai vecchio, dopo una visita oculistica (ohimè: un brivido al pensiero del mio occhio spento che attende di tornare attivo).

Insomma, come faremo a sollevare tutte queste cortine senza perderci, senza finire seduti in una trattoria dei Quartieri Spagnoli, magari dalla famosissima Nennella, superati in altezza dai palazzi neri del Cinquecento, circondati da moto che sfrecciano, murales che ritraggono Totò in molte sue apparizioni e incarnazioni, dalle segrete stanza delle sante che favoriscono la fertilità, anche se sono morte fra gli stupri collettivi dei soldati spagnoli del Siglo de Oro?

Bisogna togliersi gli occhiali, chiudersi gli occhi e aspettare.

Una mappa qualsiasi la trovate, una guida del Touring, magari complicata quanto quella di Istanbul.

Ma qui ci si viene a perdere.

E noi che ci abitiamo, che ostinatamente restiamo in visione periferica, come si fa in scena per non perdere di vista i movimenti laterali o posteriori mentre si recita, ci siamo persi da moltissimo tempo.

Facciamo conto che questa sia una visita tra i fantasmi, fantasmi assetati e luminosi.

Perché è difficile che chi si dice vivo lo sia davvero, a confronto con noi, i fantasmi di Napoli.”

Ecco, la cartolina è bruciata e solo con pochi estratti. Il velo tolto da questa amazzone nuda e indomabile, ferita e sanguinante eppure viva, implacabile. Napoli di ombre e sangue, di popoli in rivolta e di lotte che hanno edificato, distrutto, ricostruito, mutato e dilaniato il corpo di questa bellissima e intangibile strega che affascina e terrorizza, ti bacia e poi ti ammazza. La Napoli oscura e antica, la storia sacrale che si mescola a mazzette di soldi per la turistificazione e morti ammazzati; la Napoli che si accartoccia e si gonfia in un ammassarsi di edifici secolari e palazzine popolari; la Napoli di viuzze segrete colme di storie, esistenze e sentimenti che i suoi stessi abitanti ignorano; la Napoli che Antonella Cilento ci mostra in un modo mai fatto da altri, almeno non in ambito narrativo, in questo indispensabile libro, Il sole non bagna Napoli, da leggere assolutamente per chi vuole visitare la città senza che dopo un po’ resti solo il ricordo sbiadito del sapore della pizza, della sfogliatella e della mozzarella di bufala, o il canto sgraziato di uno squinternato che si esibisce dal terrazzo di casa sua, allietando comicamente i turisti e infastidendo gli abitanti del posto; una lettura essenziale per chi vuole conoscere davvero la propria città e attraversala con occhi e cuore nuovi, da fantasmi di carne in questo labirinto di ombre che abbagliano.

Romanzo Piciul

Edito da Linea Edizioni nel novembre del 2021, Piciul è il primo romanzo che ho pubblicato dopo il mio percorso di studi presso Lalineascritta. La prefazione è stata scritta dalla mia maestra di scrittura creativa, Antonella Cilento, e la sua uscita è stata anticipata da un generoso articolo su La Repubblica.
Distribuito da Messaggerie è ordinabile presso tutte le librerie fisiche o negozi online.
Piciul narra le vicende di cinque adolescenti rumeni che vivono nei vicoli a ridosso della Stazione Centrale di Napoli: Horia, Blanca, Damin, Vali e Dorin; cinque ragazzini cresciuti insieme tra emarginazione, delusioni, dolori ma anche sogni.

Forse, come ha scritto Antonella nella sua prefazione: un punto di vista diverso su una Napoli fin troppo raccontata.

Di seguito un piccolo estratto.

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Progetto editoriale: Bambini in pausa

L’antologia Bambini in pausa, edita da Meligrana Edizioni, nasce da un’idea mia e di Carmela Manco, presidente della O.N.L.U.S. Figli in Famiglia. Scopo del progetto è dar voce ai bambini di San Giovanni a Teduccio (Napoli) e lasciare che ci raccontino come hanno vissuto uno dei periodi più strani del nostro tempo: la quarantena dovuta all’emergenza sanitaria.

Diciassette autori hanno cercato di elaborare disegni e temi creati dai bambini durante il lockdown, al fine di tramutare paure, gioie e speranza di ognuno di loro in diciotto racconti.

Hanno partecipato al progetto: Giuseppe Meligrana, Carmela Manco, Francesco Costa, Gennaro Varriale Gonzalez, Monia Rota, Maria Masella, Laura Scaramozzino, Serena Pisaneschi, Mara Fortuna, Claudio Santoro, Elisabetta Carraro, Paola Giannò, Claudia Moschetti, Monica Gentile, Erna Corsi, Giovanna Esposito, Floriana Naso, Maria Concetta Distefano, Andrea Cinalli e Mario Emanuele Fevola.

Di seguito due miei racconti presenti nell’antologia: “Loro sono ancora fuori” e “Pelle”.

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Che si tratti di narrativa o di altro, senza amore non esiste arte.

Si parla spesso di scuole di scrittura creativa. C’è chi è d’accordo, chi è contrario, chi parla solo guidato da un pregiudizio. Di sicuro ogni arte prevede una formazione, su questo non si discute, poi questa formazione può avvenire in tantissimi modi: in ambito scolastico, in un ente privato, lavorando sul campo.

Una cosa però è imprescindibile quando parliamo di creatività: l’amore e la passione per l’arte in cui ci si cimenta.

Un autore di narrativa è per forza un lettore famelico. Uno sceneggiatore o un regista sono per forza grandi appassionati di cinema, al pari di un attore che si imbottisce di film e spettacoli teatrali, così come un pittore non può fare a meno di bazzicare musei e mostre.

Non si tratta di voler apprendere, ma di un bisogno: chi ama insegue l’amato, è così da sempre. Diversamente, non parliamo di amore.

Personalmente, da che ho memoria, prima ancora di innamorarmi dei libri ero innamorato delle storie: sono cresciuto guardando ottimo cinema. A quattrodici anni amavo già David Lynch, Alan Parker, Roman Polanski, Stanley Kubrick, i fratelli Coen e tanti altri. Conoscevo già Pasolini, Monicelli, Zeffirelli e ovviamente Sergio Leone. Per ridere non vedevo certo i cinepanettoni, ma i Monty Pithon. Amavo attori come Jon Woight, l’allora giovane (ma già grandioso) Gary Oldman, Jean Reno (non solo quello di Leon), Michel Galabru, il magistrale Richard Harris, l’inarrivabile Christopher Walken, il troppo sottovalutato Ernest Borgnine o il giovanissimo Gene Hackman che interpretava il reverendo Frank Scott nel film sul Poseidon, o ancora i più commerciali Al Pacino e Robert De Niro. Non ero innamorato di Patsy Kensit o di Kim Basinger, ma di Emmanuelle Seigner e Isabelle Adjani. Mi imbottivo a tal punto di cinema che anziché Vasco Rossi o chissà quale cantautore dell’epoca preferivo ascoltare le sublimi colonne sonore di Ennio Morricone, Eric Serra, Peter Gabriel o ancora quelle composte dal bravissimo regista John Carpenter.

Insomma, non fosse stato per il mio carattere ribelle e il mio essere socievole sarei stato un ottimo nerd: oggi, nell’epoca di Tik Tok, lo sono di certo. Tuttavia, mi imbottivo di buon cinema perché già allora ero innamorato delle storie. Poi sono venuti i libri. Il primo è stato Ventimila leghe sotto i mari. Poi Dracula. I racconti di Edgar Allan Poe. Ho letto anche Ramses, lo confesso, però anni prima avevo letto gran parte delle opere di Shakespeare.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

Ormai mio padre non ci riconosceva quasi più, nemmeno si alzava dal letto. I medici ci avevano consigliato di continuare a dargli la morfina: non c’era altro da fare, solo attendere.

Mia madre, mutata in una vecchia consunta, vegliava su di lui notte e giorno. China sul letto, a volte gli carezzava il viso come fosse un bambino: quel volto ridotto a ossa che sembravano stracciargli la pelle ingiallita, gli occhi affossati in due grotte buie, la mano ossuta che fendeva l’aria in cerca di qualcosa che solo lui vedeva.

«Ono’, che c’è, sto qua?»

Non avevo mai udito mia madre chiamarlo per nome, non l’avevo mai vista accarezzarlo, ma forse quel mucchio di ossa, di pelle macera che puzzava di sudore dolciastro e di decomposizione, quel cumulo di carne arenata in un letto, quegli occhi spalancati e gonfi di terrore, non erano mio padre: mio padre era già morto, di lui restava solo l’essere umano che non era mai riuscito a essere: un bambino che chiedeva affetto, piangeva, e ora non più da ubriaco.

Più volte io e Anna provammo a portare via mia madre da quel letto a cui sembrava essersi aggrappata, come Onofrio continuava ad avvinghiarsi ostinatamente agli ultimi barlumi di una vita mai vissuta, ma lei non si convinse mai, restava lì ferma al capezzale di quel marito che forse un tempo aveva davvero amato, senza che io ne capissi il motivo.

Si poteva amare Onofrio? Quel composto di urla, brutalità e parolacce; quelle carni sporche, quei denti marci, potevano meritare amore?

A volte sgranava gli occhi verso il soffitto, tendeva la mano in alto come se stesse finalmente toccando qualcosa sospeso in aria, sul suo viso imperlato di sudore appariva appena un sorriso.

«Mamma…»

Poi il suo braccio crollava nel vuoto, reciso.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

La porta di casa era già spalancata. Il corridoio era pieno di persone che non vedevo da anni, immobili come statue.

Contro le pareti, sembravano lì per accogliere il mio passaggio.

C’era pure il papà di Alfonso, Giannino Vitagliano, proprio lui che aveva sempre giudicato mio padre un cafone, un animale. Era venuto anche Sciabolone. Nel vedermi mi pose la mano sulla spalla, incapace di guardarmi negli occhi, come tutti.

Avanzavo in quel varco di carne, mano nella mano di Lia. Udivo appena qualche sospiro, la fasulla pena di quei deficienti che non avevano mai sopportato né me né mio padre.

In fondo al corridoio la luce della camera da letto dei miei era accesa, da essa giungevano pianti, lamenti e voci.

Riconobbi il gemito doloroso di mia madre ed ebbi voglia di andare via, perché più della morte di mio padre mi terrorizzava il pensiero della sofferenza di mia madre e di ciò che avrei dovuto fare per lenirla.

Era seduta accanto al letto, stravolta dalle lacrime, la mano ferma sul corpo esangue di mio padre ridotto solo a un corteccia di pelle.

In piedi alle sue spalle c’era mia sorella, lo sguardo chino per non vedere cosa era rimasto di suo padre.

In un angolo c’era mio fratello.

Lia continuava a tenermi forte la mano, ma non la guardai, non dissi nulla, insieme a lei avanzai lento verso il letto, seguito dagli sguardi invisibili di tutti i presenti e di mio fratello che dalla sua tana sembrava fiutasse ogni mio passo.

Appena raggiunsi mia madre, lei, senza riuscire ad alzarsi, mi afferrò il braccio e mi tirò a sé.

Sentivo le sue lacrime bagnarmi il petto, come se volessero scavarmi nelle carni ed entrami nel cuore. Sembrava mi stesse chiedendo di ridarle Onofrio, e perché, non lo capivo.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Iniziai a pensare che riguardo alla polacca fosse meglio chiamare la polizia, ma a scuola la visita del Presidente della Repubblica venuto lì per consegnare a Monica Luce la nomina di Cavaliere alla cultura, aveva di colpo frenato le mie ricerche.

Il preside era in fervore, per l’occasione aveva persino rispolverato un vecchio abito da sera appartenuto a Roby Facchinetti. Ci aveva ordinato di far sparire l’intera sezione F quando sarebbe arrivato il Presidente, a sostituirla avremmo messo dei piccoli cinesi, per l’esattezza centoventi, da lui affittati nelle botteghe a ridosso di Piazza Garibaldi per la modica somma di centoventi euro, praticamente un euro a moccioso. De Blasio aveva avuto l’incarico di ripulire la palestra dalle macchie di sangue lasciate sul pavimento dall’alunno Gennarino Piscopo e di attrezzarla come quella di Ivan Drago in Rocky IV. La De Gennaro doveva far sparire testicoli, peni immersi nella naftalina e qualsiasi altra schifezza nel suo laboratorio. Alla Corcione aveva ordinato di marcare malattia, guai se si fosse fatta viva lei e le sue cazzo di lacrime! Tondelli la doveva finire di dire stronzate, niente cazzate sulla riforma politica di Platone. Muto doveva stare! La De Sanctis e D’Amore semplicemente dovevano stare lontani fra loro: che nessuno sospettasse tresche amorose fra i docenti della sua scuola! Il supplente Giotto, forte di alcuni oggetti sacri appartenuti a padre René Chenesseau e a lui consegnati dalla Perpetua, aveva il compito di restare nei sotterranei e bloccare eventuali visite della Pirozzi. Alla psicologa Tammaro era stato consegnato in custodia Gennarino Piscopo, così da far vedere quanto lì all’Isabella D’Este avessero a cuore i diversamente abili. Io, invece, dovevo solo limitarmi a fare ciò che facevo sempre: essere mera tappezzeria nell’istituto.

Non ne potevo più di tutti quei preparativi, speravo solo in quella famosa lettera dal liceo classico Vittorio Emanuele II. Ma niente. Mancava quasi una settimana all’avvento del Presidente e la scuola era già in subbuglio. Tutti correvano a destra e a manca. Il bidello Geppino e il bidello Gigetto passavano di continuo lo straccio lungo i corridoi, raschiavano le scritte dalle pareti, avevano cosparso i cessi di candeggina. Il custode Gerardo Capesce aveva avuto l’ordine di prendere delle ferie. La sua casupola era stata praticamente rasa al suolo: bruciate le riviste e i DVD porno, gettate via le infinite bottiglie di vino, vuote e piene che fossero, e buttati in un vicolo tutti i mobili sfasciati. La casetta era stata messa a nuovo, tinteggiata e arredata con graziosi mobili Ikea, mentre per il santo giorno il custode Gerardo Capesce sarebbe stato sostituito con un allegro e soprattutto muto manovale serbo.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

I soli momenti buoni che mi erano rimasti li passavo a studiare la polacca. Irina e Svetlana ormai neppure più le sentivo, assuefatto com’ero ai loro versi. La bambina Tiziana e la sua famiglia erano ulteriore materia di studio.

Avevo quaderni per la polacca e quaderni per la bambina Tiziana. Annotavo tutto, avidamente, e quando finivo i fogli scrivevo sulla mia pelle, sulle mura, sui mobili, sul gatto.

Avevo appreso che il via vai di Totore serviva a far star bene alcuni nobili signori che di tanto in tanto si presentavano lì a bordo di lussuose auto, accolti da urla di gioia e applausi di Nanà. Inoltre Totore era un vero mago della finanza.

Mentre avanzava di vicolo in vicolo, la pancia in avanti avvolta da una maglietta del Napoli, gli occhi enormi e allucinati fissi nel vuoto e la coscia trascinata a raschiare il selciato, lui elaborava piani, studiava soluzioni, erigeva imprese e mondi.

La pensione per la gamba, il reddito di cittadinanza, gli ottanta euro richiesti da nonna Maria, gli assegni per la spesa. Aveva tutto, arraffava ogni cosa col suo lesto e instancabile camminare zoppo, eppure non gli bastava. C’erano sempre affari da fare, commissioni da svolgere, imprese da compiere.

«Toto’, Toto’! Ma che sfaccimm, me sient o no? Toto’! Mannagg ‘a bucchina da’ morte can un te chiamm!»

E lui che guizzava ora da un vicolo, ora da un negozio, ora da un garage: «Nanà! Managg ‘a Getzsù Critzst! Muor! Muor! ‘E ‘a muri’! M’ buo’ latzssa’ fa?»

C’era da dire che il buon Totore doveva anche badare alla piccola Tiziana e, talvolta, anche alla minuta Rosaria che correva dietro di lei di vicolo in vicolo, entrambe seguite da minuscoli bambini cui urla incomprensibili si mischiavano con le canzoni napoletane che giungevano dai ballatoi.

Abbracceme chiu’ forte…

Comm è doce comm è bella ‘a città e Pullicenella…

Ma ‘o saje comm fa ‘o core?

«Titsziaaaa’, int ‘a chella fetzss tzsguarrat ‘e mammet, buo’ veni’ acca’?»

E poi Tiziana che sfrecciava sotto il balcone di casa sua, eludendo Totore che urlava e la rincorreva, limitato dalla sua gamba zoppa, mentre Nanà strillava dal terrazzo e la piccola Rosaria la inseguiva allegra e urlava: «Tanto nuje sajemmo quann vulimm, e vui ce facit ‘nu bucchin! Po’ po’ po’. Tà, tà, tà.»

Il gatto guardava assorto quanto me, mentre io annotavo tutto sul mio taccuino.

Ma la sorpresa più grande la ebbi di nuovo dalla polacca.

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Il giorno in cui il bidello Geppino condusse frenetico e ansioso l’intero corpo docenti nella 3ͣ F fu quello in cui ebbe inizio la più dura inchiesta inquisitoria che l’Istituto Isabella D’Este avesse mai visto. Su una parete dell’aula, a caratteri cubitali, era stata rinvenuta la scritta: “A Sisto De Mare piace il cazzo, e pure a sua madre”, sovrastata da un enorme, imponente fallo disegnato in modo elementare.

Come previsto, Sisto De Mare subito chiamò suo padre, e il genitore come risposta mandò immediatamente il proprio legale a scuola.

Non era solo una semplice marachella, no, il nome e cognome parlavano chiaro, in quella scuola non esistevano altri Sisto De Mare. Era pura diffamazione. Punibile con l’articolo 595 del Codice Penale. E che volevamo fare noi professori, essere complici in forma omissiva? Non lo sapevamo a cosa andavamo incontro? Eppure avevamo studiato, no? C’erano multe, la galera, e di sicuro avremmo perso il posto.

Non era una cosa da scherzarci su, la vittima era un minore, e fragile, sensibile, un’anima che si stava appena affacciando alla vita. Di sicuro aveva riportato dei traumi. E se fosse diventato omosessuale a causa di quella calunnia? Avrebbe potuto anche suicidarsi, ne eravamo consapevoli? E poi la madre! Con quali occhi adesso il bambino avrebbe visto sua madre? Nel vederla non si sarebbe forse chiesto se quella scritta non corrispondesse al vero? Avrebbe potuto sviluppare il complesso di Edipo, addirittura ucciderla. La sapevamo noi la storia di Ed Kemper? E quella di Ted Bundy?

C’erano i traumi, i danni, la reputazione. C’era tutto! Tranne il colpevole.

Il preside Sodano era stato chiaro: o gli portavamo il colpevole, oppure potevamo scordarci permessi, giustificazioni per i ritardi, extra o ferie, a ogni malattia ci avrebbe mandato il medico di controllo, a qualsiasi ora. Avevamo sulle spalle il buon nome dell’Istituto Isabella D’Este.

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Devo dire che il nostro primo incontro, con lei, la polacca, avvenne in modo atipico e del tutto inatteso. Sceso in mutande dalle scale del soppalco, al buio, diretto in cucina per prendere una birra e sfuggire dalle risate e dalle urla di Irina e Svetlana, nel voltarmi la vidi: era un culo!

Avevo già notato in precedenza la luce accesa nell’appartamento di fronte, praticamente incollato al mio salotto, ma non avevo mai visto nessuno al suo interno, solo un cucina linda, immacolata, nuova di zecca.

E adesso davanti a me c’era un culo.

Dapprima mi stropicciai gli occhi. Forse era colpa della stanchezza. Magari tutta la situazione di Gennarino Piscopo e Rosaria Potenza mi aveva sconvolto, forse era colpa delle stronzate comuniste di Renato Curcio.

Non poteva essere un culo vero!

Di certo indossava una tuta, un fuson, un pantaloncino. Ma poi guardai bene, aguzzai la vista: era proprio un culo quello davanti a me, un culo da donna, un culo tondo, all’apparenza morbido, appetitoso.

La spiai svanire in fretta nell’altra stanza, ma non mi mossi, restai lì in attesa, e quando tornò aveva ancora il culo fuori. E il pezzo davanti. Cucinava con addosso solo una maglietta, incurante di me che la studiavo con ingordigia.

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